La verità è che non gli piaci abbastanza: un altro punto di vista.

La verità è che non le piaci abbastanza

Eccomi qua.
Stamattina mi sono svegliato molto “heavymetal”, mi sono alzato, ho preparato un caffè e, mentre aspettavo che salisse, ho messo su “Death Magnetic” dei Metallica, che è sempre un bel disco e che ogni tanto vale la pena ascoltarlo. A tutto volume, naturalmente.
Poi sono sceso in cortile, ho girato le gomme alla macchina, era già un po’ che pensavo di farlo. Infine, già che c’ero, ho dato una sistemata al garage che era un delirio, un’ecatombe di rumenta accumulata durante tutto l’inverno scorso. Anche questo è un lavoro che mi tocca fare, almeno una volta all’anno. Quindi me ne sono tornato in casa, sempre con i Metallica che giravano a palla (li avevo lasciati in Random & Repeat), mi sono fatto una doccia e ho dato un’occhiata alla posta dove, ad attendermi, c’erano gli aggiornamenti dei blog che seguo regolarmente. Tra gli altri ho trovato quello di www.marisacalvitto.it, una delle mie blogger preferite (consiglio a tutti/e di dare un’occhiata, ne vale davvero la pena), ho letto il suo ultimo post, tratto  dal film omonimodi Ken Kwapis (La verità è che non gli piaci abbastanza) e mi sono girati i coglioni, letteralmente.
No, non è che mi sono girati perché ciò che Marisa ha pubblicato sul suo blog non corrisponda a verità, anzi, da uomo posso assicurare che quanto lei ha riportato sul genere al quale mi pregio di appartenere purtroppo collima con una triste quanto reiterata realtà. Ed è altrettanto vero che ci sono uomini (e sono la maggioranza, io credo) che abitualmente si comportano nei confronti delle donne nel modo descritto nel post della mia amica blogger.
Mi sono girati i coglioni perché vorrei trovarne una io, di quelle donne che costituiscono la regola di cui Marisa parla nel suo post, ne basterebbe una, una sola, per esempio che si facesse avvicinare per farsi corteggiare (e dio solo sa quanto io ami fare la corte ad una donna) senza poi respingermi facendomi intendere che per lei, in fondo, era solo un gioco, un modo per sentirsi importante. Oppure dicendomi che “mi adora” perché le scrivo delle cose bellissime, che nessuno le aveva scritto mai, ma quando le chiedo di incontrarla per un aperitivo mi risponde che preferisce che il nostro rapporto rimanga “entro i confini del virtuale”. Già, perché io a questa storia del virtuale ci credo fino ad un certo punto, è vero che mi piace scrivere ma parlare mi piace ancora di più e sorridere e ridere, magari, e guardarsi negli occhi, già che ci siamo, tanto per capire con chi ho a che fare. E mi girano ancora di più sapendo che quella che viene riportata da Marisa è la normalità ed io, fino ad ora, non ho incontrato che eccezioni, donne che faccio fatica a definire subnormali, altro che normalità.
Mi sono sentito dire spesso che ci si tira addosso ciò che in realtà si cerca e che quindi, a conti fatti, sarebbe pure colpa mia. Io, a questa storia del tirarsi addosso le persone ci credo fino ad un certo punto, anzi, no, ho deciso che non ci credo più, si tratta proprio solo di fortuna, stramaledetta fortuna, teoria dei grandi numeri, statistica, calcolo delle probabilità, chiamatela come vi pare.
Avrei potuto commentare il tuo post, Marisa, ho preferito scriverne uno tutto mio, aprire la discussione (eventualmente) a chi, come me, ha dovuto fare i conti con le eccezioni. Che, se tali sono, a questo punto dovrebbero essere finite, o quasi, per quanto mi riguarda. Perché una donna “normale” mi piacerebbe proprio incontrarla, a questo punto della mia vita. Fosse anche solo per vedere com’è fatta.

La verità è che non gli piaci abbastanza

Tu non sei l’eccezione. Tu sei la regola. E la regola dice che se un uomo non ti chiama, è perché non vuole chiamarti.

Se ti tratta come se non gliene fregasse un cazzo, è perché non gliene frega un cazzo. Se ti tradisce, è perché non gli piaci abbastanza.   Non esistono uomini spaventati, confusi, disillusi. Non esistono uomini tragicamente segnati dalle passate esperienze, bisognosi d’aiuto, bisognosi di tempo.

