Questione di tette.

Qui lo dico e qui lo ripeto. Io le tette non me le rifaccio.  Con buona pace di chi mi consiglia il contrario, dicendo che se non voglio farlo per me devo farlo per “l’omo mio”. A parte il fatto che “l’omo mio” mi ha trovato con queste tette e non mi pare se ne sia fatto un problema, io di interventi per salvarmi la pelle ne ho fatti già otto. Ogni volta stavo lì a pregare il Buon Dio che andasse tutto bene e adesso dovrei entrare, per altro alla mia veneranda età, in una sala operatoria per stupida vanità? No, scusatemi, ma mi tengo le tette che ho. O che non ho, se preferite. Senza considerare che, se avessi dovuto rifarmi qualcosa, avrei cominciato dal mio naso, che bello non è di certo e sta lì, proprio in mezzo alla faccia senza possibilità di non essere notato. Di quello sì, mi sono fatta un cruccio quando il mio ex storico, anima bella, mi diceva che mi avrebbe voluto più bene se avessi avuto un naso alla francese. Ora ringrazio il Cielo che lui, che Dio l’abbia in gloria (no, non è morto ma per me è da un pezzo che è “trapassato”), non c’è più e che il mio naso sia rimasto com’è.

Non è bello per una donna avere le tette della dimensione di due brufoli e anche io, non invidiosa ma “nostalgica”, mi incanto davanti ad un bel seno prosperoso. Ma vogliamo pensare ai vantaggi di un seno piccolo? A parte che il mio sta bene nelle famose coppe di champagne, mentre quello di altre trasborderebbe senza rimedio, se hai il seno piccolo puoi indossare qualsiasi scollatura senza rischiare di essere volgare. Non hai problemi con le camicie che si chiudono senza lasciar intravedere nulla. Questa l’avete già sentita, ma garantisco che è vero: gli uomini ti guardano negli occhi quando ti parlano e sembra addirittura che stiano attenti a quel che dici. Puoi andare in bicicletta, correre, saltare senza che le bocce ti sballonzolino in maniera sconsiderata arrivando fino al mento e se dimagrisci o vai avanti con l’età non ti calano fino all’ombelico (in realtà questo non accade comunque se le hai piene di plastica). Puoi stare facilmente a pancia in giù sempre che tu non abbia problemi di cervicale e, finte per finte, puoi in caso di necessità (io lo faccio costantemente e senza vergogna) ricorrere ai push up. Che sia fatto santo subito chi li ha inventati. Ce ne sono di tutti i tipi: con imbottitura sotto la tetta, con imbottitura laterale in caso di seno ascellare, coi pesciolini da applicare al bisogno, sia in cotone che in silicone. Neanche coi costumi ci sono più problemi. Certo, devi strizzarti bene le tette mentre esci dall’acqua, magari cercando di non dare all’occhio e non far vedere la quantità di acqua che hanno assorbito, se non vuoi passare gocciolante in mezzo alla folla della spiaggia e stare ore ed ore ed ore stesa al sole prima che si asciughino; ma l’effetto, giuro, è strepitoso.

Se hai già un compagno che sa che le tue fanno al massimo tenerezza, il problema non sussiste, neanche dopo che ti sarai “smontata”. Se sei al primo appuntamento, potrebbe essere imbarazzante spiegare all’illuso poveraccio che le tue tette stanno sul comodino.

Certo, è un po’ sgradevole quando vai a comprare i vestiti e la commessa ti dice “signora, magari mette sotto un push up!” e tu sei già imbottita a dovere; ma col tempo ti abitui anche a quello.

E se azzardano qualche considerazione sul fatto che tua madre è ben dotata, puoi sempre rispondere come me: “Io ho preso tutta da papà!”

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SCUSATE SE SONO GIOVANE…….

