Venerdì 18 novembre

 

“Qualcuno le ha detto che la crisi altro non è che il passaggio da uno stato ad un altro.
Ora lei si sente incastrata in questo passaggio senza riuscire a passare allo stato successivo.

Si sente come se avesse addosso un abito scomodo, fastidioso, e, nonostante cerchi con tutte le sue forze di strapparselo di dosso, non riesce nella sua impresa.
Se dovesse dare un nome a questa strana condizione (solitudine, incomprensione, insofferenza) non saprebbe farlo.

La parola che le martella in testa, che corre e ricorre dentro di sé è una: “prigione”.
Si sente prigioniera pur non sapendo bene di chi. O di che cosa.

Di se stessa? Forse.
Di certe situazioni? Probabile.
Di luoghi? Possibile.

Ha un’unica, solida certezza: non riesce a tirarsene fuori e sa che, qualsiasi cosa possa fare, non riuscirebbe a liberarsi.

A volte sente un senso di soffocamento che impedisce a qualcosa (ma che cosa?) di venir fuori da lei.

Lacrime, dolore, rabbia, frustrazione, sofferenza : tutto è dentro di lei ma non viene fuori.

Non si riconosce e non si accetta, perché è un’altra lei.

Lei è quella che ce la fa, che affronta tutto di petto, è quella delle soluzioni non quella dei problemi.

Ed io la guardo e basta. Senza aiutarla, senza fornirle una spiegazione, un sistema.
La guardo e attendo che trovi da sé la strada che non può indicarle nessuno. La strada verso la ripresa, verso il rinnovamento, verso quella vita che la sta aspettando e che la accoglierà ancora. Rifiorita, rigenerata, rinvigorita.

Come una donna. Come ogni donna sa fare.”

Lei ero io. Circa 5 anni fa.
Venerdì 18 novembre del 2011, alle 19.30 circa sono uscita da una sala operatoria arrabbiata e in lacrime. Non sentivo più la mia gamba destra. Lei, la mia scomoda compagna di viaggio mi aveva tolto anche quella.
Per due anni mi hanno sostenuto l’affetto dei miei cari, pochi amici e loro, le mie due stampelle, e mi ha accompagnato una impietosa sentenza: “Sarà così per tutta la tua vita”.
Nello sforzo di accettarla, ho sofferto, pianto, patito. Sono stata vittima delle mie difficoltà, della rabbia, dell’invidia per chi non immaginava neanche che cosa significasse dover accettare una realtà simile. Sono stata vittima della tristezza, dello scoraggiamento, della depressione.
Ma poi è tornata la voglia di farcela, ho trovato “la strada” e ho iniziato a percorrerla con le mie gambe.

Una più debole, insicura, fragile, intorpidita, che mi nega un po’ di cose, ma che non mi toglie la possibilità di dire: “Ce l’ho fatta. Sono rifiorita, rinata, rinvigorita” .
Perché io, io sono quella delle soluzioni, non dei problemi!

Venerdì 18 novembre

“Dagli amici mi guardi Dio….

….che dai nemici mi guardo io”

Quando qualcuno mi fa del male, ho l’abitudine ormai consolidata di prendermela con me stessa. Perché mi rendo conto che sono io che glielo permetto.

 

Ormai ho imparato a riconoscere il bene dal male, eppure mi ostino a non dar retta a quell’istinto primordiale che pure prova a mettermi in allarme.
Io non lo ascolto : ci casco la prima, la seconda volta, e poi ancora, finché, troppo dolente e sconfitta, apro gli occhi e, con la violenza di una epifania, la realtà mi appare per quella che è.
Sono stata usata, sfruttata, prosciugata da una persona, un’altra persona che, dopo aver succhiato linfa vitale, dopo aver preso senza dare, dopo avermi rubato tempo, serenità, forza, positività, una volta ottenuto quello che aveva desiderato, mi lascia vuota, priva di vitalità, di quella energia che solitamente ho avuto dentro anche nei momenti peggiori della mia vita.
“Sei tu che glielo hai permesso!” mi dico, mi urlo contro. “Sei tu che hai assecondato, che hai dato spazio, che ti sei immolata, che hai scoperto il fianco a quest’altro attacco”.
Sì, è vero, sono stata io; sciocca il doppio perché infondo io sapevo con chi avevo a che fare.
Ma la disponibilità verso il prossimo, la capacità empatica, l’attitudine a condividere, a provare compassione, a tendere la mano, a mettersi a disposizione, ad aiutare è come il colore degli occhi: ce l’hai e non lo puoi cambiare.
A volte mi trovo a discutere con chi sostiene che , se vedesse il suo nemico in difficoltà, passerebbe oltre con indifferenza. Io non sono una Santa e ho una buona dose di egoismo, ma ho sperimentato che non sarei capace.
Non sono mai stata capace di dire un “No”, non sono stata capace di girare le spalle, eppure ne ho vista di gente andar via di schiena, senza la decenza di uno sguardo, di un saluto, di un “grazie”.
La stessa gente che mi chiamava “amica”, la stessa gente che si profondeva in manifestazioni di affetto.

