Nonnina mia

Ogni mattina, da quando ho testardamente deciso che non sarei più andata all’asilo dalle suore, lei mi accoglieva affacciandosi dalle scale. Vedevo la sua testolina piccola, incorniciata dai capelli bianchi e sentivo la solita frase del buongiorno: “Mariuni, a mittisti a pagghia au mulu!”

Io ridevo felice, perché ero felice di stare con lei. Sapevo già come si sarebbe svolta la mattinata e sapevo che con lei sarei stata bene.

Aveva indosso il suo grembiule, una sorta di camice abbottonato sul davanti, rigorosamente nero da quando, più di un trentennio prima, era morto il suo adorato marito. I capelli, sempre raccolti sulla nuca, al mattino erano un po’ scompigliati. Era piccola piccola, magra e dietro degli spessi occhiali da vista aveva due splendidi occhi azzurri.

Appena arrivavo mi portava in cucina, dove trovavo già apparecchiato per la colazione. Niente merendine e neanche il latte che da quando mi avevano fatto abbandonare il biberon (in verità abbastanza tardi) non volevo bere neanche dietro minaccia. In una ciotola di metallo tagliava del pomodoro, lo condiva col sale, l’origano, l’olio e un po’ d’acqua, tagliava a tocchetti il pane ed io lo inzuppavo nel brodino che si era creato. Ho provato tante volte a rifare quel piatto, esattamente come lo faceva lei, ma non sono mai riuscita ad ottenere lo stesso meraviglioso sapore.

In assenza dei pomodori, i tocchetti di pane trovavano un bel piatto di succo di limone con acqua, olio e zucchero. Niente di più semplice e niente di più buono. Fosse anche solo perché lo preparava lei.

Mentre io mangiavo, lei sbarazzava in cucina, non prima di aver dato da mangiare anche alla sua gatta grigia, la meravigliosa “Pupetta”.

Non stavamo mai in silenzio; la seguivo mentre sfaccendava per casa e mi raccontava mille storie: dalla storia di Giufà agli aneddoti sui vicini di casa di quando era bambina, alle storie della sua famiglia, della guerra, di quando aveva dovuto dare al governo di Mussolini perfino la fede di matrimonio e, vedova con sei figli, per portare avanti la famiglia, aveva dovuto affittare le camere di casa sua ai militari che passavano di lì.

Mi raccontava del nonno che non ho mai conosciuto e di cui aveva un ritratto nel soggiorno, del grande amore che aveva per lui e che traspariva dai suoi occhi ogni volta che ne parlava, nonostante lei fosse poco più di una bambina quando lo aveva sposato e lui un uomo con 35 anni di più.

Mi raccontava di Maria, la corpulenta donna vicina di casa sua, tanto in carne che il marito la chiamava “Mariuni” e al suo rientro a casa le urlava sempre “a mittisti a pagghia au mulu?” (Ecco il nostro saluto!)

Finiti i lavori di casa, andava a sistemarsi in bagno, ed io assistevo affascinata guardandola mente pettinava i lunghi capelli bianchi, li intrecciava e poi arrotolava la treccia in un basso chignon, semplicemente chiamato “tuppu”, con delle forcine di osso.

Poi andavamo nto curtigghiu, una sorta di cantina dove teneva le giare con l’olio e altri oggetti e preparava lo scaldino per le mani. Metteva il carbone, lo accendeva e poi faceva oscillare per un po’ avanti ed indietro lo scaldino per ravvivare il fuoco.

Mentre risalivamo al piano superiore, ripeteva sempre la stessa frase: “ora mi mettu nta la mè gnunidda”. La sua gnunidda era una sediolina di legno e paglia sistemata ai piedi di una scala che portava sulla terrazza adornata con le piante di garofano. Sul primo gradino, vicino alla sedia, teneva un cesto con la lana e i ferri. Poggiava sulle gambe il suo scaldino, su cui faceva riscaldare anche le mie mani, e poi iniziava a lavorare preparando calze da notte di tutte le misure che regalava a tutti i figli e a tutti i nipoti. In tarda mattinata io andavo a frugare nello sportello del mobile del soggiorno, dove trovavo “i ficu sicchi” e lei faceva finta di non accorgersi che ne rubavo un paio.

In certe giornate particolari, la routine veniva modificata leggermente. Quando nacque la figlia di mia cugina, ci siamo sedute in soggiorno perché lì aveva acceso il lumino a Santa Anna, protettrice delle partorienti. In quei casi, si stava lì a pregare.

A pranzo andavo via, tornavo dai miei genitori.

Nel pomeriggio, quando con mia madre tornavo a trovarla, la trovavo in penombra, dietro la piccola finestra della sua piccola camera da letto, con in mano la corona del rosario a pregare.

Mia Nonna non ha mai studiato. Ha fatto solo i primi tre anni di scuola elementare. Ma era una divoratrice di giornali e libri, di cui poi, mi raccontava tutta la trama.

Odiava Uccelli di Rovo, perché non era accettabile, per lei, che un prete si innamorasse e “facesse certe cose” con una donna.

Amava tutta la famiglia e la vita, che pure le aveva dato poche gioie e tanto tanto lavoro. Tanto che mi sono sempre chiesta come avesse fatto, piccola com’era, a resistere a tanta fatica fino ai sui 88 anni.

Non la chiamavo mai per nome. Per me era “nonna Scalisi”, il cognome di mia madre. Eppure per me lei era un solido punto di riferimento, e, anche di nascosto da tutti, mi rifugiavo da lei quando ero triste o avevo bisogno di un sostegno.

Se esistessero i Santi, nonna sarebbe con loro. E un giorno, se me lo meriterò, ci ritroveremo e, forse, potrò ancora una volta trovare conforto fra le sue piccole ma forti braccia.

nonna

Un commento su “Nonnina mia”

  1. La mia nonna si chiama Angiola detta Angiolina, e come preparava lei le fette di pane sporcato con l’olio di oliva e zucchero nessuno sapeva farlo. Amavo di lei la sua saggezza e quando mi raccontava le favole inventate da lei in dialetto mentre appoggiavo la mia piccola testolina sulle sue ginocchia. C’era una favola che mi piaceva tanto è parlava della fortuna è me la facevo ripetere due tre volte e lei me la ripeteva! Da lei ho imparato a fare le torte, ci metteva il tempo è la passione e le guardia in un modo stupendo con fiori e frutta cedrata! La guardavo mentre cucina i vestiti per me è mia sorella. Anche la mia nonna Angiulina aveva sempre tra le mani la corona del rosario e lo ripeteva o assieme, facevamo triduo, novena mese della Madonna, mese al cuore di Gesù, ecc ecc ecc ma il suo rosario più bello fatto da lei e io ovviamente imitato lungo 5 metri fatto fi nastro bianco e fiori rossi con una corona di spine intrecciata in onore della festa del crocefisso. Quando sono diventata adolescente ed erano evidenti le forme, appena mi vedeva mi chiama, “petto i palumba” seno di colomba e io mi vergognavo e lei mi abbracciava. Il momento più profondo che amavo condividere con lei era la sera prima di andare a dormire, prima di abbassare la tapparella salutavamo la luna. Angiolina ha provato tanti dolori sin da giovane, rimasta vedova a 44 anni e con quattro figli da crescere di cui è gemelli, aveva perso un occhio per tirare avanti la baracca cucina per le persone facoltà del paese, alta 1.40 e moriva a 92 anni. Grazie Marisa per questo ritorno al passato piacevole ma con un retrogusto di nostalgia. Buon pomeriggio

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