La solitudine……

Ci sono momenti in cui la solitudine è tutto ciò di cui hai bisogno.

Non potresti farne a meno: tu con te e basta.

In quei momenti la solitudine è libertà.

Di essere quello che sei, di fare ciò che vuoi, di volerti bene o odiarti, di pensare o cantare, o leggere, o ballare, o ridere…o piangere.

In quei momenti, che tu stia bene o stia male, hai bisogno solo di te stessa e godi della tua presenza. Ti vedi, pure senza specchi, ti parli, anche senza parole, ti ascolti seppure in silenzio. Non ti occorre altro che essere te, stare con te, vivere te.

Poi ci sono gli altri momenti in cui la solitudine è vuoto e tu non basti a riempirlo.

Non hai voglia di ascoltarti, senti la mancanza di qualcuno che ti distragga dai tuoi pensieri, dalla tua immagine, dalla tua voce, dal tuo assordante silenzio.

L’isolamento è un fastidio, lo spazio è vacante, l’anima irrequieta.

Non ti basta la musica, la tv, un libro. Hai bisogno di qualcuno. Di una voce, di una presenza, di un contatto, di un confronto. Hai necessità di decentrarti, di essere per qualcun altro, di rispecchiarti in uno sguardo, di trovare riscontri, conferme o negazioni. Purché arrivino da altri.

Hai bisogno di allontanarti da te e andare verso qualcuno, di espandere te stessa verso relazioni con qualcuno diverso da te.

La più grande fortuna, in questi casi, è poter scegliere. Se puoi scegliere di stare con te stessa o con gli altri, se hai la possibilità di fuggire da te e correre verso qualcuno oppure di isolarti e cercare solo la tua compagnia, allora sei in equilibrio, hai una vita sana, hai tutto ciò che ti serve.

La sana solitudine, così come la buona compagnia, sono lussi che pochi possono permettersi…..

solitudine

 

L’arte del dubbio

Chissà se sono intelligente o smisuratamente cretina, ma nonostante io sia entrata da un bel po’ nell’età della maturità, non ho le idee chiare su molte e cose e mi concedo spesso il diritto di cambiare idea.

Non so con assoluta certezza e fuori da ogni ragionevole dubbio chi sono e chi diventerò (chissà poi quando si smette di “diventare”) e spesso non riesco a distinguere con chiarezza che cosa sia assolutamente giusto o nettamente sbagliato. Intorno a valori e principi che sono punti fissi su cui ruota tutta la mia vita, ci possono essere aspetti e questioni di questa strampalata esistenza che mi lasciano perplessa e sui quali ho pareri diversi, a volte addirittura antitetici.

Non sono certa che questo sia mancanza di coerenza ma credo piuttosto che significhi imparare, giorno dopo giorno, a guardare la vita, le cose, le persone e le situazioni da un punto di vista diverso, nuovo; credo che significhi modificarsi, cambiare, modellarsi, adattarsi ai contesti, alle contingenze.

Rimanere sempre della stessa idea, irrigidirsi nelle proprie posizioni, arroccarsi sulla necessità della congruenza, a volte diventa una scusa dietro la quale nascondiamo la paura di evolverci, di sperimentare idee e situazioni nuove, per evitare il rischio di vedere la vita sotto un’ottica diversa.

Niente rimane uguale nel tempo e per sempre.

Non rimane uguale la mente: si matura, si sperimentano nuove idee, si impara dai nuovi incontri, leggendo un libro, guardandosi intorno, assistendo a quel che accade nel mondo.

Non rimane uguale il corpo, che con gli anni si modifica, si trasforma, dalle rughe ai chili in più.

Cambiano pure gli interessi, le amicizie, gli obiettivi della vita.

Cambiano le persone che ci vivono accanto, dandoci conferme o delusioni.

Perciò mi assolvo per le mie continue mutazioni, mi concedo il lusso di cambiare idea, mille, mille e mille volte ancora e lascio agli altri (poveri loro!)  la convinzione, giusta o sbagliata che sia, di essere in possesso della verità assoluta.

dubbio

Nobel trasgressivi

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.

E nell’orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporger le fredde ossa di un morto.
(Iginio Tarchetti, poeta scapigliato)

 

Quante strade deve percorrere un uomo

prima di essere chiamato uomo?

