La stagione dei libri

Quando ero adolescente per me l’estate era la stagione dei libri.

Ci trasferivamo nella nostra casa in campagna, un po’ fuori dal mondo allora, e papà tornava dalla biblioteca comunale carico di romanzi selezionati assieme al suo amico bibliotecario perché fossero adatti ad una ragazzina della mia età.

Quando me li trovavo tutti lì, davanti a me, era difficile decidere da quale iniziare. Mi lasciavo convincere dal titolo e dal risvolto di copertina, non conoscendo né autori né storie, e iniziavo il mio viaggio.

Se il libro mi prendeva, e di solito lo faceva, non me ne staccavo più. Mi svegliavo al mattino con gli occhi gonfi per la nottata passata a leggere e facevo colazione col libro ancora aperto ed era una violenza per me staccarmene per aiutare mia madre nelle faccende di casa.

Durante il pomeriggio, dopo una pausa per guardare in tv una di quelle commedie americane che trasmettevano in quel periodo e che io adoravo, quelle con Sandra Dee, Frank Sinatra, Bing Crosby, Grace Kelly, riprendevo la lettura.

Era un rituale che svolgevo sempre allo stesso modo: dopo la fine del film, intorno alle 17, tagliavo per il lungo un panino morbido, strofinavo su entrambe le parti uno dei pomodori che ci regalava il contadino vicino di casa, “u zù Cicciu”, mettevo un po’ di sale, l’origano, qualche fettina di Galbanino e col panino in mano e il libro sottobraccio andavo a sedermi in veranda, sul dondolo, e mi rimmergevo fra le pagine stampate, sbocconcellando la mia merenda.

Non è così semplice per me spiegare che cosa volesse dire perdermi nelle storie che leggevo.

Vedevo con la mente luoghi e situazioni, immaginavo i personaggi, mi innamoravo di loro, delle loro storie e per tutto il tempo della lettura mi estraniavo dal mio mondo, in quel periodo popolato di poche cose data l’assenza di telefoni, pc e altre distrazioni più moderne, e mi trasferivo con la mente, ma addirittura quasi anche fisicamente, nel luogo e nel tempo che l’autore del libro mi stava raccontando.

Sì, perché la sensazione che avevo era che quella storia io la possedessi, che fosse scritta per me, che solo io potessi conoscere i protagonisti, le loro vite, le loro avventure, perfino le loro case e i posti in cui si svolgeva la storia.

A pensarci adesso, in realtà, la bellezza della lettura è proprio questa: avere un rapporto singolare, intimo, personale e unico con la storia che si sta conoscendo e coi personaggi che la vivono. Nessuno, credo, pur leggendo lo stesso libro lo vive allo stesso modo di un altro. Nessuno immagina il protagonista con le stesse identiche caratteristiche di un altro lettore, perché, per quanto precise possano essere le descrizioni, ognuno ci mette qualcosa di sé, ci aggiunge qualcosa che è assolutamente personale: un particolare, un modo di muoversi, un gesto caratteristico.

Spesso i miei dovevano richiamarmi con fermezza per riportarmi alla realtà e alle cose pratiche da fare e che io in quel momento odiavo con tutta me stessa: apparecchiare la tavola, tagliare l’insalata, friggere le melanzane (cosa che ho sempre odiato a prescindere) o andare a trovare i parenti.

In verità, quando andavo da mia zia Carmela non era tanto sgradevole. E non solo per la buona compagnia.

Mia zia, come me, dedicava l’estate alla lettura e, come me, aspettava che il genero le portasse i libri dalla biblioteca. Ne faceva una pila che teneva sul tavolino di vimini davanti alla poltrona dove si sedeva e quando io arrivavo mi mettevo lì a guardarli ad uno ad uno e a parlare con lei di quale le fosse piaciuto di più e di quale mi consigliasse, così che potessimo scambiarcene qualcuno prima di riportarlo indietro.

Quando sono cresciuta ho liberato mio padre dall’incombenza di scegliere per me i libri che potessero piacermi di più e andavo da sola a trovare quelli giusti per me. Non ci azzeccavo sempre, qualcuno mi deludeva pure, ma il piacere di perdersi in messo quegli scaffali a spulciare testo dopo testo fino a trovare quello che mi intrigava di più era un piacere non inferiore a quello di tuffarmici dentro, in seguito, al libro.

Proprio per quella mania di vivere e immaginare le storie a modo mio, adesso i libri li compro. In genere, tranne quando proprio non riesco ad entrare nella trama o nel modo di scrivere dell’autore, o quando non riesco a prendere in simpatia un personaggio, per me separarmi fisicamente dal un libro è sempre una violenza. Li voglio tutti lì, nella mia libreria, pronti ad essere ripresi e riletti se e quando mi ritorna la voglia.

Di alcuni, spesso, dimentico i particolari, quindi ogni volta che torno a trovarli rivivo la storia in modo nuovo.

Mi è pure successo che un libro che mi ha entusiasmato senza limite in un dato momento della mia vita, lo ho trovato noioso e poco gradevole quando l’ho riletto a distanza di tempo. E questo dimostra che nel libro, al di là dell’oggettività della storia e della scrittura, si cerca sempre qualcosa di personale che dipende anche da come stiamo, da come siamo, da come e cosa viviamo in un determinato momento.

