Attenzione alle parole

“In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione. Avevano deciso di fare una sesshin di assoluto silenzio.

La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.

Sussurrò un monaco: ” Si è spenta la candela! “.

Il secondo rispose: ” Non devi parlare, è una sesshin di silenzio totale”.

Il terzo aggiunse: ” Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio!”

Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse:” Siete tutti stolti e malvagi, solo io non ho parlato! “

Siamo troppo abituati al frastuono per negarlo; troppo abituati a preferire le parole per comunicare per immaginare di poterlo fare diversamente.

Eppure il silenzio è anch’esso comunicazione. È libertà. È la percezione di noi stessi nel mondo, dei nostri pensieri che escono da noi, fluttuano e tornano indietro, a volte immutati altre volte diversi come se avessero preso vita propria. Saper stare in silenzio è una abilità pari, se non superiore, a quella di sapere usare con sapienza le parole, riconoscendone il valore.

Le parole! Quante ne usiamo ogni giorno, quante ne sentiamo, quante ne leggiamo!  Scritte o pronunciate, perfino taciute, esse hanno una miriade di possibilità. C’è la parola di troppo, la parola sbagliata, quella cattiva, quella che ferisce.

Consideriamo le parole un “diritto acquisito”, una proprietà inalienabile, qualcosa che ci appartiene e che possiamo usare come crediamo. Le utilizziamo perfino senza conoscerle a fondo. Le combiniamo come ci pare opportuno, le usiamo per far del bene o con l’intenzione di denigrare. Ce ne serviamo senza conoscerne le sfumature di significato, con leggerezza, a volte con poca consapevolezza. Dimenticando che ne siamo responsabili.

La parola può tutto. Per questo le parole dovrebbero essere ragionate: una volta proferite non puoi più tornare indietro. Forse prima di dire si dovrebbero pronunciare nella testa, una, due, tre volte. Ma, a pensarci bene, sarebbe far loro un dispetto, perché diventerebbero anacronistiche. Le parole invecchiano presto, quando si parla devono essere immediate.  A dispetto dei segni che lasciano, che, al contrario, possono essere permanenti.

Le parole, scriveva Manzoni, fanno un effetto in bocca e un altro negli orecchi.

parole

Istruzioni d’amore

Si dice che in amore si deve dare più che ricevere.

Io dico che si deve dare quanto si riceve.

Si dice che in amore sia normale soffrire.

Io dico che si può e si deve amare senza farsi lacerare l’anima.

Si dice che la vera passione debba provocare tormento.

Io dico che ci si può abbandonare senza perdersi.

Si dice che in amore bisogna donarsi totalmente.

Io dico che non bisogna lasciarsi risucchiare.

Si dice che in amore ci si debba dimenticare di se stessi.

Io dico che l’amore debba servire a trovare la propria vera essenza.

Si dice che in amore si debba imparare a modellarsi sull’altro.

Io dico che l’amore debba valorizzare quello che si è.

Si dice che in amore prima o poi si smette di sognare.

Io dico che l’amore debba nutrirsi di ambizioni e speranze.

Si dice che in amore si diventa una sola cosa.

Io dico che è necessario mantenere la propria identità senza perdere di vista i propri valori.

 

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:

Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa.

Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.

Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,

Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,

Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.

E siate uniti, ma non troppo vicini;

Le colonne del tempio si ergono distanti,

E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

 

Kahlil Gibran

inamore

Il mio cuore

Io ce l’ho e me lo tengo questo cuore tenero, cedevole, amorevole e cordiale. Anche se è vulnerabile, indifeso, fragile, a volte debole.

Me lo tengo perché è umano, empatico, altruista, capace di pietà, paziente e comprensivo.

Spesso troppo sensibile, naturalmente portato alla sofferenza in mezzo ad altri cuori granitici, inaspriti, freddi, ma pronto sempre a rinascere, a rinnovarsi, a ritornare a credere che qualcosa di buono, da qualche parte, è possibile trovarlo.

Un cuore tormentato, ferito, deluso, intristito, ma soprattutto un cuore che ha resistito.

Un cuore che si commuove, che sa provare compassione, che è tollerante anche contro chi lo ha ferito. Un cuore stupido.