 

“Con amici così, non ho bisogno di nemici”…..

Dagli amici mi guardi Dio....

Il sole oltre la notte

Appena sveglia, ancora assonnata e spettinata, appoggiata allo stipite della porta della cucina con in mano la mia tazza del caffè, lo guardo mentre, seduto sul divano del soggiorno, sorseggiando il suo cappuccino, gioca con il cane, che aspetta speranzoso qualcosa da mangiare. Lo guardo, ed è così sereno, illuminato dal tiepido sole ormai autunnale che entra dall’ampia vetrata.

Istintivamente sorrido. Mi sento felice, gioiosa, beatamente appagata e tranquilla.

Sarebbe facile se la mente funzionasse a compartimenti stagni. Basterebbe chiudere i pensieri negativi, le angosce, le ansie, i dolori in una parte del cervello e tirarli fuori solo quando necessario, così da godersi il più possibile gli attimi di felicità senza che questi siano contaminati da pensieri negativi.

Forse si potrebbe impazzire per troppa felicità, e per questo esistono i piccoli e grandi dolori, quelle angosce che disturbano la vita. Tanto è vero che non esiste nessuno senza problemi, che in assenza di grandi dolori ognuno si crea affanni e preoccupazioni che potrebbero davvero sembrare fole a chi i problemi, quelli veri, li conosce bene.

Ogni essere umano aspira alla felicità, alla tranquillità, alla serenità, ma, e non credo che sia semplicemente una consolazione per una persona che il dolore lo ha conosciuto così bene da portarselo cucito addosso come una seconda pelle, anche gli eventi negativi sono utili nella vita.

I problemi di salute ti insegnano ad apprezzare davvero i momenti di benessere, ti insegnano a dare il giusto peso e la giusta importanza a tutte le altre vicende poco gradevoli, ti insegnano a godere di quello che hai con la consapevolezza che potresti avere decisamente di meno.

Gli altri dolori, le delusioni, le relazioni sofferte, le fratture con affetti consolidati, la frustrazione per le esperienze negative ti insegnano a riconoscere i pericoli, a proteggerti, a stringerti forte a te per non permettere a nessuno, nemmeno a te stessa, di farti rivivere situazioni sgradevoli e critiche.

Senza che sia necessario chiudersi ad ogni possibilità di relazioni affettuose, sincere, schiette, appaganti. Perché, proprio grazie a quel dolore cocente, a quelle ferite dolenti, a quelle cicatrici, a quelle debolezze, si impara ad individuare e distinguere il rischio, la minaccia, l’eventualità di ulteriori tribolazioni. E ad evitarli.

Mi porto appresso fantasmi del passato, mi porto sensi di colpa nei confronti di me stessa, mi porto sulla pelle e dentro il corpo le conseguenze di un male che ancora non mi abbandona. Ma non voglio negarmi la gioia di questi momenti in cui penso di avere tutto ciò di cui ho bisogno, tutto ciò che ho desiderato e che ho potuto avere. Un meraviglioso uomo che sorride sorseggiando il cappuccino, che mi guarda felice anche se sono assonnata e spettinata, un cane dolcissimo e giocherellone, e una fantastica luce autunnale che entra nella nostra casa a ricordarci che c’è sempre il sole oltre la notte.

sole

Donne di tendenza

Ma sì, forse un po’ diversa dalla maggior parte delle donne lo sono davvero. Ma non è nè merito né colpa mia.