E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?

E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che vengano bandite per sempre?

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?

E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?

E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?

E per quanti anni alcuni possono vivere
prima che sia concesso loro di essere liberi

E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento
(Traduzione Blowin’ in the wind di Bob Dylan)

Forse ho scelto un brano della Scapigliatura un po’ “eccessivo” per chi non conosce questa corrente letteraria, certamente un testo poco noto, ma che è considerato un esempio di un movimento letterario che ebbe diffusione più o meno alla metà dell’800.
Un testo “strano”, particolare, che viene inserito nel panorama letterario italiano.

Poi ho copiato la traduzione di un testo di Bob Dylan, che solo ieri ha ricevuto, fra innumerevoli critiche, il premio Nobel per la letteratura. Nel confronto, per quanto azzardato perché si tratta di due testi di periodi, ispirazioni, temi e stili diversi, mi pare che nessuno dei due brani possa dirsi migliore dell’altro.

Tanti scrittori, con atteggiamento sprezzante e borioso, hanno dissentito sul fatto che un simile prestigioso riconoscimento, quale il Premio Nobel, possa essere stato attributo ad un cantautore, adducendo come giustificazione che la musica, le canzoni non sono letteratura.
A me pare l’effetto di un rosicamento fuori dal comune.

Se mi parlate di Fedez, di Moreno o di qualche cantantuccio da strapazzo che fa successo cantando “I have a pen, I have an Apple” l’accostamento fra musica e letteratura è raccapricciante.

Ma pensiamo a brani come Le Nuvole di De Andrè :

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo

sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vengono
Vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Oppure a Sally di Vasco Rossi:

Sally cammina per la strada leggera
Ormai è sera
Si accendono le luci dei lampioni
Tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
Ed un pensiero le passa per la testa
Forse la vita non è stata tutta persa
Forse qualcosa s’è salvato
Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
Forse era giusto così
Forse ma, forse ma sì
Cosa vuoi che ti dica io
Senti che bel rumore…

Allora ditemi, che differenza c’è fra questa poesia accompagnata dalla musica e la letteratura in senso stretto.
Forse l’unica vera differenza è che la musica è semplicemente meno “snob”, più vicina a tutta la gente, più accessibile.

Condivido quanto scritto da Vittorio Sgarbi, il quale sa, per ovvi motivi, esprimere meglio quel che vorrei sostenere anche io:

Bob Dylan ha scritto canzoni che, dopo che la grande poesia tradizionale fino a D’Annunzio, Eliot e Montale ha lasciato il campo ai cosiddetti cantautori (in Italia Lucio Battisti, Celentano, Mina, Ornella Vanoni, Gino Paoli, Paolo Conte e molti altri), appartengono alla nostra memoria e alla nostra coscienza, non meno di Jacques Prevert e di Neruda (a sua volta Premio Nobel) 
e al pari di grandi poeti come i Beatles e i Rolling Stones.
Bob Dylan intercetta e interpreta sentimenti universali, non meno di Leopardi. Parla, come la poesia deve, alla nostra anima. Quando uno pensa alle origini della poesia, pensa a Omero, poeta, o gruppo di poeti, orale, la cui voce, ripetuta o cantata a memoria, è soltanto in un secondo momento trascritta. Omero, per questo, non avrebbe meritato il Nobel? Bob Dylan è l’equivalente, ed è anche un unico e impareggiabile interprete. Poeta della parola scritta e cantata. Poeta di tutti. Il Nobel non può altro che riconoscerlo. Non stabilire chi è abilitato a essere poeta. Saffo, no? 

Nobel

Buoni o cattivi

Da quando eravamo piccoli, qualsiasi adulto preposto alla nostra educazione ci ha sempre insegnato che bisogna essere buoni, gentili, altruisti.
Mai nessuno ci ha detto che dovevamo essere felici.

Perché spesso, per essere felici bisogna proprio essere meno buoni, gentili ed altruisti.

A volte la felicità si trova con un po’ di sano egoismo, pensando prima al proprio benessere che a quello degli altri.

