Antipatica empatia

Esistono, secondo diversi psicologi piuttosto famosi, diversi tipi di intelligenza.
All’incirca da sette a nove.
Ognuna di esse è deputata ad un ambito della nostra vita e ha determinate funzioni e una certa utilità. Non tutte sono sviluppate in un soggetto in maniera equilibrata: in alcune persone prevale una piuttosto che l’altra e questo contribuisce certamente a formare un certo tipo di personalità.

 
Non mi va di elencarle tutte, perché non ho certamente intenti accademici.
Ma voglio riferirmi all’intelligenza interpersonale, quella che permette di comprendere i sentimenti, le motivazioni, gli stati d’animo, le emozioni “degli altri”, di quelli che sono “altro da noi”.

 
In certi casi questa capacità viene definita “empatia”, ossia la capacità di “entrare nell’altro”, di sentire dentro, di mettersi nei panni e al posto dell’altro.
Come per il resto delle intelligenze, anche questa capacità non è sviluppata allo stesso modo in ciascuno di noi: alcuni ne sono dotati direi quasi in sovrabbondanza, altri ne posseggono un briciolo appena.

 
Per quanto mi dispiaccia, io sono carente, per esempio, di intelligenza logico-matematica, non brillo per intelligenza spaziale, e anche l’intelligenza naturalistica non è fra i miei pregi.
Purtroppo, e se dico purtroppo ho i miei buoni motivi, la natura mi ha dotato di una eccellente intelligenza intrapersonale e soprattutto interpersonale.
Per me l’empatia non è un…accessorio, ma la parte fondamentale del mio carattere.

 
Per questo, io non mi godo solo i miei problemi, ma mi faccio carico anche di quelli altrui, che diventano miei a tutti gli effetti.
Per lo stesso motivo, riesco a cogliere i tratti fondamentali del carattere di chi mi circonda.
Se pensate che questo mi preservi da eventuali fregature, perché riesco a capire se uno stronzo è stronzo prima di chi non è dotato di questa capacità, vi sbagliate di grosso. Perché una controindicazione (forse la prima) dell’essere particolarmente empatici, è che, entrando dentro l’altro e mettendosi al suo posto, si finisce con il fornire a chi si ha di fronte tutte giustificazioni e gli alibi che egli stesso si darebbe. E mentre trovi attenuanti e giustificazioni, lo stronzo in questione “te la pone che te la pone” e la fregatura è sempre lì, presente come per nessun altro.

 
Questo non capita se, privo di questa capacità, ma magari più portato alla praticità, vedi lo stronzo, intuisci (perché chi non ha questa forma di intelligenza va ad intuito o al massimo a fortuna) che trattasi di stronzo e giri le spalle e te ne vai, senza preoccuparti di quel che pensa, che prova, e altre fandonie del genere.

 
In buona sostanza, quello che dovrebbe essere un pregio, diventa invece per me una condanna. Carica delle angosce altrui, comprensiva nei confronti di chiunque, disponibile a capire il mondo intero, posso essere utile agli altri, posso essere comoda, ma non mi rendo certo la vita più semplice.

 
La tragedia delle tragedie la vivo, poi, quando mi trovo di fronte a persone che hanno l’empatia di un orso….o di uno scorpione. Sto lì a provare a far comprendere cose a persone su cui i sentimenti degli altri rimbalzano come su muri di gomma, persone per cui esiste solo il bianco o il nero, per cui una cosa è sana o rotta… In questi casi si impossessa di me un’altra delle sfaccettature del mio pessimo carattere: la rabbia. Che raramente rivolgo verso gli altri (poverini, poi starebbero male) ma che destino a me stessa, dandomi ripetutamente dell’idiota per aver provato, come sempre, a tirar fuori il sangue da una rapa.

 
A volte mi dispiaccio un po’ per queste persone poco “emotive”, perché credo che, restringendo il tutto a semplici opposti, si perdono una serie di sfumature che sono, forse, la parte più interessante della vita, delle persone, del mondo intero.
E li compatisco (cum- pati= soffrire insieme).

 
Ci terrei però a specificare, per chiunque mi conosca e non mi apprezzi, o per chi possa, dopo queste dichiarazioni, credere di trovare da queste parti sempre una porta aperta, che ho detto di essere EMPATICA.
Non SIMPATICA.
E non è una differenza da poco….lascio a voi la libertà di scoprirla oppure no…

Carnevale passa. Le maschere restano.

Ed ecco il Carnevale,
Carri e carrozzoni, coriandoli e allegria,
a ciascuno la sua maschera….
Crudelia de Mon, Alice nel Paese delle meraviglie,
La bella o la bestia,
Trilly o Joker,
Orco o fatina, poco cambia.

È come nella vita:
Maschere, ceroni, trucchi. Ruoli, personaggi, illusioni; buoni e cattivi…nessuno mostra il proprio volto.
La novità vera è smettere di simulare, ammettere con tutti che la vera identità è nascosta.
È forse questo il vero senso di questa festa, la leggerezza, la gioia che si prova: l’attesa, la voglia di vivere tre giorni legittimando la finzione, con la libertà di ammettere: “quello che vedete non sono io”.

