Le gatte morte

Ecco, io avrei delle cose da dire, delle riflessioni da fare, ma dovrei farlo sforzandomi di non dire parolacce e di non incorrere in eventuali querele.

Potreste dirmi: “Non sforzarti, tientele per te e così eviti pure di urtarci le scatole “. E avreste ragione. Il problema è che se io non le dico e me le tengo dentro, mi viene la gastrite, la colite, l’ulcera e lo stomaco quanto un pallone.

La questione è semplice e, credo, per molti condivisibile.

Io non reggo, proprio non sopporto le gatte morte.

Non quelle che fanno le santarelline ma poi la danno via (non ho detto cosa quindi non è parolaccia) manco non fosse la loro (Poco mi importa finché non disturbano me), ma quelle con l’occhio a pesce lesso, tutte dolcezza, affettuosità e amore, che vanno d’accordo con tutti, che parlano sottovoce, mormorando, come fosse un sussurro (o un lamento), che ti tolgono, ti strappano, ti usurpano il fiato e la vita, che ti succhiano l’anima se gli torna utile…e poi, sorpresa delle sorprese, dopo che ti sei aggravata delle loro lacrime e dei loro piagnistei, te la pongono nel deretano (non è una parolaccia, si può dire) senza quella delicatezza e quel garbo che hanno vantato in altre occasioni.

Che se lo racconti ad altri non ti credono neanche! Perché non è possibile che una creatura così angelica abbia in sè, in realtà, un animo così misero.

E io vorrei urlarglielo faccia che ho capito quanto siano piene di escrementi (pure questo si può dire!) ma intrattenendosi ulteriormente con certa gente a che si approda?

Le gatte morte

gattemorte

Amore mai amato

La cosa peggiore di tutto il male ricevuto non sta negli anni spesi o persi, non sta nel dolore, nelle umiliazioni e nelle sofferenze, non sta nella violenza psicologica che ho subito, ma sta nell’atroce condanna di non concedermi il perdono per aver permesso ad un’altra persona di avermi inflitto un tale tristezza. Perché laddove c’è un carnefice che cerca di annientare, c’è qualcuno che si offre come vittima sacrificale. In nome di cosa poi? Di un amore malato, così squilibrato, così marcio, di un amore così lontano dall’amore che se ci ripensi dopo che è finalmente finita lo vedi come un cancro che hai trovato la forza di estirpare da te a mani nude. E che ha lasciato ferite, cicatrici che non sanguinano più ma che non puoi cancellare e ti impediscono di dimenticare.

Non sono le notti insonni trascorse nell’amarezza, non sono i gesti infami, le malvagie mancanze di rispetto, non è l’assenza di fiducia in te stessa a cui ti ha costretto. Non è la continua mortificazione del tuo essere che ti ha inflitto, non è l’oltraggio alla tua persona, ai tuoi sentimenti e alla tua intelligenza, la degradazione a cui ti ha condotto. Non è neanche la vergogna di fronte a chi tante, troppe volte ha cercato di salvarti, di tirarti su dall’abisso in cui eri crollata.

È la rabbia che ti è rimasta dentro, è la paura che ti segue ad ogni passo, ad ogni rapporto, di fronte ad ogni affetto.

Perché anche quando arriva il momento in cui non ci pensi più a quella storia, in cui ti rassegni al pezzo di vita che hai perso, in cui riesci perfino ad essere indifferente al ricordo di quella persona, o quando arriva il momento che il ricordo torna sempre meno spesso e si fa sempre più sbiadito, sai bene che se non hai voglia di credere ad un sogno, se non puoi più credere ad un’amicizia sincera, è solo colpa sua.

Mi capita ogni tanto di sognarlo. E nel sogno qualcosa o qualcuno mi costringe a stare con lui. Ed io sento forte la voglia di scappare, sento il terrore di ricominciare quella vita e cerco aiuto, e dico a chi mi sta vicino che io non posso…non devo….non VOGLIO!! Scoprire che è solo un incubo è tanto bello quanto, al contrario, è brutto rendersi conto che quegli anni di angoscia li hai vissuti davvero. E di questo no, non te ne fai una ragione.

