Un anno da schiaffi


Mio padre mi ha dato pochissimi schiaffi. Tre per la precisione, e me li ricordo tutti benissimo. Come ricordo benissimo di averli assolutamente meritati.

La vita non è così generosa. Lei di schiaffi te ne dà a ripetizione, non si preoccupa che tu ti sia ripresa da quello precedente e spesso picchia forte e senza alcun motivo apparente.

A volte, certe batoste sono conseguenze dei nostri errori. Un genitore, anche quando sbagliamo spesso ci perdona, ma la vita, lei, non ha pietà: ogni sbandata, ogni distrazione ce la fa pagare cara e amara.

In altri casi, ci bastona immeritatamente. Ce ne stiamo buoni buoni, facciamo pacificamente le nostre cose e arriva la legnata, anche tanto forte da lasciarti davvero stordito per terra, al punto che devi impiegare tanto di quel tempo per rimetterti in piedi che dubiti pure di farcela, a rialzarti.

Capita, anche se non si capisce bene perché, che la vita si accanisca per periodi più o meno lunghi su certe persone o su alcune famiglie. Esiste gente tanto stupida e presuntuosa da fare, secondo una mentalità che mi limito a definire eufemisticamente ottusa, quasi una colpa a chi attraversa momenti difficili, come se fossero punizioni meritate e, in certi casi, addirittura frutto di colpe. Per questo non raramente si tende a nascondere angosce, malattie, dolori, come fossero una vergogna.

Siccome, come si dice, siamo tutti sotto lo stesso cielo, capita che gli schiaffi arrivino anche a chi prima si sentiva superiore e invincibile. Chi è abbastanza sensibile comprende che avrebbe dovuto mostrare più umana compassione, quando erano gli altri a soffrire, certuni invece, nonostante il dolore e le sofferenze non cambiano di una virgola, e a questi rivolgo il mio personalissimo rammarico.

Comunque sia, in ogni caso, si tende a guardare sempre e solo quello che ci accade personalmente, o almeno nelle immediate vicinanze e si ignora, si preferisce ignorare, che c’è chi soffre molto più di noi.

Spesso mi sono arrabbiata per questo, perché ho reputato una estrema mancanza di sensibilità il non condividere e comprendere il dolore altrui; a volte addirittura ignorarlo.

Col tempo ho capito che avvicinarsi al dolore degli altri o, perfino, entrarci dentro crea delle resistenze perché mette di fronte alla fragilità umana, fa comprendere che quello che accade agli altri potrebbe domani toccare a noi stessi e quindi è preferibile ignorare la sofferenza altrui per dimenticare che potrebbe essere anche la nostra. Quantomeno, il fatto che noi stiamo bene ci metterebbe nelle condizioni di ringraziare il Cielo per la fortuna che ci è toccata e anche questo implica una umiltà che non tutti possediamo.

In questi giorni, come ogni anno da Natale in poi, leggo e ascolto gente che maledice l’anno appena trascorso aspettandosi meraviglie da quello in arrivo. La speranza di tempi migliori è perfettamente condivisibile; è questa acredine nei confronti del passato che ogni anno mi lascia l’amaro in bocca.

Premesso che il passaggio da un anno all’altro è solo una umana convenzione e che non esiste un intervallo netto fra i 365 (o 366 in questo caso) giorni che precedono e quelli che seguono, che dal 31 dicembre al 1 gennaio dell’anno successivo non passa che un giorno, percepire questa rabbia nei confronti dell’anno trascorso (è sempre così, ogni anno e le persone sono sempre uguali) mi dà un notevole fastidio. Soprattutto nei casi in cui la tragedia trascorsa non è che una influenza, qualche grana sul lavoro, qualcosa che non andata proprio come volevamo noi. Solo perché la vita ci ha dato qualche schiaffo che ci ha fatto barcollare un po’.