Per questo il libro, come dicevo ad un amico recentemente, è come un profumo. Non solo la scelta è molto personale, ma cambia in base alla pelle che lo indossa.

Spesso ho provato a convincere gente che non ha mai amato la lettura ad appassionarsi ai libri. Ne sono uscita sconfitta. Perché non c’è nulla da fare: è una attività che o ti piace o non puoi fartela piacere a tutti i costi. Sono convinta che chi non legge si perda molto. Ma tanta gente è convinta che io perda molto nel rifiutarmi di giocare a Burraco o di guardare i film di Harry Potter.

Del resto anche fra noi lettori siamo un po’ intolleranti l’uno con l’altro. Io non capisco chi legge Saviano, che io non riuscirei a mandar giù neanche endovena, e mi viene l’orticaria se penso alla gente che ha letto Le 50 sfumature di tutti quei colori là, mentre altri non capiscono come mai io non abbia in casa un libro di Pennac, mancanza alla quale spero comunque di porre rimedio, o perché non riesca a leggere Camilleri pur essendo siciliana e mi sia sorbita quasi tutti i libri di Paulo Coelho (cosa questa che da Brida in poi ho deciso di non fare più).

Sul perché ad alcuni piaccia leggere se ne sono dette tante.

C’è chi dice che si legge per vivere tante vite, chi sostiene che leggendo si dimenticano i dolori e chi che leggere fa rimanere giovani.

Io non so perché “si legge”. So che io leggo perché non sento più i piedi poggiati a terra. Ed è una sensazione fantastica.

libri

Il dolore -Jack Folla-

Il dolore è come il postino, suona sempre due volte.
Nel mio caso è un postino suonato, un postino suonato che suona una terza volta anche vent’anni dopo.
Com’è che diciamo in questi casi? Sono un po’ esaurito?
Sai come direi io in questi casi fratello? Sono un po’ all’inizio, è il Jack vecchio che è esaurito.
No, io piango solo e sempre quando sto per cambiare pelle, quando sto per evadere, quando credo di essere sul punto di morire che puntualmente corrisponde al punto di rinascere.
E ieri il postino ha suonato per la terza volta.
Mi ha consegnato un pacco di dolori vecchi e se ne è andato.
Che vuol dire “dolori vecchi”?
Che il postino del dolore suona subito, e poi ripassa.
Quella è la volta che piangi sul serio.
La prima è d’obbligo, muore tua madre, perdi un figlio in un incidente, hai una malattia, o vieni licenziato.
Il postino suona, ti consegna il pacco, chiudi la porta, lo apri: piangi.
Sembra finita lì, invece non è neppure incominciata.
O meglio, quello è il primo movimento della sinfonia che porterà, magari dopo qualche anno di musica, al gran finale.
Il dolore è sempre una grandissima scoperta.
Molti malati stanno ascoltandomi in questo momento e sanno di cosa parlo.
Solo grazie – si fa per dire, passatemela – solo grazie ad un tumore hanno scoperto di avere un corpo.
Prima avere un pancreas, un cervello sano o un fegato, due polmoni, era acquisito come un diritto.