…..e concedetemi il diritto di sbagliare. Sì, lo so, voi adulti vorreste solo aiutarmi, vorreste che io evitassi di fare certi errori dovuti alla mia inesperienza, vorreste che imparassi da voi. Ma io non posso imparare da voi, come voi non avete imparato dai vostri genitori; devo sbatterci la testa e farmi male.  Lasciate che io sperimenti la vita senza dirmi che mi ripetiate che “sono eccezionale”, ma facendo in modo che io mi metta alla prova e che tragga da sola dalle difficoltà superate la fiducia in me stessa. Ecco, voi semmai dovete esserci quando tornerò piangendo, quando vi chiederò una mano per rialzarmi. Preoccupatevi di essere dei punti di riferimento sicuri e vigilate affinché il male che mi faccio non sia troppo.

Ma pensate davvero, voi adulti, che esser giovani oggi sia così semplice? Ritenete sul serio che la libertà di cui godiamo sia facile da gestire, pensate davvero che sia agevole muoversi in questo mondo globale in cui ci avete introdotti? Credete che sia semplice dirigersi fra virtuale e reale, rimanere bombardati da informazioni che ci tempestano da ogni dove senza esserne frastornati? Ci dite che noi abbiamo il mondo a portata di mano, anzi “di clic” e che voi, al contrario, alla nostra età dovevate faticare per sapere, per conoscere; ma non immaginate neanche che tutto questo ci coglie impreparati. Se sbagliamo ci punite, ci togliete il telefono, disattivate whatsapp, non ci fate fare lo “snappino”. Ma state punendo noi o voi stessi, inconsapevolmente colpevoli di non conoscere i rischi di questo mondo e di non darci gli strumenti per difenderci?

E poi, Santo cielo, mettevi d’accordo con voi stessi! Ci dite che siamo adulti quando vi serve condannandoci ad essere liberi, ma poi vi sostituite a noi e diventate rigidi appena temete che potremmo mettervi di fronte a nostri errori e, quindi, ad un vostro fallimento. E non assumete quell’atteggiamento vittimistico, se e quando qualcosa non va come vi sareste immaginato, rinfacciandoci i sacrifici fatti per noi! Credetemi, ve ne siamo grati davvero e ve ne saremo grati ancora di più una volta cresciuti, ma adesso avremmo solo voglia di urlarvi che NO, non vi abbiamo chiesto noi di nascere e sottoporvi a tanta fatica! Semmai, ogni tanto diteci “no, non ce la faccio”: ci insegnerete a dimenticare per un po’ noi stessi e a prenderci noi cura di voi.

Non fateci pagare colpe che non abbiamo. Ci avete lasciato in eredità una società in cui scarseggiano i valori, ci avete distrutto le famiglie, ci avete insegnato che tutto è precario e perituro, ci avete inculcato che contano i soldi e le cose materiali (altrimenti perché stareste più a lavoro che con noi?). Non vi stupite, allora, se vogliamo l’ultimo modello di telefonino e se ci rimaniamo troppo male se non possiamo uniformarci alla massa.

Io sono disposta ad accettare le vostre regole, ma datemene alcune che siano chiare e condivisibili.

E lasciatemi crescere. Aiutatemi a farlo. Quando sarò grande saprò accettare i vostri limiti e le vostre miserie, cari genitori, e prendermi cura IO di VOI.

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(Photo Davide Algeri)

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Siamo donne. Oltre le quote rosa c’è di più.

Conosco una donna, che non me ne voglia se la prendo ad esempio, che nella vita ne ha fatta di strada. È la mia ginecologa. Suppongo che abbia studiato, si sia data da fare, e oggi si è fatta un nome e una posizione. Gira il mondo, parla l’inglese, l’italiano, il tedesco, il russo, il francese e lo spagnolo. È responsabile di diversi gruppi medici e ogni giorno cerca di salvare le donne da malattie e sofferenza. È riuscita pure a metter su famiglia e sembrerebbe anche con successo, dato il figlio è stato premiato per le sue ricerche “sull’impiego delle nanotecnologie nella lotta contro tumori della pelle e melanoma”, che non so esattamente che cosa significhi ma sembra una cosa davvero importante.  Non credo si trovi dov’è, la mia dottoressa, perché ha goduto di privilegi di alcun genere legati al fatto di essere donna. Ha delle qualità, le ha sapute sfruttare, certamente ne ha avuto la possibilità ed ha avuto successo.

