Certi dolori

Certi dolori non scompaiono, si nascondono.
Non si sentono per un po’, si trascurano, si ignorano, si dimenticano.
Pare siano passati per sempre, e poi, inaspettatamente, sorprendentemente, si ritrovano, presenti e vivi come se fossero nuovi, ancora giovani, mai assorbiti dalla pelle e dal cuore.

Certi dolori lasciano in un equilibrio instabile, sempre precariamente sospesi fra la felicità e la malinconia, fra la paura e la voglia di continuare a farcela.

Certe dolori lasciano buchi neri, segni come cicatrici. Non fanno più male, ma rimangono come testimoni di antiche sofferenze.

Certi dolori, inopportuni, riappaiono: per un racconto, una canzone, una sensazione, un odore, un colore; si ripresentano beffardi insieme al ricordo di lacrime versate, di notti bianche, di smarrimenti, di paure.

Certi dolori si ripetono, pungenti, intensi, irritanti, esasperanti, molesti.
Quando tornano si può solo assecondarli, lasciandosi trascinare per riviverli e poi rimetterli nell’angolo.
Sospesi.
E poi, di nuovo, ricominciare.

 

 

 

 

 

 

 

Io non sono Allison

Ero da sola in una stanza del reparto di ginecologia. Lottavo dalla sera prima con dei lancinanti dolori allo stomaco e vomitavo oramai da diverse ore. L’infermiera che è venuta a trovarmi mi ha minacciata che se non avessi smesso di vomitare mi avrebbero messo il sondino naso-gastrico. L’ho pregata di non farlo; quasi vergognandomi le ho detto che avrei cercato di non rimettere più.

Il mio corpo era scosso da continui tremori che mi facevano sobbalzare continuamente nel letto ed ero davvero molto stanca. Ho chiesto che mi dessero qualcosa per calmarmi. Dopo una decina di minuti, l’infermiera è tornata con la ginecologa, la quale mi ha rimproverata per non averla fatta riposare tutta la notte e, con un pizzico di carità umana, ha detto all’infermiera di farmi un calmante. Mentre lo diceva, ha sollevato la manica del pigiama, scoprendo il braccio pieno di lividi, segni delle flebo che avevo tenuto appena una settimana prima, quando, al Pronto soccorso dello stesso ospedale ho dovuto implorare aiuto per quello che loro avevano semplicemente definito una indigestione. A quel punto, la dottoressa ha fatto un balzo indietro e mi ha chiesto con occhi sgranati se fossi tossicodipendente e se avessi una crisi di astinenza. Ho avuto la prontezza di rispondere che no, non avevo mai preso nulla, ma se avessero avuto qualcosa da darmi, pur di star bene avrei cominciato anche in quell’istante ad assumere sostanze di qualsiasi genere.

 

Chiarito “l’equivoco”, loro sono andate via (non so quanto convinte) ed io sono rimasta di nuovo sola. Stanca, dolorante, in lacrime, mortificata, con addosso la sensazione che comunque stavo per morire, perché nessuno mai mi avrebbe capita e aiutata.
Allora ho guardato la finestra, poi la flebo, poi ancora la finestra. Ho realizzato che se avessi fatto in fretta, avrei potuto strapparmi l’ago dal braccio e con un balzo volare giù e porre fine a tutta quella sofferenza, ai dolori, alle mortificazioni. Credo abbia prevalso l’amore per la mia famiglia, per l’uomo adorabile che finalmente avevo nella mia vita. E sono rimasta in quel letto.

 

Per questo io non sono Allison.
Perché io sono rimasta aggrappata alla vita, ho trovato dei motivi per andare avanti, mentre lei, povera piccola Allison, malata come me di endometriosi, in preda ai dolori e con la sensazione di non essere capita, ha deciso di farla finita.

 

Allison, tre milioni di donne nel mondo ed io, abbiamo in comune tanto dolore e tanta sofferenza.
L’endometriosi non uccide, dicono. Ma i tormenti, le tribolazioni, le privazioni fisiche e non solo, possono davvero toglierti la voglia di andare avanti.
L’indifferenza, l’ignoranza, la cattiveria di chi non sa e non vuol sentire, quella può uccidere.

 

Non racconterò che cosa mi ha fatto fisicamente questa malattia. È noto e non è niente di più o di meno di quel che ha fatto ad altri milioni di donne.
Ma non posso non porre l’attenzione sull’aspetto psicologico di questa patologia.