Non so, come l’articolo 18.
Di più, visto i giochini che ci stanno facendo sopra.
Come la Costituzione?
Anche quella la vedo messa male.
Di più, come guardare gli alberi.
È naturale che tu guardi gli alberi o il mare.
Così naturale che pur guardandoli non ti accorgi della loro esistenza.
Ossia che essi – alberi o mare – sono, e sono fatti per te.
Passa una petroliera e scarica in mare una lunga, terribile onda nera, come un cancro.
Solo ora tu cominci ad avere percezione del mare.
Solo ora, perché lo stai perdendo.
Con la malattia è uguale, così con i lutti.
I tuoi genitori se ne vanno.
Tua moglie o il tuo ragazzo muoiono.
All’inizio è un dolore fulgente, come una stella, una stella nera.
Poi ricominci a vivere senza, ricominci a guardare il cielo stellato, con un buco nero che sai, ma ancora non sai quanto lo sai.
Infine il postino ritorna.
È la consegna dell’atto finale.
Di colpo il firmamento è un buio.
Lo sapevi già di non avere più tuo padre o tua moglie o tuo figlio.
Eccome se lo sapevi! Anche di aver perduto l’amore di quella donna, lo sapevi da due anni.
Lei è viva, ma non ti vuole più.
E tu stai già con un’altra.
E invece, il postino ritorna.
Consegna il pacco di lacrime vecchie, esce.
Lo apri, sai già tutto questa volta.
Invece qui, ora, dopo magari qualche anno dall’evento, lo fai tuo, completamente, ineluttabilmente.
E scoppi in un pianto disperato, irrefrenabile, infinito.
È proprio il tuo corpo che piange, tu non puoi proprio farci niente.
Puoi solo assecondarlo, lasciarti trascinare come un tronco da questo fiume in piena.
Questo, che ti sembra il tuo punto di morte, la tua notte più orribile, è invece l’annuncio dell’alba, il punto di fuga della vita, la rinascita, il sole, la liberazione.
Beh, così per la cronaca di un latitante, per me è stato ieri.
Ho pianto la morte di mia madre, che, nelle ultime ore, parlava come una bambina e le sembrava di stare aspettando il treno che da Napoli la portava, a sei anni, alla spiaggia di Torre del Greco.
E da quella stanza sul Tevere per malati terminali credeva di essere davanti al mare di Napoli.
Ho pianto anche io; ho pianto per voi, ho pianto per me, ho pianto per Gerusalemme e l’Afghanistan.
Ho pianto coi nervi urlanti, scoperti come sono solo i dolori primari, e non quelli inutili che ci creiamo per sopravvivere.
Ho pianto per le due torri, per Israele senza pace, per te che mi scrivi “Non lasciarmi” ed io che ti vorrei gridare “Non lasciarmi tu”, viso che non conosco, labbra di cui non so il suono.
Ha pianto tutti i bimbi senza padre, tutti gli animali abbandonati, tutti gli sguardi innocenti della terra.
Non so che mi ha preso, ma non ero esaurito, né impaurito, né stanco.
Non avevo difese, questo sì, perché ho accettato da tempo di non averne.
Non esistono difese alla vita e alla morte, sono palle.
La vita e la morte fanno di noi quello che vogliono, l’unica carta che possiamo giocare è stabilire che cosa noi vogliamo dalla vita e dalla morte.
E questo io l’ho già scelto da bambino.
Tutta la luce e tutto il buio che potessi sopportare! E allora devi accogliere e devi reggere.
Accogliere e reggere, solo questo puoi fare.
E la felicità e il dolore ti porteranno su e giù come gli oceani le navi.
E il dolore t’insegnerà ogni volta a contenere ancora più oceano, e il tuo pianto non lo tratterrà, lo restituirà, finché sarai parte di un unico respiro e imparerai a raccordarti col fiato lungo delle maree.
È qui che credi di morire.
Mentre è qui che – se sei riuscito a reggere tutte le bordate senza colare a picco – comincia la vera vita.
Perché resistere alla morte non serve a nulla.
A niente servono i lifting, le bugie, i colpi di testa, i viaggi del miracolo.
A niente serve resistere se non impari anche ad assecondare.
“E come si impara questo Jack?”
Non lo so, accogliendo il dolore degli altri, per me è così.
La mia bussola siete solo voi.
Chi soffre più di me (e c’è sempre, purtroppo) lui è il mio medico.
Gli altri.
Tutto quello che ho (e non è poco) l’ho sempre ricavato per sottrazione, guardando chi aveva molto di meno.
Solo questo è l’amore che torna: l’amore che dai.

hqdefault

 

 

Questo amore

Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore cosí bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
È tuo
È mio
È stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l’estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
il nostro amore è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria

Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l’ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.

(Jacques Prevert)

prevert

 

L’altra parte di me

E poi, quando sembrava che avessi ripreso finalmente per mano la mia vita, è arrivata Lei.

In realtà non è arrivata. Lei c’è sempre stata. E neanche tanto in silenzio: c’era e si faceva sentire, solo che io non la conoscevo e non la riconoscevo, e insieme a me tutti quelli che mi vivevano intorno.

Se cerco di ricordare un momento in cui ha cominciato a farsi notare, se proprio devo trovare un inizio, mi viene in mente una mozzarella. Una mozzarella a cena e dolori atroci allo stomaco.

Ho sempre evitato di “personalizzarla”, di riconoscerle un modo di essere o delle caratteristiche “umane”. Ma se provassi a farlo me la immaginerei sogghignante, come quando ci si prende gioco di qualcuno e non si viene scoperti.

Ha sogghignato quella sera e ha continuato a sogghignare quando, ad ogni ciclo mestruale ero costretta a chiamare qualcuno quando ero a scuola, per portarmi a casa, perché stavo piegata sul banco fra l’incredulità di compagni e professori, i quali, questi ultimi, nonostante fossi una brava studentessa, propendevano più a credere che non conoscessi la lezione che a pensare che stessi veramente male.

La immagino a ridere di me quando rotolavo per terra, cercando conforto in qualche posizione che potesse darmi sollievo, quando avevo la sensazione che ci fosse dentro di me qualcosa che tentava di strapparmi con violenza i miei organi interni e tutti intorno a me dicevano che era normale che una donna soffrisse durante il ciclo.

Quando non potevo uscire di casa perché “avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto male”, quando non ho potuto partecipare al matrimonio della mia amica perché dalla mia vescica non usciva pipì ma sangue.

Quando ho rinunciato ad andare a ballare la sera di quel Carnevale in cui dovevo mascherarmi, quando ero paralizzata dalla paura se il mio uomo mi chiedeva di “scambiarci tenerezze” per i dolori che sapevo avrei sentito.

Ha riso di me e poi di chi avrebbe dovuto aiutarmi. Per i medici ero semplicemente un po’ “svitata”, stressata, poi esaurita, a volte (troppo spesso) esagerata. Avere la sensazione di non avere, per così dire, le idee chiare sulla vita è un conto. Sapere di avere subito dei traumi e cercare di superarli, si può accettare. Sentirsi dire da professionisti di essere talmente matta da condizionare il tuo corpo, da fargli così male, seppure inconsapevolmente, e condizionare così negativamente la tua vita, è un altro.

