Dolori e dolori

Ci sono persone e persone. Ci sono dolori e dolori. Ci sono amori ed amori. Spesso le persone che vivono grandi dolori imparano ad amare di più.
Di dolori ( e quando parlo di dolori, mi riferisco a dolori veri ) ne ho attraversati tanti e tanti ne ho superati.
Ognuno di essi ha lasciato una cicatrice e mi ha fatto prendere maggiore consapevolezza di me, delle mie possibilità, ha fatto sì che io crescessi, migliorassi, o, almeno, mi conoscessi meglio. Ho perso tanto e ho guadagnato altrettanto. Ho sicuramente conosciuto tutte le emozioni possibili, in tutte le intensità immaginabili. Non sono una eroina, ma sicuramente sono una che ha imparato a combattere e a non arrendersi tanto facilmente. Non lo farò neanche adesso, né contro chi pensa, opera e agisce con cattiveria (gente che non mi provoca neanche rabbia, ma solo pena: deve esser triste davvero non avere percezione e conoscenza del BENE), né contro certe angosce in cui mi trovo immersa, mio malgrado. Lotterò con amore: l’unica “arma” contro cui non ci sono scudi, difese, resistenze. Ma soprattutto lotterò per amore. Perché ho imparato ad amare certe persone più di quanto ami me stessa e per loro sono capace di affrontare qualsiasi battaglia.
E nessuno, dico NESSUNO, su questa terra potrà impedirmi di proteggere chi amo, per nessuno motivo al mondo.
“Stringo i pugni e rido ancora, che la vita è questa sola…..
Sai che ogni notte io faccio una preghiera a Dio….con la certezza che ci sia una realtà che va al di là di questa comprensione mia…”

Punto e a capo.

Alcune persone, tante in verità, hanno difficoltà ad accettare che il mondo non giri tutto e sempre intorno a loro. Vivono nella convinzione che qualsiasi cosa sia diretta conseguenza di reazioni nei loro confronti, nella certezza che continuino ad occupare pezzi di vita degli altri, insieme a pensieri, parole, opere e perfino omissioni.

 

Alcune persone non riescono ad accettare che la loro presenza nella vita degli altri, lungi dall’essere fondamentale o desiderata, è marginale e tollerata per forza di cose.

 

Alcune persone, sempre troppe, adottano presunti sentimenti di rabbia o vendetta nei loro confronti, per giustificare malefatte e apparire vittime di ingiustizie.
Chi non ha incontrato almeno un tipo di questi nella propria vita? Ne ho sentite, lette, e conosciute troppe per sostenere che questa disgrazia sia esclusiva mia o della mia famiglia.

 

A chi da tanto, TROPPO tempo ormai, imputa ogni nostra azione a rabbia e vendetta, a poca serenità o addirittura ad infelicitá, e perfino con un eccessivo narcisismo ed egocentrismo a rimpianti o a mancanze mai superate, vorrei dare un po’ di rassicurazioni, nella speranza che non sia più necessario tornare sulla questione.

 

Nella nostra casa regna la pace e la serenità. La nostra felicità se e quando è rovinata, lo è per problemi molto più seri che, a meno che non soffrano di reali problemi mentali, non dipendono nè da loro, nè da altro essere che vive e si muove su questa terra. Casomai, loro e chi come loro trova soddisfazione nell’essere nocivo agli altri, ci affligge con qualche preoccupazione che siamo abbastanza forti (per altro sempre insieme) da superare.

 

La vendetta non fa parte del nostro modo di essere e di pensare. Se proprio non siamo capaci di perdonare (facoltà che in certi casi può arrivare solo grazie all’aiuto di Dio a cui, per altro, la chiediamo continuamente), preferiamo rimanere indifferenti. L’odio non fa per noi, perché consuma dentro e toglie energie che preferiamo spendere positivamente l’uno per l’altro.

Conosciamo l’amore e il rispetto e difficilmente concludiamo le nostre giornate lontani col corpo e soprattutto col cuore. Il male, per definizione, fa MALE, sia quello presente, sia quello passato, ma è stato superato da un bene che supera di gran lunga la voglia di rimanere aggrappati a zavorre che ormai sono solo fardelli inutili.
A chi ha questa visione distorta della propria condizione, ma soprattutto della vita degli altri, vorrei ricordare che, come ha scritto simpaticamente qualcuno prima di me, esistono i PUNTI E BASTA e I PUNTI E A CAPO.

