E-ducere.

“Se si chiede ad una crisalide che cosa vuole essere, essa non dirà mai che desidera diventare farfalla, perché non sa di esserlo in potenza”. (Aldo Carotenuto)

Tutti possiamo essere migliori di quel che siamo, ma perché questo accada è necessario che noi stessi o qualcuno diverso da noi abbia fiducia nelle nostre possibilità.

Se ciò è vero per chiunque, questo è ancora più importante nel processo educativo.

Da insegnante molto spesso mi interrogo sul mio lavoro; soprattutto capisco l’importanza del ruolo mio e dei miei colleghi nella vita dei nostri allievi, soprattutto in un periodo storico in cui la famiglia latita come agenzia educativa e delega ad altre istituzioni il compito di formare i propri figli; in un momento in cui tutto nella nostra società sembra temporaneo, transitorio, perituro e sottoposto a continue trasformazioni (perfino le relazioni affettive e familiari) e in cui non esistono categorie di appartenenza stabili.

Mi sento, a volte, caricata di una responsabilità che mi appare troppo grande ed impegnativa.

Poi rifletto sul messaggio che i miei grandi maestri (sia quelli dei libri, sia quelli che ho avuto la fortuna di incontrare e che mi hanno essi stessi formata) mi hanno trasmesso, ossia di essere consapevoli dell’importanza del proprio ruolo nella vita dei propri allievi così come loro sono stati fondamentali nella mia: loro sono stati più che maestri, sono stati coloro che hanno fatto venire fuori da me la mia vocazione e, spero, il mio talento. Mi hanno EDUCATA nel senso letterale del termine (e-ducere)  spesso dimenticato e trascurato : hanno “tirato fuori da me” il demone, per dirla con Socrate, che avevo dentro, la mia verità, le mie capacità, le mie potenzialità. Hanno permesso un “contagio” tra la loro maturità e il mio desiderio di crescita, aiutandomi a costruire poi, in maniera autonoma, le mie logiche di vita, i miei valori, i miei ideali.

Ogni processo educativo è intenzionale e (Edda Ducci lo insegna) parte da una violenza, da una “scossa”. Come nel mito della caverna di Platone il prigioniero si libera e quando torna a liberare gli altri questi hanno paura di lasciare il buio certo per una luce rischiosa e sconosiuta, così l’educatore interviene nella vita dell’altro e lo “costringe” ad iniziare un cammino.

Un cammino che conduca ad un miglioramento.

Essendo un processo intenzionale, l’educazione non deve trascurare nessuna delle dimensioni costitutive della persona, da quella fisica, a quella psichica a quella culturale e sociale. E soprattutto l’insegnante, la guida, deve credere possibile la crescita, l’evoluzione e la trasformazione; deve credere che ognuno ha dentro quella “voce” che deve venire fuori.

Ecco, io ci credo.

E credo nella mia volontà di mettere in atto, sempre, azioni positive e utili per i miei allievi.  Per quanto voglia evitarlo, a volte sbaglio, mi ricredo, aggiusto il tiro, come tutti.

Ma ho alcuni punti fermi su cui non posso , non voglio e so che non devo mai cedere: arrendermi di fronte ai fallimenti (o almeno a quelli che possono sembrare tali), fare qualcosa che ritengo sbagliata, contraria ai miei principi pedagogici, rinunciare a qualcosa che sono certa possa avere ricadute positive, rinunciare a credere che ogni bambino abbia dentro un mondo da tirare fuori.

Se non avessi questi punti fermi, rinuncerei ad insegnare.

Si incontrano innumerevoli difficoltà. Il senso di frustrazione è sempre in agguato. Ma se avrò cambiato anche solo uno di quei cuoricini, se potrò contribuire a far diventare un uomo migliore uno solo dei “miei bambini”, allora non avrò lavorato invano.

E ne sarà comunque valsa la pena.