Se devo pensare al mio anno trascorso, mi viene in mente che ho affrontato due interventi (e siamo a 8), che sono stata costretta a modificare la mia personalissima vita di donna, che ho visto due persone a me care lottare contro il cancro, mentre un altro ha dovuto darla vinta a lui. Ho visto situazioni, che seppure non comprendevano la malattia, hanno fatto (e ancora fanno) molto male a persone che se potessi proteggerei da ogni bruttura. Ed è inutile che io stia qui ad elencare tutti gli schiaffi. Anche perché ci sono state anche tantissime carezze: sono uscita viva dalla sala operatoria, le mie due giovani amate persone che hanno lottato contro il male gli hanno resistito, ho ricevuto amore e ho avuto a mia volta la possibilità di amare, ho trovato una nuova grande “famiglia” che mi ha accolta a braccia aperte e ho iniziato un meraviglioso cammino che mi dà forza e speranza.

E soprattutto so di essere stata molto più fortunata di tante atre persone che hanno avuto dolori molto più grandi dei miei.

È normale che io mi auguri qualcosa di migliore per me ed i miei cari, è normale che vorrei dimenticare i dolori trascorsi, ma ringrazio Dio per l’anno appena trascorso e per le volte che mi ha sostenuto, aiutato, ha avuto misericordia di me e per tutto il bene che mi ha regalato.

Ci saranno ancora dolori e gioie, ci saranno disastri, ci sarà ancora tanto male, perché è inevitabile, perché siamo umani e ci sono umani particolarmente cattivi. Ci saranno schiaffi e carezze per ciascuno di noi.

Io il 2016 lo saluto cordialmente….

Riflessione semi-seria…

…poco semi e molto seria.

 

In questi giorni la cronaca ci ha regalato un bel po’ di notizie, la maggior parte delle quali molto sgradevoli, in cui la protagonista principale è stata lei, la “signora con la falce”.

Morti a Berlino, donne uccise a coltellate, morto George Michael, giusto per ricordare i fatti salienti degli ultimi giorni.

Su Berlino, beh… c’è poco da dire, se non constatare che potrebbe dimostrarsi poco intelligente pubblicare volti, nomi, indirizzi di chi, facendo niente altro che il proprio dovere, ha fatto fuori un terrorista appartenente all’ISIS che, come noto, non è esattamente una organizzazione che predica la pace ed il perdono.

Sulla morte di George Michael mi piacerebbe che calasse un pietoso silenzio. È morto un artista, un uomo ancora giovane (a dieci anni l’avrei considerato “Matusalemme”, ma si sa che più si va avanti con gli anni, più si allunga l’età della giovinezza), un idolo da ascoltare ma da non imitare come uomo (Io personalmente non gli perdono “Careless whisper”, ma le motivazioni sono assolutamente personali). Non perché fosse gay, ci mancherebbe, ma per quegli eccessi che lo hanno portato a volerla fare finita. In ogni caso, credo che anche su questo sia necessario tacere, perché, per quanto mi risulti inspiegabile che successo, soldi, fama, bellezza, agi e quanto altro possano uccidere (Vedasi la Huston, Winehouse, Robin Williams, ecc.) evidentemente il bel George aveva dentro una sofferenza così grande che merita comunque rispetto e non impietosi giudizi.

La notizia bizzarra mi pare essere, invece, quella che riguarda sempre un morto, ma un morto “scaduto”, non fresco, non recente, insomma, ma che sta facendo discutere non poco: Rocco Sollecito, boss ucciso in Canada, vittima, pare, di una guerra fra ‘ndrangheta e mafia.

Don Michele, parroco di Grumo Appula, decide di celebrare, contro il parere del questore, una messa per la salvezza dell’anima del boss, io (personalmente) ritengo finanziato e sollecitato dalla famiglia preoccupata per la vita eterna del caro estinto.

Scoppia lo scandalo! Il questore impedisce la messa, la chiesa rimane chiusa, il parroco si incavola e rivendica il suo diritto di pregare e fare pregare per l’anima di chiunque!