Ma così dicevano, anche quando, dopo aver iniziato a togliere qualcosa, per esempio l’ appendice, continuavo ad andarmene in giro, con i miei 40 Kg, con tanta fame e tanto dolore.

In realtà ad un certo punto si è manifestata: ben sette centimetri e mezzo di “qualcosa” dentro la mia pancia. Ma nessuno dei medici che l’hanno vista le hanno saputo dare un nome o hanno saputo incatenare i suoi artigli, arrestare la sua corsa per farsi spazio dentro di me. Alcuni se ne sono addirittura fregati, in barba ad Ippocrate e ad un giuramento evidentemente fatto solo come formalità necessaria.

E grazie a loro, lei ha provato ad uccidermi. Se sto qui adesso a raccontarlo è chiaro che non ce l’ha fatta. Ma ha espletato il suo compito in maniera comunque egregia, se mi ha regalato una vita di dolore (che non smette e non smetterà), se mi ha portato parecchie volte nel freddo delle sale operatorie, se mi ha tolto la possibilità di essere madre, di fare una passeggiata senza pensieri, di fare una corsetta rilassante, se adesso sto a sventolarmi anzitempo come una forsennata per via delle vampate o a prendere goccine contro gli sbalzi d’umore, giusto per dire qualcosa.

Non mi hanno chiesto scusa, quei medici, neanche quando l’errore è stato palese. Così come non mi hanno chiesto scusa tutte le persone, la maggior parte donne, che non solo non hanno creduto alla mia sofferenza, ma mi hanno pure accusata, umiliata, insultata.

Fino a prima di conoscere lei pensavo che la malattia non poteva essere una condizione permanente: o si guarisce o ti uccide. Invece, mio malgrado, ho dovuto accettare che si può essere ammalati “da sempre e per sempre”, perché esistono quelle malattie che nascono con te, che ti accompagnano per il corso della vita finchè, magari qualcosa che va male o un qualsiasi altro motivo ti porta alla fine dei tuoi giorni. Sono le malattie croniche, quelle che ce l’hai e non ne puoi guarire. Non è che prima non conoscessi esempi di queste malattie, ma non ci facevo caso e soprattutto ero convinta che riguardassero solo “quei poveretti” sulla sedia a rotelle, i diabetici e non so chi altro, perché, probabilmente, anche io giravo la testa di fronte a queste cose.

Io non ho mai avuto né ho vergogna della mia malattia, ma ho un’unica grande resistenza: pronunciare il suo nome. Perché quando la chiamo col suo nome gli altri mi guardano come se un punto interrogativo gli si stampasse sul volto e, nei casi più fortunati, se mi dicono “questa cosa da qualche parte l’ho già sentita”, ho la ormai sperimentata certezza che ne hanno solo una vaga idea.

Lei è una parte di me, ma non è me.

Io sono IO.

Lei è l’ENDOMETRIOSI.

http://www.marisacalvitto.it/2016/07/11/una-cosa-spiacevole/

(Ph Noell Oszvald)

endometriosi

Può essere felicità…

Quando scatti una foto perché mi trovi bella.

Quando mi dici che sono irresistibile se, mentre leggo o guardo la tv, mi arrotolo un ciuffo di capelli intorno al dito. Ogni volta che mi svegli con un bacio al mattino e corri a abbracciarmi quando torni a casa dal lavoro.

Quando mi chiedi della mia giornata, spegni la tv mentre ti racconto e mi ascolti quando ti parlo delle mie paure e ti rivelo i miei pensieri.

Quando non sei con me e mi fai sapere che mi pensi e che mi ami anche solo con un messaggio e anche se non ti importa dell’ultimo libro che ho letto ti interessi alle emozioni che mi ha provocato.

Tutte le volte che mi chiedi se sono stanca e cambi tu il sacchetto della spazzatura.

Quando mi sorprendi con un abbraccio mentre svolgo le faccende di casa e mi dici che sei felice e grato per quello che faccio per te.

Ogni volta che mi porti un fiore e metti i tuoi panni sporchi dentro il cesto senza che sia costretta a farlo io.

Quando riesci ad essere tollerante anche se sono insopportabile e mi si accavallano pensieri e sentimenti.

Quando mi dici che sto bene pure senza trucco e mi fai sentire ammirata se indosso il vestito che ho comprato apposta per te.

Se ti vedo orgoglioso di avermi al tuo fianco quando andiamo in giro, come se fossi il dono più prezioso che ti ha fatto la vita.

Quando mi fai sentire la parte più importante della tua esistenza, ogni giorno, ogni attimo, ogni istante, penso che la mia vita mi ha chiesto perdono nel modo migliore da quando mi ha fatto incontrare te.

E può essere felicità!

felicitààà

 

Lo Stato, la scuola e la…”Maleducazione”….

Devo semplicemente trovare un sistema. Devo solo capire come fare a scordare tutto quello che ho imparato sull’educazione e sulla scuola. Devo scordarmi di Socrate, di Aristotele, di Comenio, per partire proprio da lontano, e cominciare a convincermi che tutto quello su cui si basa la mia formazione di insegnante sono inutili fandonie.