Ovviamente, contravvenendo a quei principi e a quei valori che ci hanno trasmesso e tramandato, concedersi il lusso di amarsi più di quanto si amino gli altri, generalmente provoca dei gravi sensi di colpa, a volte perfino la paura infantile di essere puniti per non aver rispettato le regole.
Non sarei una buona cristiana, cosa che aspiro ad essere col tempo e con un buon lavoro su me stessa, se non dicessi, e soprattutto non credessi, che bisogna amare il prossimo e non essere motivo di sofferenza per gli altri, ma sarei anche una folle sconsiderata se affermassi che bisogna non pensare anche un po’ a se stessi.
“Siate furbi come serpenti e semplici come colombe” ha detto Gesù (Matteo 10:16).
Forse bisognerebbe sforzarsi di non ferire mai gratuitamente nessuno, non bisogna essere causa di dolore e sofferenza, ma è necessario pure difendersi se ci si trova “come pecore in mezzo ai lupi”, per citare lo stesso versetto.
Io sono quella delle seconde occasioni, degli alibi e delle giustificazioni. Mai nessuno che mi abbia fatto del male ha poi trovato la porta chiusa quando è venuto a bussare, ovviamente per chiedere qualcosa.

Ma arriva un momento in cui anche quelli come me si stancano di metter pezze e toppe, di raccogliere cocci, di mettere insieme i pezzi.
Perché è pure vero che, a lungo andare, quando qualcosa si rompe si può fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità, ma non tornerà mai come prima. Non capita con gli oggetti, figuriamoci coi sentimenti!

Se ci si fida di qualcuno, se si permette ad un’altra persona di entrarti dentro, nel cuore, nell’anima, e quello ne approfitta per banchettarci un po’ e poi uscirsene lasciando tutto in disordine, quante volte puoi permettergli di entrare ancora? Arriverà o no il momento in cui verrà e troverà chiuso?

E questo significherà forse essere cattivi?
Beh, no. Non credo.
Penso significhi volersi bene, voler bene a se stessi; significa “voler tenere l’anima in ordine”, pulita.
Quanto si può rimanere “sani” se intorno si hanno persone con il cuore marcio? Quanto si può rimanere buoni, se ci si circonda di opportunismo, avidità (non solo di cose ma anche e soprattutto di sentimenti)? Non si rischia di venirne “contagiati” ed indurire troppo il proprio cuore, trasformando la vera natura?

 

” A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra” (Luca 6:29). Ecco, PORGIGLI l’altra guancia. Non “stai lì e fa che lui faccia di te quel che desidera”. Devi esser tu a decidere o no se farti percuotere ancora. Se lo fai, e lo fai per amore, con piena consapevolezza, hai fatto una cosa grande, e non ti farà neanche male: lo hai scelto, lo hai fatto con il cuore.
Ma se qualcuno ti percuote e tu poi stai male, soffri, provi rabbia, perfino odio, non è forse meglio allontanare chi ti provoca tanto dolore?
“Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.” (Matteo 5:29)

La vendetta, quella sì, potrebbe e dovrebbe provocare sensi di colpa. Ma rimanere indifferenti e non permettere agli altri di farci del male non può farci sentire pessime persone.

 

Sorridere, continuare ad essere gentili e mantenere le dovute distanze da chi riesce sempre e solo farci male. A me sembra tutto sommato una buona ricetta. Almeno finché non saremo tanto infinitamente grandi da poter fare di più.
E lasciamo i cocci per terra, che anche ad incollarli il risultato sempre pessimo rimane….

Buoni o cattivi

 

Prima il dovere

Ci hanno sempre detto che si DEVE amare, si DEVE comprendere, si DEVE aiutare. Si DEVE ascoltare, si DEVE provare compassione, ci si DEVE sacrificare. Si DEVE pensare agli altri, si DEVE farli star bene, si DEVE sostenere chi si appoggia a te.

Io vorrei provare a sostituire i “si DEVE” degli altri con i “si DEVE” miei, per una volta nella vita.

È vero che è giusto fare tutto quello che ci hanno sempre insegnato, fa parte del nostro essere umani, ma fino a che punto è corretto? Fino a che punto si può e si deve (rieccolo, il DEVE) dimenticare se stessi?

“Ama il prossimo tuo COME TE STESSO”. Ecco, come te stesso. Allora voglio provare a cambiarli davvero questi si DEVE.