Se mi guardo intorno, non ovunque per fortuna, mi arrivano immagini di donna nelle quali non mi riconosco, o almeno non mi riconosco più. Parlo delle donne di tendenza, di quelle che sono diventate sempre più la brutta copia di pessimi uomini in gonnella.

Non credo che questo sia dovuto all’emancipazione conquistata dopo anni di lotte femministe, quanto, piuttosto, a diverse interazioni familiari, interpersonali, sociali e fra i due sessi, se è vero che ad un cambiamento dell’atteggiamento femminile corrisponde un’altrettanta preoccupante trasformazione della condotta maschile. E soprattutto a me pare che tutto sia riconducibile ad un anticonformismo tanto ricercato quanto falso.

Le donne di tendenza sembra vivano esclusivamente per “fare aperitivi”, per mostrarsi abbronzate e trendy, per andare per locali, per mostrare taglie di reggiseno sempre più abnormi che contengono spesso tette rigorosamente rifatte; per mostrarsi soddisfatte e sorridenti in ogni luogo e per qualsiasi cosa. Se hanno un compagno è certo il migliore del mondo e i figli, laddove ci sono, piccoli geni. Per non parlare della carriera, dove essere sottoposte a qualcuno sembra diventata la peggiore delle iatture. Nella maggior parte dei casi gli argomenti ricorrenti delle loro conversazioni sono i locali alla moda, i vestiti griffati o le unghie piene di disegnini o brillantini, meglio ancora se griffate anche quelle.

Alla fine, illuse di seguire i propri desideri, di affermarsi e di eccellere uscendo dalla massa, a me pare si adeguino a dei taciti dictat che la società impone loro.

Gli uomini, messi di fronte a siffatte femmine, sembrano essere deprivati del ruolo che faticosamente si erano conquistati e rimangono relegati, senza tanti sforzi e quasi crogiolandosi beati, nel ruolo che avevano dato loro madri protettive e super accudenti, se non fosse per l’ansia che hanno di dover soddisfare proprio in “quei momenti lì” donne che possono diventare sempre più esigenti.

Sarà perché molti eventi della mia vita mi hanno tolto delle possibilità e perché altri mi hanno portata a dare importanza a cose diverse, ma per me quel che conta è altro.

Io non sopporto la sciatteria e ho la vanità necessaria per provare a rendermi gradevole agli occhi degli altri.

Ma alle serate trascorse a parlare di Hogan e Luis Vitton, preferisco quelle con poche persone ma buone, con cui poter parlare di tutto lasciandosi anche andare a sane risate che sgorgano dal cuore solo per l’allegria che dà il piacere di stare con persone che stimi e a cui vuoi bene.

Questa consapevolezza lungi dal farmi star bene, alla fine mi fa sentire una extraterrestre, perché anche per me come per il mondo intero il consenso di chi mi circonda diventa la prova del mio esser “sana”.

Ho, però, le prove di non essere “l’unica” e questo è così consolante da non farmi sentire la benché minima necessità di un cambiamento.

Io più che di tendenza, sono padrona di una vita tendente al banale. Ma meravigliosamente vera e soprattutto L I B E R A!

tendenza

Mettiti davanti allo specchio e sorridi

“Mettiti davanti allo specchio e sorriditi-dicono- e la giornata andrà meglio.”

Davanti allo specchio, ho guardato i miei occhi. E ho visto.

Ho visto una bambina dai capelli rossi, nata “nell’Africa d’Italia”, giocare sotto un albero a far torte di fango, impiastricciando terra e sogni. L’ho vista correre, sbucciarsi un ginocchio e rifugiarsi nel posto più sicuro che ci fosse al mondo: le braccia di suo padre.

L’ho vista cambiare assieme ai suoi capelli diventati più scuri, crescere piano piano nella sicurezza di un mondo che non esiste più. L’ho vista mentre ascoltava le storie dell’anziano contadino,quando, seduti insieme su sedie intrecciate a mano, prendevano a morsi rossi pomodori appena raccolti accompagnati dal pane fresco cucinato dalla moglie, che lui conservava in ruvide tovaglie intessute dalle anziane signore del paese.

L’ho vista leggere libri che parlavano solo d’amore e l’ho vista sognarlo quell’amore, aspettarlo. L’ho vista credere che avrebbe preso per mano un uomo e che sarebbe stato per sempre.