Nel mondo politico esistono le quote rosa. Se vado a votare mi obbligano, per tutelare la parità di genere, ad esprimere la preferenza, almeno una delle due che ho disponibili, per una donna. Se non voglio, posso scrivere solo un nome. Non importa se quella persona è valida, se è intelligente, se merita, se è degna di fiducia. La cosa importante è che sia dotata di “patatina” (o fiorellino, o farfallina o come pare a voi).

Io trovo che le quote rosa siano la discriminazione più mortificante per le donne e ritengo che è umiliante che un Paese ne abbia bisogno. Trovo avvilente che una donna debba ricoprire una carica non perché è valida, o almeno non solo per quello, ma perché lo impone una legge che, così facendo, ne decreta ufficialmente l’inferiorità. Non credo sia gratificante, per una donna, occupare un posto perché lo vuole la legge. Non credo sia soddisfacente per il “gentil sesso” che nello stilare le liste elettorali si vada elemosinando la presenza femminile solo perché, altrimenti, mancherebbero voti o perché si sarebbe “fuori norma”.

Le donne devono avere quel meritano se e quando lo meritano, senza tutele, riguardi, riserve e agevolazioni. Solo allora si potrà parlare di “parità”.

E magari anche quando, all’indomani dell’elezione di una donna per il governo di una città, la questione più importante non sarà se chiamarla “sindaca” o “sindachessa”.

La mia dottoressa ( insieme ad altre donne, per fortuna) dimostra che, seppure può essere arduo e faticoso, non è impossibile.

Siamo donne, oltre le quote rosa c’è di più!

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E se valutassimo gli “esperti del MIUR”?

Leggo un articolo riguardo alla valutazione nella scuola primaria che ha come chiosa “così sentenziano gli esperti del MIUR”. Saranno forse, “gli esperti del MIUR”, gli stessi che hanno predisposto la scriteriata legge 107, meglio conosciuta come “Buona Scuola” (mai aggettivo fu meno azzeccato)? Sì, dalle insensatezze che stanno uscendo fuori riguardo a voti e valutazioni devono proprio esser loro.

Problema annoso, quello della valutazione. Chi, come me, è del settore ha studiato interi capitoli di libri, ha fatto proprie o criticato innumerevoli teorie. Dopo decenni di studi, non da ieri ma già da un trentennio pare si sia stati finalmente tutti d’accordo nel sostenere che la valutazione, lungi dall’essere una mera classificazione che seleziona i migliori secondo parametri fissi, debba considerarsi una “interpretazione” della realtà, un modo per conoscersi e migliorare, uno strumento di ricerca, di retroazione, una possibilità di innovazione e di evoluzione. La valutazione dovrebbe favorire la autoregolazione cognitiva, ponendo l’accento sul processo di apprendimento più che sul punto di arrivo (e qui tanto di cappello all’illustrissimo e stimatissimo Vygotskij, vissuto a cavallo fra l’ ‘800 il  ‘900)

Tutti conoscono le idee del maestro Alberto Manzi, padre della trasmissione televisiva che già nel titolo racchiude anni ed anni di studi pedagogici, “Non è mai troppo tardi”. Negli anni ’60, e questo gli cagionò parecchi guai, egli si schierò contro i voti e contro la “classificazione” dei risultati ottenuti dagli allievi con suo famosissimo “fa quel che può, quel che non può non fa”. Pensiero un po’ utopistico, perché il sistema formativo non può prescindere dai voti, dal giudizio, anche se questo in termini di tempo e di coscienza farebbe perfino comodo agli insegnanti.  Personalmente ritengo che sia tutto sommato giusto. Allena gli allievi ad abituarsi alla conquista, a gestire la competizione, al giudizio che, volente o nolente, fa parte della vita, in ogni campo ed in ogni settore.  Ma i numeri, dicono gli esperti del MIUR, nuocciono alla salute mentale del discente, che può sentirsi mortificato da un 2 (che solitamente arriva se non ha studiato, non gli giunge addosso dal cielo come uno strale della fortuna avversa), quindi arrivano loro e mettono in atto la solita “genialata”: non numeri ma letterine dell’alfabeto, dalla A alla E. Prendere una D o una F, dicono gli “esperti del MIUR” servirebbe come monito all’allievo che può autoregolarsi e comprendere che deve fare di più.