Il fatto è che la vita, poi, ti perdona. Ti regala l’amore quello vero, quello sano…l’amore punto e basta.

E tu perdoni perfino lui, vittima come te di se stesso.

Ma la condanna più atroce, la pena più feroce e crudele è quando, per quegli schiaffi ricevuti, per quegli insulti ripetuti, non riesci a perdonare te stessa.

Amore mai amato

(Photo Silvia Grav)

amore

Solo per oggi

Solo per oggi sarò completamente felice.

Non me ne starò raggomitolata ad un angolo della vita a leccarmi le ferite del passato e ad avere paura del futuro.

Mi prenderò cura di me, ascolterò i miei bisogni e agirò per soddisfarli.

Solo per oggi prenderò il mio cuore tra le mani e lo accarezzerò, farò quel che mi piace e sarò servizievole e gentile con me stessa, amerò il mio corpo e mi occuperò di lui.  Sarò una donna meravigliosa e me lo ripeterò tante volte da crederci e montarmi la testa.

Andrò contro le convenzioni, riderò senza motivo fino alle lacrime e non mi preoccuperò di non essere compresa.

Agirò con cortesia verso me stessa, sarò prodiga di complimenti per quel che sono, scorderò i miei difetti e sospenderò ogni critica nei miei confronti.

Solo per oggi mi perdonerò gli errori della mia vita e mi parlerò con indulgenza, delicatezza e benevolenza.

Mi sorriderò ogni volta che mi incontrerò in uno specchio o nei pensieri.

Occuperò tutto lo spazio che mi è necessario, crederò nei miei sogni e nelle mie capacità di realizzarli.

Solo per oggi toglierò ogni ombra di tristezza e di malinconia e dipingerò la mia vita di colori allegri e vivaci.

Per oggi non avrò fretta, godrò di ogni piccola cosa e di ogni attimo della mia giornata.

Prenderò senza dare in cambio nulla e non sentirò la colpa di pensare solo a me.

Solo per oggi mi concederò di vivere “solo per oggi”…..

 

oggi

Anche un uomo

Anche un uomo si incammina a piedi nudi nei sentieri dell’amore.

Anche un uomo conosce la paura nel consegnare se stesso, il suo cuore e la sua vita nelle mani di una donna.

Si sente vulnerabile quando concede ad un altro essere di entrargli sotto la pelle e più giù, fin dentro alle viscere. Sente scoppiare dentro di sé tanto forte il sentimento da credere di non farcela a contenerlo tutto e può passare notti a sognare, desiderare, anelare la vicinanza della persona amata.

Anche un uomo è capace di emozionarsi davanti ad un sorriso, riesce a sentire il turbamento per due occhi che lo scrutano, sa appassionarsi al profumo della pelle. Può pronunciare il suo nome mille e mille volte al giorno, fuori e dentro di sé e sentirlo sempre come una musica diversa e ogni volta più armoniosa e dolce; può aspirare il profumo dei suoi capelli e cercare di trattenerlo più a lungo possibile, e farne scorta per quando lei non ci sarà.

Anche un uomo può soffrire, può sentire il dolore della assenza, l’angoscia dell’abbandono, la sofferenza della perdita, può sentirsi finito.

Può percepire con forza e violenza la disperazione squarciargli il petto e lacerargli il cuore, sentire la mancanza che gli sottrae il respiro, gli toglie le forze.

Anche un uomo si tormenta nella lontananza e nel dolore, nell’amarezza della privazione. Guarda e abbraccia il cuscino vuoto, nelle notti di solitudine che sembrano non voler finire mai, chiedendosi mille perché, cercando ragioni, inseguendo spiegazioni.

E piange.

Perchè nessuno immagina che anche un uomo piange, quando finisce un amore?

Anche un uomo

(Photo Rachele Gigli)

uomo

Forse Cristo non è morto a Fermo.

