Il rotolo della carta igienica

Stavo cambiando il rotolo della carta igienica. Mi sono ricordata che una volta ho letto che le donne sistemano il rotolo della carta igienica con la parte da tirare sempre verso il muro e gli uomini invece esattamente al contrario. Io odio il rotolo della carta igienica con la parte da tirare verso il muro.

Certamente vorrà dire qualcosa.

Ma non è difficile da capire. In realtà l’esser donna non mi ha mai entusiasmato troppo. Eh, lo so. Sono una voce fuori dal coro, in un momento storico in cui non devi neanche provare a dir male di una donna: anche se cretina, demente e mentecatta, chiunque si salva e viene esaltata purché sia dotata di “chitarrina, passerottina, fisarmonica, patonza o anonima sequestri” per dirla alla Benigni. Per me, invece, l’essere donna non è mai stato un così grande privilegio. A cominciare da quando ero ragazzetta e l’estate toccava sempre a me e mai a mio fratello friggere le melenzane per la pasta, passando dal fatto di essere stata detentrice per 45 anni di utero ed ovaie, che più che inutili sono stati causa di grossi guai, fino ad arrivare ad oggi, che mi trovo a combattere con la menopausa.

Sì, signori miei, la M E N O P A U S A.

Non capisco bene perché al giorno d’oggi si va in giro mezze nude, si portano le tette al vento, si dicono miliardi di parolacce al giorno, non ci si scandalizza più di nulla, ma guai a pronunciare la parola menopausa.

Si fa sempre sottovoce, quasi ci si dovesse vergognare. Come fosse un tabù.

Amici, la fine del ciclo prima o poi tocca a tutte, è un fatto naturale e fisiologico e in Italia al momento sono stimate circa dieci milioni di donne in menopausa. Anche precoce e drasticamente indotta come la mia. È previsto, siamo programmate così, abbiamo una sorta di “data di scadenza”: prima o poi, zac! Finisce tutto. E potrebbe pure essere una gran bella cosa, se non fosse che anche in questo caso ci toccano effetti collaterali.

Cominciamo.

Se vedete una donna di una “certa età” (Che sia chiaro che io la sto vivendo prima del previsto!) che all’improvviso comincia a toccarsi il viso, raccogliersi i capelli, tirare giù la scollatura della maglia e, mentre cerca affannosamente un ventaglio in borsa, inizia a cambiare il colore della pelle dal collo in su come in un cartone animato giapponese, ecco: quella è una donna in menopausa.

Sta affrontando una vampata di calore. Niente di speciale o di tragico, verrebbe da pensare. Verissimo. Ma quel calore non è un calore normale. Si sente salire dal centro dello stomaco piano piano non fino a sopra i capelli ma proprio dentro alla testa. Spinge a perdere il controllo di sé, a catapultarsi fuori, anche se ci sono 0 gradi; ad abbracciare il ventilatore; ad infilarsi cubetti di ghiaccio dentro i vestiti.

Poi passa.

E anche se non sei andata fuori a 0 gradi, se non hai abbracciato il ventilatore e non ti sei infilata i cubetti di giaccio nei vestiti, il tuo corpo che tanto improvvisamente si è surriscaldato, altrettanto improvvisamente congela. Se si è a letto, durante la notte è il momento più bello. Ci si scopre prese dall’improvviso impeto della vampa e magari ci si riaddormenta. Quando si comincia a sognare di trovarsi immersi nella neve o di essere all’Antartide (giuro che non scherzo, a me capita davvero) allora ci si sveglia tremanti e si tirano su le coperte cercando di rialzare la temperatura corporea. Anche 4 o 5 volte a notte.

E da qui nasce un altro problema di questa fase della vita di una donna. I disturbi del sonno. Si dorme di meno, ci si sveglia ripetutamente durante la notte, la sera ci si addormenta sul divano quando c’è il film che si aspetta di vedere da una vita e poi, quando si va a letto, si è così sveglie da poter leggere una delle tre Cantiche della Divina Commedia e tanto lucide da capirla pure.