 

La maternità negata potrebbe essere un aspetto, ma ti abitui a sopportare il dolore e la delusione di prenderti cura con tutta te stessa di qualcuno che non è tuo figlio (che sia un nipote, il figlio di un compagno, gli allievi di una scuola o quant’altro) e non ricevere in cambio nulla, perché c’è sempre una mamma, quella “vera”, di cui sarai all’ombra.
Potrebbe essere la gioia negata, le serate con gli amici di cui devi privarti, perché non puoi allontanarti troppo dal bagno, perché se mangi la pizza poi soffri due giorni, i viaggi che non fai perché “se poi ti scappa” non sai come fare.
Potrebbe essere veder cambiare il tuo corpo per gli sbalzi ormonali e non poter neanche far nulla perché quel maledetto nervo ti costringe a non frequentare palestre, a non poter più correre, a non sentirti donna con un paio di tacchi che slanciano un po’ di più.
O forse potrebbe essere il doverti “giustificare “, quasi fosse una colpa avere addosso una malattia.

 

Una mia collega, umana quanto un cactus, mi ha insultata pubblicamente perché sono rimasta a casa due giorni prima del mio settimo intervento, (isterectomia totale con complicazioni all’uretere) e mi ha costretta, dopo appena un anno, perché ha dovuto sostituirmi per un’ora, all’umiliazione di una visita collegiale con medici ignoranti che volevano sapere se portassi il pannolone. Un’altra mi accusato di essere solo “malata mentale” e di fingere un disagio che non avevo.
Ecco, sono queste le cose che uccidono più dei dolori, più della malattia, più che vedere i pezzi del tuo corpo lasciarti, più che tornare e ritornare sotto quelle luci accecanti delle sale operatorie.

 

Ma io sono qui. Ancora a lottare, ancora a girare da uno studio medico all’altro, ancora a credere che la vita “mi deve qualcosa”.
Non sono, per questo, né migliore né peggiore di Allison.
Semplicemente non sono Allison.
Se potessi, le tenderei la mano per risollevarla dal baratro.
Perché “fra noi” sappiamo darci l’aiuto che altri ci negano.

Cara, bella, piccola Allison, un giorno ci ritroveremo, sane, felici, e ti racchiuderò in quell’abbraccio che oggi non posso più darti.

Riposa serena….

 

Un anno di noi

Un anno di noi.
Curiosità, critiche, complimenti, battute a volte poco simpatiche ed intelligenti, pettegolezzi, successi: da un anno ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori.

Spesso mi sono dovuta fermare a spiegare come e perché esisti, in certi casi come se dovessi giustificare la tua presenza nella mia vita.

È da un pezzo che non mi soffermo più a dire come mai, da quando ti ho ricevuto in dono, sei diventato una parte di me. Tanto, poco cambia: le persone intelligenti e proiettate verso diversi canali comunicativi capiscono, talora apprezzano, oppure criticano costruttivamente. Le altre, quelle che amano giudicare, pur non avendone neanche titolo o capacità, continueranno a farlo, senza, comunque, attirare particolarmente il mio interesse.

Fatto sta che ci sei e per me sei importante. Perché non ti ho voluto, non ti ho creato, non ti ho progettato né, inizialmente, ho saputo come saresti diventato, a che cosa saresti servito, ma quasi immediatamente ho gradito che ci fossi.

Perché, anche quando non ho trattato direttamente di me, ti sei incaricato di portarti addosso le mie parole e, con esse, una parte di me.

Quasi subito dopo la tua nascita, ho spiegato che cosa volesse dire per me scrivere, e non starò qui a ripeterlo.

Semplicemente adesso voglio ribadire che chi ha davvero la passione della scrittura quasi sempre scrive più per se stesso che per gli altri.

Per questo, per lunghi periodi ti ho lasciato da solo, vuoto, fermo, spento: perché ero “spenta” io, perché ero stanca, perché non avevo nulla che valesse la pena di essere detto, non avevo emozioni tanto forti da essere percepite.

Oppure, diciamocela bene, non avevo voglia di raccontarmele, quelle emozioni.

Raccontare, raccontarsi è cosa solo apparentemente semplice. E solo chi non ha una mente abbastanza flessibile, una mente che va al di là e oltre quel che appare, non sa che scrivere è esporsi, mettersi a nudo, anche quando si racconta qualcosa o qualcuno “altro da sé”, anche quando si tratta di argomenti leggeri, ironici. Perché perfino la scelta delle parole, la composizione e l’organizzazione di una frase, dice parecchio su chi sei e su come funziona la tua mente.

Raccontare e raccontarsi restituisce significato a se stessi, dá alla realtà il senso e contenuto che le riconosciamo.