E-ducere

Occhi bambini

Non so se avete mai fatto caso alla differenza fra lo sguardo di un bambino e lo sguardo degli adulti.
Mi riferisco a quegli occhioni spalancati che l’essere umano ha, più o meno, fino a cinque anni.

Proprio sabato, in chiesa, ho visto una foto di una bimba che guardava un adulto che le stava parlando, con quella tipica espressione che mostra insieme fiducia, stupore, ammirazione anche un po’ di paura.

Ci ho visto lo sguardo dei miei nipoti e di tutti i bambini che ho conosciuto e ho provato grande tenerezza; quella tenerezza così forte che sembra addirittura che ti faccia male il cuore.

E poi ho riflettuto sul fatto che quello sguardo gradualmente scompare dai visi delle persone per lasciare spazio a occhi che guardano e basta.

È qualcosa, quella che si intravede negli occhi dei bambini, che è difficile da descrivere e che è impossibile ritrovare negli adulti.

Negli occhi dei “grandi” si può vedere irritazione, curiosità, noia, interesse, amore, insofferenza, odio, ma mai avranno quell’espressione meravigliosa e tenera che hanno due occhi così giovani.

Negli occhi dei bambini c’è innocenza, candore, lealtà, sincerità.
Sono occhi trasparenti, senza resistenze, occhi che ti lasciano il permesso di entrarci dentro.

Ma sono occhi che si trasformano presto: già nell’età scolare cominciano tristemente a cambiare.
Cominciano a chiudersi verso l’esterno, alzano barriere, si velano di bugie, si mostrano di meno. Iniziano a difendersi e si preparano ad attaccare. A quella trasformazione corrisponde un triste mutamento dell’anima. E così si diventa adulti.

È normale, non c’è niente di strano ed è perfino giusto.

Eppure il pensiero di aver perso quello sguardo e di non poter parlare da adulto ad adulto guardandosi in quel modo….beh…mi dà una enorme, smisurata, infinita malinconia.

Tutto qui.

Occhi bambini

LUI

Aveva tanti difetti, lui. Testardo, troppo preciso, eccessivamente esigente, con se stesso e con gli altri. Non conosceva trasgressione e non allentava mai nè la tensione nè la pressione.

Ma i suoi pregi facevano sì che gli si perdonassero i lati meno “comodi” del suo carattere. Era onesto e leale, questo prima di tutto. Era cordiale e affettuoso. Era dolce e difficilmente diceva di no ( tranne alle mie richieste quando da ragazzina cominciavo a chieder di voler uscire) Era tollerante e generoso, spiritoso, arguto e sagace. Era legato alla famiglia e per noi avrebbe fatto di tutto.

Per me era l’uomo ideale e dimenticavo troppo spesso che, comunque, era sempre e solo un uomo. E come ogni uomo è nato (il 20 novembre di un po’ di anni fa) ed è morto….”come tutti si muore, come tutti provando dolore”.

Mi restano i ricordi, i suoi insegnamenti, il suo esempio e i suoi scritti.
Mi restano i suoi racconti, quelli che facevo ripetere fino a stancarlo, gli aneddoti della sua infanzia: di quando, bambino, temeva le botte della sua mamma, o di quando, adolescente, stava intere mattinate davanti allo specchio cercando di sistemare i suoi capelli ricci (suscitando, ancora una volta, la rabbia di nonna!)
Mi restano le immagini fissate nella mia mente, di quando, quasi seguendo un rito, tirava fuori la sua Lettera 32 verde, la appoggiava sul tavolo della cucina, sistemava il foglio, tirava fuori la sigaretta dal taschino sinistro della camicia (finché ha fumato, poi è rimasto solo il gesto, ormai diventato automatico, di portare la mano al taschino senza tirar fuori nulla) e iniziava a scrivere.

A volte tirava via il foglio appallottolandolo insoddisfatto, altre cancellava le parole non adeguate facendo scivolare indietro il carrello della macchina da scrivere e le copriva con tante maiuscole XXX.