Ecco, spiegatemi perché non comprendo. Il 5, in quanto numero, mortifica; la E che in pratica equivale al 5 autoregola. E poi, dicono, non pensate di bocciare alla scuola elementare! Mandate avanti tutti, abituate i vostri allievi (e i genitori) a pensare che tutto è dovuto e lasciate le grane ai colleghi delle scuole Medie: faranno loro la parte di quelli brutti e cattivi se vorranno!  Gli “esperti del MIUR” vengono pagati più di 4 volte il nostro stipendio per arrivare a certe acutissime conclusioni. A me pare che, più che le bocciature, siano loro “inutili e dannosi”….

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valutazione

“La mia vita..ed altri difetti ” 2-Scelte..

Si dice che la nostra vita futura dipenda dalle scelte che facciamo. Io, in certi casi, la possibilità di scegliere ce l’ho avuta e ho imboccato la strada sbagliata. E tutta la vita è davvero stata condizionata da quelle scelte.
Non ho mai conosciuto nella mia esistenza un cretino che fosse consapevole di esserlo. Che lo riconoscesse, che lo ammettesse. Anzi, al contrario, più un cretino è tale, meno dubita della sua intelligenza. Probabilmente io non smentisco la regola. Perché mi sono sempre considerata una persona intelligente, ma ho trascorso una grande parte della mia vita comportandomi da deficiente.
Numerose ricerche sull’intelligenza hanno dimostrato che questa è la capacità di adattarsi all’ambiente, di muoversi con consapevolezza nelle diverse situazioni. Non solo a me questa capacità, che ha poco a che fare con il più conosciuto QI, è mancata, ma ho sempre avuto una innata propensione all’errore. Ho cercato di consolarmi e confortarmi con le teorie  di K.R.Popper, che si è ostinato a considerare l’errore un fatto del tutto positivo, ma io pragmaticamente sono arrivata alla conclusione  che l’errore ci dice solo che siamo sulla strada sbagliata ma non ci indica quella giusta. Insomma, gira e rigira ci si ritrova sempre al punto di partenza. Un po’ come credere che l’esperienza insegni qualcosa. Siamo adulti, abbiamo vissuto, abbiamo capito come sono andate le cose. Eppure continuiamo a sbagliare e se non lo facciamo è solo per fortuna sfacciata.
Fra i tanti errori che ho commesso nella vita, almeno un paio hanno un nome ed un cognome. La cosa che aggrava la mia situazione, già abbastanza compromessa dalla sopraggiunta dalla consapevolezza di aver sbagliato, è che tante persone, compresa anche la mia famiglia, spesso hanno provato a farmi capire che stavo prendendo un abbaglio, ma io ho proceduto ostinata lungo la mia strada senza nemmeno lasciar spazio al dubbio che probabilmente qualcuno di loro poteva addirittura aver ragione. Sì, perché fra i miei difetti –ed io i miei difetti li conosco uno per uno, e me li tengo cari…non si sa mai possa correre il rischio di migliorare- c’è anche la testardaggine: se mi metto in testa una cosa non me la togli nemmeno a picconate, dovessi rimetterci la faccia e la reputazione!
In certi casi mi sono resa così ridicola che dovrei ancora, dopo tanto tempo, correre a nascondermi in un angolino. O dovrei mettermi da sola in punizione dietro la classica lavagna e per giunta in ginocchio sui ceci – come se poi già solo averle vissute, certe situazioni, non sia stata una punizione abbastanza grande! Purtroppo, però, “Con i se e con i ma la storia non si fa”. Tanto vale accettare quel che è stato e semplicemente cercare di ricordare quando serve e dimenticare laddove è necessario.  (continua? Chissà…)