L’ho vista innamorata e poi delusa, stupidamente ostinata a rincorrere il sogno di una casa calda e accogliente piena d’amore, di gioia e di risolini di bambini lentigginosi e con gli occhi azzurri come quelli delle sue nonne.

L’ho vista piangere, quando la vita le ha strappato i sogni ad uno ad uno, mentre anche il corpo cominciava a tradirla, per un male che, infido e subdolo, provava a toglierle voglia di vivere e speranze.

L’ho vista donna, arrabbiata con la vita e con il mondo, cercare di sconfiggere sconforto e frustrazione mordendo i giorni che trovava davanti a sé, per non crollare, per non capitolare, per non cedere.

L’ho vista rinunciare, abbassare le armi, abbattuta, piegata, persa.

Poi l’ho vista risvegliarsi, riemergere, rinnovarsi e tornare alla vita. Con testardaggine, caparbietà, irriducibilità ed ostinazione.

L’ho vista credere ancora in un sogno, investire e rischiare se stessa e la

 

 

vita nella voglia di ritornare ad essere, ad esistere.

Davanti allo specchio, adesso, mi sorrido e rido, rido forte, rido di più, rido irrefrenabilmente.

Perché quando hanno provato a distruggermi, alla fine, a sorpresa, ce l’ho fatta io!

Nel blu dipinto di blu

Arrivo in aeroporto puntuale come sempre. Ai controlli, in tipico stile siciliano, diversamente da quanto era accaduto a Fiumicino, le porte per accedere sono aperte e senza sorveglianza. Sensibile come sono sulla questione “sicurezza ” la cosa mi irrita alquanto, ma vabbè.
Supero senza difficoltà l’ispezione e, mentre vado verso il gate, mi godo la musica proveniente dal pianoforte messo a disposizione di chiunque voglia cimentarsi, bambini compresi. Sono fortunata oggi, perché il tizio che lo sta utilizzando suona un brano sconosciuto ma gradevole e pur non essendo certamente un professionista è comunque capace ed io trovo meravigliosa l’idea che chi ne ha voglia possa regalare una melodia a tanti sconosciuti di passaggio.
Giunta all’uscita 10, mi metto in attesa fiduciosa, ma vengo presto delusa: l’imbarco inizia con una mezz’ora abbondante di ritardo.

Finalmente arriviamo in aereo ed io devo arrivare alla fila 25: prima di raggiungerla assisto alla sistemazione dei bagagli di almeno la metà dei passeggeri, mentre le hostess (che sia perdonato lo stilista che ha disegnato le loro orripilanti divise!) provano in ogni modo, ma inutilmente, di agevolare il passaggio per recuperare qualche minuto sul ritardo. Due su tre sono prossime alla pensione e la terza é brutta “comu na botta di cuteddu “, si direbbe dalle mie parti.

Mi siedo vicino ad una anziana e simpatica signora svizzera e poco dopo si unisce a noi un ragazzo russo. Essere fra due stranieri non mi dispiace affatto, perché mi piacerebbe davvero stare in silenzio e provare a rilassarmi un po’, durante il viaggio.

Ma, mentre in sottofondo si sente “Volare oh oh, nel blu dipinto di blu”, brano che mi sembra più che adeguato anche se poco originale, attiro non so perché l’attenzione di una tizia che siede nella mia stessa fila, seppure al di là del corridoio, che inizia a parlarmi del suo trasferimento al nord per via della riforma scolastica, argomento che già di per sé mi provoca attacchi di orticaria. Se mi distraggo, mi fa chiamare dal povero ragazzo russo, che ha la sfortuna di sedere fra di noi ma il vantaggio di non capire una sola parola di italiano.

Attendiamo per parecchio tempo la partenza, mentre la canzone di Modugno viene sostituita con la più moderna “Con te partirò “, anche questa scelta ineccepibile.

Il pilota ci comunica le informazioni sul volo e parla come se avesse appena avuto un ictus. Non è incoraggiante, ma ormai sono lì e non mi resta che pregare per la sua salute e la mia sopravvivenza.