Ma la cosa più detestabile, sia per la donna che per chi le vive accanto, sono le paturnie, quelle elegantemente definite “disturbi dell’umore”. In un quarto d’ora sperimenti tutti gli stati d’animo che un essere umano può provare: passi dal pianto disperato per qualsiasi sciocchezza ad una euforia incontenibile. Fino ad un attimo prima il tuo compagno ti parlava ed eri una donna assolutamente adorabile e amabile, quando all’improvviso ti trasformi in Regan dell’Esorcista e cominci a vomitare improperi contro quel pover’uomo o contro chiunque ti si ponga davanti.

Sarebbe molto triste per me, ex magrissima, parlare anche dei chili che ci si ritrova addosso quasi subito dopo la…cessazione dell’attività, ma consiglio alle donne che non sono ancora entrate in questo periodo della vita, di prepararsi anche ad una pancetta un po’ più pronunciata. Giusto un po’….

Dicono che non per tutte sia così, che alcune donne non si accorgono neanche del cambiamento.

Io che non mi son fatta mancare niente, non potevo rinunciare a vivere appieno anche questa esperienza, giusto per ricordarmi della meraviglia di esser donna.

Per fortuna L’âme n’a pas de sexe…

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Cooling fan

 

 

Compagno di viaggio

Ti svegli la mattina ed è la prima cosa di cui ha percezione. Una volta è attaccato al basso ventre, una volta al fianco, un’altra alla gamba, sulla schiena o solo un po’ più in là. Non vuoi che vinca lui, che ti trattenga in quel letto, lo sfidi, ti alzi e inizi la tua giornata, facendo quel che devi, almeno quel che devi, difficilmente ciò che vuoi.

Ti guardi intorno e vedi le altre donne che si muovono, chiacchierano, camminano, corrono. Non hanno quella tua stessa smorfia perenne sul volto. Lo senti che torna. Arriva. Mentre stai parlando, stai lavorando, stai cercando di fare qualcosa, una qualunque. A lui non importa. Lo senti arrivare e il cuore accelera, il respiro si blocca, i muscoli si irrigidiscono, ti senti paralizzare. Ma non puoi fermarti. Non VUOI fermarti. Non vuoi che gli altri sappiano, che si accorgano. Allora fingi, dissimuli, ma lui è lì con te, è sempre lì. Ormai non sai più che cosa voglia dire dimenticarsene, vivere senza di lui. Forse non ci speri neanche più. Forse speri solo in alcuni, pochi momenti in cui puoi sperimentarne l’assenza.

A volte ti senti quasi in colpa per la sua presenza, quasi dovessi chiedere perdono agli altri, a chiunque ti sia vicino.

No.

Non devi, perché nessuno, né chi sa e fa finta di non vedere, né chi non sa e non si accorge di te, chiederà mai perdono a te.

Nemmeno quell’insensato, infinito, interminabile, implacabile, spietato dolore.

 

(Photo dal web)
(Photo dal web)

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Io, lui e Belen

Io, lui e Belen. Io e lui a letto. Belen in tv, semmai fosse necessario specificare.

Mi viene fuori una domanda di quelle che solo la mente di una donna può concepire, una di quelle da gag di Brignano. “Amore- dico- ma se per assurdo tu ti trovassi con Belen e lei fosse, diciamo così, disponibile -(avevo già detto che sarebbe assurdo)- tu che faresti?” Ho come l’impressione che lui sia entrato nel panico, come se sapesse che non esiste risposta esatta ad una domanda del genere e che in qualsiasi modo avesse risposto ne avrebbe pagato le conseguenze, e immagino decida di essere sincero: “Amore mio -il ruffiano- credo che mi verrebbe davvero difficile dire di no…” Gli sferro un calcio degno della Mondaini sotto le lenzuola e mi metto di “quartaccio” (me sto a romanizzà pur’io….per gli italiani normali  “mi giro di botto e gli do le spalle”). Non gli parlo più fino al mattino seguente, quando gli rivolgo la parola solo per rinfacciargli il tradimento, per quanto solo immaginato.

Belen un po’ rappresenta il prototipo di bellezza oggettiva, che che ne dica il mio fisioterapista al quale, sostiene lui, non fa né caldo né freddo- eppure non è gay!

Qualcuno, invece, sostiene che la bellezza oggettiva non esista: è bella la donna che si sente bella, la bellezza non è un fatto fisico, la seduzione è movimento. È una questione di suggestione e di autoimmagine. Certo questa sarebbe una spiegazione al fatto che anche donne che non sono esattamente bombe sexy abbiano trovato qualcuno disposto a condividere il talamo con loro, e certamente è una speranza per chi è non dico un po’ cessa, ma almeno nella media.