Forse Cristo non è morto a Fermo.
Forse se la vittima non fosse stata di pelle nera e l’omicida di pelle bianca saremmo stati più cauti nei giudizi e più attenti a sparare sentenze.
Forse se colui che ha sferrato il pugno non fosse stato un pregiudicato (“Ultrà” a me dice poco) avremmo atteso a condannarlo.
Forse noi italiani, con a capo i nostri degni rappresentanti, dovremmo davvero vergognarci di essere come siamo.
Siamo un popolo di razzisti. Non solo rispetto al “diverso”. Siamo peggio, siamo intolleranti fra di noi. Diciamo di lottare il pregiudizio e scadiamo nei più miseri luoghi comuni.
Se non fossimo stati razzisti, se avessimo avuto una mente aperta, se avessimo davvero considerato ogni uomo uguale all’altro, avremmo aspettato di capire, di sapere, prima di decidere che un santo era stato sacrificato e un carnefice andava condannato. Se la vedova mostrata dai mezzi di informazione piangente e disperata, fosse stata bianca come noi, avremmo concesso all’assassino un briciolo di beneficio del dubbio.
Lo facciamo sempre. Lo abbiamo fatto anche in omicidi molto più efferati.
A Fermo non è morto Cristo.
Ma adesso, come allora, il popolo ha scelto Barabba. Si è alzato lo stesso grido unanime: “Crucifige! Crucifige!” E in testa al popolo, “paradigma della massa manovrabile”, c’erano loro, i “pezzi grossi” dell’epoca, Caifa, il Sinedrio.
I nostri rappresentati, i rappresentati del popolo italiano, hanno portato il loro cordoglio, mesti e col capo cosparso di cenere ad una donna che, mentendo, ha fatto “crocifiggere” (almeno mediaticamente) un loro cittadino. Prima di sapere la verità, prima di un processo, prima ancora delle indagini, loro avevano deciso chi era la vittima e chi il carnefice, in un grande esempio di “democrazia”.
Un po’ sono indignata, un po’ mi vergogno di essere italiana, un po’ sono dispiaciuta.
Ma sono sollevata dalla certezza che, alla vera resa dei conti, non ci saranno processi in tv, su facebook, sui giornali politicizzati e corrotti e che non sarà il popolo, cieco e manovrabile a dover decidere chi si salverà e chi no.

Crucifige

Felici per moda

A me pare che ultimamente vada di moda esser felici, o, almeno, far vedere che si è felici: per l’amica, per l’amore, per i figli, per la famiglia, per il pranzo, per il sole, per la pioggia, la vacanza, il viaggio, il cane, il gatto, le unghie, le scarpe e così via.

Bello.

Bellissimo.

Soprattutto se fosse vero.

Ma non è umanamente possibile, e a me è la smania di apparire costantemente felici che pare un atteggiamento che rasenta l’idiozia.

Tutti buoni e tutto bello. Nessuno che si arrabbi col figlio che ha detto una bugia (magari fosse una!) o col marito che non ascolta quando parli. Col cane che ha lasciato un bisognino o ha vomitato sul tappeto, col capo che è un rompibiiip, con la madre che a cinquant’anni ti tratta ancora come un bambino, con la vicina di casa che passa dal balcone il fumo della sua sigaretta proprio sotto al tuo naso, dopo che hai fatto tanti sacrifici per smettere. Con la suocera che ancora non ti perdona di esserti intromessa in famiglia, con quell’antipatica che si ricorda che sei sua amica solo quando le serve qualcosa. Con l’idraulico che ti ha chiesto una cifra esorbitante per stringere due bulloni, o semplicemente con te stessa perché….non lo sai perché ma capita di essere arrabbiati con se stessi!

Anche io sono felice, ma i miei son momenti. Momenti interrotti da arrabbiature, da riflessioni, da piccoli e grandi dolori, da un Tg che mi dà notizie che non riescono ancora a lasciarmi indifferente.