Non avendo certezza che tutto quel che ho scritto finora possa essere compreso e recepito, affido proprio al grande Rodari il compito di essere più chiaro di me. Questa si legge ai bambini: se la capiscono loro….

Con tutto il cuore a chi si crede un PUNTO E BASTA ed invece è solo un PUNTO E A CAPO.

 

Vorrei tornare bambina

Oggi avrei tanta voglia di ritornare bambina.

Di ritornare in quel tempo in cui bastava stare con mamma e papà per non avere più paura di nulla, per pensare che niente di brutto potesse accadere.

Quando ero bambina, la maestra ci diceva spesso (chissà perché spaventarci in quel modo, poi!) che avremmo potuto addormentarci e morire durante il sonno, senza svegliarci mai più.
A me bastava correre nel lettone fra mamma e papà e scompariva persino la paura della morte, il sonno era tranquillo e sereno. Un po’ meno per i miei, suppongo, che non trovavano la ragione per cui fino alla quinta elementare li abbia infastiditi togliendogli sano riposo ed intimità.

Vorrei ritornare a quando ero bambina, quando lo zabaione che mio padre voleva rifilarmi ogni mattina era una tortura quasi quanto essere costretta a mangiare la pasta a pranzo o a mandar giù le disgustose fialette ricostituenti che, dicevano, mi avrebbero aiutata a crescere.

Vorrei tornare a quando, nonostante un fisico segaligno e pelle diafana, avevo l’energia e la fantasia per vivere ogni giorno un’avventura diversa sebbene fossi sempre nello stesso luogo, con le stesse persone e con le stesse cose intorno.

Vorrei di nuovo vedere l’orto davanti casa trasformarsi a volte in un bosco magico popolato di gnomi barbuti con lunghi cappelli a punta , altre in una giungla che dovevo attraversare con prudenza, nascondendomi dietro ai tronchi degli alberi per evitare gli attacchi di animali feroci.

Vorrei sentirmi ancora una fatina che svolazzava leggera da un albero all’altro, con in mano un ramoscello che nella mia immaginazione era una potentissima bacchetta magica in grado di trasformare ogni cosa.

Vorrei tornare a quando la macchina del mio papà si tramutava in una splendida carrozza, la mia camera in una reggia o in una torre in cui stavo prigioniera in attesa che il principe azzurro arrivasse a salvarmi.

Vorrei a tornare a quando l’esistenza era colorata di tante meravigliose sfumature, quando non esistevano giorni bui e tristi, quando il futuro era qualcosa che avrebbe permesso di realizzare sogni e aspirazioni.
Quando la vita era alleata e complice e non mi presentava una normalità rovesciata, beffandosi di me con cachinno derisorio.

A quando ancora non conoscevo il sapore amaro della sconfitta, il gusto acido della paura, il dolore della delusione.

I troppi sogni che ho dovuto dimenticare in un cassetto all’occasione vengon fuori a ricordarmi quello che mi è stato tolto da questa vita ciclotimica, che un giorno mi illude di poter riconquistare serenità e pace e il giorno dopo mi spinge giù, in un vortice di angoscia e apprensione. Che mi fa credere di essere io più forte di tutto per poi guardarmi sprofondare inerme.

Sola. Perché “Un dolore lo senti davvero solo quando è nelle tue carni” .

E se due braccia forti in cui rifugiarmi ce le ho anche adesso, io oggi vorrei ritornare bambina, quando bastava tuffarsi nel lettone di mamma e papà per non aver più paura di niente.

Fatevene una ragione

Fatevene una ragione.
Io sono quello che sono e sono fiera di esserlo.

I miei difetti sono sorprese solo per voi. Io li conosco tutti e bene. Non è necessario che me li ricordiate: ci convivo da troppo. Ma non provate ad attribuirmene di diversi, ve li rimando indietro con gli interessi.

Potete provare ad ingannarmi, a bisbigliare, a fingere, ma difficilmente mi si raggira.
I gesti, i movimenti, gli occhi mi dicono molto di più di quanto possiate pensare.
So che cosa aspettarmi quando giro le spalle: le pugnalate non giungono inattese.

Schietta, sincera, mi ribello alla falsità e alle ingiustizie.

Se credo in un’idea vado fino in fondo e se so di aver ragione metto il mondo sottosopra.
Dei giudizi di chi si crede superiore, me ne faccio un baffo: prima o poi ci penserà la vita a ridimensionare chi deve occupare il suo piccolo posto nel mondo.