Io DEVO amare me stessa e mi DEVO rispettare. Io mi DEVO concedere il diritto di essere felice. Mi DEVO dedicare tempo e attenzioni. DEVO pensare alla mia salute e il mio benessere psicologico.

Io DEVO proteggermi dalle persone cattive e negative, DEVO scacciare dalla mia vita e dalla mia testa tutto quello che può nuocermi.

Io DEVO tutelare il mio diritto alla serenità, alla libertà, alla pace interiore.

Io DEVO considerarmi una priorità, DEVO curare le mie ferite, DEVO cercare la mia felicità e DEVO esser libera di sorridere.

 

dovere

 

 

 

“Dagli amici mi guardi Dio….

….che dai nemici mi guardo io”

Quando qualcuno mi fa del male, ho l’abitudine ormai consolidata di prendermela con me stessa. Perché mi rendo conto che sono io che glielo permetto.

 

Ormai ho imparato a riconoscere il bene dal male, eppure mi ostino a non dar retta a quell’istinto primordiale che pure prova a mettermi in allarme.
Io non lo ascolto : ci casco la prima, la seconda volta, e poi ancora, finché, troppo dolente e sconfitta, apro gli occhi e, con la violenza di una epifania, la realtà mi appare per quella che è.
Sono stata usata, sfruttata, prosciugata da una persona, un’altra persona che, dopo aver succhiato linfa vitale, dopo aver preso senza dare, dopo avermi rubato tempo, serenità, forza, positività, una volta ottenuto quello che aveva desiderato, mi lascia vuota, priva di vitalità, di quella energia che solitamente ho avuto dentro anche nei momenti peggiori della mia vita.
“Sei tu che glielo hai permesso!” mi dico, mi urlo contro. “Sei tu che hai assecondato, che hai dato spazio, che ti sei immolata, che hai scoperto il fianco a quest’altro attacco”.
Sì, è vero, sono stata io; sciocca il doppio perché infondo io sapevo con chi avevo a che fare.
Ma la disponibilità verso il prossimo, la capacità empatica, l’attitudine a condividere, a provare compassione, a tendere la mano, a mettersi a disposizione, ad aiutare è come il colore degli occhi: ce l’hai e non lo puoi cambiare.
A volte mi trovo a discutere con chi sostiene che , se vedesse il suo nemico in difficoltà, passerebbe oltre con indifferenza. Io non sono una Santa e ho una buona dose di egoismo, ma ho sperimentato che non sarei capace.
Non sono mai stata capace di dire un “No”, non sono stata capace di girare le spalle, eppure ne ho vista di gente andar via di schiena, senza la decenza di uno sguardo, di un saluto, di un “grazie”.
La stessa gente che mi chiamava “amica”, la stessa gente che si profondeva in manifestazioni di affetto.

 

“Con amici così, non ho bisogno di nemici”…..

Dagli amici mi guardi Dio....

Grande fratello

Guardo il Grande Fratello. E guardo pure Uomini e donne. E, per dirla tutta, quando c’è pure l’isola dei famosi.

In verità sono programmi che guardiamo in tanti, ma nessuno lo dice. Un po’ come quando veniva eletto Berlusconi: tutti contro, ma lui prendeva un numero esagerato di voti.
Io guardo questi programmi per due motivi, soprattutto. Primo perché ogni tanto ho necessità di “leggerezza”, quando mi metto davanti alla TV e prendo in mano filo e spolette o uncinetto; e poi per capire il mondo intorno a me.

Non che già non sappia quanto la società si stia avviando verso il degrado (Ci sono giovanotti che inneggiano pure, al degrado! Col beneplacito dei genitori, oltretutto…) solo che voglio proprio entrarci dentro e capirlo meglio.
Insomma, devo capire dove crescono i miei nipoti, i miei “figliastri” (che parola terrificante!!!) e per che tipo di comunità educo i miei alunni.
E in realtà, se penso alle prime edizioni,mi rendo conto che qualcosa è cambiata davvero e qualcos’altro, invece, è drammaticamente rimasto tale e quale.