Siamo certi che un po’ di malinconia sia così tanto deleteria?

A pensarci bene capolavori di letteratura sono scaturiti dalla bistrattata tristezza o da un po’ di inquietudine: pene d’amore, domande sulla vita (che ancora non hanno trovato risposta), mal di vivere. Perfino le canzoni, quelle più belle e famose sono canzoni tristi, da chi voleva “guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire” (certo, a dire il vero, questo è un po’ troppo!) a Marco che “se n’è andato e non ritorna più”.

Lungi da me fare un elogio della depressione o invitare alla mestizia, ma mi pongo un quesito a cui qualcuno però una risposta l’ha data. Vuoi vedere che quel volgare (nel senso di popolare) detto “risus abundat in ore stultorum” ha in sé una saggezza che lo rende attuale e vero più che mai? Perché se si ha un minimo di sensibilità e si sa vedere “intorno alle cose”, se si possiede un po’ di capacità empatica, l’eccesso di felicità sembra quasi fuori luogo, anacronistico, a volte inappropriato.

Fortunato, se nella tua esistenza son tutte rose e fiori, ma lanci uno sguardo un po’ più in là e non è che ci sia solo da ridere!

Nella vita, quella vera, un sano equilibrio fra cose buone e cattive, fra felicità e tristezza, fra egoismo e altruismo, è più normale e naturale. Che abbia ragione lui?….

felicità

Felici per moda

 

Bugiardi e coscienti…

Ci sono bugie e bugie, bugiardi e bugiardi. Sulla bugia se ne sono dette e scritte.

Esiste la “bugia bianca”, ossia la verità nascosta; c’è la bugia a fin di bene, quella detta per non ferire la persona a cui si mente; si è addirittura discusso su chi fosse più bugiardo: chi asserisce il falso con l’intenzione di non ingannare o chi dice il vero con l’intenzione di raggirare.

Da un punto di vista scientifico, esiste, in psicologia, la cosiddetta “Sindrome di Pinocchio”.

Chi è affetto da questa sindrome presenta alcuni tratti caratteristici. Oltre a mentire, pure senza motivo, è molto attento al suo aspetto fisico, pretende dagli altri pur non avendo diritto, cerca attenzioni, tende a sedurre, a dare una immagine di sé migliore (e falsa) e ad essere narcisista.

Non è, in genere, una persona emotivamente ed affettivamente matura; è compulsiva nel creare realtà parallele a cui finisce per credere. È una persona insicura, dalle emozioni incontrollate ed eccessive, dalle manifestazioni plateali, intollerante a critiche, costantemente a disagio.

Probabilmente le relazioni significative, fin dall’infanzia, sono state poco positive e quindi il disturbo potrebbe essere imputato ad esperienze interpersonali e familiari destrutturanti.

Appare arrogante, presuntuoso e insolente; intollerabile, fastidioso e detestabile. Anche se non con tutti.

Ma con le premesse fatte prima, come si può provare rabbia e rancore? L’unico sentimento legittimo è la pietà…….

disegno Francesca Perrotta
disegno Francesca Perrotta

Il coraggio delle donne

Prima o poi arriverà a bussare alla tua anima e ne avrai paura, perché ci si spaventa sempre di chi non si conosce. Proverai a cacciarla via, a spingerla in un angolo. Ma rimarrà lì, in attesa, finché non potrai fare a meno di darle l’attenzione che reclama. E ti parlerà, finalmente.

“Sono la tua vera te. Sono quella che dovresti essere, quella che sarai, perché adesso che sono qui non puoi più tornare indietro.

Hai vissuto la vita che ti hanno costruito, sei stata come gli altri hanno voluto che fossi. Ti hanno imposto i loro valori, ti hanno fatto sognare i loro stessi sogni, ti hanno consegnato desideri non tuoi.

Lo ha fatto tuo padre, lo ha fatto tua madre quando ti hanno istruito ad essere la figlia che sognavano.

