Nel blu dipinto di blu

Arrivo in aeroporto puntuale come sempre. Ai controlli, in tipico stile siciliano, diversamente da quanto era accaduto a Fiumicino, le porte per accedere sono aperte e senza sorveglianza. Sensibile come sono sulla questione “sicurezza ” la cosa mi irrita alquanto, ma vabbè.
Supero senza difficoltà l’ispezione e, mentre vado verso il gate, mi godo la musica proveniente dal pianoforte messo a disposizione di chiunque voglia cimentarsi, bambini compresi. Sono fortunata oggi, perché il tizio che lo sta utilizzando suona un brano sconosciuto ma gradevole e pur non essendo certamente un professionista è comunque capace ed io trovo meravigliosa l’idea che chi ne ha voglia possa regalare una melodia a tanti sconosciuti di passaggio.
Giunta all’uscita 10, mi metto in attesa fiduciosa, ma vengo presto delusa: l’imbarco inizia con una mezz’ora abbondante di ritardo.

Finalmente arriviamo in aereo ed io devo arrivare alla fila 25: prima di raggiungerla assisto alla sistemazione dei bagagli di almeno la metà dei passeggeri, mentre le hostess (che sia perdonato lo stilista che ha disegnato le loro orripilanti divise!) provano in ogni modo, ma inutilmente, di agevolare il passaggio per recuperare qualche minuto sul ritardo. Due su tre sono prossime alla pensione e la terza é brutta “comu na botta di cuteddu “, si direbbe dalle mie parti.

Mi siedo vicino ad una anziana e simpatica signora svizzera e poco dopo si unisce a noi un ragazzo russo. Essere fra due stranieri non mi dispiace affatto, perché mi piacerebbe davvero stare in silenzio e provare a rilassarmi un po’, durante il viaggio.

Ma, mentre in sottofondo si sente “Volare oh oh, nel blu dipinto di blu”, brano che mi sembra più che adeguato anche se poco originale, attiro non so perché l’attenzione di una tizia che siede nella mia stessa fila, seppure al di là del corridoio, che inizia a parlarmi del suo trasferimento al nord per via della riforma scolastica, argomento che già di per sé mi provoca attacchi di orticaria. Se mi distraggo, mi fa chiamare dal povero ragazzo russo, che ha la sfortuna di sedere fra di noi ma il vantaggio di non capire una sola parola di italiano.

Attendiamo per parecchio tempo la partenza, mentre la canzone di Modugno viene sostituita con la più moderna “Con te partirò “, anche questa scelta ineccepibile.

Il pilota ci comunica le informazioni sul volo e parla come se avesse appena avuto un ictus. Non è incoraggiante, ma ormai sono lì e non mi resta che pregare per la sua salute e la mia sopravvivenza.

Finalmente si decolla. La sensazione di dondolio che da l’aeromobile (come parlo bene!) mentre sta ancora con le ruote attaccate alla pista è rilassante e quasi soporifera. Però poi prende il volo e quando “si molla questo bistione di pirecchio quadrimotore nte l’aria”, per dirla con il mio conterraneo Jannuzzo, arriva quella sensazione di compressione sulla capoccia, come se avessi un mattone sulla testa. È inutile, non siamo programmati per volare, è proprio contro natura, come stare sott’acqua. Siamo nati per stare coi piedi per terra, c’è poco da fare e ne sono sempre più convinta! E però è necessario, perciò pazienza.

Subito dopo l’hostess vestita rosso/verde stile albero di Natale, ci informa che la compagnia aerea è favorevole e promuove i giochi olimpici a Roma nel 2024. Grazie tante: siete una compagnia aerea, lavorate su Roma, ci mancherebbe che foste contrari! Me ne compiaccio, ma ai fini del mio viaggio poco me ne cale. Anzi, mi fa pensare a Renzi e alla Raggi e mi dà immediatamente un senso di nausea.

