Fatevene una ragione

Fatevene una ragione.
Io sono quello che sono e sono fiera di esserlo.

I miei difetti sono sorprese solo per voi. Io li conosco tutti e bene. Non è necessario che me li ricordiate: ci convivo da troppo. Ma non provate ad attribuirmene di diversi, ve li rimando indietro con gli interessi.

Potete provare ad ingannarmi, a bisbigliare, a fingere, ma difficilmente mi si raggira.
I gesti, i movimenti, gli occhi mi dicono molto di più di quanto possiate pensare.
So che cosa aspettarmi quando giro le spalle: le pugnalate non giungono inattese.

Schietta, sincera, mi ribello alla falsità e alle ingiustizie.

Se credo in un’idea vado fino in fondo e se so di aver ragione metto il mondo sottosopra.
Dei giudizi di chi si crede superiore, me ne faccio un baffo: prima o poi ci penserà la vita a ridimensionare chi deve occupare il suo piccolo posto nel mondo.

Se vi sto antipatica, evitatemi pure: spesso la cosa è reciproca. Vivrete meglio voi e non dovrò fare nemmeno io la fatica di sopportavi.
Abbiate, però, il coraggio dei vostri pensieri e delle vostre azioni. Non ho problemi a discutere e a dire ciò che penso.

Non sapete il godimento che mi offrite quando vedo sui vostri volti quegli sguardi misti ad invidia e risentimento: se davvero non mi sopportate, evitate di girarmi intorno e darmi certe soddisfazioni.

Non è cattiveria, capite bene. È che la guancia che ho offerto dopo che mi avete colpito la prima era l’ultima che avevo.
Non ho più mantelli e tuniche da farmi rubare, ma solo una gastrite nervosa per i bocconi amari che ho dovuto inghiottire.

Non vi odio, tranquilli. Ci vorrebbero troppe energie: mi basta dirvi quel che penso e andare oltre.
Oltre la grettezza, la aridità, la stupidità, la limitatezza, la meschinità in cui vi muovete ignari.

Vi lascio lì, nell’illusione di sapere anche quel che non conoscete, nella presunzione di conoscere anche quello che ignorate.

Parafrasando una nota canzone
“mandarvi a quel paese è un piacere tutto mio,
Prima di genuflettermi nell’ora dell’addio….”

 

“No! Mamma no!”

(Dalla rivista “CHI”)

Sono ammalata di endometriosi di IV stadio. Ho alle spalle 7 interventi e la malattia mi ha portato via tanto, sia in termini fisici (in ogni intervento mi hanno portato via un pezzetto di me) sia che in qualità di vita.

Ho cercato di non permetterle di portarmi via il sorriso, neanche quando per colpa sua ho dovuto vivere per due anni con le stampelle, sapendo che la mia gamba non sarebbe stata mai più normale. Cerco di non permetterglielo quando non posso uscir di casa o non riesco neanche a far pipì senza dolore.

Ma certi giorni sono particolari e allora la tristezza prende il sopravvento, insieme alla rabbia, perché noi “forti” a volte non comprendiamo che esser tristi non significa essere deboli, ma semplicemente umani.

Oggi è la festa della mamma.
Ci sono tanti motivi per cui penso, razionalmente, che è stato meglio non diventare madre. È inutile star qui ad elencarli. Anche perché non avrebbero senso oggi, se quando vedo tutto il mondo in festa per le mamme, a meno di 3 mesi dall’isterectomia totale, ho voglia di chiudermi in una stanza, da sola, e piangere. Non mi ha risollevato il regalo del mio compagno, che mi ha portato i fiori perché anche se non sono madre biologica sono mamma coi suoi figli, i miei nipoti, i miei alunni e perfino col cane.

Perché il mondo non sa e non vuol capire che essere mamme così è ancora più “dura” che essere mamme naturali.

Perché se “la mamma è sempre la mamma” , puoi fare tutto il bene del mondo ma tu, comunque, non lo sarai mai.

Il mondo non capisce che non basta espellere un essere umano dalla vagina per esser donne migliori! Il fatto è che noi donne l’istinto alla maternità ce lo abbiamo dentro, e, per quanto felici, noi che non possiamo viverlo siamo frustrate, castrate, mutilate. E ci sentiamo messe all’angolo. In giornate come questa ancora di più.

Domani ricaccerò il mio dolore in un angolo del cuore, riprenderò a sorridere e a dire agli altri, per convincere me stessa, che non aver figli al giorno d’oggi è quasi una fortuna. Ma oggi mi sento in diritto di essere arrabbiata col mondo.

Marisa Calvitto