Raccontare significa avere fiducia nella comunicazione, significa leggersi dentro e riuscire a riscriversi, a riscrivere la propria storia. Perché la vita è costituita più dal significato che attribuiamo agli eventi che dagli eventi stessi e scrivere è come trovarsi davanti proprio quel significato.

Quando scrivo apprendo da me stessa, imparo a vivere “rivivendo” le parole che trovo sul foglio (di carta o virtuale, poco importa).

Quando inizio a scrivere non so mai esattamente dove mi ritroverò: il pensiero si forma scrivendo: lo scopro (e mi scopro) solo dopo.

Per questo, “caro blog” sono contenta che ci sei. E non per supposti guadagni (in un anno avrò sì e no guadagnato 25 euro, certamente meno di quanto ci abbia investito), ma perché ogni scritto che contieni è come un figlio: ciò che creo mi appartiene e fa parte di un certo momento della mi vita e rileggerlo mi da sempre emozione.
Condividerlo con gli altri è condividere quell’emozione e sperare di suscitarne altre.

Sarà per questo che vedere i miei scritti “rubati” con firme diverse mi da dolore: mi strappano una parte di me e se ne impossessano.

Non so quanto tempo trascorreremo ancora insieme, se saranno più i pensieri di cui sono gelosa o quelli che avrò voglia di condividere. Non so che strada percorreremo insieme, o se il nostro viaggio prima o poi si interromperà.

Buon primo compleanno….

Grazie a chi ha voluto che tu ci fossi.

 

Ultimo giorno di scuola

All’uscita da scuola, nell’ultimo giorno dell’ultimo anno in cui i nostri alunni sarebbero stati con noi, hanno dato in mano anche a me un palloncino colorato, come a tutti i bambini e, dopo il conto alla rovescia, ho dovuto lasciarlo andare via.

3…2….1….. e il palloncino, insieme agli altri, ha preso il volo.

Ha volteggiato un po’ sulle nostre teste, ancora alla portata dei nostri sguardi e poi piano piano è scomparso insieme agli altri.

Da bambina, ogni volta che vedevo un palloncino volare nel cielo, piangevo. Non so perché, ricordo però quell’enorme tristezza che mi scoppiava dentro nel vederlo diventare sempre più piccolo, un puntino che scompariva nel cielo.

Mi chiedevo, e lo faccio ancora, dove vanno a finire i palloncini quando li lasci andare, volontariamente o meno.

Oggi, aprire le mie dita e lasciare quel filo, ha avuto un significato particolare: accettare che era giunto il momento di mettermi da parte e vedere i “miei” bambini prendere il volo come quei palloncini, allontanarsi ed andare via.

Quello che fa piangere una maestra, ogni volta che completa un ciclo, è avere la sensazione di non poter più proteggere i suoi bambini.

Ti fanno arrabbiare, urlare, disperare. A volte ti viene voglia di mollare tutto, di cambiare mestiere, pensi che avresti meritato di meglio e di più. Ma poi, quando vanno via, ti si chiude lo stomaco e ti fa male il cuore e ti chiedi perché ancora non ti abitui ad accettare che “arrivano, crescono, se ne vanno”.

Oggi ho versato tante di quelle lacrime che ho l’impressione che, anziché abituarmi, ogni volta va sempre peggio.

È che il “mestiere della maestra” non è un lavoro qualunque e solo chi E’ maestra può capirlo.

Non puoi affezionarti ad un pc, non puoi legarti ad una pratica in ufficio.

Non asciughi le lacrime ai pezzi di carta, non li vedi crescere, cambiare, attraversare crisi, trasformazioni, affrontare primi amori. Non vedi i loro occhi imploranti quando si trovano in difficoltà, non li tieni in braccio per misurargli la febbre o per cercare di colmare il vuoto che ha lasciato la mamma che è appena andata via.

Non hai la responsabilità di diventare un punto di riferimento, di instaurare relazioni positive e strutturanti.

Coi bambini è tutto diverso.  Devi insegnargli a fidarsi di te, devi riuscire a conquistarli, devi riuscire ad occupare un posto importante, seppure non invadente, nelle loro vite.

Devi controllare i tuoi umori, devi cercare di ricordarti che ogni gesto potrebbe avere un peso importante nella loro crescita.  È un lavoro che stanca, sfianca, sfinisce.

Ma è anche un lavoro che emoziona, che appassiona, che commuove e, spesso, gratifica.