Provo a leggere, ma la tizia oltre il russo non demorde: è decisa a farmi sapere tutto di lei e, cosa che mi irrita di più, a sapere il più possibile su di me. Per fortuna il pilota ci tiene ad arrivare presto presto e annuncia l’atterraggio. Io in realtà l’avevo già capito dalle orecchie tappate,che ci avvicinavamo alla terra. Se volare è contro natura, atterrare a volte è nonostante tutto fastidioso. Un po’ come nascere: inizi a vivere, ma lo fai piangendo.

Appena il carrello tocca terra parte spontaneo l’applauso. A parte che preferirei in ogni caso aspettare di fermarmi, prima di entusiasmarmi tanto, io dico: quello (anche se buono buono non sembrava) il pilota fa. Atterrare mi sembra il minimo sindacale! Non è che quando io insegno a leggere ad un mio alunno i genitori mi dedicano una standingn ovation!!!! Ma si sa, noi siciliani ( anche se presi dalla foga hanno applaudito pure la svizzera e qualche “continentale”) siamo gente di cuore e ci teniamo a far sapere il nostro apprezzamento.

L’albero di Natale…pardon, l’hostess di mezza età dà tutte le solite informazioni del caso e, mentre riparte Modugno, dice ” VI auguriamo di rivederVI in uno dei nostri voli”.

Con tutto il rispetto, cara Hostess, io potrei anche avere il piacere di rivedere te, di sentire la voce impastata del pilota, potrei sopportare ancora il mattone sulla testa e le orecchie tappate, potrei pure accettare quell’ora di ritardo a cui mi avete costretta, che tutto sommato è fisiologica….ma la tizia neo assunta ciarliera e logorroica no, eh? Io proporrei addirittura un minuto di silenzio per quei poveri colleghi che dovranno sorbirsela per un anno intero…
Si è parlato di creare voli senza bambini. Io propongo una linea “ball buster free“. Si può?
“Arrivederci e grazie di aver volato con noi!”
Prego, signora Hostess. Alla prossima!

nel blu dipinto di blu

 

E mi ricordo quel mare azzurro e limpido

E mi ricordo quel mare azzurro e limpido, il caldo afoso degli ultimi giorni di un’estate tormentata e detestabile, stagione di ferite sanguinanti e anima afflitta. Di voglia, senza speranza, di conquistare una vita sconosciuta.

In una via acciottolata, sotto il sole cocente di un mezzogiorno qualsiasi, due cuori offesi si incontrano, si sorridono, si riconoscono, dimenticano paure, apprensioni, dubbi e si concedono l’uno all’altro ed insieme al desiderio di credere che sia possibile rinascere, ritornare alla vita, ricominciare a sorridere e ridere ed amare ancora e ancora di più.

Lui, andatura dinoccolata, unghie rosicchiate, sorriso disarmante ed entusiasmo coinvolgente.

Lei, rigida e chiusa in un imbarazzo che toglie fiato e parole, occhi protetti dagli occhiali da sole che sbirciano curiosi ma timidi un volto nuovo, sconosciuto ma inspiegabilmente familiare.

Un pacchetto di dieci Baci Perugina da cui mancano due cioccolatini perché l’otto disteso, diceva lei, ricorda il simbolo dell’infinito.

Un bacio inatteso ed impacciato, la gioia, il turbamento, il timore di quello che da lì in poi sarebbe stato.

È stato amore, semplicemente amore.

Amore che abbatte resistenze, paure, la perenne sfiducia che qualcosa di bello possa finalmente capitare.

Amore con mille difficoltà, alcune volute dalla vita, altre da chi ha odiato, da subito, i sorrisi e la felicità, l’essere amanti, amici, sempre uniti e solidali, nel bene e nel male. Sempre insieme, senza ripensamenti, senza esitazioni, senza intervalli. Con costanza e perseveranza, senza riserve, incertezze, tentennamenti.