Se vi sto antipatica, evitatemi pure: spesso la cosa è reciproca. Vivrete meglio voi e non dovrò fare nemmeno io la fatica di sopportavi.
Abbiate, però, il coraggio dei vostri pensieri e delle vostre azioni. Non ho problemi a discutere e a dire ciò che penso.

Non sapete il godimento che mi offrite quando vedo sui vostri volti quegli sguardi misti ad invidia e risentimento: se davvero non mi sopportate, evitate di girarmi intorno e darmi certe soddisfazioni.

Non è cattiveria, capite bene. È che la guancia che ho offerto dopo che mi avete colpito la prima era l’ultima che avevo.
Non ho più mantelli e tuniche da farmi rubare, ma solo una gastrite nervosa per i bocconi amari che ho dovuto inghiottire.

Non vi odio, tranquilli. Ci vorrebbero troppe energie: mi basta dirvi quel che penso e andare oltre.
Oltre la grettezza, la aridità, la stupidità, la limitatezza, la meschinità in cui vi muovete ignari.

Vi lascio lì, nell’illusione di sapere anche quel che non conoscete, nella presunzione di conoscere anche quello che ignorate.

Parafrasando una nota canzone
“mandarvi a quel paese è un piacere tutto mio,
Prima di genuflettermi nell’ora dell’addio….”

 

Antipatica empatia

Esistono, secondo diversi psicologi piuttosto famosi, diversi tipi di intelligenza.
All’incirca da sette a nove.
Ognuna di esse è deputata ad un ambito della nostra vita e ha determinate funzioni e una certa utilità. Non tutte sono sviluppate in un soggetto in maniera equilibrata: in alcune persone prevale una piuttosto che l’altra e questo contribuisce certamente a formare un certo tipo di personalità.

 
Non mi va di elencarle tutte, perché non ho certamente intenti accademici.
Ma voglio riferirmi all’intelligenza interpersonale, quella che permette di comprendere i sentimenti, le motivazioni, gli stati d’animo, le emozioni “degli altri”, di quelli che sono “altro da noi”.

 
In certi casi questa capacità viene definita “empatia”, ossia la capacità di “entrare nell’altro”, di sentire dentro, di mettersi nei panni e al posto dell’altro.
Come per il resto delle intelligenze, anche questa capacità non è sviluppata allo stesso modo in ciascuno di noi: alcuni ne sono dotati direi quasi in sovrabbondanza, altri ne posseggono un briciolo appena.

 
Per quanto mi dispiaccia, io sono carente, per esempio, di intelligenza logico-matematica, non brillo per intelligenza spaziale, e anche l’intelligenza naturalistica non è fra i miei pregi.
Purtroppo, e se dico purtroppo ho i miei buoni motivi, la natura mi ha dotato di una eccellente intelligenza intrapersonale e soprattutto interpersonale.
Per me l’empatia non è un…accessorio, ma la parte fondamentale del mio carattere.

 
Per questo, io non mi godo solo i miei problemi, ma mi faccio carico anche di quelli altrui, che diventano miei a tutti gli effetti.
Per lo stesso motivo, riesco a cogliere i tratti fondamentali del carattere di chi mi circonda.
Se pensate che questo mi preservi da eventuali fregature, perché riesco a capire se uno stronzo è stronzo prima di chi non è dotato di questa capacità, vi sbagliate di grosso. Perché una controindicazione (forse la prima) dell’essere particolarmente empatici, è che, entrando dentro l’altro e mettendosi al suo posto, si finisce con il fornire a chi si ha di fronte tutte giustificazioni e gli alibi che egli stesso si darebbe. E mentre trovi attenuanti e giustificazioni, lo stronzo in questione “te la pone che te la pone” e la fregatura è sempre lì, presente come per nessun altro.

 
Questo non capita se, privo di questa capacità, ma magari più portato alla praticità, vedi lo stronzo, intuisci (perché chi non ha questa forma di intelligenza va ad intuito o al massimo a fortuna) che trattasi di stronzo e giri le spalle e te ne vai, senza preoccuparti di quel che pensa, che prova, e altre fandonie del genere.

 
In buona sostanza, quello che dovrebbe essere un pregio, diventa invece per me una condanna. Carica delle angosce altrui, comprensiva nei confronti di chiunque, disponibile a capire il mondo intero, posso essere utile agli altri, posso essere comoda, ma non mi rendo certo la vita più semplice.

