Siamo donne. Oltre le quote rosa c’è di più.

Conosco una donna, che non me ne voglia se la prendo ad esempio, che nella vita ne ha fatta di strada. È la mia ginecologa. Suppongo che abbia studiato, si sia data da fare, e oggi si è fatta un nome e una posizione. Gira il mondo, parla l’inglese, l’italiano, il tedesco, il russo, il francese e lo spagnolo. È responsabile di diversi gruppi medici e ogni giorno cerca di salvare le donne da malattie e sofferenza. È riuscita pure a metter su famiglia e sembrerebbe anche con successo, dato il figlio è stato premiato per le sue ricerche “sull’impiego delle nanotecnologie nella lotta contro tumori della pelle e melanoma”, che non so esattamente che cosa significhi ma sembra una cosa davvero importante.  Non credo si trovi dov’è, la mia dottoressa, perché ha goduto di privilegi di alcun genere legati al fatto di essere donna. Ha delle qualità, le ha sapute sfruttare, certamente ne ha avuto la possibilità ed ha avuto successo.

Nel mondo politico esistono le quote rosa. Se vado a votare mi obbligano, per tutelare la parità di genere, ad esprimere la preferenza, almeno una delle due che ho disponibili, per una donna. Se non voglio, posso scrivere solo un nome. Non importa se quella persona è valida, se è intelligente, se merita, se è degna di fiducia. La cosa importante è che sia dotata di “patatina” (o fiorellino, o farfallina o come pare a voi).

Io trovo che le quote rosa siano la discriminazione più mortificante per le donne e ritengo che è umiliante che un Paese ne abbia bisogno. Trovo avvilente che una donna debba ricoprire una carica non perché è valida, o almeno non solo per quello, ma perché lo impone una legge che, così facendo, ne decreta ufficialmente l’inferiorità. Non credo sia gratificante, per una donna, occupare un posto perché lo vuole la legge. Non credo sia soddisfacente per il “gentil sesso” che nello stilare le liste elettorali si vada elemosinando la presenza femminile solo perché, altrimenti, mancherebbero voti o perché si sarebbe “fuori norma”.

Le donne devono avere quel meritano se e quando lo meritano, senza tutele, riguardi, riserve e agevolazioni. Solo allora si potrà parlare di “parità”.

E magari anche quando, all’indomani dell’elezione di una donna per il governo di una città, la questione più importante non sarà se chiamarla “sindaca” o “sindachessa”.

La mia dottoressa ( insieme ad altre donne, per fortuna) dimostra che, seppure può essere arduo e faticoso, non è impossibile.

Siamo donne, oltre le quote rosa c’è di più!

quote-rosa

Un commento su “Siamo donne. Oltre le quote rosa c’è di più.”

Lascia un tuo pensiero!