Scegliere in che parte entrare è superfluo, l’importante è poter essere altro nel consenso generale.

“Durante il Carnevale, l’uomo mette sulla propria maschera una maschera di cartone”.
(Xavier Forneret)

Buon Carnevale…

 

Perché Sanremo è Sanremo…

Noi italiani siamo un popolo “bizzarro”, potrei dire anche buffo se non fosse per alcune caratteristiche piuttosto irritanti.

 
Dai reality alla politica, l’italiano ha, per esempio, la passione per le VITTIME. In questo Paese, se vuoi essere amato e seguito, augurati di essere perseguitato, poco importa se a torto o a ragione. Sia che tu sia un agnello in mezzo ai lupi, sia che tu sia veramente un malfattore, gli italiani, se sei perseguitato per colpe vere o presunte, staranno dalla tua parte.

 
Esempi? Berlusconi docet! Ne ha fatte “di ogni”, ma appena è iniziata quella che si è configurata come una “persecuzione giudiziaria” ha avuto inizio pure la sua fortuna. Coloro che politicamente stanno…a mano manca, del resto, non hanno dimostrato di tenere conto di questa peculiarità del popolo italico e, dimostrando come sempre poco acume, stanno ricadendo nello stesso errore anche adesso, iniziando un’altra persecuzione, con la collaborazione di una magistratura politicizzata, nei confronti della Virginia di Roma. Io giurerei sul fatto che anche lì nascerà un’eroina, una di quelle che “non mi avete fatto lavorare in pace…non sapete quanto valgo…ero troppo occupata a difendermi…datemi tregua e vi risollevo la Capitale”. E la gente, mossa a pietà, le darà la seconda occasione, ne farà un idolo e la utilizzerà come strumento contro una sinistra che merita tutta la disistima, non fosse altro che per aver dimostrato di non saper imparare dai propri errori.

 
Un’altra particolarità tipicamente italiana, poi, a me pare sia l’invidia. L’invidia sociale. Così come difendiamo i perseguitati, non esitiamo a diventare noi gli aguzzini quando c’è qualcuno che “ce la fa”, che ha successo, che riesce, che guadagna. Anche se onoratamente, non importa. Generalmente inizia un piccolo gruppo e poi si accoda la maggior parte del popolo, trascinato facilmente da quel sentimento di odio nei confronti del malcapitato di turno.

 
In questi giorni, per esempio, il poveraccio è Carlo Conti. Come ogni anno si comincia a parlar male di Sanremo (che esiste da 67 anni, fatevene una ragione!) e si cominciano a fare i conti in tasca al conduttore. Ignorando tutta una serie di verità che potrebbero porre fine a questa idiozia dilagante.
Conti guadagnerà 650 mila euro NON per 5 serate, perché lavora almeno da un semestre e quei soldi non sono direttamente i nostri, perché non sono quelli del canone (che comunque pagheremmo) perché vengono forniti per la maggior parte dagli sponsor che investono sul Festival. Sempre grazie agli sponsor, Conti e Sanremo portano alla Rai dei notevoli guadagni (la RAI è comunque una “industria” che produce per guadagnare) e attorno alla bistrattata gara canora si muovono tanti padri di famiglia che lavorano per quel sistema che in questi giorni viene aspramente criticato.

Non sapendo più che cosa tirar fuori, si dice che quei soldi dovevano essere destinati ai terremotati. Quindi, ne deduco, anche quelli che si pagano per i diritti per la trasmissione delle partite di calcio, una buona percentuale degli stipendi dei politici e, perché no, in proporzione anche una parte degli stipendi statali.

 

Il povero Carlo Conti, che ha tutta la mia solidarietà e umana compassione, è stato costretto a contraddire uno dei principi biblici tanto noto (“quando tu fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quel che fa la destra” Matteo 6:3) per confessare, quasi a discolparsi, che aveva già deciso di devolvere una parte dei suoi guadagni ai terremotati del centro Italia.
Certo, se una nota come la  Mannoia partecipa alla gara, probabilmente, che vi piaccia o no, il Festival è utile anche per il mercato discografico.
Ma non va bene. Per gli italiani, popolo di poeti, santi e navigatori, non va bene.
Perché fa figo snobbare il Festival, perché va di moda essere “radical chic ” (nel senso di supposta superiorità culturale) e perché, DICIAMOLO, noi siamo sui nostri divani sfatti e impigiamati e loro, i cantanti importanti, i giovani debuttanti, Conti, De Filippi e vallette varie, sono nei loro abiti sfavillanti a giocarsi la loro occasione. E questo proprio non ci va giù!

 
Ma Sanremo si fa, si farà e avrà pure successo, con buona pace di tutti.
Perché, banalmente, alla faccia dei detrattori, Sanremo è sempre Sanremo….