Finalmente si decolla. La sensazione di dondolio che da l’aeromobile (come parlo bene!) mentre sta ancora con le ruote attaccate alla pista è rilassante e quasi soporifera. Però poi prende il volo e quando “si molla questo bistione di pirecchio quadrimotore nte l’aria”, per dirla con il mio conterraneo Jannuzzo, arriva quella sensazione di compressione sulla capoccia, come se avessi un mattone sulla testa. È inutile, non siamo programmati per volare, è proprio contro natura, come stare sott’acqua. Siamo nati per stare coi piedi per terra, c’è poco da fare e ne sono sempre più convinta! E però è necessario, perciò pazienza.

Subito dopo l’hostess vestita rosso/verde stile albero di Natale, ci informa che la compagnia aerea è favorevole e promuove i giochi olimpici a Roma nel 2024. Grazie tante: siete una compagnia aerea, lavorate su Roma, ci mancherebbe che foste contrari! Me ne compiaccio, ma ai fini del mio viaggio poco me ne cale. Anzi, mi fa pensare a Renzi e alla Raggi e mi dà immediatamente un senso di nausea.

Provo a leggere, ma la tizia oltre il russo non demorde: è decisa a farmi sapere tutto di lei e, cosa che mi irrita di più, a sapere il più possibile su di me. Per fortuna il pilota ci tiene ad arrivare presto presto e annuncia l’atterraggio. Io in realtà l’avevo già capito dalle orecchie tappate,che ci avvicinavamo alla terra. Se volare è contro natura, atterrare a volte è nonostante tutto fastidioso. Un po’ come nascere: inizi a vivere, ma lo fai piangendo.

Appena il carrello tocca terra parte spontaneo l’applauso. A parte che preferirei in ogni caso aspettare di fermarmi, prima di entusiasmarmi tanto, io dico: quello (anche se buono buono non sembrava) il pilota fa. Atterrare mi sembra il minimo sindacale! Non è che quando io insegno a leggere ad un mio alunno i genitori mi dedicano una standingn ovation!!!! Ma si sa, noi siciliani ( anche se presi dalla foga hanno applaudito pure la svizzera e qualche “continentale”) siamo gente di cuore e ci teniamo a far sapere il nostro apprezzamento.

L’albero di Natale…pardon, l’hostess di mezza età dà tutte le solite informazioni del caso e, mentre riparte Modugno, dice ” VI auguriamo di rivederVI in uno dei nostri voli”.

Con tutto il rispetto, cara Hostess, io potrei anche avere il piacere di rivedere te, di sentire la voce impastata del pilota, potrei sopportare ancora il mattone sulla testa e le orecchie tappate, potrei pure accettare quell’ora di ritardo a cui mi avete costretta, che tutto sommato è fisiologica….ma la tizia neo assunta ciarliera e logorroica no, eh? Io proporrei addirittura un minuto di silenzio per quei poveri colleghi che dovranno sorbirsela per un anno intero…
Si è parlato di creare voli senza bambini. Io propongo una linea “ball buster free“. Si può?
“Arrivederci e grazie di aver volato con noi!”
Prego, signora Hostess. Alla prossima!

nel blu dipinto di blu

 

Ricordando Giulia

26 Agosto 2011

“Ciao, Giulia.

Adesso è come se tutto il nostro “gruppo” si fosse ritrovato, in nome dell’affetto che abbiamo in comune con te. Se chiudo gli occhi immagino di vederci come ad uno dei nostri “raduni”, tutti insieme, seduti in cerchio, con un posto vuoto: il tuo.

Noi siamo l’esempio di quella “strana” amicizia nata nel mondo virtuale, in quel mondo di cui tanto si parla e a volte si sparla, in cui niente sembra autentico e in cui, al contrario, nascono affetti, amicizie, amori, così concreti da rimanerci “storditi”.