E io sono d’accordo con lui! Cioè, io in realtà non sono per niente d’accordo, ma nell’ottica del prete lo sono eccome! Ok, ricomincio che credo di essere stata molto poco chiara.

Io so con assoluta certezza e ne ho pure le prove che quando un cristiano (inteso come persona) muore si addormenta e basta, in attesa che arrivi il Buon Padre a risvegliarlo e, eventualmente, a giudicarlo con tutto quel che ne consegue. Io so con assoluta certezza e ne ho le prove che quando un cristiano muore non va in Paradiso né all’inferno (che non esistono) e men che meno in Purgatorio, in attesa che i parenti sovvenzionino le chiese e rimpinguino le casse dei preti per “corrompere” il giudice che, dietro richiesta, promuove l’anima sospesa e la fa diventare Beata (le prove, per chi lo gradisce, posso fornirle in separata sede). Per questo motivo condanno il mercimonio legato alla morte di qualcuno e promosso dalla Chiesa Cattolica, che si tratti dell’anima di un ottimo padre di famiglia o di un serial killer.

Premesso questo, se entro nell’ottica cattolica (e ci sto strettissima, ma mi sforzo) il prete e chi lo ha, diciamo, invogliato ed incoraggiato, ha ragione da vendere. Perché non pregare per l’anima di un assassino? Chi siamo noi, questore in primis, per decidere che quell’uomo lì non ha diritto alle preghiere? Non è questo forse l’anno della Misericordia (che se fosse ogni anno, poi, sarebbe pure meglio)? La logica oltretutto mi dice che proprio perché quell’uomo si è macchiato delle peggiori nefandezze ha bisogno di più preghiere di uno “normale”! O no?

Se per l’anima di un peccatore “medio” sono necessarie un tot di messe a pagamento (chi stabilisce quante, poi, io non lo so, ma nel dubbio meglio andare avanti finché si può) e un tot di gente che va a pregare, per esempio, che so, i familiari e qualche amico, per un peccatore incallito come potrebbe essere un boss mafioso, immagino sia necessario non solo un numero notevole di messe, pure ben pagate, ma pure almeno un paese intero di 13.000 abitanti tutti riuniti!

Don Michele, quindi, non avrebbe fatto altro che il suo dovere di prete e non capisco perché il vescovo, anzi addirittura l’Arcivescovo, di indigni così tanto per una pratica che, insieme dell’orrore delle indulgenze, è così tanto utile alla Chiesa Cattolica. Manifesti a parte, che sono forse l’unico errore del caritatevole parroco, è più giusto, sano, misericordioso il gesto di Don Michele che degli alti prelati che si indignano per il fatto che Dio dovrebbe e potrebbe provvedere alla salvezza dell’anima di Don Rocco.

Per dirimere la questione, nella quale è intervenuto (ovviamente contro il Parroco, mi pare chiaro) anche il sindaco, il questore avrebbe deciso che la messa si può celebrare, ma alle 6 del mattino. E anche questa cosa non mi è chiara. Meglio alle 6 così ci va poca gente e l’anima deve penare più a lungo o perché è fuori dall’orario d’ufficio di chi deve eventualmente intercedere?

Ma quel questore, quel sindaco, quell’Arcivescovo potrebbero occuparsi di cose più serie e smettere di decidere chi e quando deve pregare per chi o per cosa? Non sarebbe bastato, per una questione di “decenza” far rimuovere eventualmente i cartelli, ammesso che dessero proprio tanto fastidio a quella cittadinanza (magari la stessa che se incontrava Don Rocco gli faceva tanto di cappello) e smetterla di fare tutto questo teatrino?

Se davvero fosse in qualche posto e potesse vedere, il Boss si starebbe scompisciando dalle risate, ne sono certa!

Un po’ come vien da ridere a me. Adesso, qui, da viva.

