Siamo tutti responsabili

SIAMO TUTTI RESPONSABILI.

Stiamo insegnando ai nostri giovani che tutto è permesso, che non esistono regole, che la libertà è un valore assoluto che appartiene a noi e a nessun altro. Stiamo insegnando ai nostri giovani che per ottenere quel che vogliono possono calpestare e passare avanti, che la responsabilità del male è sempre degli altri, che è lecito alzare voce e toni, insultare, bullizzare, che saranno sempre protetti dai “grandi” i quali daranno loro sempre e comunque ragione. Che il rispetto è una opzione, che le nostre idee e i nostri pareri sono sempre quelli giusti. Stiamo gettando le basi per una società triste, malata, pericolosa, per famiglie sempre più fallimentari in cui questa pessima educazione sarà reiterata, e, se possibile, peggiorata.
Stiamo creando uomini e donne che saranno sempre più egocentrati.
Soli.
Tristi.
Disillusi.
Nevrotici.
Ciclotimici.
Schizofrenici.

Per questo, ormai, non mi meraviglio più di nulla.
Ma ciò niente toglie alla mia crescente paura per il futuro….

Photo web

Sono fatta di anima ed emozioni

Sono fatta di anima ed emozioni.

Sono fatta di anima, emozioni e pensieri.

Sono fatta di anima, emozioni, pensieri e parole.

Sono fatta di anima, emozioni, pensieri, parole e gesti.

Non potrei fare a meno di nessuna delle cose di cui sono fatta.

Anche se rischiassi di usare troppa anima, troppe emozioni, troppi pensieri, troppe parole, troppi gesti.

Perché sono fatta così e non so nascondermi.

Nel bene e nel male, che piaccia o dispiaccia.

Sono sempre io e chi sa come sono sa anche che non può aspettarsi nulla di diverso: nessuna scorrettezza, nessuna finzione, nessun silenzio.

Sa che non ho paura a mostrare l’anima, non ho timore dei pensieri che non posso arginare,che ho il coraggio delle parole che non riesco ad arrestare e che mi assumo la responsabilità dei gesti che non riesco a trattenere.

Perché sono fatta di anima, emozioni, pensieri, parole e gesti.

E poi c’è il cuore…

Le donne difficili

Sono le donne difficili quelle che hanno più amore da dare, ma non lo danno a chiunque.
Quelle che parlano quando hanno qualcosa da dire.
Quelle che hanno imparato a proteggersi e a proteggere.
Quelle che non si accontentano più.
Sono le donne difficili, quelle che sanno distinguere i sorrisi della gente, quelli buoni da quelli no.
Quelle che ti studiano bene, prima di aprirti il cuore.
Quelle che non si stancano mai di cercare qualcuno che valga la pena.
Quelle che vale la pena.
Sono le donne difficili, quelle che sanno sentire il dolore degli altri.
Quelle con l’anima vicina alla pelle.
Quelle che vedono con mille occhi nascosti.
Quelle che sognano a colori.
Sono le donne difficili che sanno riconoscersi tra loro.
Sono quelle che, quando la vita non ha alcun sapore, danno sapore alla vita.
— Mara Bagatella

Un po’ più donna

Non importa quanto sei abituata alla lotta, non importa se hai vinto tante battaglie; non conta quante volte ce l’hai fatta e se sai con certezza che hai dentro una forza insospettabile. 

Capita comunque di sentirti impaurita e sola.

Impaurita e sola. 

Sola con la paura e con la paura di essere sola. 

È un momento, un passaggio fra un atto di coraggio ed un altro, ma quando ti prende ti avvolge tanto che sembra che sia finita, che non ne esci più. 

Ti dici e ti ripeti che ce la farai anche stavolta, che non è da te cedere, che stai deludendo te stessa prima ancora che gli altri. 

Ma paura e solitudine non lasciano scampo, non offrono via d’uscita, non danno tregua, non concedono respiro. 

Hai un’unica possibilità,  una sola occasione di salvezza: desistere, consegnarti a loro, rinunciare alla lotta, astenerti dallo scontro. 

Guardare in faccia il disagio, viverlo a fondo per superarlo, per sconfiggerlo, per vincere il turbamento.  

Solo quando avrai la forza di cedere, di soccombere, di accondiscendere, lentamente darai inizio alla risalita. 

Solo conoscendo il coraggio delle tue debolezze sarai di nuovo pronta per lottare ancora. 

Un po’ più forte. Un po’ più risoluta. Un po’ più grande. 