Me lo ricordo quel 29 agosto di sette anni fa quando, sullo sfondo di quel mare azzurro e limpido, con quel caldo afoso degli ultimi giorni di un’estate tormentata e detestabile, lui è arrivato inaspettatamente nella mia vita, ad urlarmi “Ti amo” da sotto un balcone, a sconvolgermi meravigliosamente la vita, ad insegnarmi che “trovare la propria metà” non è una favola, un sogno irrealizzabile, una invenzione di poeti folli; che l’amore è rispetto, vicinanza, condivisione, comprensione; è essere una cosa sola senza smettere di essere se stessi, conservando le proprie caratteristiche, le proprie peculiarità,.

Sono trascorsi sette anni: ci siamo conosciuti, apprezzati, a volte tollerati, ci siamo abituati ai difetti e ci siamo trasformati. Due persone che si completano, trovano appagamento, compiutezza, soddisfazione, pace, serenità. Quiete.

Insieme da sempre e sempre insieme.

Ed io oggi so, più di allora e con più convinzione, che se tornassi indietro, farei tutto quel che ho fatto, soffrirei tutto quel che ho sofferto, aspetterei di nuovo tutto il tempo che ho aspettato se questo servisse ad arrivare sempre a lui.

“So che per qualche motivo, ogni passo che ho fatto da quando ho imparato a camminare, era un passo verso di te!”

E mi ricordo

Ricordando Giulia

26 Agosto 2011

“Ciao, Giulia.

Adesso è come se tutto il nostro “gruppo” si fosse ritrovato, in nome dell’affetto che abbiamo in comune con te. Se chiudo gli occhi immagino di vederci come ad uno dei nostri “raduni”, tutti insieme, seduti in cerchio, con un posto vuoto: il tuo.

Noi siamo l’esempio di quella “strana” amicizia nata nel mondo virtuale, in quel mondo di cui tanto si parla e a volte si sparla, in cui niente sembra autentico e in cui, al contrario, nascono affetti, amicizie, amori, così concreti da rimanerci “storditi”.

Ci siamo conosciute, io e te, in uno di quei forum dove si incontrano persone che hanno in comune l’amore per la musica, la voglia di compagnia e, forse, la fuga dalla solitudine. Chissà cosa ci ha unite, da quando quella prima volta, a chilometri di distanza, cantammo insieme “Brividi” della Casale…fatto sta che poco dopo eravamo lì a scriverci e-mail, raccontarci, conoscerci. Quando la prima volta ci incontrammo fu come se la tua solarità, la tua gioia, il tuo calore inondasse la mia casa e le nostre vite….Musica, canzoni, allegria, notti intere a confidarci esperienze, dopo aver giocato sul lettone come due bambine, dopo aver riso a crepapelle….Una notte dopo l’altra, un racconto dopo l’altro ci hanno unite, ci hanno permesso di comprenderci…tanto che anche lontane, sapevamo esattamente il momento giusto per chiamarci, quando una di noi aveva bisogno dell’altra. Come quella mattina in cui stavi male, ed io, pur non avendo niente da dirti, istintivamente ho composto il tuo numero…e ho messo il mondo sottosopra….Che peste sei stata, monellaccia, a farmi prendere quella brutta paura…Ma anche quella volta ce l’abbiamo fatta, fino all’incontro successivo, alle chiacchierate successive, ai nuovi racconti. Per un periodo ci siamo anche “perse”…ma in un’amicizia capita anche questo, la forza è stata nel ritrovarci come se niente, neanche il tempo fosse trascorso. E l’ultima volta che sei stata giù? Quanto mi hai aiutata quel pomeriggio in cui ho vissuto quella brutta esperienza!!! mi hai giudata nel fare la cosa giusta, mi hai fatto sentire capita…portando con te, fino ad oggi, il segreto…Uno dei tanti che abbiamo condiviso!!! Proprio quando sei partitia ho conosciuto il mio Federico…e io lo dissi a te, alla prima persona in assoluto, la notte stessa. Se non fosse stato per il tuo incoraggiamento, forse anche fra me e lui sarebbe andata diversamente: scottata e delusa ero spiazzata e tu mi hai incoraggiato, facendomi vedere il positivo, incitandomi….da allora ogni nostra telefonata si è chiusa sempre con lo stesso identico saluto “Wè, Marì! Io faccio il tifo per voi!!” La risento, la tua voce, mentre me lo dicevi..e il tuo tifo ha funzionato se adesso sono qui, convivo con lui che è diventato la mia ragione di vita! Purtroppo non sono valse a nulla le mie peghiere per te…e in questo sento quasi un fallimento, insieme ad un grande rimpianto: non averti salutato….Perchè alla fine nella vita, nelle cose importanti, è sempre “troppo tardi”! Tendiamo a rimandare sempre tutto, convinti che ci sia sempre tempo per dire certe cose, per fare certe cose…Dovevamo anche vederci entro quest’anno “o io da te, o tu da me, ma dobbiamo incontrarci!!!” hai detto. Ma poi capita che il tempo te lo rubino e ti rimangono lì quelle parole non dette, quella telefonata non fatta…e non puoi più tornare indietro, non puoi fare più nulla.