Una….no! Mille lacrime sul viso…

Mio padre mi ha insegnato che non bisogna mai piangere davanti agli altri.
Non è che me lo ha proprio insegnato, diciamo che mi ha trasmesso questa regola con atteggiamenti, sguardi, esempi.
Quando penso a questa tacita direttiva, mi viene in mente subito la parola “dignità “. Secondo il mio rigido genitore, esporre le proprie debolezze era sinonimo di vergogna e volgarità. Io, che ho sempre accettato qualsiasi principio sostenuto da mio padre come un dogma, ho ereditato da lui la stessa convinzione.

Non che non piangessi, anche perché sono sempre stata una persona molto emotiva, a volte troppo sensibile, ma ho sempre fatto il possibile e perfino l’impossibile per trattenere le lacrime finché non mi trovassi da sola per sfogare rabbia, tristezza, frustrazione e qualsiasi altra emozione mi avesse portata al pianto. Mi facevo venire il mal di gola, con questi groppi che cercavo di respingere disperatamente, in attesa della sospirata liberazione. Deglutivo smodatamente per ricacciare giù le lacrime, stringevo i pugni fino a far diventare violacee le nocche e a ficcare le unghie sul palmo della mano, ma no! Non dovevo cacciare fuori una lacrima che fosse una.
Di contro, mia madre ha sempre avuto la lacrima facile e con lei (sembra strano ma è così) mio fratello maggiore. Il che per me è sempre stato un fatto da raccapriccio, e non raramente li ho ripresi anche in maniera dura.

Da quando i miei ormoni hanno dato le dimissioni in blocco, da quando ho “cessato le attività cicliche”, da quando non posseggo più gli attributi femminili e sono entrata in quella fase tipica della maturità, insomma, per farla breve, da quando sono in menopausa,però, ho perso ogni controllo, ho aperto i rubinetti, sono una fontana, un fiume in piena, un torrente di lacrime, e piango.
Piango per tutti, davanti a chiunque e per qualsiasi motivo. Il che per me, in base a quello che mi è stato insegnato, è causa di grande vergogna ed è paragonabile ad una mezza tragedia: ho perso ogni pudore e…la dignità!

Quando avverto che sta arrivando il magone, io provo a respingere il groppo alla gola, a deglutire con insistenza, a stringere i pugni fino a far diventare violacee le nocche e a ficcare le unghie nel palmo della mano, ma no! Piango irrefrenabilmente e senza ritegno.

Non è necessario che accada qualcosa di “speciale”! Io piango per tutto: per gioia e commozione, piango presa dalla tristezza, piango per la rabbia.

Piango ovunque: in chiesa, a casa, a scuola, per strada, davanti alla TV, mentre leggo un libro o sfogliando una rivista.

Piango quando sento notizie come quella recente dell’ennesima strage a Berlino, quando vedo i video coi bambini di Aleppo, quando descrivono la violenza dell’ISIS; piango se guardo un film, piango quando vedo una scena d’amore, quando vedo gente felice.

Io piango e basta.

Mi sono preoccupata oltremodo quando, qualche giorno fa, ho pianto guardando una puntata di “Uomini e donne”. Due uomini si sono innamorati, si sono scelti, con delicatezza, con dolcezza e garbo ed io….ho pianto. Senza contenermi. Senza ritegno, senza freno, senza limitazione. Senza controllo o contegno.
Mi sono sentita molto cretina. Cioè, sono contenta di non essere tanto arida da non provare emozioni, di riuscire a sentire tenerezza e coinvolgimento di fronte ai sentimenti altrui. Ma piangere di fronte ad “Uomini e donne” , al di là del fatto che si tratti di coppie eterno o gay, non è che sia proprio edificante, suvvia!

Adesso temo fortemente l’arrivo di “C’è posta per te”, semmai dovessi trascorrere a casa i freddi sabato sera invernali e se non ci fossero alternative. Mi attrezzerò, nell’eventualità, con fazzoletti e trucchi waterproff (per questi ultimi devo provvedere in ogni caso, viste le ultime performance piagnone, almeno non vado in giro con gli occhi da panda).