 
La tragedia delle tragedie la vivo, poi, quando mi trovo di fronte a persone che hanno l’empatia di un orso….o di uno scorpione. Sto lì a provare a far comprendere cose a persone su cui i sentimenti degli altri rimbalzano come su muri di gomma, persone per cui esiste solo il bianco o il nero, per cui una cosa è sana o rotta… In questi casi si impossessa di me un’altra delle sfaccettature del mio pessimo carattere: la rabbia. Che raramente rivolgo verso gli altri (poverini, poi starebbero male) ma che destino a me stessa, dandomi ripetutamente dell’idiota per aver provato, come sempre, a tirar fuori il sangue da una rapa.

 
A volte mi dispiaccio un po’ per queste persone poco “emotive”, perché credo che, restringendo il tutto a semplici opposti, si perdono una serie di sfumature che sono, forse, la parte più interessante della vita, delle persone, del mondo intero.
E li compatisco (cum- pati= soffrire insieme).

 
Ci terrei però a specificare, per chiunque mi conosca e non mi apprezzi, o per chi possa, dopo queste dichiarazioni, credere di trovare da queste parti sempre una porta aperta, che ho detto di essere EMPATICA.
Non SIMPATICA.
E non è una differenza da poco….lascio a voi la libertà di scoprirla oppure no…

Facciamo un patto…

Facciamo un patto: incontriamoci a metà strada, proviamo a diventare amiche, io e te. Io comincio ad apprezzarti di più e tu smetti di elargire smacchi e umiliazioni, affronti e torti. Io la smetto di lanciarti improperi, imprecazioni e offese e tu smetti di essere canaglia, farabutta, spietata, carogna e bastarda.

Ok, non sono innocente, te ne ho fatte anch’io. Ma le tue vendette sono state un po’eccessive, le tue ritorsioni eccessivamente severe, le tue ripicche rigide ed inclementi.

Io sono disposta ad accettarti così come sei, ma tu, tu ogni tanto rispetta i miei sogni, i miei desideri, le mie speranze. Non dico che devi essere sempre come voglio io, ma abbi almeno un po’ di riguardo, di considerazione, di attenzione.

Lo so, che ti credi, che sai anche essere peggiore di così, che puoi essere malvagia, crudele, infame e che, tutto sommato, mi hai pure risparmiato i tuoi lati peggiori; ma quante volte sei stata ingiusta e scorretta?

E magari ti offendi pure che io te lo urli così, senza il rispetto e la referenza a cui sei abituata e che ritieni ti siano dovuti. Ma io devo chiarire con te, per ricominciare. Non che non ci abbia già provato, lo sai, ma tu sei così testarda e ostinata che ce ne vuole per convincerti a fare un passo indietro e a mostrare la tenerezza che, ne sono convinta, conosci bene.

Perché ti ho vista, a volte, essere generosa, ti ho vista avere pietà, ti ho vista cercare di soddisfare desideri e bisogni, ti ho vista essere gentile e carina. Magari (spesso) con chi, a parer mio, lo meritava meno secondo una tua incomprensibile idea di giustizia; ma so che sei capace di grandi cose se vuoi.

Per questo, cara vita mia, io continuo a credere in te, ad amarti senza condizioni, continuo a dispetto degli oltraggi a ricordarmi dei tuoi favori.

Facciamo un patto, vita mia: io da adesso mi godo il viaggio, senza fissarmi troppo sulle mete e tu mi frapponi meno ostacoli. Io faccio del mio meglio per essere serena e tu, oltre ai ceffoni, cominci a regalarmi qualche carezza. Io non giudico tutto quello che fai e tu, dal canto tuo, ti impegni ad essere più corretta e giusta.

Ok?

Qua la mano, vita!

Ma non fare scherzi, eh….

Lontano da me

Lontano da me i falsi, ipocriti, impostori, menzogneri.

Lontano da me gli arroganti, presuntuosi, saccenti, petulanti autocentrati .

Lontano da me i mediocri, i gretti, i meschini.
Gli egocentrici, gli individualisti, i prepotenti.

Lontano da me gli inaffidabili, i maligni, i malvagi.
Gli insolenti, arroganti, villani.