http://www.marisacalvitto.it/2016/06/18/la-mia-vita-ed-altri-difetti/

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scelte

Un mondo nelle mani

Questa foto può non dir niente. Per me é una delle foto più belle ed emozionanti che abbia mai scattato. In questa foto ci sono tante cose meravigliose. C’è “l’arte che scuote dall’anima la polvere” , c’é condivisione, partecipazione, rispetto, accettazione, altruismo.  Ci sono sentimenti come il rispetto, l’amore, la tenerezza. Lo so, si vedono solo due mani, l’una nell’altra, che esplorano una rappresentazione di una statua di marmo. Sono la mano di un giovane non vedente che aiuta una bambina non vedente come lui a scoprire, conoscere, ammirare ed apprezzare un’opera d’arte che nessuno dei due ha mai visto e mai potrà vedere con gli occhi. C’è anima, c’è cuore, c’è un mondo pieno di tante cose, un mondo infinitamente grande che riesce a stare tutto in quelle due mani, l’una nell’altra, che accarezzano un’opera d’arte…..

Mani
Mani

Attenti alle donne che hanno sofferto.

Io vi avverto: state ben attenti a non far del male alle donne che hanno sofferto. Sono sensibili, le donne che hanno sofferto, ma sono forti, tenaci, coraggiose, risolute. Possono apparire stanche, indebolite, sfiancate, spossate, ma non vi arrischiate a trarre giovamento dalla loro apparente vulnerabilità. Le donne che hanno sofferto hanno conosciuto la lotta, il dolore, il male, la sofferenza, l’angoscia, la disperazione, la tristezza e non hanno più paura: hanno imparato a combattere, a lottare, a difendersi, a superare le avversità, ad imporsi sul male, a non arrendersi. E ce l’hanno fatta.  Le ferite che portano addosso testimoniano quanto è stata dura la battaglia e sono segni della loro perseveranza. Non provate a vincere con le donne che hanno sofferto, non ve lo permetteranno. Abbiate, semmai, riguardo per loro, donate loro attenzioni e rispetto. Imparate da loro. Ma, vi avverto, state ben attenti a non far del male alle donne che hanno sofferto.

 

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(Photo #Danielederiu Daniele Deriu #scarsoflife )

daniel deriu

Oltre lo sguardo…

Guardare- sostiene Bachelor-  invece di permettere alla presenza dell’oggetto di espandersi nella nostra coscienza, lo delimita e lo immobilizza. Un giorno, nella mia vita, ho scoperto che anche il buio può essere rilucente. Lui mi ha convinto, con non poca fatica, a bendarmi, ad entrare nel suo buio e ad essere io per una volta quella che si affidava a lui. Man mano che la vista si spegneva, togliendomi il controllo della situazione, sono caduta in uno stato di grande agitazione, costretta com’ero a rinunciare ai miei abituali punti di riferimento che mi facevano sentire al sicuro.  Mentre mi abituavo al pericoloso buio che fin da bambina mi aveva spaventato, lui mi ha introdotta su una via nuova, quella in cui ero obbligata ad abbandonare le mie fragilità, a contare su altri sensi, e soprattutto a consegnarmi ad un altro. Ho dovuto rinunciare al ruolo, che mi calza come un abito cucito su misura, della persona forte e sicura, che sostiene, soccorre e sorregge gli altri. E pian piano il buio si è illuminato, pur rimanendo nero. Ho iniziato a sentire. Ho sentito suoni nuovi, a cui prima non porgevo l’orecchio. Ho percepito per la prima volta lo spazio intorno a me come qualcosa che mi avvolgeva, che aveva una sua reale consistenza, che mi insegnava a muovermi. Ho udito le voci degli altri che non erano più inutile chiacchiericcio, ma divenivano indizi importanti per la mia sicurezza. Ho avvertito il suo tocco, mentre mi conduceva e mi istruiva a procedere in quella oscurità a me ignota. Tutto, ogni particolare, ha assunto una dimensione diversa, ha acquistato un senso nuovo, mentre lui mi rassicurava con garbo e dolcezza.