Gli uomini si dividono in due categorie soltanto: quelli che ti vogliono, e quelli che non ti vogliono. Tutto il resto è una scusa.

E Tu, Tu Donna, di mestiere fai l’avvocato, la commessa, la cameriera, l’insegnante, la casalinga, la commercialista, la modella, la ragioniera, l’attrice, la studentessa. Non la crocerossina.

Quindi,  aspetta che sia lui a chiederti di uscire. Perché va bene la parità dei sessi, le quote rosa, e l’eguaglianza dei diritti. Ma i tempi non sono poi così cambiati. Gli uomini restano pur sempre dei cavernicoli, sia pure incravattati, e come tali adorano il sapore della conquista.

Tieniti lontana dagli uomini sposati. Non lasceranno la moglie per te. Meno che mai lasceranno i figli per te. E non credere alla storia dell’amica della sorella di tua cugina, appena convolata a nozze con quello divorziato. Tu non sei l’eccezione. Tu sei la regola.

Al bando quelli che ti costringono ad aspettare ore accanto ad un telefono che non suona. Non hanno perso il tuo numero. Non hanno investito un cane. Non hanno appena scoperto di avere un tumore alla prostata. Probabilmente sono al telefono con un’altra. Oppure sono gay.

Fanculo quelli che non declinano i verbi al futuro. Non sono analfabeti. Semplicemente non vogliono impegnarsi. Perché non gli piaci abbastanza. Li riconosci facilmente. Girano con un cartello appeso al collo, e la scritta: “Ci stiamo frequentando”. Quando la senti, scappa.

Non consumare le tue belle scarpe nuove (e neppure quelle vecchie) per correre dietro un uomo che non ti vuole. Usale, piuttosto, per prenderlo a calci in culo. Impara l’arte dell’essere donna. Impara l’arte di ottenere dagli uomini quello che desideri, non sbattendo i piedini, ma facendogli credere che siano stati loro a decidere.

Impara a scegliere, invece che essere scelta.

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(Film “La verità è che non gli piaci abbastanza”)

 

Le donne in branco

Pericolose come cani randagi, come lupi affamati, le donne in branco cercano vittime e prede da sacrificare sull’altare del loro interesse e della loro superbia.

Si muovono in gruppo, con mosse leziose; coi loro suoni di gioia affascinano e ammaliano come canto di sirene.

Fiere della loro forza, si scambiano sguardi d’intesa, veloci, furtivi e complici, e, scelta la vittima, la fanno a brandelli; dopo essersi nutrite con spietatezza dell’anima altrui, compatte e orgogliose con addosso ancora l’odore del sangue, tornano a sorridere, pronte per prossimo attacco.

Non conoscono pietà né umana compassione e vivono godendo del piacere di annientare chi è fuori dal gruppo, sempre pronte a eliminare chi si mostri restia ad accettare le loro regole e le loro pratiche.

La loro apparente mancanza di solidarietà tra loro è solo una difesa dei membri del branco da chi, dal di fuori, cerca in un estremo tentativo di difesa di attaccare qualcuna di loro.

L’unica possibilità di salvezza è riconoscerle ed evitarle.

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Attenzione alle parole

“In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione. Avevano deciso di fare una sesshin di assoluto silenzio.

La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.

Sussurrò un monaco: ” Si è spenta la candela! “.

Il secondo rispose: ” Non devi parlare, è una sesshin di silenzio totale”.

Il terzo aggiunse: ” Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio!”

Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse:” Siete tutti stolti e malvagi, solo io non ho parlato! “

Siamo troppo abituati al frastuono per negarlo; troppo abituati a preferire le parole per comunicare per immaginare di poterlo fare diversamente.

Eppure il silenzio è anch’esso comunicazione. È libertà. È la percezione di noi stessi nel mondo, dei nostri pensieri che escono da noi, fluttuano e tornano indietro, a volte immutati altre volte diversi come se avessero preso vita propria. Saper stare in silenzio è una abilità pari, se non superiore, a quella di sapere usare con sapienza le parole, riconoscendone il valore.

Le parole! Quante ne usiamo ogni giorno, quante ne sentiamo, quante ne leggiamo!  Scritte o pronunciate, perfino taciute, esse hanno una miriade di possibilità. C’è la parola di troppo, la parola sbagliata, quella cattiva, quella che ferisce.