Continuo a torturarmi ascoltando la tua voce, le tue canzoni, chiudo gli occhi e ti rivedo mentre facevi la cosa che ti piaceva di più:cantare….Lo so, Giulia, la vita presto riprenderà come sempre, ritorneremo a farci prendere dalle nostre sollecidutini quotidiane, il dolore si affievolirà (ma non cesserà) e conoserveremo il tuo ricordo. Ma tutti seduti in circolo, continueremo a guardare il tuo posto vuoto….e, stanne certa, nessuno mai lo occuperà.

Ti voglio bene Giulietta…..”

giulia

 

Tu conosci bene il dolore

Lo hai guardato in faccia, lo hai sfidato, hai ingaggiato contro di lui una lotta che ti ha visto triste, avvilita e disillusa, arrabbiata e addirittura furiosa. Una guerra che ti ha trasformata, svuotata, depressa, abbattuta, indebolita, spesso scoraggiata.

Ti ha fatto tremare, trasalire, impallidire.

Tu il tuo dolore lo conosci bene.

È fatto di sogni infranti, di vita sbiadita, sfocata, sospesa, interrotta, spezzata.  Di improvvise deviazioni, di inattese direzioni, di impreviste solitudini, di respiri impediti, di profondi abissi, di baratri oscuri. Di perfidi tradimenti, di impensate meschinità, di sorprendenti abbandoni.

Ha fatto di tutto per metterti all’angolo, per disarmarti, per toglierti ogni via d’uscita, per lasciarti intendere che il tempo era scaduto, che non meritavi una speranza.

Lo hai avuto sempre accanto, invisibile ma presente, persecutore, oppressore, persistente.

Talmente durevole ed ininterrotto che hai dovuto fartelo amico, per non permettergli di spegnerti il sorriso.

Sai che non c’è niente di bello in lui, che non lo avresti mai scelto se avessi avuto anche solo una possibilità; sai che quella che rende migliori è solo una squallida ed inutile bugia, inventata da chi il dolore lo ha sfiorato appena ma non ne è stato attraversato.

Non ti consideri certo speciale: sei semplicemente una donna che ha dovuto e voluto sopravvivere, che ha scelto di esserci finché ci sarà vita, col cuore stropicciato e le piaghe nell’anima.

Ferita ma non ancora sconfitta.

Tu il dolore lo conosci bene. Troppo.

dolore

Non tornare….

Non tornare, sulle rovine della mia vita, a ricordarmi che ci sei stato.

Non tornare, ora che hai capito che sono il tuo più grande rimpianto, a dirmi che non hai mai potuto fare a meno di me.

