LUI

Aveva tanti difetti, lui. Testardo, troppo preciso, eccessivamente esigente, con se stesso e con gli altri. Non conosceva trasgressione e non allentava mai nè la tensione nè la pressione.

Ma i suoi pregi facevano sì che gli si perdonassero i lati meno “comodi” del suo carattere. Era onesto e leale, questo prima di tutto. Era cordiale e affettuoso. Era dolce e difficilmente diceva di no ( tranne alle mie richieste quando da ragazzina cominciavo a chieder di voler uscire) Era tollerante e generoso, spiritoso, arguto e sagace. Era legato alla famiglia e per noi avrebbe fatto di tutto.

Per me era l’uomo ideale e dimenticavo troppo spesso che, comunque, era sempre e solo un uomo. E come ogni uomo è nato (il 20 novembre di un po’ di anni fa) ed è morto….”come tutti si muore, come tutti provando dolore”.

Mi restano i ricordi, i suoi insegnamenti, il suo esempio e i suoi scritti.
Mi restano i suoi racconti, quelli che facevo ripetere fino a stancarlo, gli aneddoti della sua infanzia: di quando, bambino, temeva le botte della sua mamma, o di quando, adolescente, stava intere mattinate davanti allo specchio cercando di sistemare i suoi capelli ricci (suscitando, ancora una volta, la rabbia di nonna!)
Mi restano le immagini fissate nella mia mente, di quando, quasi seguendo un rito, tirava fuori la sua Lettera 32 verde, la appoggiava sul tavolo della cucina, sistemava il foglio, tirava fuori la sigaretta dal taschino sinistro della camicia (finché ha fumato, poi è rimasto solo il gesto, ormai diventato automatico, di portare la mano al taschino senza tirar fuori nulla) e iniziava a scrivere.

A volte tirava via il foglio appallottolandolo insoddisfatto, altre cancellava le parole non adeguate facendo scivolare indietro il carrello della macchina da scrivere e le copriva con tante maiuscole XXX.

Io lo osservavo incantata, mentre posava le parole sul foglio e la macchina lo accompagnava con l’incessante ticchettio.

Mi chiedevo perché le “o” e le “q” avessero al centro un piccolo foro e quando potevo, spesso di nascosto, premevo anche io quei tasti per capire se era il mio papà ad essere “tanto forte” o se quelle due lettere capricciose si divertivano a bucare il foglio (Poi mi ha spiegato che era solo un simpatico difetto della macchina).
Dopo lo seguivo nella camera accanto e continuavo a guardarlo quando, col telefono a rotella, chiamava la redazione del giornale per dettare l’articolo appena creato. Scandiva ogni parola, senza omettere virgole o punti. “Oggi a Salemi virgola in occasione della festa del Santo patrono virgola migliaia di fedeli in processione hanno sfilato per le vie del Paese punto” e poi seguiva la notizia, quella che rendeva interessante il racconto.

Ricordo quando si addormentava sulla poltrona, con la testa all’ingiù, ed io mi divertivo a svegliarlo ridendo solo per dirgli che stava dormendo e, spesso, russando.
Quando è diventato un nonno dolcissimo che avrebbe fatto (ed ha fatto) di tutto per le sue nipotine: guardare i cartoni solo per il piacere di tenerle in braccio strette a sé, o uscire sotto la pioggia se desideravano un gioco, i colori o per qualsiasi altro capriccio.
Ricordo il suo sguardo felice quando, in un letto di ospedale, 39 chili tutta vestita, mi portò il brodo vegetale fatto in casa per ricominciare a mangiare dopo un lungo digiuno.
Troppo riservato per parlare di sentimenti, lui li esprimeva con gli occhi.
Gli stessi occhi che hanno guardato dritto i miei quando si è addormentato per l’ultima volta.

In giorni come questo, poi, mi resta il vuoto della sua insopportabile assenza.

Avrei voluto festeggiare con mio padre anche questo suo compleanno…..

Lui

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