Io lo osservavo incantata, mentre posava le parole sul foglio e la macchina lo accompagnava con l’incessante ticchettio.

Mi chiedevo perché le “o” e le “q” avessero al centro un piccolo foro e quando potevo, spesso di nascosto, premevo anche io quei tasti per capire se era il mio papà ad essere “tanto forte” o se quelle due lettere capricciose si divertivano a bucare il foglio (Poi mi ha spiegato che era solo un simpatico difetto della macchina).
Dopo lo seguivo nella camera accanto e continuavo a guardarlo quando, col telefono a rotella, chiamava la redazione del giornale per dettare l’articolo appena creato. Scandiva ogni parola, senza omettere virgole o punti. “Oggi a Salemi virgola in occasione della festa del Santo patrono virgola migliaia di fedeli in processione hanno sfilato per le vie del Paese punto” e poi seguiva la notizia, quella che rendeva interessante il racconto.

Ricordo quando si addormentava sulla poltrona, con la testa all’ingiù, ed io mi divertivo a svegliarlo ridendo solo per dirgli che stava dormendo e, spesso, russando.
Quando è diventato un nonno dolcissimo che avrebbe fatto (ed ha fatto) di tutto per le sue nipotine: guardare i cartoni solo per il piacere di tenerle in braccio strette a sé, o uscire sotto la pioggia se desideravano un gioco, i colori o per qualsiasi altro capriccio.
Ricordo il suo sguardo felice quando, in un letto di ospedale, 39 chili tutta vestita, mi portò il brodo vegetale fatto in casa per ricominciare a mangiare dopo un lungo digiuno.
Troppo riservato per parlare di sentimenti, lui li esprimeva con gli occhi.
Gli stessi occhi che hanno guardato dritto i miei quando si è addormentato per l’ultima volta.

In giorni come questo, poi, mi resta il vuoto della sua insopportabile assenza.

Avrei voluto festeggiare con mio padre anche questo suo compleanno…..

Lui

Venerdì 18 novembre

 

“Qualcuno le ha detto che la crisi altro non è che il passaggio da uno stato ad un altro.
Ora lei si sente incastrata in questo passaggio senza riuscire a passare allo stato successivo.

Si sente come se avesse addosso un abito scomodo, fastidioso, e, nonostante cerchi con tutte le sue forze di strapparselo di dosso, non riesce nella sua impresa.
Se dovesse dare un nome a questa strana condizione (solitudine, incomprensione, insofferenza) non saprebbe farlo.

La parola che le martella in testa, che corre e ricorre dentro di sé è una: “prigione”.
Si sente prigioniera pur non sapendo bene di chi. O di che cosa.

Di se stessa? Forse.
Di certe situazioni? Probabile.
Di luoghi? Possibile.

Ha un’unica, solida certezza: non riesce a tirarsene fuori e sa che, qualsiasi cosa possa fare, non riuscirebbe a liberarsi.

A volte sente un senso di soffocamento che impedisce a qualcosa (ma che cosa?) di venir fuori da lei.

Lacrime, dolore, rabbia, frustrazione, sofferenza : tutto è dentro di lei ma non viene fuori.

Non si riconosce e non si accetta, perché è un’altra lei.

Lei è quella che ce la fa, che affronta tutto di petto, è quella delle soluzioni non quella dei problemi.

Ed io la guardo e basta. Senza aiutarla, senza fornirle una spiegazione, un sistema.
La guardo e attendo che trovi da sé la strada che non può indicarle nessuno. La strada verso la ripresa, verso il rinnovamento, verso quella vita che la sta aspettando e che la accoglierà ancora. Rifiorita, rigenerata, rinvigorita.

Come una donna. Come ogni donna sa fare.”