Non tornare per raccontarmi quanto mi hai amato, quanto mi hai voluto, quanto adesso hai bisogno di me.

Mi amavi, dici.

Ma te ne ricordavi quando passavi da una donna all’altra, quando mi lasciavi ad aspettarti, quando mi mettevi all’angolo, quando mi stordivi di menzogne, quando riempivi la mia vita di promesse che non mantenevi?

Non ti ricordavi di amarmi quando mi facevi sentire inadeguata e colpevole di non essere all’altezza, quando mi umiliavi, quando le tue mani colpivano il mio viso e le tue parole mi trafiggevano il cuore?

Forse lo dimenticavi, quando le mie lacrime erano per te motivo di orgoglio, quando mi ferivi per il piacere di farlo e poi sulle ferite mettevi il sale, quando mi regalavi dolore, sicuro che mi avresti sempre ritrovata.

Quando manipolavi perfino i miei pensieri, quando pretendevi senza dare, quando mangiavi sulla mia pelle, ti nutrivi dei miei sentimenti, risucchiavi la mia esistenza e godevi nell’esercitare un perverso potere.

Tu torni.

Egoista come sempre, torni.

E speri che io ti tenda la mano, per tirarti su dal nulla in cui sei precipitato, dalla melma in cui ti sei invischiato, per liberarti dalla prigione che ti sei creato. Per cacciare via la tristezza dalla tua vita, per porre rimedio ad una realtà che ti vede sconfitto.

Ma adesso, vedi, in ginocchio ci sei tu.

Io sono in piedi e potrei spingerti giù, più in fondo all’orrore che tu stesso hai costruito; ma si perderebbe quella sana differenza fra te e me.

Giro le spalle e vado per la mia strada. Indifferente, serena, libera.

Libera da te, dal tuo ricordo e da ogni desiderio di vendetta.

“Buona vita”.

non tornare

 

Ahi mì amor

Lo negherò sempre perfino con Dio che a volte il pensiero vagando di suo
ritorna a cercarti esulta al ricordo.
Poi torna a sfinirmi cattivo e testardo.
E penso alla notte che sola dormivo
e tu pur sapendo che sola morivo,
chissà da che braccia non sei più tornato
e allora mi dico non mi hai mai amato.
E canta il cuore non era amore.
Ahi, mì amor di quella nostra storia io,
Ahi, mì amor non capirò mai niente
Ahi, mì amor con questo dubbio resterò
tutta la vita non saprò
se mi hai amato oppure no.
Ricordo Dicembre la neve la gente,
e tu che nel traffico lento, irritante
bloccando la strada hai spento il motore
per dirmi mi vedi io muio d’amore.
I clacson suonavano come impazziti,
noi fuori dal mondo ci siamo baciati,
neppure a tre ore da quel capodanno
a cui non venisti giocando d’inganno.
E insinua il cuore non era amore.
Ahi, mì amor di quella nostra storia io,
Ahi, mì amor non capirò mai niente
Ahi, mì amor con questo dubbio resterò
tutta la vita non saprò
se mi hai amato oppure no.
E poi lunghi mesi in cui stavo male,
in cui non sapevo dormire o pregare
diceva il dottore è lei che lo vuole
c’è un filo diceva tra mente ed il cuore
E allora di colpo ti ho visto vicino.
la notte ed il giorno un lungo cammino
E quando ho ripreso a sorridere ancora
ho girato la testa ma ero già sola.
E insiste il cuore non era amore.
Ahi, mì amor di quella nostra storia io,
Ahi, mì amor non capirò mai niente
Ahi, mì amor con questo dubbio resterò
tutta la vita non saprò
se mi hai amato oppure no.