E così ho compreso che si può e si deve ancora riuscire a fidarsi di qualcuno. “Oltre lo sguardo”……

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Europei. Ibrahimovic e il CALCIO al senso civico

Prima della partita contro l’Italia, aveva toccato, nel corso degli Europei, 58 volte il pallone. C’è stato qualcuno, spero un software altrimenti piango per l’omino contatocchi di pallone, che ha verificato quante volte il trentaquattrenne capelluto calciatore svedese da 18 milioni di euro ha urtato col suo piedino d’oro, conservato in preziosi scarpini, la sfera di cuoio. Per giorni e giorni non si è parlato d’altro. “Una squadra contro Ibrahimovic”, Zlatan di qua, Zlatan di là (tant’è che adesso, come si può constatare, lo conosco pure io che prima ne ignoravo l’esistenza e non per questo consideravo la mia vita mancante di qualcosa). Poi l’illustre giocatore di pallone ha fatto un flop e, passata l’apprensione per il match, si pensa allo stato psicologico e fisico dei nostri eroi azzurri, a come trascorrono le giornate e a quanto tempo passano coi familiari. Nel frattempo, ma per gli italiani in confronto son bazzecole, dobbiamo versare la prima rata dell’IMU (per l’unica casa che possiedo, ma dove non abito, pago solo adesso 456 euro); chi, per miracolo, va in pensione o scappa all’estero o si suicida; gli studi di settore distruggono le aziende; procede una riforma scolastica che è la fine della scuola pubblica; per sottoporsi ad esami diagnostici o fai mesi di fila o paghi fior di quattrini…o magari muori prima,giusto per dirne qualcuna. Gli italiani si ricorderanno di amare il Paese ed accoglieranno, più di quanto abbiano fatto quando sono stati esortati a partecipare ad elezioni e referendum, l’invito del Mister Conti ad indossare qualcosa di azzurro. Vedremo azzurro negli stadi, nei balconi delle case, nei social. Io, in un simile contesto, invece la vedo nera…

europei

“La mia vita…ed altri difetti”

La famiglia è quasi sempre un’arma a doppio taglio: se da un lato ti assicura un senso di appartenenza, dall’altro può forgiare il tuo carattere verso direzioni a te non congeniali. Credo sia successo anche a me…
Nata in un piccolo paese della Sicilia, sono figlia di una insegnante e di un impiegato comunale e giornalista. I miei, da quello che ho sempre saputo, si sono conosciuti, innamorati e si sono amati fino a che papà non è arrivato alla fine dei suoi giorni.
Prima di me hanno messo al mondo mio fratello e, dopo quattro anni sono nata io, la femminuccia che desideravano.
La mia famiglia è stata talmente “normale” che non abbiamo neanche smentito uno dei più tipici schemi psicologici: mio fratello è stato il “cocco di mamma”, io ho sempre avuto una particolare affinità, totalmente ricambiata, con papà, coltivando un complesso di Edipo che me lo ha fatto considerare il mio “uomo ideale”.
Con lui ho condiviso tutto: l’esagerata passione per la lettura, l’amore per la musica, il piacere di guardare un buon film o una divertente opera teatrale. Secondo la consuetudine più assoluta ci siamo spesso scontrati e talvolta lui riusciva ad essere abbastanza spiacevole e severo con me, ma, in ogni caso, mi ha sempre indicato quale fosse la via giusta da seguire e da percorrere. Me l’ha consigliata e forse inconsciamente “imposta”, creando in me  gravissimi sensi di colpa se e quando non ero in grado di seguire quelli che apparivano come semplici suggerimenti o avvertimenti.
Mia madre mi  ha cresciuta come la brava “donna di casa”, insegnandomi a svolgere le faccende domestiche, a cucinare, a lavorare ai ferri, all’uncinetto e a ricamare. E almeno in queste cose, me lo concedo dando spazio forse  alla competitività seppure mista ad emulazione, ho superato la mia maestra. L’ho sempre ammirata per il modo in cui svolgeva il suo lavoro di insegnante, tanto che oggi anche io lavoro coi bimbi della scuola primaria.

