La stagione dei libri

Quando ero adolescente per me l’estate era la stagione dei libri.

Ci trasferivamo nella nostra casa in campagna, un po’ fuori dal mondo allora, e papà tornava dalla biblioteca comunale carico di romanzi selezionati assieme al suo amico bibliotecario perché fossero adatti ad una ragazzina della mia età.

Quando me li trovavo tutti lì, davanti a me, era difficile decidere da quale iniziare. Mi lasciavo convincere dal titolo e dal risvolto di copertina, non conoscendo né autori né storie, e iniziavo il mio viaggio.

Se il libro mi prendeva, e di solito lo faceva, non me ne staccavo più. Mi svegliavo al mattino con gli occhi gonfi per la nottata passata a leggere e facevo colazione col libro ancora aperto ed era una violenza per me staccarmene per aiutare mia madre nelle faccende di casa.

Durante il pomeriggio, dopo una pausa per guardare in tv una di quelle commedie americane che trasmettevano in quel periodo e che io adoravo, quelle con Sandra Dee, Frank Sinatra, Bing Crosby, Grace Kelly, riprendevo la lettura.

Era un rituale che svolgevo sempre allo stesso modo: dopo la fine del film, intorno alle 17, tagliavo per il lungo un panino morbido, strofinavo su entrambe le parti uno dei pomodori che ci regalava il contadino vicino di casa, “u zù Cicciu”, mettevo un po’ di sale, l’origano, qualche fettina di Galbanino e col panino in mano e il libro sottobraccio andavo a sedermi in veranda, sul dondolo, e mi rimmergevo fra le pagine stampate, sbocconcellando la mia merenda.

Non è così semplice per me spiegare che cosa volesse dire perdermi nelle storie che leggevo.

Vedevo con la mente luoghi e situazioni, immaginavo i personaggi, mi innamoravo di loro, delle loro storie e per tutto il tempo della lettura mi estraniavo dal mio mondo, in quel periodo popolato di poche cose data l’assenza di telefoni, pc e altre distrazioni più moderne, e mi trasferivo con la mente, ma addirittura quasi anche fisicamente, nel luogo e nel tempo che l’autore del libro mi stava raccontando.

Sì, perché la sensazione che avevo era che quella storia io la possedessi, che fosse scritta per me, che solo io potessi conoscere i protagonisti, le loro vite, le loro avventure, perfino le loro case e i posti in cui si svolgeva la storia.

A pensarci adesso, in realtà, la bellezza della lettura è proprio questa: avere un rapporto singolare, intimo, personale e unico con la storia che si sta conoscendo e coi personaggi che la vivono. Nessuno, credo, pur leggendo lo stesso libro lo vive allo stesso modo di un altro. Nessuno immagina il protagonista con le stesse identiche caratteristiche di un altro lettore, perché, per quanto precise possano essere le descrizioni, ognuno ci mette qualcosa di sé, ci aggiunge qualcosa che è assolutamente personale: un particolare, un modo di muoversi, un gesto caratteristico.

Spesso i miei dovevano richiamarmi con fermezza per riportarmi alla realtà e alle cose pratiche da fare e che io in quel momento odiavo con tutta me stessa: apparecchiare la tavola, tagliare l’insalata, friggere le melanzane (cosa che ho sempre odiato a prescindere) o andare a trovare i parenti.

In verità, quando andavo da mia zia Carmela non era tanto sgradevole. E non solo per la buona compagnia.

Mia zia, come me, dedicava l’estate alla lettura e, come me, aspettava che il genero le portasse i libri dalla biblioteca. Ne faceva una pila che teneva sul tavolino di vimini davanti alla poltrona dove si sedeva e quando io arrivavo mi mettevo lì a guardarli ad uno ad uno e a parlare con lei di quale le fosse piaciuto di più e di quale mi consigliasse, così che potessimo scambiarcene qualcuno prima di riportarlo indietro.

Quando sono cresciuta ho liberato mio padre dall’incombenza di scegliere per me i libri che potessero piacermi di più e andavo da sola a trovare quelli giusti per me. Non ci azzeccavo sempre, qualcuno mi deludeva pure, ma il piacere di perdersi in messo quegli scaffali a spulciare testo dopo testo fino a trovare quello che mi intrigava di più era un piacere non inferiore a quello di tuffarmici dentro, in seguito, al libro.

Proprio per quella mania di vivere e immaginare le storie a modo mio, adesso i libri li compro. In genere, tranne quando proprio non riesco ad entrare nella trama o nel modo di scrivere dell’autore, o quando non riesco a prendere in simpatia un personaggio, per me separarmi fisicamente dal un libro è sempre una violenza. Li voglio tutti lì, nella mia libreria, pronti ad essere ripresi e riletti se e quando mi ritorna la voglia.

Di alcuni, spesso, dimentico i particolari, quindi ogni volta che torno a trovarli rivivo la storia in modo nuovo.

Mi è pure successo che un libro che mi ha entusiasmato senza limite in un dato momento della mia vita, lo ho trovato noioso e poco gradevole quando l’ho riletto a distanza di tempo. E questo dimostra che nel libro, al di là dell’oggettività della storia e della scrittura, si cerca sempre qualcosa di personale che dipende anche da come stiamo, da come siamo, da come e cosa viviamo in un determinato momento.

Per questo il libro, come dicevo ad un amico recentemente, è come un profumo. Non solo la scelta è molto personale, ma cambia in base alla pelle che lo indossa.

Spesso ho provato a convincere gente che non ha mai amato la lettura ad appassionarsi ai libri. Ne sono uscita sconfitta. Perché non c’è nulla da fare: è una attività che o ti piace o non puoi fartela piacere a tutti i costi. Sono convinta che chi non legge si perda molto. Ma tanta gente è convinta che io perda molto nel rifiutarmi di giocare a Burraco o di guardare i film di Harry Potter.

Del resto anche fra noi lettori siamo un po’ intolleranti l’uno con l’altro. Io non capisco chi legge Saviano, che io non riuscirei a mandar giù neanche endovena, e mi viene l’orticaria se penso alla gente che ha letto Le 50 sfumature di tutti quei colori là, mentre altri non capiscono come mai io non abbia in casa un libro di Pennac, mancanza alla quale spero comunque di porre rimedio, o perché non riesca a leggere Camilleri pur essendo siciliana e mi sia sorbita quasi tutti i libri di Paulo Coelho (cosa questa che da Brida in poi ho deciso di non fare più).

Sul perché ad alcuni piaccia leggere se ne sono dette tante.

C’è chi dice che si legge per vivere tante vite, chi sostiene che leggendo si dimenticano i dolori e chi che leggere fa rimanere giovani.

Io non so perché “si legge”. So che io leggo perché non sento più i piedi poggiati a terra. Ed è una sensazione fantastica.

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