Le gatte morte

Ecco, io avrei delle cose da dire, delle riflessioni da fare, ma dovrei farlo sforzandomi di non dire parolacce e di non incorrere in eventuali querele.

Potreste dirmi: “Non sforzarti, tientele per te e così eviti pure di urtarci le scatole “. E avreste ragione. Il problema è che se io non le dico e me le tengo dentro, mi viene la gastrite, la colite, l’ulcera e lo stomaco quanto un pallone.

La questione è semplice e, credo, per molti condivisibile.

Io non reggo, proprio non sopporto le gatte morte.

Non quelle che fanno le santarelline ma poi la danno via (non ho detto cosa quindi non è parolaccia) manco non fosse la loro (Poco mi importa finché non disturbano me), ma quelle con l’occhio a pesce lesso, tutte dolcezza, affettuosità e amore, che vanno d’accordo con tutti, che parlano sottovoce, mormorando, come fosse un sussurro (o un lamento), che ti tolgono, ti strappano, ti usurpano il fiato e la vita, che ti succhiano l’anima se gli torna utile…e poi, sorpresa delle sorprese, dopo che ti sei aggravata delle loro lacrime e dei loro piagnistei, te la pongono nel deretano (non è una parolaccia, si può dire) senza quella delicatezza e quel garbo che hanno vantato in altre occasioni.

Che se lo racconti ad altri non ti credono neanche! Perché non è possibile che una creatura così angelica abbia in sè, in realtà, un animo così misero.

E io vorrei urlarglielo faccia che ho capito quanto siano piene di escrementi (pure questo si può dire!) ma intrattenendosi ulteriormente con certa gente a che si approda?

Le gatte morte

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