Ma, in verità, più che le mie lacrime anche fuori luogo, temo ancor di più chi ha talmente così poco sense of humor, così poca predisposizione verso gli altri, così tanta alterigia, così tanta voglia di giudicare, da storcere il naso e fare facce disgustate, quando, per riderci su (non posso certo piangere sempre e l’autoironia è sempre stata la mia ancora di salvezza) racconto il mio “pianto trash” per la De Filippi nazionale e, afferrando solo parte della conversazione, va via schifata dall’alto della sua presunzione (quella di saper tutto e conoscere situazioni ed eventi) portandosi appresso la sua sprezzante arroganza.

Allora più che per i miei pianti, le mie mille lacrime, seppure immotivate, mi preoccupo perché capisco che c’è chi sta molto peggio di me. Ma proprio molto peggio di me.

E non per me, ma per loro….mi viene proprio da piangere.

Un uomo che ha amato le donne

Le ho amate, le donne.
Le ho osservate passeggiare sul viale della loro giovinezza, fresche come una carezza e fragranti come un croissant sbocconcellato in un caffè all’aperto, una piccola città con il sole che sorge da dietro le spalle, dalle montagne, e che affonda nel mare a sera, i piedi stanchi di camminare sulla battigia.
Le ho guardate negli occhi, nel fondo della loro anima scura e tormentata, i loro sogni disattesi le loro speranze disilluse, nel loro cuore ancora almeno un sogno, più di una speranza.
Le ho incontrate in sere di inverno annoiate e vuote mentre, stordite, si affannavano verso una luce lontana e fioca, in mattini di primavera quando il loro viso brillava di felicità, in pomeriggi d’estate così caldi che toglievano loro il respiro ma non la voglia di respirare ancora, e ancora.
Le ho prese per mano, irrequiete per l’impazienza di dover attendere ancora, darsi è così facile, trattenere vuol dire non lasciare più andar via, stammi vicino, stai ancora un po’, non restare, vai via, non andartene mai più.
Le ho ascoltate raccontare e raccontarsi, dare spazio alla loro immensa fantasia, sembrare così sicure per non apparire così fragili, ho riso alle loro grandi verità, sorriso alle loro piccole bugie.
Le ho abbracciate stringendole così forte da togliere loro il fiato, sentirle sussurrare appena, non smettere di abbracciarmi mai, non abbracciarmi mai meno di così.
Le ho messe a letto alla fine della giornata, le ho coperte con lenzuola pulite e profumate, la notte non fa poi così paura se non si è soli, se non si è soli non sembra nemmeno notte, la notte.
Le ho risvegliate all’alba di un nuovo giorno, ogni giorno è il primo giorno, profumo di labbra che si uniscono, occhi lucidi per il pianto, lacrime, gioia, latte caldo vicino, sul comodino.
Le ho amate una ad una, una per volta, ognuna di loro era talmente grande che sembrava contenerle tutte, tutte insieme.
Quanto le ho amate, le donne. Le donne, le ho amate davvero.

(Davide Faloppa)

https://legestadistephen.blogspot.it/

Una donna così

Una donna così non ti farà mai del male. Conosce il dolore, porta cicatrici e, proprio per questo, non ferisce mai per prima.
Una donna così, forse, non la potrai mai capire, ma di certo la potrai amare.
È una donna che si è trovata sola, senza sostegno, senza aiuto, senza un riferimento, e ha vissuto la svolta.
Quando una donna finisce di lasciarsi guidare, istruire, di lasciarsi vivere, comincia a pensare con la sua testa, a camminare con le sue gambe, a lottare con le sue unghie e a farcela, da sola.

 

Allora cambia tutto. Cambia prospettiva, cambia carattere, cambia la vita. E finalmente capisce che ha una forza, dentro, che stava semplicemente nascosta, sopita, addormentata.