Ci siamo conosciute, io e te, in uno di quei forum dove si incontrano persone che hanno in comune l’amore per la musica, la voglia di compagnia e, forse, la fuga dalla solitudine. Chissà cosa ci ha unite, da quando quella prima volta, a chilometri di distanza, cantammo insieme “Brividi” della Casale…fatto sta che poco dopo eravamo lì a scriverci e-mail, raccontarci, conoscerci. Quando la prima volta ci incontrammo fu come se la tua solarità, la tua gioia, il tuo calore inondasse la mia casa e le nostre vite….Musica, canzoni, allegria, notti intere a confidarci esperienze, dopo aver giocato sul lettone come due bambine, dopo aver riso a crepapelle….Una notte dopo l’altra, un racconto dopo l’altro ci hanno unite, ci hanno permesso di comprenderci…tanto che anche lontane, sapevamo esattamente il momento giusto per chiamarci, quando una di noi aveva bisogno dell’altra. Come quella mattina in cui stavi male, ed io, pur non avendo niente da dirti, istintivamente ho composto il tuo numero…e ho messo il mondo sottosopra….Che peste sei stata, monellaccia, a farmi prendere quella brutta paura…Ma anche quella volta ce l’abbiamo fatta, fino all’incontro successivo, alle chiacchierate successive, ai nuovi racconti. Per un periodo ci siamo anche “perse”…ma in un’amicizia capita anche questo, la forza è stata nel ritrovarci come se niente, neanche il tempo fosse trascorso. E l’ultima volta che sei stata giù? Quanto mi hai aiutata quel pomeriggio in cui ho vissuto quella brutta esperienza!!! mi hai giudata nel fare la cosa giusta, mi hai fatto sentire capita…portando con te, fino ad oggi, il segreto…Uno dei tanti che abbiamo condiviso!!! Proprio quando sei partitia ho conosciuto il mio Federico…e io lo dissi a te, alla prima persona in assoluto, la notte stessa. Se non fosse stato per il tuo incoraggiamento, forse anche fra me e lui sarebbe andata diversamente: scottata e delusa ero spiazzata e tu mi hai incoraggiato, facendomi vedere il positivo, incitandomi….da allora ogni nostra telefonata si è chiusa sempre con lo stesso identico saluto “Wè, Marì! Io faccio il tifo per voi!!” La risento, la tua voce, mentre me lo dicevi..e il tuo tifo ha funzionato se adesso sono qui, convivo con lui che è diventato la mia ragione di vita! Purtroppo non sono valse a nulla le mie peghiere per te…e in questo sento quasi un fallimento, insieme ad un grande rimpianto: non averti salutato….Perchè alla fine nella vita, nelle cose importanti, è sempre “troppo tardi”! Tendiamo a rimandare sempre tutto, convinti che ci sia sempre tempo per dire certe cose, per fare certe cose…Dovevamo anche vederci entro quest’anno “o io da te, o tu da me, ma dobbiamo incontrarci!!!” hai detto. Ma poi capita che il tempo te lo rubino e ti rimangono lì quelle parole non dette, quella telefonata non fatta…e non puoi più tornare indietro, non puoi fare più nulla.

Continuo a torturarmi ascoltando la tua voce, le tue canzoni, chiudo gli occhi e ti rivedo mentre facevi la cosa che ti piaceva di più:cantare….Lo so, Giulia, la vita presto riprenderà come sempre, ritorneremo a farci prendere dalle nostre sollecidutini quotidiane, il dolore si affievolirà (ma non cesserà) e conoserveremo il tuo ricordo. Ma tutti seduti in circolo, continueremo a guardare il tuo posto vuoto….e, stanne certa, nessuno mai lo occuperà.

Ti voglio bene Giulietta…..”

giulia

 

Fra sabbia e ombrelloni

Corpi asciutti, fisici perfetti. Pelle abbronzata, lucida di olio, costumi sempre più sottili portati con una disinvoltura che farebbe invidia a Belen; addominali scolpiti che lasciano intuire mesi di fatiche in qualche palestra, occhi nascosti dietro occhiali da sole sempre più alla moda.
Io, al mare, mi sento un pesce fuor d’acqua (mai similitudine fu più inerente). È inutile che trattenga il respiro, è inutile che gonfi i pettorali. La pancetta coi suoi rotolini c’è e si vede. Il fondoschiena di quando ero ragazza non è più un’opera d’arte, e, se leggo o scrivo sugli occhiali da sole ho poggiati pure gli occhialini da presbite precoce.
Sto rigorosamente distesa, una mano la tengo sulla pancia per nascondere le cicatrici (autografi di Dio?) e mi rendo conto che il problema non sono gli altri, che fondamentalmente se ne fregano di me, dei miei chili di troppo, del mio ombelico martoriato e dei miei “sei occhi”. Il problema sono io che faccio fatica ad accettare di non avere più vent’anni, una menopausa indotta prima del tempo che mi fa sentire vecchia e che ha trasformato il mio corpo.
Perché noi donne ci teniamo, c’è poco da fare. Ci teniamo a star bene con noi stesse e non solo, a sentirci in forma, e accettiamo con difficoltà vedere passare gli anni sulla nostra pelle. Ed io, in questo momento, sto morendo d’invidia per la mia vicina di ombrellone, probabilmente della mia stessa età, che ha tre pargoli e un sedere che sembra scolpito. Ok, sposto gli occhi un po più in là, meglio fissare la ragazzetta che invece ha la metà dei miei anni e addosso il doppio dei chili…. Oppure faccio ancora di meglio. Spengo tutto e mi chiudo nell’unica palestra che posso permettermi: quella dei neuroni. Con il mio personal trainer preferito: il mio ultimo acquisto in libreria…..
PS. La sfilata pancia in dentro e petto in fuori fino a riva ve la risparmio……