(Serrat- Limiti)

 

Fra sabbia e ombrelloni

Corpi asciutti, fisici perfetti. Pelle abbronzata, lucida di olio, costumi sempre più sottili portati con una disinvoltura che farebbe invidia a Belen; addominali scolpiti che lasciano intuire mesi di fatiche in qualche palestra, occhi nascosti dietro occhiali da sole sempre più alla moda.
Io, al mare, mi sento un pesce fuor d’acqua (mai similitudine fu più inerente). È inutile che trattenga il respiro, è inutile che gonfi i pettorali. La pancetta coi suoi rotolini c’è e si vede. Il fondoschiena di quando ero ragazza non è più un’opera d’arte, e, se leggo o scrivo sugli occhiali da sole ho poggiati pure gli occhialini da presbite precoce.
Sto rigorosamente distesa, una mano la tengo sulla pancia per nascondere le cicatrici (autografi di Dio?) e mi rendo conto che il problema non sono gli altri, che fondamentalmente se ne fregano di me, dei miei chili di troppo, del mio ombelico martoriato e dei miei “sei occhi”. Il problema sono io che faccio fatica ad accettare di non avere più vent’anni, una menopausa indotta prima del tempo che mi fa sentire vecchia e che ha trasformato il mio corpo.
Perché noi donne ci teniamo, c’è poco da fare. Ci teniamo a star bene con noi stesse e non solo, a sentirci in forma, e accettiamo con difficoltà vedere passare gli anni sulla nostra pelle. Ed io, in questo momento, sto morendo d’invidia per la mia vicina di ombrellone, probabilmente della mia stessa età, che ha tre pargoli e un sedere che sembra scolpito. Ok, sposto gli occhi un po più in là, meglio fissare la ragazzetta che invece ha la metà dei miei anni e addosso il doppio dei chili…. Oppure faccio ancora di meglio. Spengo tutto e mi chiudo nell’unica palestra che posso permettermi: quella dei neuroni. Con il mio personal trainer preferito: il mio ultimo acquisto in libreria…..
PS. La sfilata pancia in dentro e petto in fuori fino a riva ve la risparmio……

Uomini, sono con voi!

 

Sono una delle donne meno femministe che io conosca.

Non è una “malattia” (l’antifemminismo, intendo) che mi è venuta con il tempo, credo di esserci nata. È proprio un fatto esogeno.

La mia è una via di mezzo fra la sfrenata emancipazione /parità e un ritorno al passato.

Del resto a me pare inutile rincorrere una parità non prevista già dal momento della creazione: sarà per un fatto di forza fisica, sarà perché hanno caratteristiche fisiche diverse, ma uomini e donne sono differenti. E noi donne cadiamo in netta contraddizione quando proclamiamo la parità e poi carichiamo i nostri mariti con buste della spesa, quando pretendiamo che siano tanto galanti da aprirci lo sportello della macchina o attenzioni che a questo punto diventano totalmente anacronistiche.

Noi, o le donne diverse da me, proclamiamo la parità e poi ci rifacciamo le tette raccontandoci la bugia che lo facciamo per noi stesse quando l’unico vero obiettivo è attirare sguardi perversi e vogliosi di più uomini possibile! Se avessimo davvero fiducia in noi stesse, non avremmo problemi a farci accettare anche con un paio di tette piccole, puntando sulla personalità o l’intelligenza (per chi ce l’ha) e non avremmo bisogno di “quote rosa”, perché non accetteremmo un posto di prestigio solo perché ci spetta una percentuale, ma solo perché siamo persone valide e capaci. A me non importa chi mi comanda, se uomo o donna, purchè sia una persona in grado di farlo. Devono, le rappresentanti del gentil sesso, lottare e dimostrare di essere persone capaci come tutti.

Le donne non sono superiori agli uomini perché possono essere madri, non sono più intelligenti, non sono né più nè meno, in generale. Sono semplicemente diverse dal genere maschile, come il genere maschile, senza né merito né colpa, è diverso da loro. Le donne non sono speciali solo per il fatto di essere donne.

Tutto questo, però, non vuol dire che io sia una donna “contro” le donne, anche se sembra.