Però io la vedo Belen sui social e sembra sempre uscita da un salone di bellezza, è sempre da copertina, è sempre una gnocca da paura! Se è una questione di autosuggestione, mi dico, allora basta che io mi senta come lei, che mi atteggi come lei. Ci vuole un grande sforzo di immaginazione, ma ok. Inizio a seguire il consiglio di chi dice che bisogna ripetersi come un mantra “Io sono una seduttrice…io sono una seduttrice…” e già lì mi sento sufficientemente cretina. Poi comincio l’immedesimazione.  Guardo le sue foto ancora nel letto appena sveglia. Posa da panterona a parte, o la truccano mentre ancora dorme o le hanno tatuato la faccia. Io come tutte le persone normali appena sveglia vado in bagno e, anche se in 45 anni dovrei ormai essermi abituata, passando davanti allo specchio rischio un infarto ogni mattina. Provo a superare questa fase, mi metto un filo di trucco (ma forse un filo non basta) e vado a far colazione. Ma perché io sembro Mafalda e lei se sorseggia un caffè è capace di suscitare…..”ammirazione” in chiunque la guardi? Proviamo a fare una foto davanti allo specchio. Lei le fa in ascensore, io non ce l’ho: provo in camera da letto.  Bocca a “culetto di gallina”, sguardo languido, scatto…e niente, lei è sempre bellissima, a me sembra che mi sia venuta una paresi facciale. I piedi, no dico, perfino la foto dei suoi piedi è capace di scatenare chissà quali fantasie! Io li giro, li rigiro, li metto in posa, cambio angolazione, do lo smalto alle unghie, applico tutti gli effetti che l’app mi permette, ma vedo sempre due normalissimi, banalissimi piedi per niente eccitanti.  Anzi, pure un po’ bruttini.

Allora inizio con gli alibi. Lei non ha neanche 30 anni, io ormai sono in menopausa (ma se avessi scelto come modello Meg Ryan o Charize Theron sarebbe forse andata meglio?). Lei fa ginnastica, io c’ho (oltre tutto il resto) un’ernia e quando ho provato a stare una giornata in piscina, l’acqua mi ha fatto venire l’infezione all’ombelico. Tutta questione di fortuna! Lei ha le tette rifatte ed io no (questo ormai lo sapet tutti, vero?casomai leggetevi “Questioni di tette”) e ha soldi a palate da spendere in trattamenti di bellezza. Quando a me hanno chiesto 254 euro per una crema antirughe alla bava di lumaca, che di per sé farebbe pure un po’ schifo, mi stava venendo una sincope.

E poi, mi dico, quando mai può capitare al mio uomo di trovarsi davanti Belen? E francamente, premesso che io lo adoro così com’è, neanche lui somiglia tanto a De Martino o a Patrick Dempsey!

Ma sì, noi abbiamo una marcia in più, siamo BELLI DENTRO. Peccato, come disse un comico siciliano, non poter andare in giro “aperti”…

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belen

 

Donne che amano troppo

Scriveva Elster che “l’altruista ha bisogno di egoisti insani che prendano ciò che lui dà”. Le donne che amano troppo lo cercano fino a trovarlo, l’egoista che prende fino all’eccesso. E gli danno tutto ciò che possono, gli consegnano loro stesse, gli mettono fra le mani la loro vita.

Per anni, ogni giorno, ogni istante, sottraggono alla loro stessa vista la devastazione della propria esistenza e rinunciano alla loro identità, confondendo i propri desideri con quelli dell’altro, modificandosi per combaciare e combinarsi con l’uomo che hanno accanto.  Fino a non capire che cosa vogliono o non vogliono, fino a diventare la brutta copia di loro stesse.

Riducono il valore e l’importanza dei loro desideri, delle loro passioni, negandosi di vivere la propria vita secondo le naturali propensioni. Ingannate da promesse di felicità, assumono un atteggiamento di condiscendenza inerte, suggestionate da una “forza maligna” che acquisisce subdolamente il controllo della loro mente. Spesso qualcosa da dentro sussurra loro, infido, che non valgono nulla, che sanno far poco, che sole non potrebbero tanto. E allora strisciano ai piedi del loro “aguzzino”, mettendo a tacere l’istinto che suggerirebbe loro di prepararsi alla fuga.

