La cattiveria è una malattia….e datemi torto!

La cattiveria è una malattia.

Ormai non ci sono dubbi e lo dicono pure fonti scientifiche.

Solitamente chi ne soffre è portato a colpire gratuitamente qualcuno e porta anche la vittima a rimanere imbrigliato nella rete del malanimo e della voglia di vendicarsi o, comunque, di veder soffrire chi è causa del suo dolore.

Già Eintstein aveva sollevato il problema dell’origine del male ponendo la questione addirittura all’illustrissimo e conosciutissimo (e per quanto mi riguarda anche amatissimo) Freud, il quale aveva già prospettato uno scenario in cui l’uomo si trovava in tensione fra la pulsione erotica e la pulsione di morte.

Oggi pare certo che la cattiveria, oltre che una mancanza di etica, di morale, di educazione al rispetto degli altri e di sensibilità ai problemi del prossimo, sia un fatto patologico, pare addirittura legato a predisposizioni genetiche.

La cattiveria nasce da una insoddisfazione, dalla frustrazione, da esperienze destrutturanti e demotivanti, da relazioni significative poco gratificanti, da esempi di vita non troppo positivi, da un background cupo e tetro, da una fragilità della capacità di empatia (per citare Baron-Cohen) che si configurerebbe come un vero e proprio comportamento deviato e deviante (per altro causato, pare, anche da abitudini di vita errate, come l’alcolismo, per dirne una) legato anche alla depressione.

La persona morbosamente cattiva non si preoccupa dei problemi altrui, anzi fa di tutto per crearne altri. Non è capace di provare compassione per il prossimo e per le sue sofferenze. Prova un perverso piacere nel nuocere, anche gravemente, agli altri e trova soddisfazione nell’insulto, nella maldicenza, nelle offese e nel colpire, talvolta anche vigliaccamente, il prossimo, anche se questo non ha colpa alcuna né ne suoi confronti né in quelli di chiunque altro.

La cosa oltremodo deleteria per chi, invece, è dotato di quello che al malato di cattiveria manca, è la presenza dei “neuroni specchio”, cioè di quei neuroni che permettono “di provare le emozioni altrui, immedesimandoci ed entrando in empatia, e di imparare per imitazione”.

E lì sta la vera pericolosità della cattiveria, quando si profila come “malattia contagiosa”.

Lo stronzo patologico infatti fa scaturire nelle sue vittime la voglia di vedere rivoli di sangue che sgorgano dalle sue labbra, possibilmente dopo un vigoroso ceffone, o godimento nell’immaginare qualsiasi accidente possa provocare al “cattivo” la sensazione del dolore.

Talora, il soggetto sano non è in grado di procurarsi un antidoto contro il virus della malvagità e cede ad istinti poco fraterni o caritatevoli. In alti casi, dopo un primo periodo di smarrimento, entrano in servizio le difese dell’organismo sano e si ricomincia a provare l’unico sentimento possibile nei confronti di chi è ormai totalmente posseduto dal morbo della cattiveria: la compassione e la pietà.

La cosa generalmente sconsigliata è quella di provare timore nei confronti del soggetto che versa in questa condizione patologica. Troppo spesso, infatti, gli individui perfidi finiscono per ottenere tutto quello che desiderano perché nessuno osa contraddirli o scontentarli per non attirarsi la loro ira funesta. Ecco, questa credo sia una pessima cura, sia per il “malato” sia per chi, non essendo nella stessa situazione, meriterebbe maggiore rispetto e, assistendo a quelle che si profilano come ingiustizie, rischia di cadere nella rete della delusione e dello scoramento.

Sembrerebbe opportuno invece, per carità cristiana o anche per semplice umanità, o almeno per essere in pace con la propria coscienza, fornire allo sfortunato affetto da suddetta malattia un alibi o una certa morbidezza nel giudizio.

Ma una volta sola. Poi l’unica soluzione possibile rimane un sonoro vaffa….. e l’allontanamento definitivo.

Chi crede può, ma sempre a debita distanza, dedicargli qualche preghiera, perché, nei casi più fortunati, solo un miracolo può essere risolutivo. Altrimenti l’indifferenza è l’atteggiamento che sembra più consigliabile. Se, al contrario, qualcuno dovesse continuare ad esporsi alla meschinità, alla crudeltà e alla malignità del malcapitato, sarebbe consigliabile cominciare a pensare a sottoporsi lui ad una cura da uno particolarmente bravo, perché ci sono tutti i segni di una eccessiva disponibilità che sfocia in un altrettanto pericoloso masochismo.

Dopo Einstein, Freud, Baron-Cohen, scomodiamo anche Platone per sostenere che…

‘malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia’ (Platone, Timeo).

E ora, datemi torto!

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