Il ponte dei sospiri

La Sicilia è una terra meravigliosa, più di quanto si creda, ma ha le sue pecche e i sui problemi.

Oltre al famoso TRRRaffico di Johnny Stecchino e la Mafia che ormai è emigrata pure lei, rimangono nell’isola alcune criticità che andrebbero risolte e superate.

In Sicilia, ormai è certo, non corri il rischio di annoiarti e per dimostrarlo vorrei ricordare dei fatti già noti, che potrebbero sembrare addirittura simpatici e che possono sostenere questa mia tesi.

Ricordate per esempio quando a Messina è mancata l’acqua e la povera gente ha dovuto scervellarsi e spender soldi per poter almeno farsi un bidet?

Non parliamo poi dei collegamenti e dei mezzi pubblici. Se vuoi andare da Trapani a Palermo col treno ci stai due o tre ore, ammesso che il treno, quello stile diligenza del vecchio far west, ancora ci sia.

Dal mio paese e da quelli limitrofi non esiste che un pullman giornaliero per Palermo, città che dista 80 km e che è sede dell’università, e c’è un solo pullman che dal capoluogo riporta indietro i pendolari o gli utenti occasionali.

In Sicilia accade che se vuoi telefonare a tua madre devi chiamare l’oleificio, mentre al solito numero telefonico di casa sua ti risponde una signora, che non si sa chi sia, che, date le continue tue richieste di parlare col la tua genitrice, quasi quasi vuole denunciarti per molestie. No, non sono andata fuori di testa, non mi sono drogata nè soffro di allucinazioni. È proprio così!

Un giorno di ottobre, nel periodo della raccolta delle olive, chiamo mia madre e non mi risponde; il cellulare l’ha scordato a casa di mio fratello, quindi non so come rintracciarla. Poi mi chiama mio fratello che mi chiede se ho chiamato mia madre, perché a lui risponde la tizia di cui sopra, che si lamenta che tutti cercano questa benedetta signora che lei non conosce. Dopo un po’ da un numero diverso da quello di casa di mamma mi arriva una chiamata, ed è proprio la madre dispersa che mi cerca, lamentando che non ne può più di ricevere telefonate di signori che cercano di mettersi in contatto col frantoio (che per altro nel periodo di raccolta di olive è piuttosto “ricercato”).

Poi si chiarisce l’arcano: la società telefonica ha invertito, come per uno scherzo di carnevale, tutti i numeri di tel. Quindi, se volevo parlare con mia madre dovevo chiamare l’oleificio. Chi desiderava parlare con l’oleificio probabilmente doveva chiamare il numero della signora, la quale sarebbe stata reperibile al numero di mia madre……Ecco perché noi siciliani siamo più intelligenti: vai a cavartela in situazioni del genere!!!!

Ma adesso, finalmente, qualcosa per la Sicilia pare stia cominciando a cambiare! Non puoi andare a Palermo, il treno è un sogno, contattare i tuoi cari può diventare una gag degna di uno dei migliori spettacoli di cabaret, non esistono servizi e i giovani emigrano sia per studiare che per lavorare, i paesi sono pieni di immondizia, come Napoli nel suo periodo peggiore, aumentano esponenzialmente gli ammalati di tumore non si sa (e neanche interessa scoprirlo) per quale caspita di motivo, ma finalmente avremo il ponte sullo Stretto di Messina.

Però, scusate, mi pare di aver un deja vu. Ponte sullo Stretto….100 mila posti di lavoro….Non sono cose già proposte dal tizio che si pettina con l’uniposca e a cui hanno cercato di rovinare il lifting tirandogli il Duomo Di Milano (in piccolo s’intende) in faccia?

Come fanno adesso quelli che hanno sempre odiato il donnaiolo di Arcore a sostenere Renzuccio in questi suoi propostiti così poco originali?

Renzù, ti prego, inventati qualcos’altro in previsione del Referendum, che con il Berlusca è già stato un fallimento. Io sono in trepidante attesa della prossima genialata….

ponte

La mia strana verità

“La verità- scriveva Karl Popper- è come una cima montuosa, normalmente avvolta fra le nuvole. Uno scalatore può, non solo avere difficoltà a raggiungerla, ma anche non accorgersene quando vi giunge, poiché può non riuscire a distinguere, nelle nuvole, fra la vetta principale e un picco secondario. Questo tuttavia non mette in discussione l’esistenza oggettiva della vetta; e se lo scalatore dice “dubito di aver raggiunto la vera vetta”, egli riconosce, implicitamente, l’esistenza oggettiva di questa”.

Esiste la verità e di questo possiamo esserne certi, sostiene il mio adoratissimo filosofo, ma non possiamo stabilire di essere arrivati a conoscerla. Questo, però, dice, non deve scoraggiarci nella ricerca, perché essa esiste, e possiamo addirittura quietarci un pochetto quando una nostra tesi, sottoposta a verifiche e confutazioni, resite indenne. Questo non vuol dire che siamo in possesso della verità, ma che la nostra teoria è “corroborata”, cioè può essere ritenuta valida finchè non verrà smentita; perché, quasi certamente, essa verrà smentita.