Il mio cuore.

cuore

“Punti di invidia”

Confessatelo. Confessiamolo. Tutti, nessuno escluso, abbiamo provato invidia nel corso della vita.

Lo so, è difficile ammetterlo: significa dichiarare di essere (o almeno di percepirsi) inferiori a qualcuno, di essere meno fortunati, di non essere eccellenti. Significa accettare i propri imiti e questo non è proprio semplice.

Partiamo da lontano. Invidia deriva dal latino in-videre: guardare male, tanto che Dante Alighieri nel Purgatorio immagina gli invidiosi con le palpebre cucite col fil di ferro.

Volete dirmi che nella vita non avete mai guardato male qualcuno? Il collega che ha avuto la promozione o quell’amicA che si è sposatA bruttA com’è mentre voi rischiate di rimaner zitelle (il femminile in questo caso è usato di proposito ed è indispensabile, perché agli uomini di questa cosa qui non potrebbe fregargliene di meno)….

Io sono stata vittima d’invidia, e ancora mi fa male. Quando alla licenza media presi un voto più alto della mia amica, lei non mi parlò per due giorni; la stessa cosa per la maturità e poi per i vari concorsi. Lei ha poi trovato modo di vendicarsi, ma questo è un discorso a parte ed è meglio stendere un velo pietoso.

Ma, lo ammetto sinceramente seppure con un po’ di vergogna, anche io sono stata, e spesso sono ancora, invidiosa.

Lo so che l’invidia è uno dei sette peccati capitali, e per questo me ne pento pure un po’, ma se non lo riconoscessi peccherei due volte. In questo momento invidio il mio uomo che mangia le pannocchie ed io non posso, per esempio. Ma ho invidiato anche per cose più serie: le donne che sono diventate madri; tutte le persone che non hanno conosciuto dolori e malattie. Ho invidiato le mie amiche, quando morì mio padre, perché il loro era ancora vivo. Ho provato invidia per chi ha trovato un lavoro prima di me, quando io ancora lo cercavo e lo rincorrevo, invidio chi può mettere i tacchi senza rischiare la vita, come succede a me, o chi può correre. Però non auguro al mio compagno di strozzarsi con la pannocchia, non auguro alle mamme di soffrire per i loro figli, non auguro ai genitori delle mie amiche di schiattare prima possibile e non auguro a chi mette i tacchi o va a correre di spezzarsi una gamba. Questo mi assolve un po’, mi fa tollerare l’idea di provare questo sentimento tanto poco nobile quanto umano, mi fa capire che siamo tutti uguali a tutti: ci scambiamo facilmente i ruoli passando da invidioso ad invidiato con facilità e velocità estrema, senza neanche rendercene conto.

E poi, non è detto che l’invidia sia sempre e solo negativa. Se spinge ad essere migliori, se attiva in noi un processo di cambiamento per essere come quelli che invidiamo non è poi così male, diventa sana competizione e ci fa solo migliorare. Certo, poi dobbiamo dimostrare di essere davvero capaci, ma a quel punto è davvero solo un problema nostro.

Quanti di noi, se vedono una coppia di anziani che si scambiano tenerezze dopo anni di matrimonio, non provano tenerezza e una “sana invidia”?  E’ normale!

Diventa invece patologica, l’invidia, quando ci spinge a distruggere sia dentro di noi che con gli altri l’oggetto del nostro sentimento (o risentimento), quando porta a svalutare, a criticare eccessivamente, quando porta ad esporre al pubblico dileggio quello che viene considerato un rivale, quando per affermare la propria superiorità si sente la necessità di “abbassare” l’altro, quando si gode del fallimento altrui. Quando non si aspetta neanche il fallimento altrui, ma lo si inventa, per non uscirne troppo sconfitti.

Allora sì, quella fa un po’ schifo, e tutti sappiamo che in giro ce n’è parecchia.

In quei casi, allora, val la pena di ricordare che “L’invidioso ti loda senza saperlo” e continuare la propria vita come se nulla fosse, anzi con più orgoglio e con l’amor proprio moltiplicato per due.