Uomini, sono con voi!

 

Sono una delle donne meno femministe che io conosca.

Non è una “malattia” (l’antifemminismo, intendo) che mi è venuta con il tempo, credo di esserci nata. È proprio un fatto esogeno.

La mia è una via di mezzo fra la sfrenata emancipazione /parità e un ritorno al passato.

Del resto a me pare inutile rincorrere una parità non prevista già dal momento della creazione: sarà per un fatto di forza fisica, sarà perché hanno caratteristiche fisiche diverse, ma uomini e donne sono differenti. E noi donne cadiamo in netta contraddizione quando proclamiamo la parità e poi carichiamo i nostri mariti con buste della spesa, quando pretendiamo che siano tanto galanti da aprirci lo sportello della macchina o attenzioni che a questo punto diventano totalmente anacronistiche.

Noi, o le donne diverse da me, proclamiamo la parità e poi ci rifacciamo le tette raccontandoci la bugia che lo facciamo per noi stesse quando l’unico vero obiettivo è attirare sguardi perversi e vogliosi di più uomini possibile! Se avessimo davvero fiducia in noi stesse, non avremmo problemi a farci accettare anche con un paio di tette piccole, puntando sulla personalità o l’intelligenza (per chi ce l’ha) e non avremmo bisogno di “quote rosa”, perché non accetteremmo un posto di prestigio solo perché ci spetta una percentuale, ma solo perché siamo persone valide e capaci. A me non importa chi mi comanda, se uomo o donna, purchè sia una persona in grado di farlo. Devono, le rappresentanti del gentil sesso, lottare e dimostrare di essere persone capaci come tutti.

Le donne non sono superiori agli uomini perché possono essere madri, non sono più intelligenti, non sono né più nè meno, in generale. Sono semplicemente diverse dal genere maschile, come il genere maschile, senza né merito né colpa, è diverso da loro. Le donne non sono speciali solo per il fatto di essere donne.

Tutto questo, però, non vuol dire che io sia una donna “contro” le donne, anche se sembra.

Per esempio, non sopporto che una donna non possa avere un contatto con un uomo, non possa dimostrargli il suo affetto, la sua amicizia, perché lui potrebbe sentirsi autorizzato a metterle le mani addosso. Non per un problema di parità, ma solo di umanità, di sensibilità. E mi ferisce che ancora ci siano uomini che se ti vedono sorridente nei loro confronti, se ti vedono affettuosa, magari solo perché sei una persona solare, si permettano di credere che sei disponibile. E anche se dovessero crederlo, per una incomprensione di fondo, nessuno li autorizza a non chiedere almeno il permesso prima di saltarti addosso mostrandoti attenzioni non solo non richieste ma anche inaccettabili!

Non accetto che alle donne sia preclusa la possibilità di lavorare perché potrebbero rimanere incinta, o che si manchi loro di rispetto sotto nessun punto di vista.

Non posso ammettere che un uomo si approfitti del fatto di essere più forte fisicamente per fare del male, in qualsiasi forma, ad una donna.

Per quanto detto, quando mi si accusa, in alcuni commenti ad certi miei articoli, di parlare solo delle donne (Donne che hanno sofferto, Donne forti, Il coraggio delle donne), un po’ mi vien da ridere.

Per quanto io possa conoscere l’animo umano, per quanto io possa provare a mettermi nei panni del “sesso forte”, volente o nolente, forse anche mio malgrado, io quello sono: una donna.