L’epistemologia popperiana mi ha talmente affascinato che considero la conoscenza di questo filosofo fondamentale per chi svolge la mia professione. O meglio lo considererei indispensabile qualora noi insegnanti potessimo svolgere in maniera adeguata la nostra professione, cosa che oggi sembra assolutamente impossibile. E non credo certo che chi si occupa di scuola nelle famose alte sfere fondi il suo operato su certe conoscenze. Ma adesso sto decisamente divagando dal tema principale (scusate ma quando si parla di scuola, mi faccio prendere un po’ la mano. Per fortuna non diventerò mai Ministro della pubblica istruzione, altrimenti lo smonterei davvero il sistema, ma non economicamente, come fanno questi qui).

Quindi perdono e torniamo alla questione centrale: la verità.

Non intendo riferirmi alle cose taciute, non intendo riferirmi a quelle importanti teorie scientifiche a cui si interessava il filosofo austriaco, ma semplicemente a quei fatti appurati che vengono distorti volontariamente e con premeditazione. Esempi ce ne sono a iosa, partendo dalla politica, al giornalismo, alla “giustizia”, fino ad arrivare al vicino di casa.

Caro il mio adorato Popper, qui non è che la verità non esiste; qui è che pur di fronte all’oggettività dei fatti, pure quando intorno alla cima con un colpo di vento le nuvole vengono per un attimo spazzate via, c’è chi la verità o non la vede o, vedendola, ne ha talmente paura che la nega, nella speranza che ritorni la nebbia ad avvolgere la cima, così si può creare la sua, di verità.

La verità, quella vera, la ribaltano, la stravolgono, la distruggono.

Prendi le Leggi, caro Popper. C’è una regola? Se senti diversi pareri, ognuno la interpreta a modo suo, in base a come conviene, inferendo un colpo mortale alla verità che in quel caso è anche garanzia di diritti “civili” (nel senso di diritti legati alla tanto nobile quanto bistrattata civiltà).

Poi ci sono i rapporti umani, le relazioni fra individui “normali”, i legami quotidiani. Lì, stimato Popper, la verità non è solo avvolta nella nebbia: sulla cima della montagna c’è nebbia e pure le tenebre della notte. Aspetta, Popper, mi viene in mente un altro tuo esempio che spiega benissimo la situazione.

“La scienza (e quindi la verità, nds) è un uomo bendato che in una stanza buia cerca di afferrare un gatto nero.

L’opinione è un uomo bendato che in una stanza buia cerca di afferrare un gatto nero che non c’è.”

Ecco, aspirare alla verità fra i comuni mortali è come cercare bendati un gatto nero in una stanza buia.

A volte mi succedono fatti che non capisco, che non mi spiego. Vedo atteggiamenti incomprensibili, prese di posizione che mi sembrano a dir poco stupide perché assolutamente ingiustificate. Poi capisco! Quelli sanno e hanno un’altra verità, quella che qualcuno ha proposto loro!

Una volta compreso questo, adorato Karl (mi prendo questa confidenza, dopo tutta questa conversazione), tu potresti dire che la questione è risolta, perché basta far conoscere la verità, quella vera….Ma Popper mio, l’hai detto tu, anche se in riferimento a questioni decisamente più scientifiche! La verità oggettiva esiste, ma chissà dove sta e soprattutto va confutata, casomai corroborata e poi bisogna stare in attesa che un qualche altro elemento la confermi o la neghi. Ora tu pensi che, per una pletora di deficienti, si possa perdere tutto questo tempo?

Tu hai detto, per citare uno dei tuoi incisivi esempi, che l’osservazione di un numero qualsiasi, ma finito, di cigni bianchi non può servire a formulare una legge universale, perché l’osservazione di un cigno che non sia bianco, può invece falsificarla. A parte che sul lago io il cigno nero l’ho visto davvero e giuro pensavo fosse più difficile incontrarne uno, ma secondo te posso mettermi a cercare “cigni neri “, metaforicamente parlando, per dimostrare che la verità non sta dove gli altri credono che stia?

Per, non dico conoscere, ma almeno avvicinarsi alla verità, si dovrebbe riflettere, meditare, si dovrebbe avere la capacità di misurarsi con gli altri, di confrontare modelli, stili di vita, personalità, opinioni; si dovrebbe avere la predisposizione alla ricerca, alla conoscenza (nel caso dei rapporti personali, della conoscenza dell’animo), il che implica uno sforzo maggiore che credere all’immediatezza, a ciò che ci viene propinato senza che noi dobbiamo fare un benchè minimo sforzo, senza parlare dell’opportunità…o dell’opportunismo.