Lo ha fatto il tuo primo uomo, e quello successivo, e l’altro ancora.

E tu hai accettato, perché volevi amore, perché avevi paura di essere respinta, abbandonata, rifiutata.

Ne hai fatto il tuo stile di vita, ma pur avendo il consenso degli altri ti sei sentita insoddisfatta, triste, sconfitta, frustrata. Mai abbastanza all’altezza.

Perché non sei amata per quella che sei, ma per ciò che fai.

Eccomi. Io sono la vera te e sono venuta ad aiutarti.

Dovrai conoscermi a fondo e sarà perfino doloroso. Potrei non piacerti, potrei essere come non hai mai immaginato. Forse mi odierai, ingaggerai una lotta contro di me. Piangerai, ti perderai, ti opporrai, avrai voglia di rinunciare. Perché ci vuol forza a conoscere la verità su se stessi ed accettarla.

Ma hai il coraggio delle donne e non ti sottrarrai alla sfida.

Scoprirai di non essere perfetta, che non sei soltanto amabile, obbediente, comprensiva, disponibile, generosa e priva di esigenze.  Ti renderai conto di essere egoista e sentirai la colpa, ma sarà pensare finalmente a te stessa che ti salverà. Avrai consapevolezza di te, fino a scoprire ciò che ti piace, fino a comprendere che non sei più disposta ad anteporre una persona, chiunque sia, alla tua felicità.

Dovrai imparare a non giudicarti, ad avere compassione di te, a starti vicina, a comprenderti, a concederti clemenza per gli aspetti di te che non sapevi di avere. Dovrai imparare a volerti bene.

Lo scontro con gli altri sarà duro, avranno paura e saranno disorientati, proveranno a distoglierti da te, proveranno a impedire il tuo cambiamento. Dovrai contrastarli, dovrai combattere, resistere e sopportare le ferite che arrecheranno.

Saremo sole, io e te, e la lotta sarà dura. Ma vinceremo e finalmente sperimenterai una vita serena, la TUA.

Allora non saremo più due, ma una. Imperfetta, ma irripetibile, soddisfatta, appagata.

Felice.

Sarai “la primavera a novembre, quando meno te lo aspetti”…(Jack Folla)

rinascita

(photo dal web)

 

Una cosa spiacevole

 

endometriosi

“Non è una cosa piacevole” un mal di testa, un raffreddore, un’influenza.

L’endometriosi è molto più che “poco piacevole”. È una condanna per la vita.

Forse raccontare la mia esperienza e quella di tante altre donne potrebbe essere inutile, soprattutto per persone che esprimono pareri così pesanti senza essere informate.

A me ha tolto parecchio l’endometriosi, sia fisicamente che in termini di qualità della vita.

Ho subito sette interventi e quasi in tutti ho perso un pezzetto di me: una volta un ovaio, la tuba, la cistifellea, l’appendice, un pezzo di intestino, la funzionalità di una gamba, fino all’utero e all’ovaio rimanente. Ho perso il piacere di essere donna, la possibilità di esser madre e ho sofferto fino all’esaurimento nervoso quando nessuno sapeva dare un nome ai miei problemi, rischiando così di lasciarci le penne.

Ho dovuto imparare a gestire il mio corpo, a controllarlo senza lasciarmi sopraffare dal dolore. Se non lo avessi fatto non avrei potuto vivere, non avrei potuto lavorare, non avrei potuto condividere la mia esistenza con altre persone. Ma l’ho fatto;con fatica, Dio solo sa con quanta fatica!

Fare pipì con la sensazione di avere un coltello piantato nella vescica, non poter uscire di casa per la paura di aver bisogno, senza possibilità di rimandare di un solo istante, di un bagno, lavorare ogni giorno con una smorfia costante sul viso perché lei sta lì a ricordarti prepotentemente e con estrema cattiveria la sua presenza, non è stato facile.

In più ho dovuto lottare con l’ignoranza, la supponenza, la perfidia, l’egoismo, la superficialità, la malignità, la bassezza di chi mi stava intorno.