Per esempio, non sopporto che una donna non possa avere un contatto con un uomo, non possa dimostrargli il suo affetto, la sua amicizia, perché lui potrebbe sentirsi autorizzato a metterle le mani addosso. Non per un problema di parità, ma solo di umanità, di sensibilità. E mi ferisce che ancora ci siano uomini che se ti vedono sorridente nei loro confronti, se ti vedono affettuosa, magari solo perché sei una persona solare, si permettano di credere che sei disponibile. E anche se dovessero crederlo, per una incomprensione di fondo, nessuno li autorizza a non chiedere almeno il permesso prima di saltarti addosso mostrandoti attenzioni non solo non richieste ma anche inaccettabili!

Non accetto che alle donne sia preclusa la possibilità di lavorare perché potrebbero rimanere incinta, o che si manchi loro di rispetto sotto nessun punto di vista.

Non posso ammettere che un uomo si approfitti del fatto di essere più forte fisicamente per fare del male, in qualsiasi forma, ad una donna.

Per quanto detto, quando mi si accusa, in alcuni commenti ad certi miei articoli, di parlare solo delle donne (Donne che hanno sofferto, Donne forti, Il coraggio delle donne), un po’ mi vien da ridere.

Per quanto io possa conoscere l’animo umano, per quanto io possa provare a mettermi nei panni del “sesso forte”, volente o nolente, forse anche mio malgrado, io quello sono: una donna.

E ho fatto le esperienze di una donna, ho vissuto i guai di una donna; un po’ meno le gioie, ma in parte anche quelle.

Quando scrivo ci metto me stessa, ed io sono donna. Se volete me ne dispiaccio, ma questo non cambierebbe le cose.

Per il resto, sono solidale con gli uomini, almeno con quelli che lo meritano, li stimo.

A volte ne ho compassione, nei casi in cui li vedo messi all’angolo dalla prepotenza con cui il sesso opposto, noncurante delle loro esigenze, sgomita per rubar loro il ruolo che cercano di difendere.

Quindi, carissimi maschietti miei, qui di sessismo non se ne trova, né in un senso, né nell’altro.

Anzi, proprio perché donna, conosco tanto bene quello di cui noi femminucce siamo capaci e quindi potete, se lo meritate, trovare comprensione e affetto.

uomooo

 

Panic

Solitamente l’ansia e la paura sono normali meccanismi di difesa. Sono utili e necessari, perché permettono di riconoscere e affrontare una situazione di minaccia, attivando il meccanismo “attacco-fuga”.

Questo quando sono normali, appunto. La mia ansia è, invece, esagerata e spesso diventa, inesorabilmente, una gran bella rottura di gonadi.

La mia ansia è quella che trasforma un semplice mal di pancia in una occlusione intestinale, è quella che mi fa tornare indietro a controllare se ho chiuso il gas, che mi fa alzare nel cuore della notte per verificare se ho chiuso a chiave la porta, che fa diventare una semplice pioggia un uragano che ci travolgerà tutti e che non mi permette di andare ad un concerto o in qualsiasi posto ci sia troppa folla, dove non ci siano immediate vie di fuga e non ci sia un bagno a portata di mano.

Adesso, per esempio, ho quella pre- viaggio in aereo. Pur avendo superato in buona parte la paura di volare, stavolta credo che farò testamento prima di partire. Perché, il rischio è reale, ci saranno almeno un centinaio di terroristi in aeroporto, pronti a farsi esplodere al mio passaggio.

Sto provando ad organizzarmi. Cercherò di superare velocemente i controlli, perché se qualcuno dovesse essere imbottito di esplosivo rimarrà certamente fuori dalla parte “protetta”. Semmai il tizio dovesse accendersi come una miccia, magari se faccio in tempo ad allontanarmi sento solo il botto. Se non mi faranno dei controlli accurati credo che mi metterò a far polemica e mi arrabbierò talmente che arresteranno me, piuttosto che eventuali terroristi.