Io che mi sento ontologicamente libera, sono sempre disposta e disponibile a ricercarla questa benedetta verità, e, come hai detto tu, illustre Popper, quando proprio non posso raggiungerla, almeno capisco di essere nell’errore, il che mi permette comunque di aggiustare il tiro e cambiare direzione. Altri, si accontentano di sguazzare nel falso e nella bugia, che oltretutto da pure più argomenti di stupida conversazione (Se non sbaglio caro filosofo mio, sei stato tu a dire che esiste gente che ama le brutture a prescindere. Beh, tu se non sbaglio ti riferivi ai socialisti o ai comunisti, non ricordo, ma comunque sempre di gentaglia si parla).

Ora, in un simile contesto in cui i mezzi di comunicazione per primi, la “televisione cattiva maestra”, la politica e la società ci offrono questi esempi, ma secondo te, può quella della verità essere una battaglia vinta? E chi si immola sull’altare della verità? Io? Certo, ma per difendere i miei diritti, quando questi vengono negati.

Per il resto, perdonami Karl mio, ma mi faccio una bella padellata di cavoletti miei e lascio che gli altri anneghino nella maldicenza.

E per oggi ho fatto due cose perfettamente inutili: ho discusso con un morto e ho scritto una quantità eccessiva di parole che nessuno leggerà mai.

Posso anche dirmi insoddisfatta ed andare avanti.

Ps. ma non aveva pure la faccia di un adorabile nonnetto, il “mio Karl”?

la verità Popper

Il sole oltre la notte

Appena sveglia, ancora assonnata e spettinata, appoggiata allo stipite della porta della cucina con in mano la mia tazza del caffè, lo guardo mentre, seduto sul divano del soggiorno, sorseggiando il suo cappuccino, gioca con il cane, che aspetta speranzoso qualcosa da mangiare. Lo guardo, ed è così sereno, illuminato dal tiepido sole ormai autunnale che entra dall’ampia vetrata.

Istintivamente sorrido. Mi sento felice, gioiosa, beatamente appagata e tranquilla.

Sarebbe facile se la mente funzionasse a compartimenti stagni. Basterebbe chiudere i pensieri negativi, le angosce, le ansie, i dolori in una parte del cervello e tirarli fuori solo quando necessario, così da godersi il più possibile gli attimi di felicità senza che questi siano contaminati da pensieri negativi.

Forse si potrebbe impazzire per troppa felicità, e per questo esistono i piccoli e grandi dolori, quelle angosce che disturbano la vita. Tanto è vero che non esiste nessuno senza problemi, che in assenza di grandi dolori ognuno si crea affanni e preoccupazioni che potrebbero davvero sembrare fole a chi i problemi, quelli veri, li conosce bene.

Ogni essere umano aspira alla felicità, alla tranquillità, alla serenità, ma, e non credo che sia semplicemente una consolazione per una persona che il dolore lo ha conosciuto così bene da portarselo cucito addosso come una seconda pelle, anche gli eventi negativi sono utili nella vita.

I problemi di salute ti insegnano ad apprezzare davvero i momenti di benessere, ti insegnano a dare il giusto peso e la giusta importanza a tutte le altre vicende poco gradevoli, ti insegnano a godere di quello che hai con la consapevolezza che potresti avere decisamente di meno.

Gli altri dolori, le delusioni, le relazioni sofferte, le fratture con affetti consolidati, la frustrazione per le esperienze negative ti insegnano a riconoscere i pericoli, a proteggerti, a stringerti forte a te per non permettere a nessuno, nemmeno a te stessa, di farti rivivere situazioni sgradevoli e critiche.

Senza che sia necessario chiudersi ad ogni possibilità di relazioni affettuose, sincere, schiette, appaganti. Perché, proprio grazie a quel dolore cocente, a quelle ferite dolenti, a quelle cicatrici, a quelle debolezze, si impara ad individuare e distinguere il rischio, la minaccia, l’eventualità di ulteriori tribolazioni. E ad evitarli.

Mi porto appresso fantasmi del passato, mi porto sensi di colpa nei confronti di me stessa, mi porto sulla pelle e dentro il corpo le conseguenze di un male che ancora non mi abbandona. Ma non voglio negarmi la gioia di questi momenti in cui penso di avere tutto ciò di cui ho bisogno, tutto ciò che ho desiderato e che ho potuto avere. Un meraviglioso uomo che sorride sorseggiando il cappuccino, che mi guarda felice anche se sono assonnata e spettinata, un cane dolcissimo e giocherellone, e una fantastica luce autunnale che entra nella nostra casa a ricordarci che c’è sempre il sole oltre la notte.

sole

Non lo voglio un amore tanto per dire…..

Non lo voglio un amore tanto per dire, un amore da mostrare, un sentimento da esibire; un amore da accettare.

Non mi importa degli anni che passano, delle rughe che aumentano, dei capelli bianchi che si affacciano, del futuro segnato.

Non mi preoccupo delle aspettative degli altri, di chi vuole la resa, di chi ha inaridito il cuore.

