La verità è che non gli piaci abbastanza: un altro punto di vista.

La verità è che non le piaci abbastanza

Eccomi qua.
Stamattina mi sono svegliato molto “heavymetal”, mi sono alzato, ho preparato un caffè e, mentre aspettavo che salisse, ho messo su “Death Magnetic” dei Metallica, che è sempre un bel disco e che ogni tanto vale la pena ascoltarlo. A tutto volume, naturalmente.
Poi sono sceso in cortile, ho girato le gomme alla macchina, era già un po’ che pensavo di farlo. Infine, già che c’ero, ho dato una sistemata al garage che era un delirio, un’ecatombe di rumenta accumulata durante tutto l’inverno scorso. Anche questo è un lavoro che mi tocca fare, almeno una volta all’anno. Quindi me ne sono tornato in casa, sempre con i Metallica che giravano a palla (li avevo lasciati in Random & Repeat), mi sono fatto una doccia e ho dato un’occhiata alla posta dove, ad attendermi, c’erano gli aggiornamenti dei blog che seguo regolarmente. Tra gli altri ho trovato quello di www.marisacalvitto.it, una delle mie blogger preferite (consiglio a tutti/e di dare un’occhiata, ne vale davvero la pena), ho letto il suo ultimo post, tratto  dal film omonimodi Ken Kwapis (La verità è che non gli piaci abbastanza) e mi sono girati i coglioni, letteralmente.
No, non è che mi sono girati perché ciò che Marisa ha pubblicato sul suo blog non corrisponda a verità, anzi, da uomo posso assicurare che quanto lei ha riportato sul genere al quale mi pregio di appartenere purtroppo collima con una triste quanto reiterata realtà. Ed è altrettanto vero che ci sono uomini (e sono la maggioranza, io credo) che abitualmente si comportano nei confronti delle donne nel modo descritto nel post della mia amica blogger.
Mi sono girati i coglioni perché vorrei trovarne una io, di quelle donne che costituiscono la regola di cui Marisa parla nel suo post, ne basterebbe una, una sola, per esempio che si facesse avvicinare per farsi corteggiare (e dio solo sa quanto io ami fare la corte ad una donna) senza poi respingermi facendomi intendere che per lei, in fondo, era solo un gioco, un modo per sentirsi importante. Oppure dicendomi che “mi adora” perché le scrivo delle cose bellissime, che nessuno le aveva scritto mai, ma quando le chiedo di incontrarla per un aperitivo mi risponde che preferisce che il nostro rapporto rimanga “entro i confini del virtuale”. Già, perché io a questa storia del virtuale ci credo fino ad un certo punto, è vero che mi piace scrivere ma parlare mi piace ancora di più e sorridere e ridere, magari, e guardarsi negli occhi, già che ci siamo, tanto per capire con chi ho a che fare. E mi girano ancora di più sapendo che quella che viene riportata da Marisa è la normalità ed io, fino ad ora, non ho incontrato che eccezioni, donne che faccio fatica a definire subnormali, altro che normalità.
Mi sono sentito dire spesso che ci si tira addosso ciò che in realtà si cerca e che quindi, a conti fatti, sarebbe pure colpa mia. Io, a questa storia del tirarsi addosso le persone ci credo fino ad un certo punto, anzi, no, ho deciso che non ci credo più, si tratta proprio solo di fortuna, stramaledetta fortuna, teoria dei grandi numeri, statistica, calcolo delle probabilità, chiamatela come vi pare.
Avrei potuto commentare il tuo post, Marisa, ho preferito scriverne uno tutto mio, aprire la discussione (eventualmente) a chi, come me, ha dovuto fare i conti con le eccezioni. Che, se tali sono, a questo punto dovrebbero essere finite, o quasi, per quanto mi riguarda. Perché una donna “normale” mi piacerebbe proprio incontrarla, a questo punto della mia vita. Fosse anche solo per vedere com’è fatta.

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