Come oggi. Quando ho pianto per le parole stupende che mi hanno dedicato, quando ho pianto fra gli abbracci dei bambini e dei genitori, capaci di dimostrarmi, in ogni modo, un affetto e una stima che, forse, neanche sospettavo.

Tanto mi basta.

Grazie bimbi, ciao….

Caro amico ti scrivo….

“Caro amico…..”

Ho iniziato così centinaia di lettere, quando ero ragazzina.

Lettere.

Non è del tutto vero che solo adesso, grazie alla tecnologia e con l’avvento di internet, esistono gli amici “virtuali”, quelli che conosci senza mai averli visti, quelli che ti fanno compagnia in chat, o su Facebook pur non avendoli mai incontrati di persona.

Io, da ragazzina, avevo (almeno) due amici “di penna”. Un ragazzo di Palermo, Fabrizio, e Mary, una bella bruna riccioluta di Acireale.

Non ricordo come è iniziato il contatto col primo; con Mary ci siamo conosciute grazie ad una mia cugina che “sentiva – e aveva ragione- che saremmo andate d’accordo”.

Non li avevo mai visti e non li ho mai incontrati. Di Fabrizio non ricordo neanche il cognome, e con Mary ci siamo perse. Eppure li ricordo con nostalgia ed affetto.

Lettere.
Preziosi fogli di carta scelti con una tale cura che servivano interi pomeriggi in cartoleria per decidere quale delle confezioni di fogli con relative bustine sarebbe stata la più adeguata.

C’era quella da “amiche” e quella più adatta a scrivere ad un ragazzo; quella bianca decorata intorno o quella colorata con i disegni in trasparenza. Una per ogni occasione e per ogni situazione.

Se i miei stavano attenti alle mie spese, non lesinavano denaro quando si trattava di acquistare materiale per la scrittura: potevo sbizzarrirmi con carte di diverso colore, variamente decorate, con penne e matite.
Si faceva tutto perché io scrivessi.
Ed io mi divertivo da matti a raccontare di me, delle mie giornate dei miei problemi, dei miei sentimenti, delle mie emozioni a quegli amici sconosciuti, a quei volti solo immaginati almeno finché, dopo aver conquistato la fiducia necessaria, non ci si scambiava una (e non più di una) fotografia, scelta con cura meticolosa e con un pizzico di vanità.

Quando sono cresciuta un po’, poi, ho iniziato una delle corrispondenze più belle della mia vita.
Lo avevo incontrato per caso e per pochi minuti, il tempo di una bibita, di capire che sarebbe tornato nella sua città l’indomani e di segnare i rispettivi indirizzi sui tovaglioli di carta del bar.
Da quel momento è stata attesa, finché, un sabato mattina, papà mi ha consegnato quella busta bianca che io tenni per un tempo indefinito completamente inebetita fra le mani, quasi temessi, aprendola, di rovinare la magia di quel momento.

Quando ricevevo quelle lettere vivevo dei momenti bellissimi. Le guardavo chiuse per il tempo necessario perché potessi isolarmi dagli altri e in quei momenti potevo immaginare che cosa potevo trovare scritto. Quando aprivo la busta, vedevo tutte quelle parole sul foglio e i miei occhi ne coglievano solo alcune: per un momento anticipavo il contenuto della lettera, immaginando che fosse proprio quello che desideravo io.
Potevo tenere fra le mani quei fogli sapendo che prima di me li aveva toccati lui e su quelle pagine cercavo il suo profumo, qualcosa che mi dicesse più di quanto dicevano le sue parole.

La corrispondenza è durata tanti anni. Quelle lettere, sempre bellissime, delicate e mai inopportune, arrivavano puntuali, svelando dolcezza e delicatezza. Anche solo il ricordo ancora mi suscita emozione.

Sono passati 32 anni.
Lui ed io siamo rimasti amici. Ci vogliamo ancora bene e spero ce ne vorremo sempre.

Adesso che ogni forma di comunicazione passa attraverso internet, telefonini, WhatsApp, sms ed e-mail, quando penso ai nostri giovani che sono condannati a non provare certe emozioni, ma solo la paura di fronte ad una busta bianca, che di solito annuncia bollette da pagare o cartelle di Equitalia (mi si passi la caduta di poesia, ma così è), provo nostalgia e insieme dispiacere per certe suggestioni che loro non vivranno mai.

Mi dispiace che oltre alla conquista dell’immediatezza della comunicazione, non possano conoscere il piacere dell’attesa, del desiderio di rileggere le parole di persone care. Che perdano tempo ed fantasia davanti a due spunte blu.
Mi dispiace che abbiano perso il piacere di scrivere.