Non è mai troppo tardi per amare.

Ed io voglio un amore adatto alle mie esigenze, che sia quello che mi faccia sentire donna davvero, che soddisfi i miei bisogni, un amore su misura per me.

Voglio un amore che dia i brividi, che mi faccia fremere di desiderio.

Un amore di quelli che toglie il fiato, che regala emozioni, che fa tremare, che faccia soffrire per l’assenza e impazzire di gioia ad ogni abbraccio.

Dell’amore Io voglio le attese, le inquietudini, i turbamenti e le apprensioni.

Voglio che mi regali sorrisi e lacrime.

Voglio un amore che sia autentico, intenso, energico, vigoroso, solido.

Un amore ardente, insaziabile, genuino, spontaneo, schietto.

Pretendo passione, partecipazione, trasporto ed eccitazione.

Mi aspetto l’impeto, la smania, la bramosia, la dedizione.

Voglio un amore entusiasta, appagato, interessato ed interessante. Lo voglio grandioso, risplendente, abbagliante, abbacinante.

Voglio un amore unico ed incomparabile.

Lo voglio perché non conosco “ultime spiagge”, non conosco approdi certi, non mi accontento più.

Non accetto sconti. Non ci sono “offerte”, nel mio cuore, non c’è da scappare a nessuna solitudine.

Ho imparato ad amarmi tanto che non so che farmene di un amore tanto per dire, un amore da mostrare, un sentimento da esibire; un amore da accettare.

amore tanto per dire

Amore per sempre

Lei non ha imparato ad amare. Lei piena d’amore c’è nata. E più cresceva, più l’amore che aveva dentro cresceva con lei.

Amore per tutto e tutti.

Amore per la sua famiglia, per i suoi giochi, per lo studio, per le sue passioni.

Amore per la sua casa, per la strada che percorreva ogni giorno, per i pomeriggi di pioggia e per le primavere trascorse a mangiare fragole e panna e a fare gite in campagna.

Amore per il suo diario segreto, per i suoi vestiti rosa, per le sua amiche, per i compagni di scuola.

Amore per il suo uomo, per tutto ciò che li circondava, per i film romantici, per i telefilm americani, per la musica, per il teatro, per i suoi cuginetti più piccoli, per gli anziani che piano piano sono andati via.

Amore per il lavoro, per la sua  macchina nuova, per la conoscenza, per le sfide, per gli animali, per i più deboli, per i più forti.

Amore per…un nuovo amore,

Amore per l’amore.

Anche quando quest’amore è stato illogico, immotivato, incompreso ed incomprensibile, irrazionale e non ricambiato, lei ha amato.

Come un istinto incontrollato ed incontrollabile, l’amore c’è sempre stato, ostinato, incessante, implacabile ed insistente. A volte sprecato.

Amore sempre presente, sempre verso qualcosa o qualcuno fuori di lei.

Amore per lei? Amore negato.

amore

Bocca mia, statti zitta!

Immaginiamo un’unica categoria divisa in tre fazioni.

La prima fazione, che chiameremo “gli anziani”, sono gli insegnanti che sono in ruolo già da anni.

La seconda, “i neoimmessi”, sono quelli che “basta che entro e come entro entro, casomai dopo protesto”.

La terza fazione è formata dai “precari”, migliaia di persone che dicono “e mo’? Sono entrati tutti e che noi no?”

La prima fazione, mentre si prospettava un piano di immissione selvaggia travestito da beneficienza ma in realtà voluto da “entità superiori” pena multe stratosferiche, aveva provato ad avvertire la seconda fazione che, se venivano tolti dei sacrosanti diritti a chi era già “dentro”, una volta dentro anche loro, non li avrebbero più trovati, quei sacrosanti diritti.

Ma, giustamente loro andavano avanti come caterpillar che un posto fisso, oggi come oggi, dove lo trovi? Certo, c’era una condizione alquanto sgradevole: io ti do il posto fisso, ma sappi che dove ti mando ti mando, che ce lo sai che se fai domanda in tutta Italia quasi certamente te ne vai al Nord, perché, che ci possiamo fare noi se i posti e gli studenti stanno più lì che giù, perchè al Nord l’insegnante non lo vuole fare nessuno che non ci arrivi a fine mese con 1200 euro! Niente, non hanno voluto sentire ragioni e, fiduciosi del fatto che viviamo nella repubblica delle banane, dove quello che c’è la sera prima non dura fino al risveglio, si sono buttati tutti dentro.

Tanto, manco il vincolo triennale di permanenza nella sede di servizio c’è più, che vuoi che con la 104 della zia ava non me la danno una assegnazione sotto casa? Bocca mia statti zitta, che qui finisce male!