Tranne una: l’educazione dipende dal contesto sociale e dal periodo storico e tende a formare l’uomo che “serve” alla società in un dato momento. Quindi ogni società mette in atto un sistema educativo che è “utile” e qualsiasi riflessione pedagogica deve tener conto degli ideali, delle esigenze del tempo e ha senso solo se risponde ai bisogni e ai problemi di una determinata società.

O di un determinato regime.

Non sono certo la prima a sostenere che, attraverso quel che il sistema dominante pretende dalla scuola, si può capire che tipo di Governo si stia vivendo.

La storia ci insegna che i governi totalitari temono la cultura; temono l’educazione intesa come attività orientata a favorire lo sviluppo della persona, mirata a far risaltare ed affermare il valore dell’uomo, a potenziare le capacità offertagli dalla natura grazie ad interventi consapevoli e finalizzati.

Se educare vuol dire aiutare i soggetti a costruire in maniera autonoma, cosciente e responsabile, logiche di vita in cui credere, se vuol dire dotare il soggetto degli strumenti di lettura e comprensione della realtà, il “regime” che ha necessità di governare senza azioni realmente democratiche deve impedire in qualche modo che una formazione pensata in questo modo venga posta in essere.

Allora mette in atto una serie di strategie che possano far deviare il percorso formativo verso mete e fini più utili e congeniali.

Ecco, a me pare che stia succedendo esattamente questo.

La riforma della “Buona Scuola”, così tanto osteggiata, non ha fatto e non fa altro che distrarre gli insegnanti da quelli che dovrebbero essere gli obiettivi del processo formativo e, mentre questi cercano di difendere i loro diritti, ma proprio i diritti che sono alla base della libertà del lavoratore, lo Stato ne pone altri che poco si confanno a quelli per cui questi docenti sono stati formati.

Entrare in disquisizioni pedagogiche non è neanche necessario. Basta vedere quel che sta succedendo in questi giorni. Docenti che attendono una sede, che vedono il destino loro e delle loro famiglie attaccato ad un filo, alla discrezionalità di chi se ne sta col suo nobile deretano appoggiato sulla comoda poltrona del potere. Altri che, a ruota, aspettano di sapere se potranno finalmente accedere al posto fisso (ma fisso in che senso, se già stanno preparando una legge che permette il licenziamento in caso di esubero?)  e ancora altri che, dopo che avranno sistemato anche chi non ha lavorato un solo giorno, coi loro anni di servizio sul groppone attendono di sapere se avranno ottenuto o meno un posticino, seppure in maniera provvisoria, vicino a casa e ai propri cari.

Secondo la tabella di marcia (e stiamo vedendo quanto questa sia fallace) tutte queste operazioni dovrebbero concludersi a fine settembre per il personale di ruolo e ad ottobre per eventuali supplenze annuali. Praticamene si arriva quasi a natale senza che sia possibile assicurare agli alunni presenze stabili, figure che iniziano un percorso con loro certe di portarlo a termine. Anzi, in molti casi, non ce ne saranno proprio di figure, se non quella per così dire “magra” che stanno facendo i nostri governanti.

Arriveremo a scuola, se ci arriveremo (in che scuola non è dato saperlo) già stanchi, sfiancati, stressati e distrutti. Ce ne vorrà per recuperare le forze e iniziare a mettere in pratica quei sani principi e quei percorsi educativi che sappiamo (ma lo sappiamo solo noi docenti) essere necessari per formare “uomini e cittadini”. Anche perché, una volta che avremo una sede, dovremo iniziare un’altra battaglia. Dovremo dimostrare ai nostri Presidi di essere tanto bravi, affidabili e disponibili. Dovremo impiegare le nostre energie per inventare modi e maniere per apparire indispensabili, così da non essere costretti a ricominciare pellegrinaggi da una scuola ad un’altra. Questo a discapito anche dei colleghi che infondo non sono così male, ma si sa..”mors tua vita mea”. Quello che avverrà nelle classi, in un simile contesto, non importerà a nessuno. E ci ritroveremo, fra qualche anno, con un popolo di deficienti che farà di peggio che andare a cercare animaletti virtuali con il naso attaccato allo schermo di un telefonino…..

scuola

 

Arriva sempre il momento in cui dici “Basta”.

Basta. Arriva sempre il momento in cui dici “basta”. Quando hai dato tanto senza ricevere, quando il tuo bene è andato ad infrangersi contro un muro di egoismo e di esasperato individualismo, di meschina incapacità di amare, capisci che è arrivato il momento di prendere il coraggio a due mani e farla finita.

Per quanto tu sappia che è l’unica scelta possibile, non è mai indolore, soprattutto quando hai piena cognizione che non tornerai indietro. Non può essere facile, e non lo è mai, buttare tanti anni alle ortiche, sentire il senso di totale fallimento, chiederti perché ci hai messo tanto tempo a capire, avere coscienza che quegli anni di abnegazione non ti potranno essere restituiti.

All’improvviso tutti i momenti vissuti con lui ti si presentano davanti anche coi loro lati oscuri, come se dentro di te le immagini che fino a quel momento erano offuscate e confuse acquistassero nitidezza. Inizi a vedere tutto il brutto di quella relazione, dimenticando, se ce ne sono stati, i momenti belli.