Un po’ più donna. 

Crisi e CambiaMENTI

Perché a volte non si riesce a scrivere? Difficilmente non si ha niente da dire. 

Forse, anzi, non si scrive perché si direbbe troppo. 

Troppo di se stessi, troppo di altri. 

Per chi, come me, la scrittura ha un valore terapeutico; per chi, come me, non riesce a nascondersi neanche dietro ad un foglio, reale o virtuale che sia; per chi, come me, la scrittura è un fatto molto personale, scrivere in certi momenti rischia di essere pericoloso, azzardato o probabilmente sconveniente. 

Significherebbe non lasciare nulla nascosto. Non tanto agli altri, quanto a se stessi. Solitamente è nei momenti di “crisi” che si scrive troppo o troppo poco. 

Sia ben inteso, con la parola crisi non mi riferisco necessariamente qualcosa di negativo, ma al significato originario del termine greco.

La crisi è un  momento di cambiamento e quindi di scelta. 

Non c’è cambiamento e non c’è scelta, per chi ha sensibilità e intelligenza, per chi è capace di introspezione, di analisi ed autocritica, che non implichi anche riflessione, disorientamento e, perché no, anche paura. Per questo la crisi, anche se è positiva perché porta ad una evoluzione, ad un miglioramento, è sempre un momento delicato: quando si attraversa si è vulnerabili, per certi versi insicuri, almeno indecisi, ed esporsi sarebbe poco opportuno. 

Per questo, saggiamente, si sceglie di stare un po’ più in disparte, un po’ più indietro, in una attesa che non esclude comunque intima partecipazione. Sono momenti in cui è più intelligente confondersi in mezzo agli altri, essere “una in mezzo a tanti” per evitare il rischio di non essere capiti o di non capirsi, per assaporare il gusto della propria nuova esistenza. Non c’è mancanza di coraggio in questo, nè ci vuole chissà quale intelletto sopraffino. È semplicemente giusto rimanere nello sfondo mentre si cerca di recuperare chi si è, pur aspettando il cambiamento. 

Generalmente, io diffido di chi smette di vivere “le crisi”. Di chi sa sempre chi è, dov’è, che cosa vuole; di chi si sente arrivato. La vita é un percorso: mentre si cammina si cresce, si cambia; è un disegno: si creano figure, si cancellano, si ricompone, si colora. È un libro: una pagina dopo l’altra, la storia si dipana, si svolge, si evolve, si presentano colpi di scena, senza i quali si rischierebbe la noia, il disinteresse, il piattume. 

Adoro le certezze che conquisto dopo crisi profonde e adoro le mie crisi che mi portano a nuove consapevolezze, a miglioramenti che mi fanno credere di più in me stessa e negli altri. Anche quando la crisi è innescata da eventi poco gradevoli che ti portano a riadattarti, ti costringono a una reazione che spesso è comprensione più profonda, è passione e compassione, apertura verso prospettive diverse. 

Starò bene finché sarò in continuo mutamento; finché avrò sempre da imparare; finché non smetterò di crescere; finché avrò sempre nuovi obiettivi; finché continuerò a scoprire chi sono e, soprattutto, chi posso e voglio essere.

“Niente è più pericoloso di un’idea quando questa idea è l’unica che si ha.”

 

Sofferenza e dignità

“….in un particolare momento della mia vita è iniziata la sofferenza fisica. Dolorosa, pungente e opprimente.

Anche la sofferenza è uno specchio che fa riemergere i lati oscuri della propria personalità. Per esempio l’impazienza, l’irritazione, un falso senso di ingiustizia, la sete di guarigione, le estenuanti preghiere, la difficoltà ad accettare le nuove condizioni di vita.

Il calvario è stato lungo ed ancora continua ad incidere sulla mia salute, ma ho imparato quanto sia importante reinventarsi la vita, adeguandola alle proprie forze fisiche…”

(Francesco Zenzale)

La sofferenza, e il motivo per cui devi conviverci, è difficile da accettare. Ci passi giornate intere, non ci dormi la notte per cercare il motivo per cui la tua vita, proprio la TUA, l’unica che hai, sia dovuta andare così, segnata, spesso per sempre, da un dolore che non ti vuole lasciare. Un dolore senza soluzione, spesso senza ragione, sicuramente senza colpa. Davvero vengono fuori le tue debolezze, la tua rabbia, la tua incapacità di accettare e, soprattutto, la difficoltà di farti comprendere da chi preferisce ignorare, nel migliore dei casi restarne fuori, nei peggiori addirittura giudicare.