“Per tutta la vita siamo messi di fronte a decisioni angosciose, a scelte morali, alcune di esse importantissime, la maggior parte meno importanti. E noi siamo determinati dalle scelte che abbiamo fatto: siamo, in effetti, la somma totale delle nostre scelte”.

Io scelgo di star bene, scelgo di selezionare le persone con cui condividere la mia vita e il mio tempo, mi concedo di preferire e scartare.
Scelgo di avere rispetto e riguardo per me stessa, di regalarmi sane attenzioni allontanando il male e chi lo rappresenta.

La vita può essere una “viscida palude” nella quale affondare senza salvezza o un oceano su cui navigare liberi, verso spazi infiniti, superando i limiti.
Io scelgo di navigare insieme a chi ha con sé bagagli di positività, originalità, rispetto, moralità, correttezza e lealtà.

Per non affondare, gli altri li abbandono sulla riva.

Con un saluto, per educazione.

 

Una….no! Mille lacrime sul viso…

Mio padre mi ha insegnato che non bisogna mai piangere davanti agli altri.
Non è che me lo ha proprio insegnato, diciamo che mi ha trasmesso questa regola con atteggiamenti, sguardi, esempi.
Quando penso a questa tacita direttiva, mi viene in mente subito la parola “dignità “. Secondo il mio rigido genitore, esporre le proprie debolezze era sinonimo di vergogna e volgarità. Io, che ho sempre accettato qualsiasi principio sostenuto da mio padre come un dogma, ho ereditato da lui la stessa convinzione.

Non che non piangessi, anche perché sono sempre stata una persona molto emotiva, a volte troppo sensibile, ma ho sempre fatto il possibile e perfino l’impossibile per trattenere le lacrime finché non mi trovassi da sola per sfogare rabbia, tristezza, frustrazione e qualsiasi altra emozione mi avesse portata al pianto. Mi facevo venire il mal di gola, con questi groppi che cercavo di respingere disperatamente, in attesa della sospirata liberazione. Deglutivo smodatamente per ricacciare giù le lacrime, stringevo i pugni fino a far diventare violacee le nocche e a ficcare le unghie sul palmo della mano, ma no! Non dovevo cacciare fuori una lacrima che fosse una.
Di contro, mia madre ha sempre avuto la lacrima facile e con lei (sembra strano ma è così) mio fratello maggiore. Il che per me è sempre stato un fatto da raccapriccio, e non raramente li ho ripresi anche in maniera dura.

Da quando i miei ormoni hanno dato le dimissioni in blocco, da quando ho “cessato le attività cicliche”, da quando non posseggo più gli attributi femminili e sono entrata in quella fase tipica della maturità, insomma, per farla breve, da quando sono in menopausa,però, ho perso ogni controllo, ho aperto i rubinetti, sono una fontana, un fiume in piena, un torrente di lacrime, e piango.
Piango per tutti, davanti a chiunque e per qualsiasi motivo. Il che per me, in base a quello che mi è stato insegnato, è causa di grande vergogna ed è paragonabile ad una mezza tragedia: ho perso ogni pudore e…la dignità!

Quando avverto che sta arrivando il magone, io provo a respingere il groppo alla gola, a deglutire con insistenza, a stringere i pugni fino a far diventare violacee le nocche e a ficcare le unghie nel palmo della mano, ma no! Piango irrefrenabilmente e senza ritegno.

Non è necessario che accada qualcosa di “speciale”! Io piango per tutto: per gioia e commozione, piango presa dalla tristezza, piango per la rabbia.

Piango ovunque: in chiesa, a casa, a scuola, per strada, davanti alla TV, mentre leggo un libro o sfogliando una rivista.

Piango quando sento notizie come quella recente dell’ennesima strage a Berlino, quando vedo i video coi bambini di Aleppo, quando descrivono la violenza dell’ISIS; piango se guardo un film, piango quando vedo una scena d’amore, quando vedo gente felice.

Io piango e basta.

Mi sono preoccupata oltremodo quando, qualche giorno fa, ho pianto guardando una puntata di “Uomini e donne”. Due uomini si sono innamorati, si sono scelti, con delicatezza, con dolcezza e garbo ed io….ho pianto. Senza contenermi. Senza ritegno, senza freno, senza limitazione. Senza controllo o contegno.
Mi sono sentita molto cretina. Cioè, sono contenta di non essere tanto arida da non provare emozioni, di riuscire a sentire tenerezza e coinvolgimento di fronte ai sentimenti altrui. Ma piangere di fronte ad “Uomini e donne” , al di là del fatto che si tratti di coppie eterno o gay, non è che sia proprio edificante, suvvia!