Ma quando l’anima è minacciata per troppo tempo, sovente si ribella e assume il compito di essere vera, rivelando che praticare la mansuetudine a scapito degli aspetti più autentici di noi stessi non rende la vita più lieta. Allora si ricomincia a “prendersi sul serio”, a stare attente a ciò che non si vuole, ad accorgersi che è sbagliato che “qualcuno conti più della felicità” (De Silva).

Ed è allora che le donne che amano troppo fanno quel che trovano il coraggio di fare una sola volta, in un istante che se scappa poi non torna più: preservano la loro identità e cominciano ad amarsi. Ritrovano la strada verso la libertà e la imboccano, partendo dalla parte sconosciuta, ma sana, di loro stesse.

Io ce l’ho fatta. Tante altre, purtroppo, no.

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donne che amano troppo

(“Donne che amano troppo” è il titolo di famoso libro di R. Norwood, che se sei una donna che ama troppo dovresti leggere. Almeno l’ultimo capitolo…)

http://www.marisacalvitto.it/2016/06/21/attenti-alle-donne-che-hanno-sofferto/

Ciao Cucì…

Il loro matrimonio, il primo che ricordi nella mia famiglia, fu una vera festa per me. Non avevo mai visto sposa più bella e quell’uomo, venuto a rubare un po’ di spazio nella vita, faceva ridere ed era simpatico. Da quel matrimonio sono nate due delle persone a cui voglio più bene in assoluto, quelle che sono state “chiddi nichi” a prescindere dall’età, finchè non è arrivato qualcuno che per forza di cose è diventato il piccolo della famiglia.

Lui appariva sempre un po’ burbero, un uomo vecchio stampo, di quelli che vivono forte il pudore dei sentimenti. Ma portava allegria, era prodigo di consigli e, quando poteva, non si tirava mai indietro se avevi bisogno di una mano. Adesso che son sola ad immaginare una morte che non mi sembra vera, perchè la distanza non mi permette di racchiuderla in una cassa e in un funerale, le uniche immagini che ho nella mente, negli occhi e nel cuore sono immagini di vita, di gioia, di serate in compagnia, di barzellette, di cene.

Le “briscole in quattro”, il bocchino con la sigaretta fra i denti, le riviste scientifiche a portata di mano e i calzini bianchi che non toglieva neanche d’estate. La cipolla che non doveva esserci, nei suoi piatti, il forno a legna che accendeva per metterci dentro il pane fatto in casa.

La sua laurea in Legge, di cui non parlava mai e la sua passione per l’archeologia con cui ha cercato di contagiare me e che ha trasmesso pari pari a sua figlia.

E il suo orto, i peperoncini che mi ha regalato e che ancora condiscono i miei piatti, i semi di zucchina per fare i tenerumi che proprio in questi giorni hanno dato i loro frutti.

38 anni di immagini.

Mi manca il saluto finale.

Ogni vita è uno spettacolo e stanotte un altro sipario è calato.

Ciao, cucì…..

porta

Cave canem

Domenica mattina della vita ante canem: ti svegli con comodo, stai dieci minuti in più nel lettone, ti stiracchi, ti ristiracchi, controlli il telefono per verificare eventuali messaggi, affondi la testa nel cuscino, ti metti a pensare al nulla con gli occhi sbarrati nel buio della camera. Quando riemergi dal sopore fai colazione, ti gusti il caffè con calma, ti crogioli sul divano.

Vita cum cane: non sono neanche le sette del mattino e ti senti solleticare la faccia. Apri gli occhi, anzi uno, e trovi un muso peloso quasi attaccato alla tua faccia,con uno sguardo  che sembra dirti: “Wè, stamattina non ci si alza? Son le sette, sai?” lo spingi via e gli dici di andare da “papà” – che tanto lo sai che ti solitamente ti porta lui!- Il peloso quadrupede ha, però, un tale timore reverenziale per l’uomo di casa che non gli si avvicina se non dopo che quello è già sveglio da un quarto d’ora, fosse anche mezzogiorno e insiste conficcandoti le unghie sul braccio,  finché…via! Rassegnata, ti alzi e prima cosa riempi la sua ciotola, fai colazione veloce, mandi un giù un caffè perché hai paura che la sua vescica stia per esplodere, ti vesti alla meno peggio, vai per strada. Non importa se piove, se fa freddo, se ci sono 45 gradi all’ombra, tu, occhi gonfi e metà neuroni addormentati, vaghi come un fantasma nella via deserta e attendi la sua pipì e la sua cacca, lasciandoti trascinare più che guidandolo.