Allora dalle alte sfere (e se parliamo di sfere non vi dico le mie che finaccia hanno fatto nel frattempo) hanno detto (o minacciato?): chi deve trasferirsi lo faccia ora o taccia per sempre! Perché, siccome non è stato pronto, vigile ed ubbidiente, noi per punizione, se si trasferisce l’anno dopo, gli togliamo la titolarità (pure agli anziani si intende, quelli assunti decenni prima con leggi diverse e a condizioni diverse) e li facciamo girare come trottole ogni tre anni da una scuola all’altra.

Perché ti ammalerai, brutto insegnante che non sei altro, rimarrai incinta, e allora nessuno ti vorrà più e te ne starai nel limbo di un ambito che non si sa bene manco che è. Ti prego, bocca mia, statti zitta che sennò davvero non ti si piglia più nessuno!

Quindi, dicevo, tutti dentro e apriamo le danze: tu da qui vai qui, da lì a là, da su a giù, non chiedere come e perché, perché tanto non te lo dirò mai! Vuoi conoscere le graduatorie? Ma che è tutta questa trasparenza? Zitto, cammina e obbedisci!

Allora i neoassunti si sono un poco incavolati e hanno deciso di soprannominarsi “DEPORTATI”. Per la gioia dei giornalisti, a cui piace tanto usare questi paroloni. Ora, vittime di errori di algoritmo sì, ma deportati è troppo, daiiiii! Lo avevano detto prima che ti mandavano dove c’era posto, non è che proprio ti hanno puntato una pistola alla tempia per firmare il contratto. Allora i neoassunti hanno tolto tutte le foto con il contratto in bella vista su fb e hanno iniziato a protestare.

Ovviamente tutto il sistema nel frattempo è andato in tilt, perché nei provveditorati, (boccaccia mia statti zitta che qui rischiamo la querela) non ce la fanno a gestire in 8 ore giornaliere, sabati e domeniche escluse, tutto questo marasma, anche perché non la vuoi fare una assemblea sindacale, il 19 settembre perché devono trasferire l’ufficio da una zona all’altra della città?

E quindi anche gli anziani, che attendono, come era da sempre stato loro diritto (e che si sono fatti i loro tre anni di vincolo su sede) la assegnazione provvisoria devono aspettare che risolvano problemi di algoritmi, che concilino, che i DEPORTATI trovino pace, per avere almeno una previsione di risposta.

Vabbè, ma ci sono i sindacati che aiutano e danno informazioni, qual è il problema? Il problema è, forse, che taluni sindacalisti chiamano gli insegnanti per sapere se ci sono novità? Che molti non rispondono neanche a telefono? E che, se ne senti più di uno, le informazioni che ricevi sono talmente contrastanti tra loro che praticamente si annullano: +1 e -1 uguale a 0, no? E anche qui bocca mia statti zitta!

E siamo al 21 settembre e ancora nessuno sa nulla.

Nel frattempo che accade? Che iniziano le prevedibili proteste della terza categoria, i precari che, sebbene stiamo godendo dei vantaggi di scuole scoperte degli aventi diritto, lo vogliono pure loro il posto fisso, e mi pare pure giusto! Allora dalle alte sfere, mettono le mani avanti. Siccome esistono i posti “in deroga”, cioè quel numero di posti che può oscillare in su o in giù e sui quali teoricamente non si possono assumere lavoratori perché se il numero oscilla in giù poi che te ne fai, pensano zitti zitti una bella legge sugli impiegati pubblici: niente più posto fisso, io ti assumo e tu la smetti di protestare, ma appena non ci sono più posti il personale in esubero lo mandiamo dritto a casa. E siccome non si parla di graduatorie già da un pezzo (qualcuno le ha viste per i trasferimenti?) e il potere è in mano ai presidi, chi va a casa chi lo decide? BOOOOHHHH. Forse ci vai pure tu, “anziana” con 20 anni di servizio, chissà. Bocca mia statti zitta per carità, che adesso non puoi criticare nemmeno una legge che dalle alte sfere rischi la multa!

Nel frattempo al TG comunicano che nella scuola primaria non ci saranno più voti, ma lettere, che non si può più bocciare (a tutta vita bambiniiii!!!) come se fosse questo il problema più importante del momento e non ci fossero famiglie nella disperazione per via di una folle riforma progettata male e messa in pratica pure peggio!

In compenso ci prova la Lorenzin a dare la soluzione: il #fertilityday! Anziché cercare Pokemon, cercate…..altro, crescete e moltiplicatevi, così sapremo dove metterli tutti questi “anziani”, “neoassunti” e “precari” ed evitiamo ulteriori figuracce.

Tranquilla, ministra, che se lascia un po’ di donne fertili al nord, qualche maternità ci scappa, stia serena!

Forza, donne, al lavoro! Salvate la patria! che qui ci scappa davvero la guerra….dei poveri!

 

guerra-dei-poveri

 

25.548

25.548 sono i giorni che Carlo Azelio Ciampi ho vissuto con la moglie Franca.

L’ho saputo ieri sera dal TG 1 delle 20.