(Ph Nicola Bellotti)

invidia

Quando il ginecologo è eccentrico

Noi donne affette da endometriosi abbiamo dovuto, per forza di cose, superare vergogna e pudore.

Il giro presso i diversi ginecologi incomincia prima che tu sappia di che cosa soffri, e siccome generalmente non ci azzecca nessuno e tu continui a star male, metti in atto un vero e proprio pellegrinaggio da uno studio all’altro.

Spesso te la guardano uno alla volta, ma capita anche che l’esibizione della “passerina” sia a beneficio di più astanti. Se entri in una clinica universitaria questo diventa un fatto certo. Tante volte mi sono trovata in quella posizione poco simpatica per una donna, con la luce puntata proprio lì e una decina di persone che ci guardavano dentro incuriositi. Si davano proprio i turni: “ok, adesso vai tu”, “io ho fatto” e cose del genere. A me è capitato che il Professore, chiedendomi nei casi più fortunati il permesso, abbia deciso che, dopo di lui, anche la sua studentessa preferita ci mettesse mano, ma arrivi al punto che ti abitui e pensi che basta che si arrivi alla conclusione “ok,fatedellamiapatatinaquelchevoletevoichiseneimporta”.

Se ci metti pure anestesisti, infermieri, operatori vari che incontri durante tutti gli interventi (che spesso non sono solo tanti, sono troppi) in cui devi per forza stare come mamma ti ha fatto, è necessario che abbandoni ogni pudore e cominci a pensare a lei come se non fosse tua.

In questo mio vagabondare da un ginecologo all’altro, parlo solo di questa branca altrimenti ne verrebbe fuori un libro, ne ho viste e sentite di tutti i colori. Non voglio parlare di diagnosi sbagliate, ammorbare con errori medici che manderebbero in depressione sia me che eventuali lettori, ma di atteggiamenti, di quelle che, a distanza di tempo, diventano davvero delle gags degne dei migliori comici.

IL GINECOLOGO ENTUSIASTA

Come quella volta che il medico, ad una visita di controllo, prima che avessi la diagnosi di endometriosi e dopo un intervento “in loco”, guardandoci dentro continuava a ripetere “meravigliosa…..stupenda…..fantastica…”. Dopo un primo momento di sbandamento, giuro, ho cominciato a montarmi la testa. “Cavolo- mi dicevo- se lo dice lui che ne vede tante, la mia deve veramente essere speciale”. Poi ho superato ogni pudore e mi sono azzardata a chiedere il motivo del suo entusiasmo: sapere che si riferiva alla ferita che si era cicatrizzata benissimo è stata un po’ una delusione.

IL GINECOLOGO  PROVOLONE

Poi c’è stato il medico provolone. Quello che ci dava un’occhiata veloce e dopo parlava per due ore e mezza per arrivare sempre alla stessa conclusione: “Vuoi venire a cena con me?” Io, che credevo che lui fosse uno dei migliori sulla piazza, per amore della mia salute declinavo gentilmente i suoi inviti di marito infedele (sì, era sposato il tizio) e continuavo a sottopormi alle sue cure (solo quelle mediche) che si sono comunque dimostrate fallimentari.

Abbandonato pure lui, dopo averci litigato di brutto quando è venuto a scusarsi per la mancata diagnosi che mi aveva portato sul limitar di vita, adducendo come giustificazione che aveva problemi familiari (e ti credo: ci provi con le pazienti),  dopo il mio primo intervento ufficiale di endometriosi sono andata in trasferta in una città vicina, su consiglio del chirurgo, e ne ho conosciuto un altro.

IL GINECOLOGO SIMPATICONE

Questo era il dottore simpaticone, quello che faceva le battute sull’ovaio scomparso (me lo avevano tolto poco prima nel corso dell’intervento) e che con un bastone in mano, mentre io ero sempre nella stessa posizione, mi faceva vedere gli esercizi che faceva per tenersi in forma: “Uno…due….Uno due….”.

In tutto questo ha scordato di avvertirmi che nonostante la puntura per indurre la menopausa avrei avuto comunque almeno un altro ciclo e quando è arrivato ho rischiato l’infarto pensando a qualche tragica conseguenza dell’intervento. Quindi, fra la sincope che mi ha fatto prendere e la sua inadeguata simpatia, ho mollato pure lui e sono passata ad un professore di quelli importanti, un primario col doppio cognome che già di per sé gli dava importanza.