E ho fatto le esperienze di una donna, ho vissuto i guai di una donna; un po’ meno le gioie, ma in parte anche quelle.

Quando scrivo ci metto me stessa, ed io sono donna. Se volete me ne dispiaccio, ma questo non cambierebbe le cose.

Per il resto, sono solidale con gli uomini, almeno con quelli che lo meritano, li stimo.

A volte ne ho compassione, nei casi in cui li vedo messi all’angolo dalla prepotenza con cui il sesso opposto, noncurante delle loro esigenze, sgomita per rubar loro il ruolo che cercano di difendere.

Quindi, carissimi maschietti miei, qui di sessismo non se ne trova, né in un senso, né nell’altro.

Anzi, proprio perché donna, conosco tanto bene quello di cui noi femminucce siamo capaci e quindi potete, se lo meritate, trovare comprensione e affetto.

uomooo

 

Panic

Solitamente l’ansia e la paura sono normali meccanismi di difesa. Sono utili e necessari, perché permettono di riconoscere e affrontare una situazione di minaccia, attivando il meccanismo “attacco-fuga”.

Questo quando sono normali, appunto. La mia ansia è, invece, esagerata e spesso diventa, inesorabilmente, una gran bella rottura di gonadi.

La mia ansia è quella che trasforma un semplice mal di pancia in una occlusione intestinale, è quella che mi fa tornare indietro a controllare se ho chiuso il gas, che mi fa alzare nel cuore della notte per verificare se ho chiuso a chiave la porta, che fa diventare una semplice pioggia un uragano che ci travolgerà tutti e che non mi permette di andare ad un concerto o in qualsiasi posto ci sia troppa folla, dove non ci siano immediate vie di fuga e non ci sia un bagno a portata di mano.

Adesso, per esempio, ho quella pre- viaggio in aereo. Pur avendo superato in buona parte la paura di volare, stavolta credo che farò testamento prima di partire. Perché, il rischio è reale, ci saranno almeno un centinaio di terroristi in aeroporto, pronti a farsi esplodere al mio passaggio.

Sto provando ad organizzarmi. Cercherò di superare velocemente i controlli, perché se qualcuno dovesse essere imbottito di esplosivo rimarrà certamente fuori dalla parte “protetta”. Semmai il tizio dovesse accendersi come una miccia, magari se faccio in tempo ad allontanarmi sento solo il botto. Se non mi faranno dei controlli accurati credo che mi metterò a far polemica e mi arrabbierò talmente che arresteranno me, piuttosto che eventuali terroristi.

Nell’attesa dell’imbarco terrò gli auricolari con la musica a palla, almeno non sentirò il pazzo che urlerà “Allah Akbar!!!” e, colta di sorpresa, non mi accorgerò di essere sul limitar di vita. Non devo guardarmi troppo intorno, perché se dovessi vedere qualcuno scuretto di pelle, con un po’ di barba che possa anche solo lontanamente ricordare un attivista islamico, rischio di scatenare il panico in tutto l’aeroporto.

E quando arriverò a destinazione, sia all’andata che al ritorno (se ci sarà un ritorno), bacerò terra come il Papa.

Ecco, la mia ansia non è solo una difesa.

La mia ansia è quella delle gambe molli, del respiro bloccato in gola, degli arti formicolanti, del respiro dentro al sacchetto. È quella del cuore che batte forte, dello stomaco contratto, quella che ti fa venire voglia di vomitare.

La mia ansia è quella che, in alcuni casi, si trasforma in attacchi di panico, che fanno sorridere chi non ne ha mai avuto uno, che mi fanno apparire come una persona con qualche rotella fuori posto, tanto da farmi dire (lo faccio sempre) che tutti, almeno una volta nella vita, ne dovrebbero provare uno.

Che si sappia, però, che sono una “svitata” in buona compagnia: Patty Pravo, Alessandro Gassman, Adele, Madonna, Robin Williams, Carlo Verdone e perfino Barbra Streisand ne hanno sofferto e ne soffrono anche più di me.

Giovanni Allevi ha dedicato agli attacchi di panico perfino un suo brano. A me pare troppo, per un’ansia un po’ stronza come la nostra, però ammetto che il pezzo mi piace…e mi rilassa…

panic