Io mi immagino l’originale giornalista che, non accontentandosi di un banale “70 anni”, si mette lì, con calcolatrice in mano a moltiplicare 70×365-2 (perchè il poveraccio è morto due giorni prima dell’anniversario) per rifilarci questa gran cifra.

Come le mamme che dicono l’età dei figli in mesi: 22 mesi e mezzo, 24 mesi, 36 mesi….

Con la differenza che qui si parla di  giornalismo. Quello che dovrebbe essere una cosa seria.

Certo, sul fatto che sia una cosa seria coltivo qualche dubbio da quando anche Barbara D’Urso si fregia del titolo di giornalista, ma io ho sempre creduto che fare quel lavoro fosse una grande responsabilità, oltre che un onore.

Mio padre era giornalista pubblicista. Non di grandi testate,sia chiaro. Il Giornale di Sicilia è stato il giornale per cui ha lavorato. Però mi ha trasmesso dei valori a cui, nel suo piccolo, rimaneva fedele e coerente. Innanzi tutto credeva nella buona scrittura e non mancava di sottopormi articoli o editoriali di grandi nomi quando, secondo lui, davano il meglio.

Ho imparato ad amare la scrittura di Feltri (conservo ancora l’articolo che pubblicò in occasione del tentato suicidio di Pessotto), Montanelli, Travaglio, Giordano; e soprattutto ho imparato ad amare il rispetto e la verità.

Quando scriveva, mio padre faceva attenzione a non offendere nessuno. Era ironico e pungente, ma mai irriguardoso. E, a parte un cretino ( io me ne scuso ma evidentemente non ho ereditato la sua diplomazia ) arrivato agli onori della cronaca più per fortuna che per meriti, che lo volle trascinare in tribunale per una querela infondata, nessuno ha mai avuto nulla di ridire, almeno formalmente.

“Al di là delle idee personali-diceva- un buon giornalista deve informare, rimanere fedele ai fatti e far conoscere la verità oggettiva, laddove è possibile”.

Ecco perchè mi vien da ridere quando immagino la giornalista che si mette a fare moltiplicazioni e sottrazioni per far la cronaca del funerale del Presidente Emerito.

E mi vien da piangere quando mi rendo conto che ogni giornalista, perfino Feltri, Travaglio o chicchessia, non riesce più a vedere la verità (o a farla conoscere) ma fa propaganda alla compagine politica con cui simpatizza anche se questa si è macchiata delle peggiori nefandezze.

Mi dolgo quando vedo che non esiste più la verità perchè i giornalisti asservono al Potere, tacendo fatti, mettendo in risalto mezze verità, perseguitando “avversari”, esaltando chi dovrebbe essere condannato.

L’informazione è la prima espressione di libertà e se non esiste informazione libera non esiste democrazia.

Piuttosto che farmi condizionare in maniera così evidente e vergognosa, io preferirei “appendere la penna al chiodo” e cambiare mestiere; mi ritirerei nell’anonimato, per evitare l’oltraggio di sentirmi in qualche modo “venduta”.

Io posso dire quel che penso. Tu, GIORNALISTA DI CRONACA, tu che fai il TG informando milioni di persone, NO.

TU devi dirmi come stanno le cose, TUTTE le cose, TUTTI i fatti, poi IO mi faccio un’idea.

Perchè non credo più nel giornalismo serio, ma spero  ancora nella capacità della gente di discernere.

P.S.: Mio Padre e mia madre hanno trascorso insieme 15.891 giorni. Arrotondare a 44 anni pareva brutto.

giornalismo

Donne di tendenza

Ma sì, forse un po’ diversa dalla maggior parte delle donne lo sono davvero. Ma non è nè merito né colpa mia.

Se mi guardo intorno, non ovunque per fortuna, mi arrivano immagini di donna nelle quali non mi riconosco, o almeno non mi riconosco più. Parlo delle donne di tendenza, di quelle che sono diventate sempre più la brutta copia di pessimi uomini in gonnella.

Non credo che questo sia dovuto all’emancipazione conquistata dopo anni di lotte femministe, quanto, piuttosto, a diverse interazioni familiari, interpersonali, sociali e fra i due sessi, se è vero che ad un cambiamento dell’atteggiamento femminile corrisponde un’altrettanta preoccupante trasformazione della condotta maschile. E soprattutto a me pare che tutto sia riconducibile ad un anticonformismo tanto ricercato quanto falso.

Le donne di tendenza sembra vivano esclusivamente per “fare aperitivi”, per mostrarsi abbronzate e trendy, per andare per locali, per mostrare taglie di reggiseno sempre più abnormi che contengono spesso tette rigorosamente rifatte; per mostrarsi soddisfatte e sorridenti in ogni luogo e per qualsiasi cosa. Se hanno un compagno è certo il migliore del mondo e i figli, laddove ci sono, piccoli geni. Per non parlare della carriera, dove essere sottoposte a qualcuno sembra diventata la peggiore delle iatture. Nella maggior parte dei casi gli argomenti ricorrenti delle loro conversazioni sono i locali alla moda, i vestiti griffati o le unghie piene di disegnini o brillantini, meglio ancora se griffate anche quelle.