IL GINECOLOGO SMEMORATO

Questo sembrava essere affetto da una sorta di amnesia “intermittente”. Se andavo allo studio privato e pagavo centinaia di euro mi accoglieva con un sonoro “Ecco la nostra famosa signora”; quando doveva ricevermi gratis in ospedale passavo da famosa a sconosciuta e dovevo faticare per farmi riconoscere. Dopo che mi ha portato in sala operatoria, mi ha preparata per l’intervento, e poi con un simpatico “abbiamo scherzato, non c’è posto per lei” mi ha rimandato a casa, con l’antibiotico già in corpo, allora ho pensato che neanche lui fosse quello giusto per me.

IL GINECOLOGO BISLACCO

Ma il più originale, il più bizzarro, il più bislacco (badate bene che sto usando eufemismi, ma nella mia testa le parole sono altre) è stato lui: l’inseminatore.

Sono arrivata allo studio con una mia amica; mi hanno dotato di elegante camice, perfino di babbucce, mi hanno fatto accomodare in una stanza tutta per me, con la massima discrezione ed è arrivato lui a visitarmi. Quindi solita chiacchierata post visita. Cito letteralmente il dialogo, perché, nonostante gli anni trascorsi non riesco ancora a dimenticarlo.

Dopo una disamina sull’endometriosi, comincia il suo strampalato discorso.

“Signora, lei ha l’endometriosi. Si sa che questa malattia si cura con le gravidanze (PS. Questa è la cavolata medica che ha sparato), quindi se vuole guarire deve rimanere incinta entro giugno.”

Prima guardo lui, poi comincio a guardarmi io: la pancia, le gambe…e chiedo “scusi dottore, dove ho segnata la data di scadenza?” E lui “ahahahchesimpatica”.

Allora gli faccio presente che dovremo trovare una cura diversa perché, in quel periodo, ero più o meno felicemente single. E lì comincia il delirio.

“Ma Signora! Non serve certo essere coppia per fare un figlio! Non è necessario il brividone, basta un brividino! Pensi, signora, che l’uomo è inseminatore per natura. Ha mai riflettuto sul fatto che la donna può fare un figlio ogni nove mesi e un uomo può ingravidare anche nove donne al giorno? -(Se ce la fa….aggiungerei io adesso..)- Non è necessario che l’uomo sappia fare la Critica alla Ragion Pura per fare un figlio!

Poi, signora mia, se non dovesse proprio trovare nessuno, io sono a disposizione.”

Per qualche secondo sono rimasta inebetita e senza parole, cosa che non è che mi capiti spesso. Quindi mi è venuta spontanea una domanda: “Dottore, mi scusi, ma l’eventuale prestazione è compresa nella parcella o necessario un extra?” Lui si è fatto una grassa risata. Io mi sono alzata, ho salutato, ho pagato e sono fuggita via, senza richiamare neanche per sapere l’esito del pap- test.

Sono scesa dalla giostra dei “ginecologi eccentrici” quando finalmente ho trovato professionisti seri, persone di cuore, che si sono occupate della mia malattia con coscienziosità e di me con umanità. Non hanno fatto, e non possono fare miracoli, ma almeno la parola ginecologo ha smesso di darmi l’orticaria.

Per la cronaca. L’inseminatore l’ho visto in tv qualche anno fa. Parlava di infertilità e diceva di poter risolvere il problema. Ho spento il televisore prima di scoprire come.

 

ginecologo

Mia libertà

Ho strappato via le sbarre della prigione del conformismo e sono io. Da quell’ apertura entra luce e libertà. Anzi, esco io; io che sono diversa e non me ne dispiaccio.

Io che non vivo di fatti, ma di emozioni. Io che la vita la attraverso sentendola sulla pelle e col cuore.

Io, che mi commuovo per una poesia, che rido di gioia, piango di dolore, che non dico quasi mai la cosa giusta. Che nascondo la vulnerabilità dietro l’ironia, che travesto la debolezza di risolutezza solo per salvarmi dalla meschinità, per difendermi dalla malignità, per sopravvivere alle canagliate.