Consideriamo le parole un “diritto acquisito”, una proprietà inalienabile, qualcosa che ci appartiene e che possiamo usare come crediamo. Le utilizziamo perfino senza conoscerle a fondo. Le combiniamo come ci pare opportuno, le usiamo per far del bene o con l’intenzione di denigrare. Ce ne serviamo senza conoscerne le sfumature di significato, con leggerezza, a volte con poca consapevolezza. Dimenticando che ne siamo responsabili.

La parola può tutto. Per questo le parole dovrebbero essere ragionate: una volta proferite non puoi più tornare indietro. Forse prima di dire si dovrebbero pronunciare nella testa, una, due, tre volte. Ma, a pensarci bene, sarebbe far loro un dispetto, perché diventerebbero anacronistiche. Le parole invecchiano presto, quando si parla devono essere immediate.  A dispetto dei segni che lasciano, che, al contrario, possono essere permanenti.

Le parole, scriveva Manzoni, fanno un effetto in bocca e un altro negli orecchi.

parole

Istruzioni d’amore

Si dice che in amore si deve dare più che ricevere.

Io dico che si deve dare quanto si riceve.

Si dice che in amore sia normale soffrire.

Io dico che si può e si deve amare senza farsi lacerare l’anima.

Si dice che la vera passione debba provocare tormento.

Io dico che ci si può abbandonare senza perdersi.

Si dice che in amore bisogna donarsi totalmente.

Io dico che non bisogna lasciarsi risucchiare.

Si dice che in amore ci si debba dimenticare di se stessi.

Io dico che l’amore debba servire a trovare la propria vera essenza.

Si dice che in amore si debba imparare a modellarsi sull’altro.

Io dico che l’amore debba valorizzare quello che si è.

Si dice che in amore prima o poi si smette di sognare.

Io dico che l’amore debba nutrirsi di ambizioni e speranze.

Si dice che in amore si diventa una sola cosa.

Io dico che è necessario mantenere la propria identità senza perdere di vista i propri valori.

 

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:

Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa.

Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.

Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,

Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,

Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.

E siate uniti, ma non troppo vicini;

Le colonne del tempio si ergono distanti,

E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

 

Kahlil Gibran

inamore

Sono stanco di vedere facce femminili ritoccate-Bukowski

“Sono stanco di vedere facce femminili ritoccate dal botox, tette strabordanti dalle scollature in concorrenza, culi in mostra, tacchi e trucchi fetish e gesti hard da donnacce, ormai non più distinguibili da quelle del mestiere. Voglio vedere donne con la loro femminilità nei gesti morbidi e gentili, nei sorrisi aggraziati, nelle movenze seducenti, ma accennate, dalle parole dolci e decise allo stesso tempo. Dai pensieri originali e nuovi. Vorrei vedere donne indipendenti, non succubi dell’uomo a cui immolano la propria dignità, femmine dai cuori di ghiaccio fuso, compagne e amiche dell’uomo, libere e sincere. Vere.”

CHARLES BUKOWSKY

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Il mio cuore

Io ce l’ho e me lo tengo questo cuore tenero, cedevole, amorevole e cordiale. Anche se è vulnerabile, indifeso, fragile, a volte debole.

Me lo tengo perché è umano, empatico, altruista, capace di pietà, paziente e comprensivo.

Spesso troppo sensibile, naturalmente portato alla sofferenza in mezzo ad altri cuori granitici, inaspriti, freddi, ma pronto sempre a rinascere, a rinnovarsi, a ritornare a credere che qualcosa di buono, da qualche parte, è possibile trovarlo.

Un cuore tormentato, ferito, deluso, intristito, ma soprattutto un cuore che ha resistito.

Un cuore che si commuove, che sa provare compassione, che è tollerante anche contro chi lo ha ferito. Un cuore stupido.

Il mio cuore.

cuore

Le donne forti

 

Anche le donne forti si stancano: si stancano di reggere il ruolo, si stancano di essere più di quel che sono.

Spesso si caricano, come fosse un dovere affidato loro dalla Natura, dei pesi propri e di quelli degli altri, offrendo sostegno mentre sono loro stesse a sentirsi vacillare.

C’è sempre qualcuno più importante, c’è sempre un male maggiore di quello che le affligge.

Che ci sia un compagno che ha bisogno di un aiuto, un figlio a cui risolvere un problema, un anziano genitore che ha bisogno di assistenza, un’amica che necessita di un appoggio, ad una donna forte non è mai concessa una tregua.