Anche quando tu finisci per fartene una ragione, finisci per capire ed accettare, ti rimane addosso il peso di far comprendere agli altri che la tua vita non è, non può essere,  come quella degli altri, ma che vuoi continuare a difendere quel che ti spetta, che spetta a tutti: il diritto alla dignità.

Io ci provo a sopportare, io ci provo ad accettare, ci provo ad adattare la mia vita alle mie nuove esigenze.

Lasciatemelo fare, vi prego, senza togliermi la dignità.

Photo Daniele Deriu

 

 

Quello che conta sono i pezzi di cuore

Quello che conta nella nostra vita sono i pezzi di cuore, non i pezzi di carta.
Anche se sono fruscianti banconote.

Io so che quel che dico (o scrivo) trova molti d’accordo in teoria, ma pochi in pratica, e ammetto che faccio fatica anche io, in certi casi.
Potrei ispirarmi a saggi ormai lontani nel tempo, ma sarebbe un discorso che discriminerebbe chi è talmente ignorante da non conoscere gli illustri personaggi che potrei citare.

Sono consapevole che il mio semplice pensiero non ha la stessa incisività di quello dei grandi nomi della cultura, ma ho sicuramente il coraggio delle mie idee, e, soprattutto, in confronto a certuni, ho LE MIE IDEE, e questo in alcuni casi fa davvero la differenza.

Abbiamo aspettato sorridendo l’estrazione del biglietto vincente della lotteria (la prima volta in più di otto anni che abbiamo tentato la fortuna) e quando, come ci aspettavamo, abbiamo scoperto di aver investito male 5 euro, abbiamo fatto spallucce. Non perché navighiamo nell’oro, anzi! Qualcuno di quei “pezzi di carta” avrebbe fatto comodo, ma crediamo che, avendo di che vivere, e per certi versi (uno di quei versi che sempre CERTUNI potrebbero non capire) anche di più, ci barcameniamo con quel che abbiamo.

Forse aver avuto ed avere altri ben più grandi dispiaceri apre cuore e cervello verso i valori che contano sul serio, ma se mai qualche rapporto si è incrinato, nella mia vita, se mai ho avuto discussioni, allontanamenti, non è certo stato per il denaro o per qualcosa di materiale. Non che non ce ne sia stata occasione: avrei potuto lottare per avanzare diritti, creare almeno dissapori, a volte anche fratture, ma ho sempre preferito le PERSONE, gli affetti, la serenità, la PACE.
Ci sono cose che davvero non hanno prezzo: l’amore non ce l’ha; le persone care, la famiglia, gli amici, gli affetti, la salute non ce l’hanno. Preferirei vivere con qualche stento in più, piuttosto che perdere, per questioni di mera convenienza, le persone amate.

AMATE.

Forse sta proprio lì, il problema. Se si ama davvero, non si vendono i propri sentimenti per qualche euro in più o in meno. E l’amore non è subordinato a nulla, neanche agli altri, neanche agli “oggetti dell’amore stesso”, quando c’è ti prende e non puoi frenarlo per niente e nessuno.

Quando sono stata coinvolta, per lavoro o in famiglia, nell’educazione dei più giovani, ho sempre cercato di trasmettere esattamente questi principi.
CERTUNI, evidentemente, credono il contrario (chissà da quante generazioni). Io al posto loro, me ne vergognerei. Ma proprio tanto, tanto.

Ho visto persone come loro, piangere lacrime di sangue per aver perso tempo, opportunità, occasioni per amare “gratuitamente” quando non ne hanno più avuto modo, per svariati motivi.
In casa nostra, nella nostra vita, contano i pezzi di cuore.
Con certi pezzi di carta (e non solo le fruscianti banconote) ci puliamo……. i vetri; ci puliamo i vetri, che è un ottimo sistema. Avete provato mai?😇

 

 