Lei ero io. Circa 5 anni fa.
Venerdì 18 novembre del 2011, alle 19.30 circa sono uscita da una sala operatoria arrabbiata e in lacrime. Non sentivo più la mia gamba destra. Lei, la mia scomoda compagna di viaggio mi aveva tolto anche quella.
Per due anni mi hanno sostenuto l’affetto dei miei cari, pochi amici e loro, le mie due stampelle, e mi ha accompagnato una impietosa sentenza: “Sarà così per tutta la tua vita”.
Nello sforzo di accettarla, ho sofferto, pianto, patito. Sono stata vittima delle mie difficoltà, della rabbia, dell’invidia per chi non immaginava neanche che cosa significasse dover accettare una realtà simile. Sono stata vittima della tristezza, dello scoraggiamento, della depressione.
Ma poi è tornata la voglia di farcela, ho trovato “la strada” e ho iniziato a percorrerla con le mie gambe.

Una più debole, insicura, fragile, intorpidita, che mi nega un po’ di cose, ma che non mi toglie la possibilità di dire: “Ce l’ho fatta. Sono rifiorita, rinata, rinvigorita” .
Perché io, io sono quella delle soluzioni, non dei problemi!

Venerdì 18 novembre

Fate il vostro gioco, signori………..

Fate il vostro gioco, signori………..

La vita è un abile giocoliere, un prestidigitatore, una scommessa continua.
Ogni giorno è una partita alle “tre carte”.
L’asso vince, il re perde…. l’asso vince la regina perde… Scegliete: dov’è l’asso?
Punta sulla carte che hai visto passare a velocità impressionate tra le mani del giocoliere.. si è questa! Sono sicuro che questa è la carta giusta.
Scopri …. un re…. perso!
Ci riprovi.
L’asso vince il re perde… puntate sulla vostra carta… sono solo 3… 33% di possibilità di vincita.
Stavolta non posso sbagliare: l’asso è qua!!!
Scopri la carta…. una regina… hai perso di nuovo!
Ma come fa questo benedetto asso a volare sotto il tuo naso e non dare neppure un indizio della posizione finale?
Ti incazzi, non si sa se con te o con il giocoliere che ti sta fottendo e sfottendo alla grande, ma tant’è riprovi ancora…
L’asso vince…. si l’asso vince si… ma continui a girare re e regine!
E la partita, questa grottesca partita alle tre carte, continua senza fine… fino allo sfinimento, fino a che non ce n’è più.

(Grazie all’autore, l’amico Francesco Forever)

Gioco

“Madonna” bless America

Ieri, su Facebook, leggevo dei post di tutti i tipi riguardanti Madonna e, sinceramente, non ne capivo nè il motivo nè il significato. Oggi ho chiesto lumi e sono venuta a conoscenza (mea culpa, non sono abbastanza attenta ed informata) che la rockstar avrebbe promesso a chi fosse stato in grado di dimostrare di aver votato per la Clinton dei favori diciamo “orali”; se ci riflettiamo in perfetto stile Clinton.

Saputa questa cosa, dopo aver sofferto dalle prime ore del mattino per la vittoria dell’ “arancione Trump” , considerandola una grave iattura per tutto il mondo, mi sono chiesta se davvero l’elezione della Clinton sarebbe stata un evento preferibile. Se un possibile futuro Presidente di uno degli Stati più importanti nel mondo, che spesso deve prendere decisioni che possono essere davvero importanti per l’equilibrio di tutto il pianeta, affida la propria campagna elettorale ad un personaggio che vuole spingere la gente a votarla (e per giunta a dimostrarlo) solo per ottenere un piacere fisico, come fosse una meretrice che vende i suoi favori, non è che mi sento tanto meglio di come mi sento dopo l’elezione della brutta copia del nostrano Berlusca.

In realtà, c’erano, credo,due candidati che erano semplicemente uno peggiore dell’altro. Un maniaco sessuale omofobo e xenofobo contro una che….”di rapporti orali ferisce e perisce”.
Un uomo dai ridicoli capelli e dalle gote costantemente arrossate che porta in giro una first/third lady giovincella e tanto bella che non è neanche necessario chiedersi di che cosa si sia innamorata, e una signora che ha alle spalle un uomo passato alla storia più per quello che faceva sotto la scrivania che per il lavoro che vi faceva sopra.