Ormai è chiaro che se metti insieme persone diverse in una casa o in qualsiasi altro posto, senza che abbiano possibilità di sfuggire l’uno all’altro, prima o poi provano l’istinto di uccidersi. E ci sta, quando non ci si sceglie. Capita perfino quando si è liberi di andar via, figuriamoci in certe condizioni!
Poi è evidente che , VIP o normal people, si tende sempre ad unirsi a piccoli gruppi per parlar male di qualcuno. Anche questo ci starebbe, se a turno non si finisse per essere tutti vittime delle maldicenze e se i gruppi non cambiassero continuamente.
E questo succede pure sul lavoro, fra “amici”, in qualsivoglia forma di associazione. Il che è estremamente deprimente.

Poi c’è l’egocentrismo e la vanità, che ci stanno pure quelli, perché se uno non avesse queste due caratteristiche caratteriali non ci andrebbe proprio in TV a farsi la doccia in mutande.

Poi ci sono i tratti più preoccupanti.
Ho visto una ragazzina di 20 piangere disperata urlando “questo è troppo, non ce la faccio più!!” perché “costretta” in un posto che, per quanto squallido, sempre studio televisivo è. Ho visto la madre di questa ragazzina viziarla e difenderla come se la figlia stesse vivendo chissà quale tragedia, mentre io avevo solo la voglia di prenderla a schiaffi e pure forti, alla faccia di tutte le teorie pedagogiche che a 20 anni considero decadute. Senza considerare che la stessa ragazzina evidentemente psicolabile ha deriso il concorrente gay, che sta dimostrando, al di là della sua eccentricità, di essere il più saggio di tutti.

Ho sentito un poliziotto dire ad un compagno di merende che si vantava (da gran signore) di essere stato a letto con un numero infinito di donne citando nomi e cognomi, che una donna che tradisce andrebbe ammazzata e giustificarsi, poco dopo dicendo che aveva sbagliato a dimenticarsi delle telecamere, che aveva parlato come fosse al bar (quindi al bar pensare di uccidere una donna è ammissibile?).

Il programma è certamente trash, fatto di gente trash e visto da gente trash.
Ma sarà che è lo specchio di una società trash?
E se la società è trash, non sarà che lo siamo pure noi (dietro le nostre facciate di sofisticati intellettuali) e che lo sono pure i nostri figli?
Dietro quella madre che difende la figlia che si sente frustrata perché è in TV e dorme in un letto scomodo, io ci ho visto tanti genitori che prendono le parti di figli indifendibili. Dietro quella frase del poliziotto “alternativo” io ci ho visto una mentalità che è ancora terribilmente radicata nella maggior parte della gente.
Perciò, prima di accusare e deridere chi guarda questi programmi e chi li fa, forse, abbandonando atteggiamenti snobistici, dovremmo approfittare di questo “spaccato di società post moderna” per farci un serio e obiettivo esamino di coscienza, soprattutto nei confronti dei futuri uomini che stiamo tirando su.

Grande fratello

Nonnina mia

Ogni mattina, da quando ho testardamente deciso che non sarei più andata all’asilo dalle suore, lei mi accoglieva affacciandosi dalle scale. Vedevo la sua testolina piccola, incorniciata dai capelli bianchi e sentivo la solita frase del buongiorno: “Mariuni, a mittisti a pagghia au mulu!”

Io ridevo felice, perché ero felice di stare con lei. Sapevo già come si sarebbe svolta la mattinata e sapevo che con lei sarei stata bene.

Aveva indosso il suo grembiule, una sorta di camice abbottonato sul davanti, rigorosamente nero da quando, più di un trentennio prima, era morto il suo adorato marito. I capelli, sempre raccolti sulla nuca, al mattino erano un po’ scompigliati. Era piccola piccola, magra e dietro degli spessi occhiali da vista aveva due splendidi occhi azzurri.

Appena arrivavo mi portava in cucina, dove trovavo già apparecchiato per la colazione. Niente merendine e neanche il latte che da quando mi avevano fatto abbandonare il biberon (in verità abbastanza tardi) non volevo bere neanche dietro minaccia. In una ciotola di metallo tagliava del pomodoro, lo condiva col sale, l’origano, l’olio e un po’ d’acqua, tagliava a tocchetti il pane ed io lo inzuppavo nel brodino che si era creato. Ho provato tante volte a rifare quel piatto, esattamente come lo faceva lei, ma non sono mai riuscita ad ottenere lo stesso meraviglioso sapore.