Dolori e dolori

Ci sono persone e persone. Ci sono dolori e dolori. Ci sono amori ed amori. Spesso le persone che vivono grandi dolori imparano ad amare di più.
Di dolori ( e quando parlo di dolori, mi riferisco a dolori veri ) ne ho attraversati tanti e tanti ne ho superati.
Ognuno di essi ha lasciato una cicatrice e mi ha fatto prendere maggiore consapevolezza di me, delle mie possibilità, ha fatto sì che io crescessi, migliorassi, o, almeno, mi conoscessi meglio. Ho perso tanto e ho guadagnato altrettanto. Ho sicuramente conosciuto tutte le emozioni possibili, in tutte le intensità immaginabili. Non sono una eroina, ma sicuramente sono una che ha imparato a combattere e a non arrendersi tanto facilmente. Non lo farò neanche adesso, né contro chi pensa, opera e agisce con cattiveria (gente che non mi provoca neanche rabbia, ma solo pena: deve esser triste davvero non avere percezione e conoscenza del BENE), né contro certe angosce in cui mi trovo immersa, mio malgrado. Lotterò con amore: l’unica “arma” contro cui non ci sono scudi, difese, resistenze. Ma soprattutto lotterò per amore. Perché ho imparato ad amare certe persone più di quanto ami me stessa e per loro sono capace di affrontare qualsiasi battaglia.
E nessuno, dico NESSUNO, su questa terra potrà impedirmi di proteggere chi amo, per nessuno motivo al mondo.
“Stringo i pugni e rido ancora, che la vita è questa sola…..
Sai che ogni notte io faccio una preghiera a Dio….con la certezza che ci sia una realtà che va al di là di questa comprensione mia…”

Noi non diamo, noi restituiamo

Noi non diamo, noi restituiamo.
Perché se abbiamo più di altri, se abbiamo più dell’indispensabile, non è merito nostro. Se ci riflettessimo un attimo, ci accorgeremmo di quanto poco ci voglia a perdere tutto: lavoro, casa, persone, serenità, stabilità, salute.

Mi ritengo una persona molto fortunata, eppure la mia salute è cagionevole, ho visto andar via definitivamente troppe persone, ho perso pezzi di cuore, vedo soffrire molte persone che amo. Ogni giorno mi guardo intorno e mi vedo circondata di problemi.

Eppure sono così tante le benedizioni di cui posso godere!
Ho una famiglia, per quanto sofferente, una persona che mi ama con cui sto magnificamente, ho una bella casa, piena di tante cose (molte anche inutili), ho molto più di quanto mi sia strettamente necessario e non ho alcuna difficoltà, se non dovuta a qualche problema di salute, a mettere nello stomaco più di quanto sia sufficiente per sopravvivere.

Nonostante io spesso mi lamenti, sono molto fortunata.
Me lo sono meritato? No, non l’ho fatto, così come non mi sono meritata le cose più tristi che mi sono successe.

C’è gente, invece, che conosce gli stenti e le difficoltá, che difficilmente riesce a mettere insieme il pranzo e la cena, che vive con poco, o che sopravvive appena.

Ha scritto Roberto Gervaso che fare del bene non deve farci sentire buoni, ma giusti.
Fare del bene significa condividere quello che abbiamo ricevuto con chi è stato meno fortunato, consapevoli che nulla ci appartiene, che nulla è veramente NOSTRO, che quel che diamo è sempre una piccola parte rispetto a quel che abbiamo.

E fare del bene fa stare così bene!

Giovedì 21 dicembre, la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno di Oriolo Romano ha organizzato una serata in cui noi tutti abbiamo potuto restituire ai nostri fratelli un po’ di quello che abbiamo, anche solo il “servizio”, un po’ di compagnia e la condivisione del nostro tempo.
Grazie ad altre associazioni, è stato possibile regalare ad alcune famiglie bisognose una serata con buona musica, un’ottima cena, regali per i bambini e dei pacchi alimentari da portare a casa.

Diversamente da quanto si possa pensare, si è parlato poco di Dio, ma tutti avevamo la sensazione che Dio parlasse attraverso ogni volto, ogni sguardo, ogni sorriso; e tutti lo sentivamo lì, in mezzo a noi, a guidarci, sostenerci, a dirigere le nostre azioni e i nostri cuori.

Quei cuori caldi con cui siamo tornati a casa. Stanchi ma felici.

Nessuno ha chiesto o si è meritato davvero un “grazie”, perché se tutto è andato così meravigliosamente bene è solo perché, accanto a noi, per ogni passo, per ogni decisione, c’è stato Lui.

Durante quella serata, abbiamo davvero rivissuto la nascita di Gesù, di Colui che dando se stesso per noi, ci ha insegnato a dare qualcosa di noi agli altri.

“Non ci scoraggiamo a fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” (Galati 6:9)

Felice Natale!

“Pace all’anima sua”….