Ho letto pure che noi italiani non possiamo criticare perché siamo stati precursori di certe abitudini e colpevoli di aver eletto un certo tipo di politici. È vero, se i nostri governati hanno avuto (o hanno ancora,chissà?) rapporti con i mafiosi e la malavita in genere (qui a Roma pare brutto chiamarla Mafia, meglio malavita), se l’uomo che si pettina con l’uniposca si è fatto trastullare da ragazze che definire leggere è far loro un complimento e che adesso percepiscono vitalizi per mandati al Governo conquistati a suon di…..ehm….esibizioni di completini intimi, se ancora oggi siamo sottoposti e sottomessi ad un ciarlatano che non promette “favori orali” (il solo pensiero è per altro raccapricciante) ma oboli pre elettorali.

Però, noi italiani abbiamo una attenuante. Non ci siamo mai nascosti dietro un finto moralismo, non ce ne è mai fregato niente della vita privata dei nostri governanti ( a torto) e abbiamo chiuso occhi ed orecchie.

È che dagli americani, nonostante i fast food, nonostante tutto, mi aspettavo qualcosa di diverso, tutto qui….
Speriamo non sia l’inizio della fine….

Orali

 

Vedo gli asini che volano nel ciel

Credo più agli asini che volano che al fatto che i politici vogliano fare il bene del Paese. Dal Presidente della Repubblica al Sindaco del paesello di provincia: cialtroni senza ritegno.

Destra, sinistra, centro, centro destra, centro sinistra, un po’ più in qua o un po’ più in là, movimento, partito, associazione o quel che sia.
Tutti buffoni che mirano ad arricchirsi e ad assicurarsi potere e denaro.
E non solo loro, ma pure i vari sostenitori.

 

Facciamo che io e te ci candidiamo per lo stesso posto, ovviamente appartenendo a partiti diversi.
Facciamo la nostra bella campagna elettorale, spesso pagata dai nostri simpatizzanti e la prima cosa che promettiamo, entrambi, è che offriamo il nostro servizio per il bene del Paese (che sia l’Italia o Pedesina), perché le cose funzionino e perché ai cittadini siano garantiti diritti, servizi e ‘sto benamato welfare.
Proposte, progetti, programmi: tutti mirati ai più nobili obiettivi e sempre per il bene dei cittadini, dell’anziano pensionato, dei bambini, delle mamme, dei papà, dei lavoratori, dei disoccupati, dei preti, dei gay, degli animali.
Entrambi promettiamo tutto quello di cui c’è bisogno: strade, ospedali, scuole, parchi giochi, ogni tanto pure 80 euro (ops, questa mi è scappata, non volevo fare riferimenti), case, cibo e qualunquemente chiuù pilu pì tutti.
Mettiamo che poi io vinco e tu perdi. (Se ti offendi troppo possiamo pure fare al contrario, che io perdo e tu vinci, è uguale)
Mettiamo che io più che un politico sono un extraterrestre (perché nessun politico si comporterebbe così) e mantengo le mie promesse: comincio a fare quello che è meglio per i cittadini, penso ai miei elettori , e pure ai tuoi a quel punto, e cerco di fare tante cose belle e buone senza pensare alle mie tasche e ai miei interessi.
Anche tu avevi detto che avresti fatto lo stesso al posto mio, quindi dovresti essere felice se io faccio cose belle e buone. Invece fai di tutto per mettermi i bastoni fra le ruote, per farmi sfigurare, per insinuare nei cittadini il dubbio che abbiano sbagliato a votare me. Lo fai con tutti i sistemi a tua disposizione, perfino quelli meno leali.
Allora io penso che tu abbia mentito spudoratamente e che dei cittadini e delle promesse che hai fatto loro te ne freghi altamente. O no?