Alla fine, illuse di seguire i propri desideri, di affermarsi e di eccellere uscendo dalla massa, a me pare si adeguino a dei taciti dictat che la società impone loro.

Gli uomini, messi di fronte a siffatte femmine, sembrano essere deprivati del ruolo che faticosamente si erano conquistati e rimangono relegati, senza tanti sforzi e quasi crogiolandosi beati, nel ruolo che avevano dato loro madri protettive e super accudenti, se non fosse per l’ansia che hanno di dover soddisfare proprio in “quei momenti lì” donne che possono diventare sempre più esigenti.

Sarà perché molti eventi della mia vita mi hanno tolto delle possibilità e perché altri mi hanno portata a dare importanza a cose diverse, ma per me quel che conta è altro.

Io non sopporto la sciatteria e ho la vanità necessaria per provare a rendermi gradevole agli occhi degli altri.

Ma alle serate trascorse a parlare di Hogan e Luis Vitton, preferisco quelle con poche persone ma buone, con cui poter parlare di tutto lasciandosi anche andare a sane risate che sgorgano dal cuore solo per l’allegria che dà il piacere di stare con persone che stimi e a cui vuoi bene.

Questa consapevolezza lungi dal farmi star bene, alla fine mi fa sentire una extraterrestre, perché anche per me come per il mondo intero il consenso di chi mi circonda diventa la prova del mio esser “sana”.

Ho, però, le prove di non essere “l’unica” e questo è così consolante da non farmi sentire la benché minima necessità di un cambiamento.

Io più che di tendenza, sono padrona di una vita tendente al banale. Ma meravigliosamente vera e soprattutto L I B E R A!

tendenza

Ragazza mia

Ragazza mia, fermati cinque minuti e ascoltami.

Tu sei bella, sei importante, sei preziosa e meriti il meglio.

Non permettere a nessuno, neanche a chi dice di volerti bene, di rubarti i sogni, di toglierti le speranze, di privarti delle tue aspettative, di sottrarti la tua identità.

Non pensare mai di non essere abbastanza, non credere di non essere all’altezza, non convincerti che devi fare qualcosa di più per essere apprezzata.

Tu vali per quello che sei, non per quello che fai, e nessuno deve mancarti di rispetto, deve ferirti, condizionarti, farti del male, deve rubare la tua libertà.

Tu sei preziosa. Non regalarti, lasciati conquistare. Pretendi attenzioni, aspira al meglio, aspettati amore vero.

Segui le tue inclinazioni, abbandonati alle tue aspirazioni, concediti di scegliere, realizza i tuoi desideri, affezionati a te stessa, regalati il meglio possibile.

Difenditi dalla cattiveria. Fuggi dai pericoli, preservati, abbi cura di te.

Guardati dai falsi amici, fidati delle persone giuste e quando soffrirai, perché soffrirai, non umiliarti mai.

Perdonati i passi falsi che farai, perdonati le scelte sbagliate.

Perdona pure chi ti colpirà, ma non dimenticare. Mai.

Non temere di piangere, di mostrare le tue fragilità, vivi i tuoi dolori, ma sii forte abbastanza da rialzarti dopo ogni caduta. Non arrenderti mai.

Fidati di te stessa: hai dentro di te l’intuito infallibile delle donne, se non lo lascerai inascoltato lui ti guiderà sempre nella giusta direzione.

Ridi, divertiti, assapora la vita, gusta la gioia, insegui la felicità, non accontentarti della mediocrità.

Dona al mondo il meglio di te e prendi il meglio del mondo.

“Vola in alto con la testa e stai con i piedi a terra”

ragazza mia

A proposito di Tiziana

Ho preferito aspettare qualche giorno prima di parlare. Ho voluto evitare interventi “di pancia”, come ne ho visti tanti in giro in queste ultime ore. La storia e la vita di Tiziana sono state raccontate in tutte le salse e tengo a precisare che non è mia intenzione metterci il carico da 11, ma si è verificata una cosa talmente grave che mi risulta davvero difficile fare spallucce e girarmi dall’altra parte. Per chi non l’avesse ancora capito, Tiziana è morta. Si è suicidata, per la precisione. Chi dice per colpa sua, chi dice per colpa del web. Quella che si può contrarre su Internet, lo sappiamo, è la peggiore delle epidemie: è sufficiente un click – un like, uno share, un tweet o come lo volete chiamare – e qualsiasi contenuto, anche il più insulso, diventa virale. Nel caso di Tiziana parliamo di un video che la ritrae in atteggiamenti piuttosto intimi con un ragazzo: in poche parole, quello che facciamo tutti ma in assenza di videocamere.
Che ci crediate o no, io questo video non l’ho mai visto, ma sapevo della sua esistenza e anche della sua diffusione a macchia d’olio. Ciò che non sapevo, però, è che da quel momento in poi la vita di Tiziana fosse diventata un inferno. Non sapevo che avesse deciso di cambiare residenza, per esempio, e non sapevo che avesse avviato persino le pratiche per cambiare nome. Non sapevo nemmeno che avesse tentato il suicidio. E non sapevo nulla di tutto ciò perché, nel frattempo, si continuava a parlare solo ed esclusivamente di quel maledetto video. Ammetto che il perché di tanto scalpore non l’ho mai capito. C’è chi queste cose le fa per mestiere, ma io non ho mai visto linkare su un social un video di Rocco Siffredi o di Cicciolina, per dirne due a caso. E perché, invece, c’è stato un simile passaparola nel caso di una persona “comune”?