Poco importa se è necessario un dolore per svegliare quella forza. Quel che conta è che da quel momento in poi nulla sarà più uguale, né per lei, né per chi la incontrerà sulla sua via.

 

Una donna così è una che ce l’ha fatta, che sa di poter stare da sola, è una donna che può bastare a se stessa. Per questo, una donna così non si da al primo che capita ma se ti sceglie ti da anima e cuore.

È una con cui condividere, mai più una su cui prevalere.
È una donna che ha tirato fuori quel carattere che non sapeva di avere e che per niente e nessuno potrebbe o vorrebbe ricacciare indietro. È se stessa senza alternative.

Se la trovi, una donna così, non lasciartela scappare.

 

Tutti in scena!

Nella vita, spesso già in famiglia, a volte basta poco per essere investiti di un ruolo. C’è chi deve essere quello tranquillo, ubbidiente, bravo a scuola, quello che non da eccessive preoccupazioni, e c’è chi deve essere il ribelle, quello che si fa fatica tenere a bada, che prende i brutti voti, le strade sbagliate, le botte, i rimproveri, le punizioni. Una volta affibbiata una parte, è difficile tirarsene fuori, sia per le reazioni che potrebbero avere gli altri, sia perché chi si è calato nel personaggio rischierebbe quasi delle crisi di identità, se dovesse far emergere altri aspetti di sé contrari a quello che ci si aspetta da lui.
Apparentemente le parti sono frutto di una scelta. Invece ognuno a modo suo, è stato costretto in quella recita e tutti i ruoli sono difficili e pesanti.
Nessuna inversione di marcia, nessuna possibilità di scambio di parti: si deve essere all’altezza, in positivo o in negativo, delle aspettative di cui si è investiti.
Come in ogni spettacolo che si rispetti, ci sono i critici, pronti a giudicare regia ed attori. Questo è, in genere, il lavoro più divertente e meno complicato.
Tutti convinti di essere migliori degli altri, ci si diletta a sputare sentenze, emettere pareri, spesso inclementi, ad esprimere verdetti.
È facile e naturale. Si parte dal presupposto che “io sono migliore dell’altro”, se non altro perché a se stessi si è così abituati da non far caso alle mancanze che si hanno.

Perché si hanno. Magari in casa, sotto il naso, solo che fa semplicemente più comodo non vederle.

È facile perché si conoscono le mezze verità, i mezzi problemi e si pretende , invece, di avere perfette soluzioni.
Si è così spietati nel valutare, nell’emettere pareri! Si parte sempre dal presupposto che le persone siano peggiori di quello che sono in realtà: fa comodo, soddisfa il bisogno di sentirsi migliori, il bisogno di eccellenza.

 

E si prendono delle cantonate, accidenti! Delle cantonate che, se e quando le verità saranno svelate, si vorrebbe proprio essere lì a sbellicarsi dalle risate o a salire su quel pulpito che tanto adorano per urlare “Visto che gran bella figura che hai fatto?”
Perché, in questo mondo o in quell’altro, le risposte arriveranno e “col giudizio col quale giudicate, sarete giudicati e con la misura onde misurate, sarà misurato a voi” ( Matteo 7: 1-2)

 

Anche i “giudici” fanno parte della scena, sono personaggi dello spettacolo. A differenza degli altri ruoli, quello del critico, però, è interscambiabile e le parti non si escludono l’una con l’altra. Nello stesso atto del giudizio si continua a recitare la propria parte, e giudici ed attori si confondono in un unico girotondo.