Tutto questo provoca un dolore assurdo, come se ti strappassero una parte importante di te, come se qualcuno cancellasse in un sol colpo tutta la vita trascorsa fino a quel momento. Hai rinunciato a tutto per quel rapporto: alla spensieratezza, alla gioia delle esperienze che avresti dovuto fare, a te stessa. E questo ti provoca una rabbia, un astio nei confronti di quell’uomo che ti rende ancora più ferma nel proposito. Determinata, finalmente.

Forse la cosa più difficile è non sapere chi sei e chi avresti potuto essere senza di lui. Non sei mai esistita se non in funzione sua. Che farai da questo punto in poi?

Sai però che la tua è la scelta migliore, l’unica scelta possibile e che non è troppo tardi per impossessarti della tua vita ed avventurarti alla scoperta di te stessa!

Non ne puoi più dei suoi “castighi” ,come fossi una bambina cattiva. E forse è proprio la bambina che è in te, quella a cui lui ha impedito di crescere, che per anni ha accettato le sue punizioni: silenzio, assenze, giorni trascorsi all’angolo.

Anche questa volta vuole punirti. Ma adesso è diverso, tu sei diversa.

La sua reazione è quella che ti aspetti: lacrime, insulti, minacce. E tu piangi, per la rabbia, per il dolore, per la paura, per la delusione, perché lo sforzo di rimanere ferma nella tua decisione ti sfianca.  Continua a ripeterti che se va via adesso non lo rivedrai più. E quando se ne va ti lascia distrutta, svuotata, a chiederti se ce la farai a superare anche quel dolore.

Quello che viene dopo è solo angoscia.  Notte allagata di lacrime, notte in cui tutto il silenzio che hai intorno è presagio della solitudine che ti spaventa più di ogni altra cosa. Perchè quando sei abituata a “vivere in due”, da sola ti senti incompleta, mancante, parziale, insufficiente.

Ti incontri col senso di fallimento, senti il peso delle scelte sbagliate, ti senti nel nulla più totale. E piangi, ancora, disperatamente. Da sola. Perché nessuno, in quel momento, immagina quanto hai bisogno di qualcuno che asciughi le tue lacrime. Magari senza dirti che, infondo, te la sei voluta tu.

Ma a quel punto niente può farti cambiare idea a costo di soffrire, di impazzire. A costo di non farcela.

Dopo aver distrutto i tuoi sogni adesso devi impegnarti nella tua impresa più difficile: ricostruire, dal nulla, la tua vita. Partendo da una te stessa che è interamente sconosciuta. Meravigliosa forse o forse no. Ma scoprirlo è un’avventura che, finalmente, hai la gioia di vivere.

(Photo MatteoMalagutti.com)

basta

Giù la maschera

C’è chi la vita la vive e chi la recita. E chi la vive recitando.

Il personaggio probabilmente ti è stato imposto, tuo malgrado, da chi ti ha formato, ti ha cresciuto e modellato, ma il copione lo scrivi tu.

Porti in scena la tua farsa, in cui falso e reale si confondono, si mischiano, si avvicendano.

 

 “DOBBIAMO RITROVARE LE NOSTRE FACCE ORIGINALI ANZICHE’ INDOSSARE DELLE MASCHERE” (Amma)

 

La maschera che copre il tuo vero volto spesso diventa angusta ed intollerabile anche per te, ti soffoca, ti stringe, ti toglie il respiro e quel che sei in realtà ti fa dimenticare la tua parte, ti porta fuori scena.

Allora appaiono le tue insicurezze, le tue paure, le tue carenze, le tue debolezze, la tua cattiveria, la tua rabbia per essere rinchiuso in un ruolo in cui non ti riconosci, in uno spettacolo in cui tu sei protagonista e tutti gli altri sono solo comparse.

Di passaggio. Troppo di passaggio.

Perché non sei capace di affetti stabili, di amori costanti, di rapporti sinceri. Sei solo incredibilmente, assolutamente, totalmente infelice. Perché la felicità non è euforia improvvisa e costante, non è esaltazione, non sta nelle cose, nel divertimento fugace e passeggero. La felicità è pace interiore, è essere se stessi e il meglio di se stessi, sta nel dare significato alla propria vita.

E dare significato alla propria vita è dare agli altri qualcosa di noi che possa arricchirli, possa fare la differenza, qualcosa che scenda nel loro intimo, nel profondo e non li lasci più.

 

“LA PRIMA CONDIZIONE DELLA FELICITA’ E’ L’ESSER SAGGI.” (Socrate)

 

La tua parte saggia è intontita, svogliata, anestetizzata. Atrofizzata per il disuso.

Dovresti possedere un talento, dovresti riconoscerlo, svilupparlo, avere consapevolezza di quello che sei in realtà. Per farlo avresti necessità di crescere, di evolverti, di ammaestrare l’Ego smisurato e distorto che ti contraddistingue. Smettere di raccontarti storie, di autoattribuirti pacche sulle spalle.

Nessuno è meglio degli altri, ma ognuno potrebbe essere e dare il meglio di sé. Sta in questa incapacità a trovare il meglio di te, in questa tua insicurezza nell’essere te stesso che risiede la tua insoddisfazione; è questo che ti rende una persona irrequieta, fallita, giunta al limite, frustata.