Nell’attesa dell’imbarco terrò gli auricolari con la musica a palla, almeno non sentirò il pazzo che urlerà “Allah Akbar!!!” e, colta di sorpresa, non mi accorgerò di essere sul limitar di vita. Non devo guardarmi troppo intorno, perché se dovessi vedere qualcuno scuretto di pelle, con un po’ di barba che possa anche solo lontanamente ricordare un attivista islamico, rischio di scatenare il panico in tutto l’aeroporto.

E quando arriverò a destinazione, sia all’andata che al ritorno (se ci sarà un ritorno), bacerò terra come il Papa.

Ecco, la mia ansia non è solo una difesa.

La mia ansia è quella delle gambe molli, del respiro bloccato in gola, degli arti formicolanti, del respiro dentro al sacchetto. È quella del cuore che batte forte, dello stomaco contratto, quella che ti fa venire voglia di vomitare.

La mia ansia è quella che, in alcuni casi, si trasforma in attacchi di panico, che fanno sorridere chi non ne ha mai avuto uno, che mi fanno apparire come una persona con qualche rotella fuori posto, tanto da farmi dire (lo faccio sempre) che tutti, almeno una volta nella vita, ne dovrebbero provare uno.

Che si sappia, però, che sono una “svitata” in buona compagnia: Patty Pravo, Alessandro Gassman, Adele, Madonna, Robin Williams, Carlo Verdone e perfino Barbra Streisand ne hanno sofferto e ne soffrono anche più di me.

Giovanni Allevi ha dedicato agli attacchi di panico perfino un suo brano. A me pare troppo, per un’ansia un po’ stronza come la nostra, però ammetto che il pezzo mi piace…e mi rilassa…

panic

Tranquille donne, amiche mie…

Tranquille, donne. Il bastardo che vi ha trattate come “vuoti a perdere” se lo farà da solo il male che merita. Se lo andrà a cercare, come se sapesse che il dolore che vi ha dato non può restare libero da pena.

No, non rimarrà impunito. Ci penserà lei, la prossima. Quella che lui sceglierà dopo di voi.

E finalmente sarà lui ad aspettare, ad elemosinare amore e attenzioni, a chiedere giustizia e a sentirsi bistrattato, umiliato, sconfitto.

Si arrenderà, e guardandosi allo specchio vedrà un uomo annientato, battuto, mortificato.

Non si riconoscerà e ricorderà i giorni in cui si sentiva invulnerabile, in cui non aveva bisogno di conferme, in cui non si preoccupava degli altri, non si preoccupava di voi.

Anche lui conoscerà il sapore dell’infelicità, il gusto delle lacrime, il disonore e la vergogna di essere sconfitto con le stesse armi con cui, spavaldo, sfrontato, arrogante, vi ha fatto del male.

Piangerà, si struggerà, si odierà, non vorrà salvare più niente di sé. Capirà che cosa vuol dire sperimentare una vita triste e buia, conoscerà la rovina della sua esistenza.

E si pentirà.

Sì, si pentirà del suo egoismo, della sua spietatezza, della crudeltà con cui adorava ferirvi, graffiare la vostra anima, sicuro che voi sareste rimaste lì, ad aspettare un suo gesto, un suo sguardo, che sareste rimaste lì a cercare guadagnarvi il suo rispetto.

Allora dentro di sé chiamerà il vostro nome, ricorderà i vostri occhi, rimpiangerà le vostre attenzioni, avrà nostalgia del vostro corpo.

Gli farà male da morire essere spettatore della vostra felicità; comprendere, finalmente, che voi ce l’avete fatta. Anche senza di lui.

Voi non dovrete far nulla, donne, amiche mie, per fargli del male. Non ci sarà vendetta, non dovrete macchiarvi né mani né coscienza.

Se lo farà da solo, il male che merita, il bastardo che vi ha trattate come “vuoti a perdere”….

uomo bastardo