Mio fratello e il rapporto che è intercorso fra noi due, merita altrettanta attenzione e considerazione. Se io ho cercato di seguire le regole imposte da mio padre, lui è sempre stato il ribelle della famiglia, quello che sembrava trovasse estremo piacere nel trasgredire, quasi avesse una naturale propensione ad essere sovversivo e a deludere le aspettative. Quasi sempre mi assumevo l’onere di coprirlo quando ne combinava qualcuna delle sue, non avendo però in cambio la stessa cortesia: se facevo qualcosa di nascosto dai miei e lui lo scopriva, dovevo pagare il suo silenzio con moneta sonante.
Il suo hobby preferito era leggere in bagno il mio diario segreto (quale ragazzetta di quei tempi non aveva uno?) e poi minacciava di riferire parola per parola ai miei genitori se non avessi rimpinguato il suo portafogli. Devo riconoscergli comunque un fiuto da segugio, perché, nonostante io lo nascondessi nei posti più impensati, riusciva sempre a scovarlo con una abilità che ancora mi inquieta.
A volte, mi vendicavo in maniera anche crudele, come quando gli ho fatto un occhio nero durante una litigata, lanciandogli uno stivale. Però, mi si spezzava il cuore quando i miei lo punivano per le sue “ragazzate” o quando tornava a casa dopo aver alzato un po’ troppo il gomito  e piangeva perché, probabilmente vedendo doppio, diceva “Vi prego, no! Già una sorella è tanto, due sono troppe!”
Sarà stata anche la sua indisciplinatezza che mi ha portato ad assumere il ruolo della brava figlia (a qualcuno doveva pur toccare!). Perciò andavo bene a scuola, rispettavo gli orari se e quando uscivo, frequentavo le amiche “giuste” e mi sforzavo di essere ubbidiente. E fino ad un certo punto ci sono perfino riuscita.
Noi eravamo il tipo di famiglia in cui si andava a fare la spesa tutti insieme, per Natale ci si spostava nella città più vicina a fare incetta di dolciumi di cui io e papà andavamo matti, in cui c’era un totale e assoluto rispetto delle regole sociali, un limite netto fra cosa fosse corretto e non corretto fare.
Così, ho cercato di imparare dai miei genitori le cose migliori: l’onestà, il senso del dovere, il piacere e la necessità di stare con gli altri e soprattutto di rispettarli, l’importanza dell’amicizia.
In più casi, poi, questi preziosi insegnamenti si sono scontrati, nel corso della vita, con situazioni e persone che li hanno messi a dura prova, ma ancora non mi abbandona il bisogno di dimostrare di essere all’altezza di un modello forse troppo ideale per essere realizzato.
I miei hanno apparentemente sempre rispettato le mie scelte, anche se spesso non le hanno approvate, e mi hanno sempre dato la giusta dose di libertà, seppure nei limiti che mio padre, con osservazioni sia dirette che indirette, imponeva. Papà era il tipo di uomo per cui esistevano le “convenzioni” e contro quelle non si sarebbe mai dovuti andare per nessun motivo. Le sue affermazioni, asserite con massima convinzione e determinazione, avevano l’effetto di influenzarmi considerevolmente, e, proprio perché volevo e dovevo essere la “cocca” di papà, non avrei mai potuto, neanche una volta cresciuta, tradire quelli che più che insegnamenti mi sembravano regole che non potevano essere trasgredite.
Anche per questo sono cresciuta accompagnata da una serie di piccoli e grandi tabù che solo col tempo sono riuscita in parte a superare. Nella mia famiglia non si è mai, per esempio, toccato l’argomento “sesso”. Tutto quello che ho saputo, nel corso degli anni, l’ho scoperto da sola. Perfino che alle donne, ad una certa età toccava l’esperienza del ciclo mestruale. Nessuno in famiglia mi aveva detto che prima o poi mi sarebbe accaduta questa “cosa” ed è stato solo grazie ad una amica più precoce di me se non mi è venuto un coccolone quando ho fatto quella scoperta un sabato pomeriggio di febbraio del 1981. E non solo: neanche dopo aver constatato quanto era avvenuto, mia madre ha avvertito la necessità di spiegarmi perché e cosa stesse capitando e, per giunta, convinta che 10 anni fossero troppo pochi e quindi pensando ad un fatto occasionale, non mi fece indossare nemmeno un normalissimo e per niente scandaloso assorbente ma, cosa che ancora non mi spiego e non giustifico, mi diede del cotone idrofilo che mi regalò, quando qualche ora dopo lo tolsi, delle sensazioni non proprio piacevoli. Quell’avvenimento, poi, provocò quella che fu per me una grande perdita. Inspiegabilmente papà smise di abbracciarmi e coccolarmi come faceva prima: i momenti di contatto fisico, per noi, divennero quasi “proibiti”. Me ne accorsi lentamente, col tempo e mi parve una ingiustizia incomprensibile. Ero o no sempre sua figlia? Perché non potevamo fare quello che facevamo quando ero ancora bambina? Infondo, ciclo a parte, lo ero ancora: avevo solo 10 anni e un abbraccio del mio papà era per me rigenerante. Ma ancora una volta, per via della stima e della fiducia che avevo in mio padre, ho pensato che fosse giusto così e che di sicuro c’era una buona ragione se aveva deciso di comportarsi in quel modo.