 

“L’UOMO E’ L’UNICO ANIMALE CHE PROVOCA SOFFERENZA AGLI ALTRI SENZA ALTRO SCOPO CHE LA SOFFERENZA COME TALE” (Schopenhauer)

 

La tua insoddisfazione nei confronti di te stesso, il sentirti recluso in un ruolo di cui sai non essere all’altezza, ti spinge a diffondere discordia, dolore, sofferenza.

La verità preme dentro; costretta in uno spazio troppo angusto spinge per venir fuori e più ne senti l’urgenza più ricorri alla menzogna. Perché nel terreno che hai coltivato attecchisce meglio la bugia che l’autenticità. E ti dici che va bene, ma più ti aggrovigli nella ragnatela della falsità, più ti senti asfissiato. Ed impaurito. Perché se si palesasse la trama di inganno che hai costruito, sai che ci rimarresti impigliato e tutto ciò che è stato il tuo mondo diverrebbe sabbia mobile che ti spingerebbe sempre più giù.

Preferisci allora continuare a costruire la tua personale realtà, non importa a discapito di chi, non hai riguardo per le persone coinvolte; anche se sono quelle che dici di amare. Rinchiuso nella tua trappola “parli troppo, ami poco, odi troppo spesso”. Perché nella tua farsa non esiste Amore.

Nemmeno per te stesso.

maschera

Il Tuo Amore

Perché non mi sono mai accorta fino infondo di quanto fosse meraviglioso il Tuo Amore? Eppure Tu ci sei sempre stato, dal primo mio vagito e anche da prima. Sei stato accanto a me in ogni secondo della mia vita, silenzioso a volte, altre dirompente, ma mai prepotente. Mi hai fatto crescere secondo i miei tempi e lasciandomi tutta la libertà di cui avevo bisogno, perfino la libertà di sbagliare, di arrabbiarmi con te, fino ad allontanarmi e rifiutarti. Perché quando la vita non è stata troppo generosa con me ho percepito il Tuo silenzio come assenza, come un tradimento, come se non mi volessi bene a sufficienza. Ma tutte le volte che sono tornata, ferita, dolorante, delusa, ammaccata nel corpo e nell’anima, mi hai sempre riaccolta a braccia aperte, senza farmi mai sentire giudicata, senza mai farmi sentire meno amata.

Ci sei sempre stato, anche se io a volte non ti ho visto né sentito. Ci sei stato quando avevo paura dentro il tubo di una risonanza magnetica, o tutte le volte che l’ultima cosa che vedevo, prima di cadere nel nulla, erano le luci di una sala operatoria. Ci sei stato quando avevo necessità di qualcuno che asciugasse le mie lacrime mentre sembrava che non sarei più stata capace di camminare con le mie gambe.

Ci sei stato quando ho capito che avevo fatto scelte sbagliate e quando finalmente ho incontrato l’amore della mia vita.

Tu ci sei sempre stato, ma io non ti vedevo. Ed era tutto così difficile!

Piano piano, con la dolcezza e la grazia di cui tu solo sei capace, mi hai regalato il piacere di accorgermi di Te. Con un messaggio pieno di speranza ed amore al mattino, grazie alla telefonata inattesa di un amico, con l’ingresso nella mia vita di persone a cui non chiedo altro che aiutarmi a conoscerti.

E finalmente Ti ho visto chiaramente.

Ci sei e ci sei sempre stato. Ed è solo grazie a Te se sono arrivata fin qui, se ho superato le mie prove, se ne sono uscita più forte di prima, se riesco ancora a sperare.

E quanto è bello, Gesù, sapere di essere amata di un amore così grande, così incondizionato; un amore che non giudica, che non chiede, che è Amore senza compromessi, senza minacce, senza ricatti!

Io, che sono piccola cosa, che sbaglio, che cedo, che crollo, sono amata da Te come se fossi la più bella, la più grande e la più importante del mondo!

“Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto. Dio è Amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”

(1 Giovanni 4:16)

gesù

Ma quanto è bello il tradimento?

“Al di là di quella consuetudine, o di quel pregiudizio, che ci porta a considerare il tradimento come un gesto indegno e negativo, bisognerebbe avere l’onestà di ammettere che, senza una simile scappatoia, gran parte dei rapporti tradizionali crollerebbe sotto il peso dell’abitudine e della noia. (….) Il traditore è colui che affronta la realtà nei suoi aspetti più dolorosi. (….) La sferzata di un tradimento porta aria nuova in una situazione che da troppo tempo stagnava.”

“Il gioco delle Passioni”, libro da cui sono tratte queste parole, io l’ho divorato, tanto mi è sembrato interessante; ma se il dott. Aldo Carotenuto, scrittore di gran pregio, fosse ancora in vita, gli vorrei proprio fare qualche domanda a proposito di questo argomento. Certamente lui ha studiato il tradimento- nel caso specifico il tradimento all’interno di una coppia di amanti- con il necessario distacco di uno scienziato, ma a noi comuni mortali, soprattutto a quelli di noi che l’hanno subito, considerarlo la panacea di tutti i mali viene difficile e pare pure un poco offensivo.

Che si debba considerare il traditore, quello che ha mentito, raggirato, intrappolato, ingannato, deluso un eroe da santificare, personalmente mi pare pure un po’ scorretto.