La donna forte deve sempre comprendere, mettersi da parte, ricacciare giù tristezza, lacrime e sfinimento, scavarsi dentro con violenza e senza pietà per recuperare l’energia che viene meno e regalare agli altri quello di cui hanno bisogno.

Se accenna un cedimento, se si mostra prossima ad una caduta, appare non credibile e subisce pure la farsa della rabbia.

No, non è ammesso per una donna forte mostrare debolezza, non è concesso neanche immaginare un crollo, non è consentito avvicinarsi all’abisso dello sconforto dove tutti sembra possano precipitare.

La donna forte deve stare sul ciglio del baratro, ad afferrare le mani di chi si concede il lusso di sprofondarci dentro, per tirare su, per salvare, per strappare al pericolo chi la implora come è solito fare, fosse anche allo stremo delle forze, anche se si sentisse tanto infiacchita, logorata, debilitata da volere che per una volta lo strattone degli altri fosse tanto forte da tirarla giù con loro.

Per trovare tregua nella tristezza, per vivere una sosta, per trovare la quiete del pianto. Per poter rivivere la fragile umanità che sente dentro come gli altri, come tutti.

Le donne forti si abbracciano da sole, piangono senza lacrime, si curano le ferite, si consolano, si regalano un gesto d’affetto prima di indossare trucco, sorriso e vigore. Prima di andare in soccorso degli altri, di offrire appoggio e protezione a chi lo chiederà, a chi lo esigerà, a chi lo darà per scontato.

Prima di dimenticare la stanchezza. Prima di dimenticarsi di loro stesse.

 

Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio.

– Alda Merini

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“Punti di invidia”

Confessatelo. Confessiamolo. Tutti, nessuno escluso, abbiamo provato invidia nel corso della vita.

Lo so, è difficile ammetterlo: significa dichiarare di essere (o almeno di percepirsi) inferiori a qualcuno, di essere meno fortunati, di non essere eccellenti. Significa accettare i propri imiti e questo non è proprio semplice.

Partiamo da lontano. Invidia deriva dal latino in-videre: guardare male, tanto che Dante Alighieri nel Purgatorio immagina gli invidiosi con le palpebre cucite col fil di ferro.

Volete dirmi che nella vita non avete mai guardato male qualcuno? Il collega che ha avuto la promozione o quell’amicA che si è sposatA bruttA com’è mentre voi rischiate di rimaner zitelle (il femminile in questo caso è usato di proposito ed è indispensabile, perché agli uomini di questa cosa qui non potrebbe fregargliene di meno)….

Io sono stata vittima d’invidia, e ancora mi fa male. Quando alla licenza media presi un voto più alto della mia amica, lei non mi parlò per due giorni; la stessa cosa per la maturità e poi per i vari concorsi. Lei ha poi trovato modo di vendicarsi, ma questo è un discorso a parte ed è meglio stendere un velo pietoso.

Ma, lo ammetto sinceramente seppure con un po’ di vergogna, anche io sono stata, e spesso sono ancora, invidiosa.

Lo so che l’invidia è uno dei sette peccati capitali, e per questo me ne pento pure un po’, ma se non lo riconoscessi peccherei due volte. In questo momento invidio il mio uomo che mangia le pannocchie ed io non posso, per esempio. Ma ho invidiato anche per cose più serie: le donne che sono diventate madri; tutte le persone che non hanno conosciuto dolori e malattie. Ho invidiato le mie amiche, quando morì mio padre, perché il loro era ancora vivo. Ho provato invidia per chi ha trovato un lavoro prima di me, quando io ancora lo cercavo e lo rincorrevo, invidio chi può mettere i tacchi senza rischiare la vita, come succede a me, o chi può correre. Però non auguro al mio compagno di strozzarsi con la pannocchia, non auguro alle mamme di soffrire per i loro figli, non auguro ai genitori delle mie amiche di schiattare prima possibile e non auguro a chi mette i tacchi o va a correre di spezzarsi una gamba. Questo mi assolve un po’, mi fa tollerare l’idea di provare questo sentimento tanto poco nobile quanto umano, mi fa capire che siamo tutti uguali a tutti: ci scambiamo facilmente i ruoli passando da invidioso ad invidiato con facilità e velocità estrema, senza neanche rendercene conto.

E poi, non è detto che l’invidia sia sempre e solo negativa. Se spinge ad essere migliori, se attiva in noi un processo di cambiamento per essere come quelli che invidiamo non è poi così male, diventa sana competizione e ci fa solo migliorare. Certo, poi dobbiamo dimostrare di essere davvero capaci, ma a quel punto è davvero solo un problema nostro.