Mi sembra scontato dire che ognuno di noi sia sessualmente libero di fare ciò che vuole. Anche di filmarlo, se preferisce. E anche di inviarlo a qualcuno, se così gli gira. Se poi si vogliono imputare delle colpe a Tiziana a tutti i costi, sicuramente il suo errore è stato quello di essersi fidata delle persone sbagliate. Ma chi di noi non si è mai fidato delle persone sbagliate almeno una volta nella vita? A me capita di continuo. E lei di questo se n’è pentita amaramente, il suicidio non lascia dubbi al riguardo. Si è pentita a tal punto da aver preferito la morte allo scherno e alla vergogna. E chissà cosa direbbe se sapesse che le offese nei suoi confronti sono persino aumentate dopo il suo gesto disperato. Forse, se potesse tornare indietro, vi congederebbe soltanto con un sonoro “vaffanculo”, che era pure meglio. E poi chissà cosa direbbe se sapesse che, dopo la sua morte, l’hanno uccisa pure una seconda volta: gli epiteti con cui l’apostrofavano in vita sono rimasti gli stessi, con la differenza che i giudici di questo grancazzo hanno anche decretato che questa era la fine che si meritava.

E sì Tiziana, perché tu non lo sai ma la morte “te la sei cercata”. È questo che i giudici del webbe hanno deciso per te. Ti consolerà sapere, comunque, che fortunatamente non tutti la pensano allo stesso modo. L’opinione pubblica si è letteralmente spaccata a metà e c’è stato anche qualcuno che s’è persino ravveduto; in più di un’occasione ho letto di gente che si è “fermata a riflettere”; riflettere sulla pericolosità di Internet, immagino, sulle conseguenze delle nostre azioni all’interno e al di fuori dei social. “Farlo prima no, eh?”, e no Tizià, mo’ pretendi un po’ troppo. Ti basti sapere che, per qualche ora, c’è stato qualcuno che ha messo in funzione l’unico neurone di cui era provvisto e ha riflettuto. Poi però, Tizià, è successa ‘na cosa strana, curiosa. C’è stata un’altra gogna, ma “al contrario”. In poche parole, tutti quelli che hanno sputtanato te sono stati sputtanati sul web allo stesso modo. Verrebbe da dire “chi la fa, l’aspetti”, oppure “occhio per occhio, dente per dente”, oppure “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, ma a questo punto mi chiedo: forse ho capito male io, ma non si stava riflettendo sulle conseguenze di quello che scriviamo e facciamo sui social?

Tiziana, non mi fraintendere eh, scrivere che tu te la sia cercata è abominevole, su questo non c’è alcun dubbio. E poi fa anche sottintendere che nella tua posizione non potrà mai trovarsi – che so – una figlia, una sorella o una cara amica di qualcun altro, ma chi può averla questa certezza? E pure quelle donne – perché sì Tizià, tra chi dice che te la sei cercata ci sono anche delle donne – come fanno a dire con tanta sicurezza che un giorno non faranno un’imprudenza simile alla tua? Se non l’hanno pure già fatta e gli è andata meglio di com’è andata a te. Però, comprendimi, il confine tra difendere te e denigrare qualcun altro è davvero labile. È per questo che mi viene da pensare che forse non abbiamo riflettuto abbastanza. Poi, in realtà, ero già molto pessimista in partenza: già solo il fatto che bisognasse “fermarsi a riflettere” per capire che ciò che diciamo e che facciamo ha sempre delle conseguenze mi faceva sperare ben poco. Però, chissà, forse la tua storia avrà un risvolto positivo. Certo, non per te, questo è chiaro. Forse qualcuno avrà capito che prima di offendere, calpestare, denigrare qualcuno sarebbe opportuno pensare alle conseguenze. Forse qualcuno avrà capito che è ora di smetterla di guardare dall’alto in basso chiunque capiti a tiro. Forse qualcuno sarà stato capace di fare un atto di umiltà e, sempre forse, avrà capito che ciascuno di noi non è altro che un “signor Nessuno”. O forse no.

Dalila Pergamo

su http://estrattidiortica.blogspot.it/2016/09/a-proposito-di-tiziana-e-cyberbullismo.html

Tiziana