A casa mia non si andava in giro se non vestiti di tutto punto. Il massimo dell’intimità era vedersi in pigiama e certi argomenti, così come ogni parola che fosse anche solo considerata poco conveniente, erano assolutamente banditi dalle nostre conversazioni. La prima volta che ebbi modo di abbandonare immagini alquanto fantasiose e vidi un organo sessuale maschile fu quando tornando da scuola, a circa 12 anni, un tizio pensò bene di stare con il suo affare al vento in un garage con la saracinesca abbassata esattamente fino a quel punto lì. Se lo avessi detto a casa probabilmente avremmo potuto ritornare sul posto e cercare di identificare il pazzo che aveva deciso di “iniziarmi” a questa visione in modo alquanto traumatico, ma l’idea di raccontare a qualcuno quello era che era successo era lontana da me anni luce: come avrei potuto mai affrontare l’argomento? Come lo avrei chiamato? “Coso?” “Attrezzo”? No, meglio lasciar perdere!!!
Perfino quando papà mi avviò all’ascolto del grande Fabrizio De André lo fece a modo suo, descrivendomi un uomo che non era un semplice cantante, ma un magnifico poeta, facendo insorgere in me la voglia, il desiderio di conoscere lui e le sue opere, ma abbandonandomi all’ascolto per non sentire l’imbarazzo di quelle che mio padre avrebbe definito “parolacce”, e rimandando ad un secondo momento il commento delle canzoni e dei testi.
Quando cominciai ad ascoltare le canzoni del grande Faber, proposi a papà una mia riflessione: avevo notato che i temi maggiormente trattati dall’autore erano secondo me tre: Dio, la Morte, le Puttane. Papà, con quella espressione insieme severa ed imbarazzata (stringeva in modo singolare le labbra, in questi casi) mi disse che era meglio che le chiamassi “prostitute”. Così ho imparato il significato di “eufemismo”: posso dirti anche che sei un “cazzone” ma riesco a farlo con le parole giuste, quelle che non ti invogliano alla querela. E devo ammettere che questo, nella vita, spesso, mi è stato parecchio utile.

Mio padre non mi ha insegnato, come spesso banalmente si tende a pensare, credere e dire, che conta più la sostanza che la forma. Lui mi ha insegnato che contano entrambe. Ci deve essere sostanza contenuta nella giusta forma.
Una delle mie più belle sensazioni era sentirmi circondata dall’invidia delle mie amiche per la famiglia che avevo e per il rapporto che c’era fra me e papà e mamma. Eravamo, o almeno così apparivamo, una famiglia perfetta: due genitori inseparabili che fino a giorni prima che papà lasciasse questo mondo, dopo quarantatrè anni di matrimonio, camminavano ancora abbracciati per strada come gli innamoratini di Peynet; un padre stimato e ammirato in tutto il paese che mi adorava e che adoravo; una madre-amica a cui confidare dubbi e segreti.
Sarà per questo che a volte, vorrei  tornare indietro, rintanarmi nella serenità e nella “sicurezza” della mia infanzia, rinchiudermi nel guscio protettivo che è stata per me la mia famiglia. In sostanza,vorrei non essere mai cresciuta, perché è enormemente più facile rimanere bambini fra le braccia di mamma e papà, sentirsi sempre “figli”, piuttosto che affrontare la vita ed assumersi le proprie responsabilità.

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