Quanti di noi, se vedono una coppia di anziani che si scambiano tenerezze dopo anni di matrimonio, non provano tenerezza e una “sana invidia”?  E’ normale!

Diventa invece patologica, l’invidia, quando ci spinge a distruggere sia dentro di noi che con gli altri l’oggetto del nostro sentimento (o risentimento), quando porta a svalutare, a criticare eccessivamente, quando porta ad esporre al pubblico dileggio quello che viene considerato un rivale, quando per affermare la propria superiorità si sente la necessità di “abbassare” l’altro, quando si gode del fallimento altrui. Quando non si aspetta neanche il fallimento altrui, ma lo si inventa, per non uscirne troppo sconfitti.

Allora sì, quella fa un po’ schifo, e tutti sappiamo che in giro ce n’è parecchia.

In quei casi, allora, val la pena di ricordare che “L’invidioso ti loda senza saperlo” e continuare la propria vita come se nulla fosse, anzi con più orgoglio e con l’amor proprio moltiplicato per due.

(Ph Nicola Bellotti)

invidia

Quando il ginecologo è eccentrico

Noi donne affette da endometriosi abbiamo dovuto, per forza di cose, superare vergogna e pudore.

Il giro presso i diversi ginecologi incomincia prima che tu sappia di che cosa soffri, e siccome generalmente non ci azzecca nessuno e tu continui a star male, metti in atto un vero e proprio pellegrinaggio da uno studio all’altro.

Spesso te la guardano uno alla volta, ma capita anche che l’esibizione della “passerina” sia a beneficio di più astanti. Se entri in una clinica universitaria questo diventa un fatto certo. Tante volte mi sono trovata in quella posizione poco simpatica per una donna, con la luce puntata proprio lì e una decina di persone che ci guardavano dentro incuriositi. Si davano proprio i turni: “ok, adesso vai tu”, “io ho fatto” e cose del genere. A me è capitato che il Professore, chiedendomi nei casi più fortunati il permesso, abbia deciso che, dopo di lui, anche la sua studentessa preferita ci mettesse mano, ma arrivi al punto che ti abitui e pensi che basta che si arrivi alla conclusione “ok,fatedellamiapatatinaquelchevoletevoichiseneimporta”.

Se ci metti pure anestesisti, infermieri, operatori vari che incontri durante tutti gli interventi (che spesso non sono solo tanti, sono troppi) in cui devi per forza stare come mamma ti ha fatto, è necessario che abbandoni ogni pudore e cominci a pensare a lei come se non fosse tua.

In questo mio vagabondare da un ginecologo all’altro, parlo solo di questa branca altrimenti ne verrebbe fuori un libro, ne ho viste e sentite di tutti i colori. Non voglio parlare di diagnosi sbagliate, ammorbare con errori medici che manderebbero in depressione sia me che eventuali lettori, ma di atteggiamenti, di quelle che, a distanza di tempo, diventano davvero delle gags degne dei migliori comici.

IL GINECOLOGO ENTUSIASTA

Come quella volta che il medico, ad una visita di controllo, prima che avessi la diagnosi di endometriosi e dopo un intervento “in loco”, guardandoci dentro continuava a ripetere “meravigliosa…..stupenda…..fantastica…”. Dopo un primo momento di sbandamento, giuro, ho cominciato a montarmi la testa. “Cavolo- mi dicevo- se lo dice lui che ne vede tante, la mia deve veramente essere speciale”. Poi ho superato ogni pudore e mi sono azzardata a chiedere il motivo del suo entusiasmo: sapere che si riferiva alla ferita che si era cicatrizzata benissimo è stata un po’ una delusione.

IL GINECOLOGO  PROVOLONE

Poi c’è stato il medico provolone. Quello che ci dava un’occhiata veloce e dopo parlava per due ore e mezza per arrivare sempre alla stessa conclusione: “Vuoi venire a cena con me?” Io, che credevo che lui fosse uno dei migliori sulla piazza, per amore della mia salute declinavo gentilmente i suoi inviti di marito infedele (sì, era sposato il tizio) e continuavo a sottopormi alle sue cure (solo quelle mediche) che si sono comunque dimostrate fallimentari.

Abbandonato pure lui, dopo averci litigato di brutto quando è venuto a scusarsi per la mancata diagnosi che mi aveva portato sul limitar di vita, adducendo come giustificazione che aveva problemi familiari (e ti credo: ci provi con le pazienti),  dopo il mio primo intervento ufficiale di endometriosi sono andata in trasferta in una città vicina, su consiglio del chirurgo, e ne ho conosciuto un altro.

