Piazza Santa Maria

Erano tempi in cui non si aveva paura di mandare in giro da sola una bambina, in un paese dove ci si conosceva tutti e ci si fidava l’uno dell’altro.

Mentre mia madre andava a trovare la nonna, papà passava più di qualche ora nella farmacia Favuzza e a me era permesso girare per Santa Maria, la piazza in cui ho trascorso gran parte della mia fanciullezza. Saltellavo da un posto all’altro, con l’unico impegno di andare ogni tanto in farmacia a rassicurare mio padre. Non era un obbligo troppo gravoso per me, quello; spesso in occasione delle visite u dutturi Rinu mi regalava una confezione di Zigulì o una Galatina o le pastiglie Valda. Io guardavo papà per avere il permesso di accettare il dono e, col bottino in mano, riprendevo il giro.

Un po’ di tempo lo trascorrevo nella bottega del calzolaio, Don Maruzzu. Piccolo, sempre chino su qualche paio di scarpe da riparare, con affianco il fratello che teneva spesso il mento appoggiato alle mani sul suo bastone, mi accoglieva sempre sorridendo e amava ricordarmi che anche mia madre, ragazzina, stava seduta spesso lì con lui. Mi piaceva stare a guardare le sue mani che lavoravano con chiodini e martelletto, vederle tagliare il cuoio per adattarlo alle suole. E mi piaceva tanto il profumo di quel cuoio. Ne ho un ricordo così forte e vivido che se chiudo gli occhi lo sento ancora, “l’odore di Don Maruzzu”.

Rimanevo lì per un po’, a guardare le foto con cui erano tappezzati i muri della bottega o i santini sulla vetrinetta che aveva in un angolo.

Poi salutavo e continuavo il giro. Passavo davanti alla sartoria del Signor Vanella, che non lasciava nulla nascosto agli occhi dei passanti con la sua porta a vetri attraverso la quale, nel tardo pomeriggio, passava la luce che contribuiva ad illuminare la piazza, e andavo a salutare i signori Rizzo al loro negozio di abbigliamento. Peppe, il loro figlio piccolo, era a giocare con mio fratello e loro mi dispensavano sorrisi e carezze affettuose. Quindi andavo a fare un saluto al “vecchio Sala” nel suo negozio di calzature. Se penso a lui lo ricordo sempre con un calzascarpe in mano, mentre passava al figlio Enzo, che ha continuato la sua tradizione, i segreti di un mestiere solo apparentemente semplice.

Nei pomeriggi primaverili, quando ancora la primavera era davvero la stagione dei primi caldi, avevo il permesso di spostarmi un po’ più in là, fino alla bottega del Signor Manca per prendere un cono alla nocciola. Sarà che adesso non posso più mangiare il gelato alla nocciola, sarà che il ricordo della fanciullezza rende i sapori ancor più gradevoli, ma credo che non esista più in nessuna parte del mondo un gelato alla nocciola più buono di quello!

Ma i momenti più felici erano quelli in cui mi concedevo di sognare davanti alle vetrine piene di giocattoli dell’Emporio. Il bagno di Barbie, il camper di Barbie, la casa di Barbie: stavo lì a pensare come convincere mia zia Nina a regalarmi qualcuna di quelle meraviglie (con il bagno ci sono riuscita, e non è stato neanche tanto difficile!)

Finito il giro, tornavo da papà e si andava a chiamare mamma per rientrare a casa.

Son passati tanti anni, la bambina che ero è diventata sempre più piccola (ma ancora c’è) nella donna che sono diventata. Non c’è più Don Maruzzu e la sua bottega, non c’è più il Signor Vanella, il signor Rizzo, il “vecchio Sala” e il dottore Rino e la sua farmacia. Non c’è più il mio papà.

E quando scendo giù, adesso che mi sono allontanata dal mio Paese, quella piazza la trovo popolata solo di ricordi e di fantasmi. La desolazione e l’abbandono che trovo mi fanno male e vado via con una ferita nel cuore.

Salemi e il suo centro meritavano di più.

Almeno per la memoria di chi, in un tempo in fondo neanche così tanto lontano, ha amato il nostro paese con tutta l’anima.

.Piazza Santa Maria

2 commenti su “Piazza Santa Maria”

  1. Marisa, il tuo articolo ha evocato in me una serie di ricordi molto simili ai tuoi e legati ad una fanciullezza ed adolescenza passata in un paese molto simile a quello descritto da te. Luoghi, odori, sapori, colori si sovrappongono con la stessa intensità evocata da te nel descrivere una giornata nel borgo dove sei nata e cresciuta.
    Recentemente anch’io sono tornato in quel borgo (ne ho parlato in un post) ma devo dire che sono stato più fortunato di te, perché oltre ad aver ritrovato persone che non vedevo da più di trent’anni (e le ho ritrovate, fortunatamente, tali e quali ad allora, quando me ne sono andato) ho toccato con mano che quel borgo (il mio borgo), anche grazie a chi per quel borgo si è speso, è cresciuto ed diventato ancora più bello di quando lo avevo lasciato.
    Certo, i presupposti sono stati sicuramente diversi, il tuo paese è immerso in un Sud molto spesso dimenticato ed abbandonato non solo da chi in quel paese è nato e cresciuto ma, soprattutto, da uno Stato che spesso è assente proprio dove ci sarebbe più bisogno della sua presenza.
    In ogni caso, grazie per questa fotografia, la metterò nel mio album di ricordi, nella mia “collezione di attimi”. Davide.

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