Sono io, che non riesco a vedere il lato oggettivo della vita, che cerco il senso nascosto di tutto e in tutti.

Io, che le parole non le ascolto solamente, le viviseziono, le analizzo, le scompongo, le anatomizzo, ci faccio i giri intorno per vederne tutte le sfumature, per coglierne tutti i significati.

Io, che preferisco il calore della famiglia alle serate ipocrite di finte amicizie, che mi prendo cura delle persone che amo, che nel tempo libero faccio quello che mi piace davvero, che so di non essere migliore, ma che mi sforzo di non essere inferiore.

Io che odio andare dal parrucchiere, che più dei miei chili di troppo non sopporto le gallette di riso, che non vado in palestra e, quando ho freddo, metto i pigiamoni di pile e i calzettoni.

Io, piacevole, brillante, allegra, divertente ma anche terribilmente lunatica, nervosa, inquieta, suscettibile e irritabile, a volte isterica, talvolta infantile. Egocentrica e, perché no, egoista. Un po’ lagnosa, piena di manie. Intollerante, malinconica e in alcuni casi pessimista.

Sono io, incontrollata ed incontrollabile, istintiva, impulsiva e, può capitare, poco saggia. A volte presuntuosa, saccente e tracotante, altre dimessa e remissiva. Prepotente e, quando è il caso, arrogante.

Io che non faccio parte del gruppo, che non sopporto il branco; per questo forse irrimediabilmente destinata all’incomprensione e all’isolamento.

Ma adesso che ho strappato via le sbarre della prigione del conformismo e ho assaporato la libertà,  non torno indietro e scelgo, ancora, di essere me stessa e di non uniformarmi ad una massa inconsapevole.

Sono io e sono libera.

libertà

 

 

L’altra parte di me

E poi, quando sembrava che avessi ripreso finalmente per mano la mia vita, è arrivata Lei.

In realtà non è arrivata. Lei c’è sempre stata. E neanche tanto in silenzio: c’era e si faceva sentire, solo che io non la conoscevo e non la riconoscevo, e insieme a me tutti quelli che mi vivevano intorno.

Se cerco di ricordare un momento in cui ha cominciato a farsi notare, se proprio devo trovare un inizio, mi viene in mente una mozzarella. Una mozzarella a cena e dolori atroci allo stomaco.

Ho sempre evitato di “personalizzarla”, di riconoscerle un modo di essere o delle caratteristiche “umane”. Ma se provassi a farlo me la immaginerei sogghignante, come quando ci si prende gioco di qualcuno e non si viene scoperti.

Ha sogghignato quella sera e ha continuato a sogghignare quando, ad ogni ciclo mestruale ero costretta a chiamare qualcuno quando ero a scuola, per portarmi a casa, perché stavo piegata sul banco fra l’incredulità di compagni e professori, i quali, questi ultimi, nonostante fossi una brava studentessa, propendevano più a credere che non conoscessi la lezione che a pensare che stessi veramente male.

La immagino a ridere di me quando rotolavo per terra, cercando conforto in qualche posizione che potesse darmi sollievo, quando avevo la sensazione che ci fosse dentro di me qualcosa che tentava di strapparmi con violenza i miei organi interni e tutti intorno a me dicevano che era normale che una donna soffrisse durante il ciclo.

Quando non potevo uscire di casa perché “avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto male”, quando non ho potuto partecipare al matrimonio della mia amica perché dalla mia vescica non usciva pipì ma sangue.

Quando ho rinunciato ad andare a ballare la sera di quel Carnevale in cui dovevo mascherarmi, quando ero paralizzata dalla paura se il mio uomo mi chiedeva di “scambiarci tenerezze” per i dolori che sapevo avrei sentito.

Ha riso di me e poi di chi avrebbe dovuto aiutarmi. Per i medici ero semplicemente un po’ “svitata”, stressata, poi esaurita, a volte (troppo spesso) esagerata. Avere la sensazione di non avere, per così dire, le idee chiare sulla vita è un conto. Sapere di avere subito dei traumi e cercare di superarli, si può accettare. Sentirsi dire da professionisti di essere talmente matta da condizionare il tuo corpo, da fargli così male, seppure inconsapevolmente, e condizionare così negativamente la tua vita, è un altro.