 

L’ho fatto anche io. Anche io ho giudicato e condannato. E continuo a non capire, a non accettare certi aspetti di alcune persone che non riesco proprio a mandar giù. Troppa diversità ci divide, troppe incomprensioni ci separano, troppe distanze, forse, rimangono incolmabili.
Non mi concedo attenuanti, ma il mio copione mi impone di giudicare prima me stessa, con atroce severità; poi su molte cose, persone e situazioni cerco, e trovo, motivazioni, comprendo meccanismi, fornisco alibi. Cerco di entrare nell’altro e quando le cose buone che trovo sono meno di quelle cattive, allora “emetto una sentenza”. Che molto spesso non comporta altro che avere consapevolezza di chi sia e di che cosa sia capace chi ho cercato di conoscere.

 

Ho letto sul web una storia raccontata da una psicologa, Tara Brach : “Immaginate di camminare tra gli alberi e di vedere un cagnolino. Vi sembra grazioso e amichevole. Vi avvicinate e vi chinate ad accarezzarlo, quando all’improvviso comincia a ringhiare e tenta di mordervi. Il cane ora non vi sembra più carino, provate paura e forse anche rabbia. Proprio allora, il vento comincia a soffiare, le foglie sul terreno vengono spazzate via e vedete che il cane ha una zampa imprigionata in una tagliola. Ora provate compassione per il cane. Capite che è diventato aggressivo perché prova dolore, sta soffrendo.”
La cosa che mi piace da morire è giudicare (male) qualcuno e poi essere sorpresa nello scoprire di aver sbagliato, nel comprendere che quella persona è in grado di compiere gesti meravigliosi di cui io non sarei capace. Che dietro il ruolo che gli è stato imposto ha un’anima e una coscienza che non avrei mai immaginato.

 

È un piacere raro, ma capita. Mi sta capitando…

Tutti in scena

 

Non ho più lacrime

Non ho più lacrime.

 
Le cerco in ogni dove e non le trovo.
Le invoco, le provoco, le sollecito, chiedo loro di venire a liberarmi dal peso di questo dolore, di alleggerire il carico della mia angoscia.

 
Ma non ho più lacrime.
La vita le ha prosciugate e mi ha tolto così anche una possibilità di alleviare i miei tormenti.

 
Non so più piangere.
Mi trascino nella sofferenza con occhi asciutti, occhi vitrei, occhi che guardano lo spettacolo della vita senza parteciparvi.
Appaio imperturbabile, distaccata, indifferente mentre l’anima è straziata e afflitta dal mio tribolare.
Se solo potessi far scorrere copiose, calde lacrime, se solo potessi sentire le guance umide di pianto mi sentirei di nuovo libera, di nuovo umana, di nuovo donna.
Sentirei il mio cuore squarciarsi e poi, finalmente, ritornare ad essere.Forse, allora, riuscirei di nuovo ad amare.

 
Ma non ho più lacrime.

Lacrime

 

Oggi ho ho indossato il mio abito migliore

Oggi ho indossato il mio abito migliore.

No, non per festeggiare qualcosa, semplicemente perché è la mia vita.

A voi tutti sembra che la mia esistenza sia semplice solo perché non ho le vostre ansie e le vostre preoccupazioni. Eppure, con coscienza o no, anche io affronto mille difficoltà, devo sopravvivere ad avversità e alle asperità. Come quando mi sento ardere o quando la tempesta è talmente forte che devo aggrapparmi alla vita con salde radici per sopravvivere.

A differenza vostra, però, superati quei momenti io ritorno semplicemente per assaporare un raggio di sole e dare gioia alle mani che si prendono cura di me, che mi hanno accarezzata anche quando ero meno bella ed ero stanca e che hanno resistito alla voglia di strapparmi via quando sembrava che non ce l’avrei fatta per sostituirmi con quello che per voi conta di più: la bellezza.

So che morirò anche io, come voi. E come voi non so quando. So che la mia vita è parte di un ciclo e mi fido della Natura: mi abbandono ai suoi ritmi.

Ma oggi sono ancora qui, sono rinata, sono viva. Voglio regalare gioia e bellezza.

Per questo, stamattina ho indossato il mio abito migliore. Per quelle mani, per me stessa, per il mondo. Per la vita.

Abito migliore