IL GINECOLOGO SIMPATICONE

Questo era il dottore simpaticone, quello che faceva le battute sull’ovaio scomparso (me lo avevano tolto poco prima nel corso dell’intervento) e che con un bastone in mano, mentre io ero sempre nella stessa posizione, mi faceva vedere gli esercizi che faceva per tenersi in forma: “Uno…due….Uno due….”.

In tutto questo ha scordato di avvertirmi che nonostante la puntura per indurre la menopausa avrei avuto comunque almeno un altro ciclo e quando è arrivato ho rischiato l’infarto pensando a qualche tragica conseguenza dell’intervento. Quindi, fra la sincope che mi ha fatto prendere e la sua inadeguata simpatia, ho mollato pure lui e sono passata ad un professore di quelli importanti, un primario col doppio cognome che già di per sé gli dava importanza.

IL GINECOLOGO SMEMORATO

Questo sembrava essere affetto da una sorta di amnesia “intermittente”. Se andavo allo studio privato e pagavo centinaia di euro mi accoglieva con un sonoro “Ecco la nostra famosa signora”; quando doveva ricevermi gratis in ospedale passavo da famosa a sconosciuta e dovevo faticare per farmi riconoscere. Dopo che mi ha portato in sala operatoria, mi ha preparata per l’intervento, e poi con un simpatico “abbiamo scherzato, non c’è posto per lei” mi ha rimandato a casa, con l’antibiotico già in corpo, allora ho pensato che neanche lui fosse quello giusto per me.

IL GINECOLOGO BISLACCO

Ma il più originale, il più bizzarro, il più bislacco (badate bene che sto usando eufemismi, ma nella mia testa le parole sono altre) è stato lui: l’inseminatore.

Sono arrivata allo studio con una mia amica; mi hanno dotato di elegante camice, perfino di babbucce, mi hanno fatto accomodare in una stanza tutta per me, con la massima discrezione ed è arrivato lui a visitarmi. Quindi solita chiacchierata post visita. Cito letteralmente il dialogo, perché, nonostante gli anni trascorsi non riesco ancora a dimenticarlo.

Dopo una disamina sull’endometriosi, comincia il suo strampalato discorso.

“Signora, lei ha l’endometriosi. Si sa che questa malattia si cura con le gravidanze (PS. Questa è la cavolata medica che ha sparato), quindi se vuole guarire deve rimanere incinta entro giugno.”

Prima guardo lui, poi comincio a guardarmi io: la pancia, le gambe…e chiedo “scusi dottore, dove ho segnata la data di scadenza?” E lui “ahahahchesimpatica”.

Allora gli faccio presente che dovremo trovare una cura diversa perché, in quel periodo, ero più o meno felicemente single. E lì comincia il delirio.

“Ma Signora! Non serve certo essere coppia per fare un figlio! Non è necessario il brividone, basta un brividino! Pensi, signora, che l’uomo è inseminatore per natura. Ha mai riflettuto sul fatto che la donna può fare un figlio ogni nove mesi e un uomo può ingravidare anche nove donne al giorno? -(Se ce la fa….aggiungerei io adesso..)- Non è necessario che l’uomo sappia fare la Critica alla Ragion Pura per fare un figlio!

Poi, signora mia, se non dovesse proprio trovare nessuno, io sono a disposizione.”

Per qualche secondo sono rimasta inebetita e senza parole, cosa che non è che mi capiti spesso. Quindi mi è venuta spontanea una domanda: “Dottore, mi scusi, ma l’eventuale prestazione è compresa nella parcella o necessario un extra?” Lui si è fatto una grassa risata. Io mi sono alzata, ho salutato, ho pagato e sono fuggita via, senza richiamare neanche per sapere l’esito del pap- test.

Sono scesa dalla giostra dei “ginecologi eccentrici” quando finalmente ho trovato professionisti seri, persone di cuore, che si sono occupate della mia malattia con coscienziosità e di me con umanità. Non hanno fatto, e non possono fare miracoli, ma almeno la parola ginecologo ha smesso di darmi l’orticaria.

Per la cronaca. L’inseminatore l’ho visto in tv qualche anno fa. Parlava di infertilità e diceva di poter risolvere il problema. Ho spento il televisore prima di scoprire come.

 

ginecologo