Il tradimento non fa male solo finché non lo scopri. Dopo che è venuto alla luce diventa sciagura e dolore. E possiamo farci intorno tutta la filosofia del mondo. Fa male, punto e basta.

Ma non male così per dire, ti dilania proprio il cuore, te lo fa in così tanti pezzetti che per ricostruirlo potrebbe non bastarti una vita.

Forse il dott. Carotenuto, che il sonno gli sia lieve, non ha mai vissuto una esperienza simile (il fatto che sia così clemente col traditore mi inquieta pure), ma io che me ne intendo ci voglio provare a confutare il fatto che un tradimento possa far bene al rapporto anche se c’è “un alto grado di maturità psichica e l’accettazione della propria parte di errori”, sempre per citare le sue parole.

Prima di ogni cosa, considerata la mia vasta esperienza, ritengo che l’inganno fa male non solo se perpetrato all’interno della coppia, ma anche se a tradirti è un amico, un fratello, un genitore, insomma una qualsiasi persona di cui ti fidi e da cui non vorresti mai ricevere un tradimento.

Partendo dal presupposto che qualsiasi forma di amore esclude, per definizione, la possibilità della malvagità, non si capisce, o almeno io non riesco a farlo, come possa una persona che ti vuol bene cedere alla tentazione, che pure ammetto ci possa essere, di infilarti consapevolmente (anche se metaforicamente) un coltello al centro del petto.

Innanzi tutto, finché non ne sei a conoscenza,  ti ridicolizza di fronte a tutti, perché, si sa, il corn….ops, il tradito è l’ultimo a saperlo, quindi tu te ne vai in giro a parlare del tuo amore, della tua vita insieme, o della tua amica fedifraga (magari ci esci pure a fare shopping) e gli altri hanno tutto il diritto di considerarti una mezza deficiente che, poveretta, non si accorge dell’evidenza (ma evidenza per chi? Solo per loro!).

Poi, generalmente, prima o poi tutto viene alla luce. E lì comincia il tormento, quello vero.

La prima reazione, ovviamente, è quella di non crederci, perché ammetterlo fa troppo male. E però, Santo Cielo, ci sono proprio le prove, non puoi continuare a stare con la testa sotto la sabbia. Salvi quel minimo di intelligenza superstite e affronti (vorrei dire con coraggio, ma mentirei perché la paura ti si porta via) la situazione. Cominci a comprendere certe battutine, certe allusioni che la gente ti ha fatto in passato, (carini quelli che insinuano ma non dicono: buoni proprio nell’anima!), capisci certe manovre che non ti avevano manco insospettito e decidi che non uscirai più di casa per la vergogna, quasi fossi tu la colpevole del (o DEI e in quel caso è pure peggio) misfatto. Poi cominci con i sensi di colpa, perché se “ha avuto bisogno della/e scappatella/e forse è pure un po’ colpa mia, del fatto che non sono stata sempre dolce e disponibile” e non del fatto che il porco aveva voglia di innalzare il suo Ego e non solo quello presso altri lidi.

Finalmente arriva la rabbia, la voglia di spaccare tutto, anche la faccia sua e quella della “parentesi di libertà”, ma siccome sei una signora ti becchi l’ulcera e trattieni istinti violenti.

Poi arriva lui, il dolore. Lo senti proprio scoppiare nello stomaco e si allarga piano piano fino al cuore, anche più infondo, se possibile. Ti dilania, ti lacera, ti tormenta. E, nei casi più fortunati, piangi. Accidenti quanto piangi! Lacrime e lacrime, tante che non credevi che i tuoi occhi ne fossero capaci.

E poi il bivio. Devi decidere. Perdonare? Si può perdonare?

Sì, si può. Tanti lo fanno. Poi devono convivere con la sfiducia, col dubbio, l’incertezza. Alcuni si convincono di essere stati perfino “eroici” per esserci riusciti.

Certo, potrebbe capitare che ti toglie l’altro dall’imbarazzo, decidendo che si è stufato di te e quindi ti dà il benservito, ma quando si tratta di uomini questo è meno probabile perché generalmente manca il coraggio necessario.

Quando infine lo hai fatto fuori (dalla tua vita intendo, non in senso definitivo!) rimane il vuoto, la solitudine e quella domanda perenne e atroce: “Riuscirò ancora a fidarmi di qualcuno?” E inizi a vagare per il mondo e nella vita come un’anima in pena alla ricerca del miracolo che ti faccia capire che la terra non è popolata solo di casi patologici come quello di cui ti sei dovuta occupare per anni.

Generalmente, nel caso delle donne, si riversano tutti i quesiti esistenziali sulla amica più cara, quella che cerca di convincere che “uno così meglio perderlo che trovarlo” e che “stare da sole, credimi, non è davvero male!”

E adesso vorrei chiedere (se potessi mi piacerebbe farlo anche col dott. Carotenuto): come pensate ci si possa sentire se poi si dovesse pure scoprire che il tradimento, quello più importante fra tutti gli altri, lui lo abbia consumato proprio con l’amica che ha cercato di consolarti?

Io lo so. Se avete risposte e soluzioni, mi farebbe davvero piacere conoscerle!

tradimento