Mi sono spesso sentita dire che l’unico problema che avevo era la poca voglia di lavorare, che facevo una tragedia per dei semplici dolori mestruali, che stavo solo fingendo, anche quando per due anni ho potuto muovermi solo grazie a due stampelle.

Ho speso, per curarmi….no, non per curarmi, perché non esiste cura per le malattie croniche…ho speso, dicevo, per sopravvivere migliaia e migliaia di euro. Perché la sanità ha tempi biblici, perché l’endometriosi non è stata riconosciuta come malattia grave ed invalidante. E ho rischiato, nei momenti peggiori di vedere dimezzato il mio stipendio perché “mi ero ammalata per troppo tempo”. E da questo punto di vista sono pure stata fortunata, perché avendo un lavoro statale non ho rischiato il licenziamento. Ma tante donne nella mia situazione sono state “fatte fuori” dai loro datori di lavoro senza pietà.

La vita privata? Beh, neanche quella è semplice. Se sei fortunata e hai vicino un uomo con un grande cuore (e una gran pazienza) non rischi delusioni. Ma quante sono state trattate come “vuoti a perdere” per l’impossibilità di procreare o perché tanta sofferenza disturbava l’ominicchio e magari anche mammina sua?

Ognuna di noi, posso affermarlo senza timore di smentita, darebbe chissà che per una VITA NORMALE. E quando ci si scontra con l’ignoranza si farebbe volentieri a cambio con chi presume di sapere.

Dopo anni di lotte, di marce, di appelli, dopo fiumi di parole, di e-mail alle istituzioni, pare che l’endometriosi adesso sarà inserita nei Lea e sarà considerata invalidante. Non credo che ci daranno “la pensione”, penso che se riuscissimo ad ottenere l’esenzione per le prestazioni mediche e per le medicine, sarebbe già un successo.

Poi leggo certe cose. E sono io ad essere “indignata”. Io ed altre tre milioni di donne.

Non auguro a nessuna donna, neanche a quelle che mostrano incapacità di informarsi e di solidarizzare, di passare quello che abbiamo passato noi.

Ma la vita è una ruota.

Donne per cui non vale la pena

Ci sono donne che diventano così non perché lo ha voluto la vita. Diventano così non perché un evento importante le ha cambiate. Ci diventano per scelta, per puro opportunismo. La loro condizione non è loro prerogativa. Non hanno neanche il pregio dell’originalità: ne esiste parecchia di gente come loro, quelle che stanno un gradino più in alto della semplice falsità.

Forse però hanno un alibi: sanno di non essere sufficienti, quindi hanno bisogno di apparire. Essere è troppo, non ne sono capaci.

Fanno in modo che la loro vita sembri perfetta. Perfetti i genitori, perfetto il compagno o marito, perfetti figli, perfetti gli amici, perfetti pure gli animali di casa. Perfette loro, ostentando valori che infondo sanno sarebbe opportuno avere ma che non sono capaci di praticare. Tutto deve giocare a favore di questa perfezione, e se qualcuno (quel compagno- marito, quei figli, genitori, amici, cane, gatto…) fa qualcosa che possa far notare che quel mondo che si sono costruite è solo menzogna, tirano fuori il peggio, ma nell’intimità di quel rapporto, senza che nessuno, fuorché chi è vittima della loro ira, ne abbia notizia.

Se dovesse trapelare qualcosa, abituate come sono a recitare una vita, piuttosto che viverla, mettono in scena un altro copione, che certamente le vedrà vittime indifese.

Pensano di essere appagate perché altri come loro tengono il gioco, in un valzer di ipocrisia e finzione che generalmente dura l’espace du matin, considerato quanto spesso e velocemente periscano amicizie e amori.

Permangono nella schizofrenia di chi è qualcuno e vive come qualcun altro, col vuoto dentro, in assenza di una forza di gravità che le tenga legate a qualcosa di solido: loro stesse.

Sono le donne per cui non vale la pena……

 

falsità