Non voglio raccontare…

Non è “sindrome da foglio bianco”: è proprio che non ce la faccio.
È qualcosa che affonda le radici in un dolore troppo profondo, in un rifiuto troppo tenace, che mi impedisce di raccontare.

O meglio, di scrivere.

Raccontare lo faccio. Con ironia, umorismo, sdrammatizzando come è mia abitudine quando tratto argomenti che altrimenti sarebbero per me troppo dolorosi.
Quando racconto, la gente ride; prima di comprendere gli aspetti più tragici, chi mi ascolta ride.
Non me la prendo affatto, perché sono io stessa a suscitare ilarità, altrimenti dovrei mostrare la mia debolezza, espormi alle critiche, ammettere la mia più grande sofferenza: non aver perdonato a me stessa il mio Errore più grande.

Se lo scrivessi, se scrivessi ogni singolo momento, ogni episodio, ogni violenza, ogni sopraffazione, ogni prepotenza e prevaricazione, se dovessi mettere sul foglio le umiliazioni, le mancanze di rispetto, la degradazione a cui sono stata costretta, mi troverei davanti agli occhi una verità troppo dura ancora da accettare: aver obbligato me stessa ad anni di sconforto, di offese, di devastazione e di traumi.

Perderei, rivivendo quel lungo periodo della mia vita, quello ho faticato a riconquistare: la stima e la fiducia in me stessa.

Può sembrare strano che io riesca a scrivere della perdita di persone che ho amato infinitamente, che riesca a descrivere una malattia che mi ha tolto tanto, e che non riesca a raccontare una “storia” ormai passata, archiviata, alla quale non penso più se non per il fatto che mi ha comunque cambiato la vita, costretto a scelte diverse rispetto a quelle che avrei voluto fare, e che, essendo stata così lunga, ritorna quando parlo di me e di quello che sono stata.

Capita spesso che, quando ritorna nei discorsi e nei racconti, mi dicano che dovrei metterla nero su bianco, per scopi “pedagogici”, per aiutare altre donne, per far capire che c’è un certo tipo di violenza che non sta solo negli schiaffi, nei pugni o in altro tipo di manifestazioni fisiche; che dovrei mettere in guardia su certi legami malati che portano a strane forme di mortificazione dell’essere che, anche quando ne vieni fuori, lasciano comunque dei segni che non vanno più via.

Io ci provo, ma non riesco. Non riesco a raccontare ogni singolo episodio, non riesco a raccontare di un certo tipo di follia che ha portato un uomo a trattarmi come un oggetto di sua proprietà e che ha portato me a permettere che questo accadesse.

Significherebbe ammettere di non essere stata in grado di amarmi quel poco necessario per impedire a qualcuno di togliermi la dignità, significherebbe ricordare che, più che chi mi ha fatto QUEL male, non riesco a perdonare me stessa per averglielo permesso.

Non per cattiveria, nè per egoismo, preferisco tenere per me certe esperienze, che forse susciterebbero più curiosità che vero interesse, e che, probabilmente, non potrebbero neanche essere utili a nessuno, come non sarebbero state utili a me, in certi momenti, perché ognuno deve crescere anche attraverso certi vissuti e deve trovare in sè la forza, il coraggio e l’occasione per dire “Basta!” e recuperare il riguardo verso se stessa che ogni donna deve avere.

Preferisco vivere la gioia di quello che la vita mi ha regalato e che riesco ad apprezzare ancora di più proprio perché so che cosa significhi essere stata all’inferno e aver avuto la fortuna di salvarsi.
Non taccio per paura o per rispetto di chi (con complicità inaspettate)  ha “mangiato sulla pelle mia”, perché meriterebbe la mia voglia di “annegarlo con un solo sputo”.

È solo che adesso sto bene. Sto meravigliosamente bene.
E non posso permettere neanche al ricordo del dolore di causarmi nemmeno un minimo senso di smarrimento.

Mi sono perfino alzata dalla riva del fiume. Neanche di certi cadaveri mi importa più……

 

 

 

 

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