In assenza dei pomodori, i tocchetti di pane trovavano un bel piatto di succo di limone con acqua, olio e zucchero. Niente di più semplice e niente di più buono. Fosse anche solo perché lo preparava lei.

Mentre io mangiavo, lei sbarazzava in cucina, non prima di aver dato da mangiare anche alla sua gatta grigia, la meravigliosa “Pupetta”.

Non stavamo mai in silenzio; la seguivo mentre sfaccendava per casa e mi raccontava mille storie: dalla storia di Giufà agli aneddoti sui vicini di casa di quando era bambina, alle storie della sua famiglia, della guerra, di quando aveva dovuto dare al governo di Mussolini perfino la fede di matrimonio e, vedova con sei figli, per portare avanti la famiglia, aveva dovuto affittare le camere di casa sua ai militari che passavano di lì.

Mi raccontava del nonno che non ho mai conosciuto e di cui aveva un ritratto nel soggiorno, del grande amore che aveva per lui e che traspariva dai suoi occhi ogni volta che ne parlava, nonostante lei fosse poco più di una bambina quando lo aveva sposato e lui un uomo con 35 anni di più.

Mi raccontava di Maria, la corpulenta donna vicina di casa sua, tanto in carne che il marito la chiamava “Mariuni” e al suo rientro a casa le urlava sempre “a mittisti a pagghia au mulu?” (Ecco il nostro saluto!)

Finiti i lavori di casa, andava a sistemarsi in bagno, ed io assistevo affascinata guardandola mente pettinava i lunghi capelli bianchi, li intrecciava e poi arrotolava la treccia in un basso chignon, semplicemente chiamato “tuppu”, con delle forcine di osso.

Poi andavamo nto curtigghiu, una sorta di cantina dove teneva le giare con l’olio e altri oggetti e preparava lo scaldino per le mani. Metteva il carbone, lo accendeva e poi faceva oscillare per un po’ avanti ed indietro lo scaldino per ravvivare il fuoco.

Mentre risalivamo al piano superiore, ripeteva sempre la stessa frase: “ora mi mettu nta la mè gnunidda”. La sua gnunidda era una sediolina di legno e paglia sistemata ai piedi di una scala che portava sulla terrazza adornata con le piante di garofano. Sul primo gradino, vicino alla sedia, teneva un cesto con la lana e i ferri. Poggiava sulle gambe il suo scaldino, su cui faceva riscaldare anche le mie mani, e poi iniziava a lavorare preparando calze da notte di tutte le misure che regalava a tutti i figli e a tutti i nipoti. In tarda mattinata io andavo a frugare nello sportello del mobile del soggiorno, dove trovavo “i ficu sicchi” e lei faceva finta di non accorgersi che ne rubavo un paio.

In certe giornate particolari, la routine veniva modificata leggermente. Quando nacque la figlia di mia cugina, ci siamo sedute in soggiorno perché lì aveva acceso il lumino a Santa Anna, protettrice delle partorienti. In quei casi, si stava lì a pregare.

A pranzo andavo via, tornavo dai miei genitori.

Nel pomeriggio, quando con mia madre tornavo a trovarla, la trovavo in penombra, dietro la piccola finestra della sua piccola camera da letto, con in mano la corona del rosario a pregare.

Mia Nonna non ha mai studiato. Ha fatto solo i primi tre anni di scuola elementare. Ma era una divoratrice di giornali e libri, di cui poi, mi raccontava tutta la trama.

Odiava Uccelli di Rovo, perché non era accettabile, per lei, che un prete si innamorasse e “facesse certe cose” con una donna.

Amava tutta la famiglia e la vita, che pure le aveva dato poche gioie e tanto tanto lavoro. Tanto che mi sono sempre chiesta come avesse fatto, piccola com’era, a resistere a tanta fatica fino ai sui 88 anni.

Non la chiamavo mai per nome. Per me era “nonna Scalisi”, il cognome di mia madre. Eppure per me lei era un solido punto di riferimento, e, anche di nascosto da tutti, mi rifugiavo da lei quando ero triste o avevo bisogno di un sostegno.

Se esistessero i Santi, nonna sarebbe con loro. E un giorno, se me lo meriterò, ci ritroveremo e, forse, potrò ancora una volta trovare conforto fra le sue piccole ma forti braccia.

nonna