Un anno da schiaffi


Mio padre mi ha dato pochissimi schiaffi. Tre per la precisione, e me li ricordo tutti benissimo. Come ricordo benissimo di averli assolutamente meritati.

La vita non è così generosa. Lei di schiaffi te ne dà a ripetizione, non si preoccupa che tu ti sia ripresa da quello precedente e spesso picchia forte e senza alcun motivo apparente.

A volte, certe batoste sono conseguenze dei nostri errori. Un genitore, anche quando sbagliamo spesso ci perdona, ma la vita, lei, non ha pietà: ogni sbandata, ogni distrazione ce la fa pagare cara e amara.

In altri casi, ci bastona immeritatamente. Ce ne stiamo buoni buoni, facciamo pacificamente le nostre cose e arriva la legnata, anche tanto forte da lasciarti davvero stordito per terra, al punto che devi impiegare tanto di quel tempo per rimetterti in piedi che dubiti pure di farcela, a rialzarti.

Capita, anche se non si capisce bene perché, che la vita si accanisca per periodi più o meno lunghi su certe persone o su alcune famiglie. Esiste gente tanto stupida e presuntuosa da fare, secondo una mentalità che mi limito a definire eufemisticamente ottusa, quasi una colpa a chi attraversa momenti difficili, come se fossero punizioni meritate e, in certi casi, addirittura frutto di colpe. Per questo non raramente si tende a nascondere angosce, malattie, dolori, come fossero una vergogna.

Siccome, come si dice, siamo tutti sotto lo stesso cielo, capita che gli schiaffi arrivino anche a chi prima si sentiva superiore e invincibile. Chi è abbastanza sensibile comprende che avrebbe dovuto mostrare più umana compassione, quando erano gli altri a soffrire, certuni invece, nonostante il dolore e le sofferenze non cambiano di una virgola, e a questi rivolgo il mio personalissimo rammarico.

Comunque sia, in ogni caso, si tende a guardare sempre e solo quello che ci accade personalmente, o almeno nelle immediate vicinanze e si ignora, si preferisce ignorare, che c’è chi soffre molto più di noi.

Spesso mi sono arrabbiata per questo, perché ho reputato una estrema mancanza di sensibilità il non condividere e comprendere il dolore altrui; a volte addirittura ignorarlo.

Col tempo ho capito che avvicinarsi al dolore degli altri o, perfino, entrarci dentro crea delle resistenze perché mette di fronte alla fragilità umana, fa comprendere che quello che accade agli altri potrebbe domani toccare a noi stessi e quindi è preferibile ignorare la sofferenza altrui per dimenticare che potrebbe essere anche la nostra. Quantomeno, il fatto che noi stiamo bene ci metterebbe nelle condizioni di ringraziare il Cielo per la fortuna che ci è toccata e anche questo implica una umiltà che non tutti possediamo.

In questi giorni, come ogni anno da Natale in poi, leggo e ascolto gente che maledice l’anno appena trascorso aspettandosi meraviglie da quello in arrivo. La speranza di tempi migliori è perfettamente condivisibile; è questa acredine nei confronti del passato che ogni anno mi lascia l’amaro in bocca.

Premesso che il passaggio da un anno all’altro è solo una umana convenzione e che non esiste un intervallo netto fra i 365 (o 366 in questo caso) giorni che precedono e quelli che seguono, che dal 31 dicembre al 1 gennaio dell’anno successivo non passa che un giorno, percepire questa rabbia nei confronti dell’anno trascorso (è sempre così, ogni anno e le persone sono sempre uguali) mi dà un notevole fastidio. Soprattutto nei casi in cui la tragedia trascorsa non è che una influenza, qualche grana sul lavoro, qualcosa che non andata proprio come volevamo noi. Solo perché la vita ci ha dato qualche schiaffo che ci ha fatto barcollare un po’.

Se devo pensare al mio anno trascorso, mi viene in mente che ho affrontato due interventi (e siamo a 8), che sono stata costretta a modificare la mia personalissima vita di donna, che ho visto due persone a me care lottare contro il cancro, mentre un altro ha dovuto darla vinta a lui. Ho visto situazioni, che seppure non comprendevano la malattia, hanno fatto (e ancora fanno) molto male a persone che se potessi proteggerei da ogni bruttura. Ed è inutile che io stia qui ad elencare tutti gli schiaffi. Anche perché ci sono state anche tantissime carezze: sono uscita viva dalla sala operatoria, le mie due giovani amate persone che hanno lottato contro il male gli hanno resistito, ho ricevuto amore e ho avuto a mia volta la possibilità di amare, ho trovato una nuova grande “famiglia” che mi ha accolta a braccia aperte e ho iniziato un meraviglioso cammino che mi dà forza e speranza.

E soprattutto so di essere stata molto più fortunata di tante atre persone che hanno avuto dolori molto più grandi dei miei.

È normale che io mi auguri qualcosa di migliore per me ed i miei cari, è normale che vorrei dimenticare i dolori trascorsi, ma ringrazio Dio per l’anno appena trascorso e per le volte che mi ha sostenuto, aiutato, ha avuto misericordia di me e per tutto il bene che mi ha regalato.

Ci saranno ancora dolori e gioie, ci saranno disastri, ci sarà ancora tanto male, perché è inevitabile, perché siamo umani e ci sono umani particolarmente cattivi. Ci saranno schiaffi e carezze per ciascuno di noi.

Io il 2016 lo saluto cordialmente….

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