Adesso temo fortemente l’arrivo di “C’è posta per te”, semmai dovessi trascorrere a casa i freddi sabato sera invernali e se non ci fossero alternative. Mi attrezzerò, nell’eventualità, con fazzoletti e trucchi waterproff (per questi ultimi devo provvedere in ogni caso, viste le ultime performance piagnone, almeno non vado in giro con gli occhi da panda).

Ma, in verità, più che le mie lacrime anche fuori luogo, temo ancor di più chi ha talmente così poco sense of humor, così poca predisposizione verso gli altri, così tanta alterigia, così tanta voglia di giudicare, da storcere il naso e fare facce disgustate, quando, per riderci su (non posso certo piangere sempre e l’autoironia è sempre stata la mia ancora di salvezza) racconto il mio “pianto trash” per la De Filippi nazionale e, afferrando solo parte della conversazione, va via schifata dall’alto della sua presunzione (quella di saper tutto e conoscere situazioni ed eventi) portandosi appresso la sua sprezzante arroganza.

Allora più che per i miei pianti, le mie mille lacrime, seppure immotivate, mi preoccupo perché capisco che c’è chi sta molto peggio di me. Ma proprio molto peggio di me.

E non per me, ma per loro….mi viene proprio da piangere.

Venerdì 18 novembre

 

“Qualcuno le ha detto che la crisi altro non è che il passaggio da uno stato ad un altro.
Ora lei si sente incastrata in questo passaggio senza riuscire a passare allo stato successivo.

Si sente come se avesse addosso un abito scomodo, fastidioso, e, nonostante cerchi con tutte le sue forze di strapparselo di dosso, non riesce nella sua impresa.
Se dovesse dare un nome a questa strana condizione (solitudine, incomprensione, insofferenza) non saprebbe farlo.

La parola che le martella in testa, che corre e ricorre dentro di sé è una: “prigione”.
Si sente prigioniera pur non sapendo bene di chi. O di che cosa.

Di se stessa? Forse.
Di certe situazioni? Probabile.
Di luoghi? Possibile.

Ha un’unica, solida certezza: non riesce a tirarsene fuori e sa che, qualsiasi cosa possa fare, non riuscirebbe a liberarsi.

A volte sente un senso di soffocamento che impedisce a qualcosa (ma che cosa?) di venir fuori da lei.

Lacrime, dolore, rabbia, frustrazione, sofferenza : tutto è dentro di lei ma non viene fuori.

Non si riconosce e non si accetta, perché è un’altra lei.

Lei è quella che ce la fa, che affronta tutto di petto, è quella delle soluzioni non quella dei problemi.

Ed io la guardo e basta. Senza aiutarla, senza fornirle una spiegazione, un sistema.
La guardo e attendo che trovi da sé la strada che non può indicarle nessuno. La strada verso la ripresa, verso il rinnovamento, verso quella vita che la sta aspettando e che la accoglierà ancora. Rifiorita, rigenerata, rinvigorita.

Come una donna. Come ogni donna sa fare.”

Lei ero io. Circa 5 anni fa.
Venerdì 18 novembre del 2011, alle 19.30 circa sono uscita da una sala operatoria arrabbiata e in lacrime. Non sentivo più la mia gamba destra. Lei, la mia scomoda compagna di viaggio mi aveva tolto anche quella.
Per due anni mi hanno sostenuto l’affetto dei miei cari, pochi amici e loro, le mie due stampelle, e mi ha accompagnato una impietosa sentenza: “Sarà così per tutta la tua vita”.
Nello sforzo di accettarla, ho sofferto, pianto, patito. Sono stata vittima delle mie difficoltà, della rabbia, dell’invidia per chi non immaginava neanche che cosa significasse dover accettare una realtà simile. Sono stata vittima della tristezza, dello scoraggiamento, della depressione.
Ma poi è tornata la voglia di farcela, ho trovato “la strada” e ho iniziato a percorrerla con le mie gambe.

Una più debole, insicura, fragile, intorpidita, che mi nega un po’ di cose, ma che non mi toglie la possibilità di dire: “Ce l’ho fatta. Sono rifiorita, rinata, rinvigorita” .
Perché io, io sono quella delle soluzioni, non dei problemi!

Venerdì 18 novembre