Ti amo, papà!

In ricordo di mio padre, dal giornale Belice c’è (Marzo 2009)

Non posso parlare di mio padre come persona, come uomo: se dicessi io quanto era speciale, potrei non essere credibile, perché ritengo che ogni figlio, in condizioni “normali”, non può che parlar bene dei propri genitori. 

Ma posso ricordarlo come padre, un padre meraviglioso, che mi manca ogni giorno di più. 

Mio padre era ed è l’unico uomo che io abbia veramente amato, “l’uomo della mia vita”, un modello forse troppo ideale per riuscire a dare il mio cuore ad un altro che non fosse lui. Mio padre mi ha insegnato l’onestà, il senso del dovere, l’importanza dell’amicizia, il rispetto per gli altri, la gioia del perdono, il piacere di non portare rancore a nessuno, la necessità degli “altri”. Ha provato ad indicarmi sempre la via giusta da percorrere, e se non l’ho fatto e ancora non riesco a farlo è forse perché noi figli ci ostiniamo sempre a “ribellarci” ai nostri genitori. Papà mi ha insegnato cosa e come deve essere una famiglia, come deve essere l’amore fra un uomo e una donna. 

Mi ha coccolato finchè ero bambina e quando sono diventata grande ha rispettato il fatto che fossi cresciuta e ha saputo dimostrarmi il suo amore con le sue attenzioni mai troppo invadenti, ma forti, con la sua costante presenza, confortandomi nei momenti di dolore o di malattia. Io e papà ci dicevamo tutto con uno sguardo, condividevamo il piacere di guardare e commentare un film, una commedia, una canzone. Quando scriveva qualcosa per il giornale veniva nella mia camera e, discreto come sempre, diceva: “stai lavorando, ma appena hai due minuti leggi questo e dimmi se va bene”: poche volte l’ho corretto, e quando l’ho fatto lui approvava quasi con gioia le mie osservazioni. Altre volte mi chiedeva di insegnargli ad usare il computer (era proprio una frana!) e adesso mi pento di aver avuto, a volte, poca pazienza con lui. Tutto ciò che di buono c’è in me lo devo a lui…il peggio..beh, l’ho creato da me! Mi manca, mi manca da morire, mi manca non vederlo in giro per casa, mi manca non trovarlo sulla sua poltrona quando ho bisogno di lui. Mi sento indifesa e sola, costretta all’improvviso a crescere, a non essere più “figlia”, “sua” figlia. Mi rimane, però, la gioia dei tanti bei momenti vissuti con lui, di aver avuto la fortuna di avere un padre eccezionale,di essergli stata vicino fino alla fine, la speranza di essere alla sua altezza. “Prigionieri nell’animo di uno schema atavico che spingeva e ancora spinge a vivere gli affetti più nella pratica che a proclamarli con la bocca” non ci siamo detti mai “ti voglio bene”. Stupidamente ho aspettato che fosse sul letto di morte per dirglielo, per la prima volta nella mia vita. Adesso, abbandonato ogni pudore, convinta che non sia troppo tardi voglio urlarglielo con tutta me stessa e con tutto il mio cuore: “TI AMO, PAPA’!” 

A distanza di quasi otto anni, mi piacerebbe ancora credere che il mio papà possa sentire il mio urlo d’amore. Sarebbe più comodo e semplice. Ma so con assoluta certezza che lo sento io, lo sente chi legge ma non lo sente lui.

Lui, insieme a tutti gli altri morti, riposa, si è addormentato, in attesa del risveglio più bello: quello che ci regalerà  Gesù al Suo ritorno. Questa consapevolezza mi consola molto di più dell’idea di poter parlare con lui adesso, di sentirlo vicino in questa vita terrena, perché se Dio vorrà, allora potrò riabbracciarlo, dirgli tutto quello che voglio e stare con lui per sempre, per l’eternità.

L’unica cosa che tengo viva dentro di me è sempre e solo l’orgoglio di essere sua figlia e il suo meraviglioso ricordo….

papa

 

 

 

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