Quando ogni bisogno è esaurito, rientri a casa e sogni di tornare a letto “solo altri dieci minuti”, ma non fai in tempo ad entrare in camera che lui ha già in bocca la sua pallina e la sua coda scodinzolante di dice che oramai non è più ora di dormire! Tiri lontano la palla, lui la riporta e continui così per quindici minuti buoni, giusto il tempo necessario perché il tuo cervello si svegli del tutto. Però, accidenti, ai tuoi minuti di relax sul divano non vuoi rinunciare. Ti siedi in silenzio, sempre con il nulla in testa e lui ti si accoccola vicino, ti guarda con due occhi così pieni di amore e gratitudine che ne passeresti altre mille di domeniche mattina insonni, pur di averlo vicino e sentirti amata così. Gli sorridi e lo accarezzi sulla testa, fra le orecchie come piace a lui e gli sussurri, chi se ne frega se ti capisce o no, “Grazie, Jack…grazie di esistere”….

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canem

Allah akbar

Male che fa male. Dolore infondo all’anima e rabbia nel cuore. Di fronte a tragedie come quelle di questi ultimi periodi non si rimane indifferenti. Muoiono padri, madri, figli.

Allah akbar. Dio è grande.

Come possono parole dosì belle diventare un grido di terrore e di morte? Non potremmo provare a contrapporre con fermezza e convinzione un Dio diverso da quell’immagine distorta e malata di chi di uccide e fa morire gente innocente, seminando dolore e paura? Perchè contro chi urla “Allah akbar” non si può rispondere con una preghiera “sana”, una preghiera di amore?

Forse perchè in questa società degli eccessi contro chi semina terrore gridando il nome di Dio c’è chi tiene al buio al sua Fede, se ne vergogna per il timore di essere deriso, di essere considerato bigotto, ignorante, ingenuo.

Ho sempre sostenuto che di fronte ad un simile orrore bisogna rimanere in silenzio. Oggi credo sarebbe più utile diffondere Fede e preghiera, come una epidemia, un contagio.

Quando mi sono abbattutta per le brutture della vita mi hanno detto : “Non ripartire da Dio, riparti dall’IO”. Ho imparato che IO e DIO coincidono, sono inscindibili. E che IO non può bastare.

Io credo in Dio e ne sono fiera. Perchè, nonostante la vita mi prenda a schiaffi e il terrore mi circondi, ho conservato la capacità credere in qualcosa di buono. Perchè questo mi dà una marcia in più: la speranza e la certezza che il male cesserà; che non ci sarà una fine ma un meraviglioso inizio.

Credo in Dio e sono contenta perchè mille volte sono caduta e mille ancora cadrò, ma c’è chi mi risolleverà.

E perchè so che, anche grazie alla mia preghiera e a quella di chiunque si unisca, Dio darà pace e consolazione.

Dio è Grande. Ma davvero.

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Dio

 

Voce del verbo presumere

Presunzione

Vocabolario on line

Preṡunzióne (ant. o pop. proṡunzióne) s. f. [dal lat. praesumptio -onis, der. di praesumĕre «presumere», part. pass. praesumptus]:

 Argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati.

La presunzione ci tocca tutti. Tutti noi presumiamo, pur non essendo questo un fatto appurato, di essere sufficientemente intelligenti o di esserlo più di altri. Ogni giorno presumiamo di essere più belli o educati, più leali o più giusti, più onesti o più corretti. Anche se ci crediamo fermamente, quello comunque rimane: una presunzione. Poi c’è chi presume di poter fare degli altri quel che vuole, perché presume che il mondo sia al suo servizio.  Sempre presunzione è. Ma come ho letto una volta: “Che cosa diventa un presuntuoso, privo della sua presunzione? Provatevi a levar le ali ad una farfalla: non resta che un verme” (Nicolas Chamfort) Siamo tutti presuntuosi e, probabilmente, in realtà tutti vermi….

PRESUNZIONE