Quando ero bambina aspettavo il giorno dei morti perché in Sicilia si raccontava ai più piccoli che durante la notte i cari defunti scendevano dal cielo e, per dimostrare il loro amore nei confronti dei bimbi, nascondevano regali, frutta martorana e pupi di zuccaru in giro per casa. Mi svegliavo felicissima e cominciavo il giro dei parenti alla ricerca dei regali. In realtà ero una bimba molto paurosa e “i morti “ mi avrebbero fatto paura, se non avessi avuto il conforto dell’attesa dei doni. Poi sono cresciuta e ho cominciato a capire che quella era solo una fantasia, come Babbo Natale, ma ho continuato a preparare i cesti con “i cosi duci “ alle mie nipoti. Con poca convinzione devo ammettere, ma solo per non privarle di quella emozione. Devo riconoscere però che loro, molto più sveglie di me, hanno quasi subito compreso che dietro ai doni c’erano i vivi e non i morti.
Adesso che ho fatto un percorso personale di studio e di conoscenza, non solo la festa di Halloween, ma anche la “lettura” che ne fa la Chiesa cattolica, che però usa abbondantemente il termine CRISTIANA, senza distinguersi da altre confessioni, come a voler nascondere il termine che pure la distingue, la identifica e la contraddistingue, suscita in me sgomento. Leggevo su diversi post e articoli in rete che la festa di Halloween è in realtà una festa cristiana (arrieccola) assieme a quella dei morti, perché in quel giorno si ricordano i Santi (si ricorda anche l’etimologia del termine: hallows=santi ; eve=vigilia (da evening=sera, vigilia) e si parla di
“dolcetti che i morti portavano ai loro discendenti come segno del loro amore sempre presente e della loro intercessioni per i loro cari presso Dio”.
Si dice che i cristiani annunciarono che essi (i morti) ci visitavano tutti i giorni grazie alla comunione che esiste in Gesù tra i vivi ed i morti.
“Dobbiamo parlare del fatto che Halloween ci ricorda che la vita eterna esiste, che i morti (compresi nonni e bisnonni defunti) e, soprattutto, i santi ci accompagnano con la loro dolcezza. Dobbiamo parlare pure del fatto che la morte e il diavolo esistono, ma che Cristo li ha sconfitti.” ( don Andrea Lonardo).
Ho grande rispetto per chi crede in queste cose, ma desta molta preoccupazione in me il fatto che queste convinzioni vengano “tramandate” ma non provate alla luce dello studio delle Sacre Scritture, per secoli scoraggiato dalla chiesa cattolica. Credere che i morti continuino a vivere e che possano influenzare la vita di chi ancora è in questo mondo, la necessità di proclamare Santi, ha delle implicazioni notevoli, (anche a livello economico) che però mi fanno chiedere che differenza ci sia fra questo e lo spiritismo (condannato in occasione di Halloween e considerato di origine satanica). Se io invoco un morto, sto richiamando uno “spirito”, e se prego mio padre perché interceda gli sto riconoscendo onnipresenza e ubiquità che sono caratteristiche di Dio e di nessun altro, almeno nella religione monoteista. Inoltre, contravviene al comandamento che vuole che non si adori altro Dio al di fuori del Signore.
Nella Bibbia si parla spesso di morte. Ma per ben 54 volte essa viene descritta come sonno o riposo ed è esplicitamente detto che “nella morte non c’è memoria di Te”(Salmo 6:5), che chi muore non può lodare l’Eterno(Salmo 115:17), che “alcun figliolo d’uomo può salvare “ (Salmo 146:3) , che “lo Spirito torna a Dio che lo ha dato”. In Deuteronomio 18:10-12 è detto espressamente: “Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare il proprio figlio o la propria figlia per il fuoco, né chi pratichi la divinazione, né indovino, né chi interpreta presagi, né chi pratica la magia,
né chi usa incantesimi, né un medium che consulta spiriti, né uno stregone, né chi evoca i morti,
perché tutti quelli che fanno queste cose sono in abominio all’Eterno; e a motivo di queste abominazioni, l’Eterno, il tuo DIO, sta per scacciarli davanti a te”.
Siccome non è mia intenzione fare uno studio biblico, (nè del resto adesso ne avrei il tempo), vorrei solo suscitare in quelli di voi che stanno perdendo qualche momento per leggermi un minimo dubbio su quello che ci viene tramandato per tradizione e far nascere un po’ di curiosità per una verità che può essere non accettata, ma va almeno investigata.
E far capire perché adesso, tornare a scuola per festeggiare Halloween mi dia enormemente fastidio……