 
Quello che io vedo (io Marisa, non io candidata eletta dell’esempio) è questo: nessuno che, arrivato al potere, cerchi di fare gli interessi della povera gente e, soprattutto, l’impossibilità di farlo perché c’è sempre chi fa ostruzionismo.
Allora non riesco più ad aver fiducia in nessuno, continuo scegliere solo il meno peggio, provando sempre più disgusto per la politica.
E continuo a credere più agli asini che volano che al fatto che i politici vogliano fare il bene del Paese.

Asini che volano

 

Errando discitur.

Errando discitur. Sbagliando si impara.
Etimologicamente il termine errore (diverso da sbaglio) deriva da errare, che vuol dire vagabondare, gironzolare.

Quindi l’errore è un allontanamento dalla verità, dal giusto.
“Evitare gli errori è un ideale meschino”, scriveva il mio adorato Popper.
Rassegnarsi all’errore però è difficile, perché equivale ad accettare la propria fallibilità, che pure è tratto caratteristico della nostra condizione di uomini, ed esige che si assuma una particolare posizione di umiltà, per essere consapevoli che l’errore è parte fondamentale, e come tale inevitabile, della vita di ciascuno. Pensare di essere infallibili è solo una utopia, nessuno è pieno di verità e “chiunque tenti di fare il magistrato della verità – scriveva Einstein- viene travolto dalla risate degli dei.”
Ma l’errore ha una valenza ed un significato diverso in base al campo o al settore nel quale si esamina.
In campo scientifico, l’errore ha una valenza decisamente positiva, ma il discorso può variare quando si vuole applicare il principio alla vita quotidiana, alle scelte della nostra vita.
Un notevole contributo in questo senso è stato apportato dalla psicanalisi che ha permesso di conoscere l’errore nelle diverse sfaccettature e quindi non solo come fatto tecnico, ma anche come fatto affettivo in cui vengono coinvolte molte parti emozionali della persona.
L’errore è connaturato, è fisiologico nell’uomo, è inevitabile, costituzionale, tanto che, come è noto, se Oscar Wilde scriveva che esperienza è il nome che diamo ai nostri errori, Bachelard ha sostenuto che “l’esperienza è nè più nè meno che il ricordo degli errori rettificati”.
Io non riesco a vivere i miei innumerevoli errori come “felix culpa”. Sarà che sono vittima di forze emotive che mi impediscono di accettare i miei errori, che fanno prevalere l’angoscia e la frustrazione, ma odio il fatto di aver commesso e di commettere errori. Che siano scelte sbagliate, errori di valutazione, una parola o un gesto di troppo, non mi piacciono e soprattutto non riesco a vantarmene. Soprattutto di quelli che non si camuffavano neanche da “cose giuste” , anzi si palesavano quasi urlando “sono la scelta sbagliata!!!”.

Nella maggior parte dei casi i miei errori hanno coinvolto solo me stessa, sono stati autolesionistici, per cui non mi porto appresso troppi sensi di colpa per aver rovinato altre persone o altre vite, eppure non riesco a farmene vanto.
Se esiste un apprendimento dai proprio errori, generalmente ho appreso una inconfutabile verità: di essere stata un’idiota. C’è poco da andarne fieri.
Mi stupisco, allora, quando sento, e soprattutto leggo, di gente che sostiene la validità, l’importanza e la positività di quelle che nel linguaggio comune si chiamano “cavolate” (per usare un eufemismo), soprattutto quando queste hanno coinvolto anche altre persone (magari pure indifese), e giulivi e felici benedicono le…”cadute” (spesso anche di stile) che hanno portato, a loro dire, ad una felicità tutta tutta meritata. Che poi era la stessa che veniva vantata anche in precedenza, mentre si commetteva l’errore appena trascorso.

Ovviamente questo è un mio parere. Ma…”I may be wrong”…

©MarisaCalvitto

Errore

 

Ti amo, papà!

In ricordo di mio padre, dal giornale Belice c’è (Marzo 2009)

Non posso parlare di mio padre come persona, come uomo: se dicessi io quanto era speciale, potrei non essere credibile, perché ritengo che ogni figlio, in condizioni “normali”, non può che parlar bene dei propri genitori. 

Ma posso ricordarlo come padre, un padre meraviglioso, che mi manca ogni giorno di più. 

Mio padre era ed è l’unico uomo che io abbia veramente amato, “l’uomo della mia vita”, un modello forse troppo ideale per riuscire a dare il mio cuore ad un altro che non fosse lui. Mio padre mi ha insegnato l’onestà, il senso del dovere, l’importanza dell’amicizia, il rispetto per gli altri, la gioia del perdono, il piacere di non portare rancore a nessuno, la necessità degli “altri”. Ha provato ad indicarmi sempre la via giusta da percorrere, e se non l’ho fatto e ancora non riesco a farlo è forse perché noi figli ci ostiniamo sempre a “ribellarci” ai nostri genitori. Papà mi ha insegnato cosa e come deve essere una famiglia, come deve essere l’amore fra un uomo e una donna. 

Mi ha coccolato finchè ero bambina e quando sono diventata grande ha rispettato il fatto che fossi cresciuta e ha saputo dimostrarmi il suo amore con le sue attenzioni mai troppo invadenti, ma forti, con la sua costante presenza, confortandomi nei momenti di dolore o di malattia. Io e papà ci dicevamo tutto con uno sguardo, condividevamo il piacere di guardare e commentare un film, una commedia, una canzone. Quando scriveva qualcosa per il giornale veniva nella mia camera e, discreto come sempre, diceva: “stai lavorando, ma appena hai due minuti leggi questo e dimmi se va bene”: poche volte l’ho corretto, e quando l’ho fatto lui approvava quasi con gioia le mie osservazioni. Altre volte mi chiedeva di insegnargli ad usare il computer (era proprio una frana!) e adesso mi pento di aver avuto, a volte, poca pazienza con lui. Tutto ciò che di buono c’è in me lo devo a lui…il peggio..beh, l’ho creato da me! Mi manca, mi manca da morire, mi manca non vederlo in giro per casa, mi manca non trovarlo sulla sua poltrona quando ho bisogno di lui. Mi sento indifesa e sola, costretta all’improvviso a crescere, a non essere più “figlia”, “sua” figlia. Mi rimane, però, la gioia dei tanti bei momenti vissuti con lui, di aver avuto la fortuna di avere un padre eccezionale,di essergli stata vicino fino alla fine, la speranza di essere alla sua altezza. “Prigionieri nell’animo di uno schema atavico che spingeva e ancora spinge a vivere gli affetti più nella pratica che a proclamarli con la bocca” non ci siamo detti mai “ti voglio bene”. Stupidamente ho aspettato che fosse sul letto di morte per dirglielo, per la prima volta nella mia vita. Adesso, abbandonato ogni pudore, convinta che non sia troppo tardi voglio urlarglielo con tutta me stessa e con tutto il mio cuore: “TI AMO, PAPA’!” 

A distanza di quasi otto anni, mi piacerebbe ancora credere che il mio papà possa sentire il mio urlo d’amore. Sarebbe più comodo e semplice. Ma so con assoluta certezza che lo sento io, lo sente chi legge ma non lo sente lui.

Lui, insieme a tutti gli altri morti, riposa, si è addormentato, in attesa del risveglio più bello: quello che ci regalerà  Gesù al Suo ritorno. Questa consapevolezza mi consola molto di più dell’idea di poter parlare con lui adesso, di sentirlo vicino in questa vita terrena, perché se Dio vorrà, allora potrò riabbracciarlo, dirgli tutto quello che voglio e stare con lui per sempre, per l’eternità.

L’unica cosa che tengo viva dentro di me è sempre e solo l’orgoglio di essere sua figlia e il suo meraviglioso ricordo….

papa