Ma così dicevano, anche quando, dopo aver iniziato a togliere qualcosa, per esempio l’ appendice, continuavo ad andarmene in giro, con i miei 40 Kg, con tanta fame e tanto dolore.

In realtà ad un certo punto si è manifestata: ben sette centimetri e mezzo di “qualcosa” dentro la mia pancia. Ma nessuno dei medici che l’hanno vista le hanno saputo dare un nome o hanno saputo incatenare i suoi artigli, arrestare la sua corsa per farsi spazio dentro di me. Alcuni se ne sono addirittura fregati, in barba ad Ippocrate e ad un giuramento evidentemente fatto solo come formalità necessaria.

E grazie a loro, lei ha provato ad uccidermi. Se sto qui adesso a raccontarlo è chiaro che non ce l’ha fatta. Ma ha espletato il suo compito in maniera comunque egregia, se mi ha regalato una vita di dolore (che non smette e non smetterà), se mi ha portato parecchie volte nel freddo delle sale operatorie, se mi ha tolto la possibilità di essere madre, di fare una passeggiata senza pensieri, di fare una corsetta rilassante, se adesso sto a sventolarmi anzitempo come una forsennata per via delle vampate o a prendere goccine contro gli sbalzi d’umore, giusto per dire qualcosa.

Non mi hanno chiesto scusa, quei medici, neanche quando l’errore è stato palese. Così come non mi hanno chiesto scusa tutte le persone, la maggior parte donne, che non solo non hanno creduto alla mia sofferenza, ma mi hanno pure accusata, umiliata, insultata.

Fino a prima di conoscere lei pensavo che la malattia non poteva essere una condizione permanente: o si guarisce o ti uccide. Invece, mio malgrado, ho dovuto accettare che si può essere ammalati “da sempre e per sempre”, perché esistono quelle malattie che nascono con te, che ti accompagnano per il corso della vita finchè, magari qualcosa che va male o un qualsiasi altro motivo ti porta alla fine dei tuoi giorni. Sono le malattie croniche, quelle che ce l’hai e non ne puoi guarire. Non è che prima non conoscessi esempi di queste malattie, ma non ci facevo caso e soprattutto ero convinta che riguardassero solo “quei poveretti” sulla sedia a rotelle, i diabetici e non so chi altro, perché, probabilmente, anche io giravo la testa di fronte a queste cose.

Io non ho mai avuto né ho vergogna della mia malattia, ma ho un’unica grande resistenza: pronunciare il suo nome. Perché quando la chiamo col suo nome gli altri mi guardano come se un punto interrogativo gli si stampasse sul volto e, nei casi più fortunati, se mi dicono “questa cosa da qualche parte l’ho già sentita”, ho la ormai sperimentata certezza che ne hanno solo una vaga idea.

Lei è una parte di me, ma non è me.

Io sono IO.

Lei è l’ENDOMETRIOSI.

http://www.marisacalvitto.it/2016/07/11/una-cosa-spiacevole/

(Ph Noell Oszvald)

endometriosi

Il Tuo Amore

Perché non mi sono mai accorta fino infondo di quanto fosse meraviglioso il Tuo Amore? Eppure Tu ci sei sempre stato, dal primo mio vagito e anche da prima. Sei stato accanto a me in ogni secondo della mia vita, silenzioso a volte, altre dirompente, ma mai prepotente. Mi hai fatto crescere secondo i miei tempi e lasciandomi tutta la libertà di cui avevo bisogno, perfino la libertà di sbagliare, di arrabbiarmi con te, fino ad allontanarmi e rifiutarti. Perché quando la vita non è stata troppo generosa con me ho percepito il Tuo silenzio come assenza, come un tradimento, come se non mi volessi bene a sufficienza. Ma tutte le volte che sono tornata, ferita, dolorante, delusa, ammaccata nel corpo e nell’anima, mi hai sempre riaccolta a braccia aperte, senza farmi mai sentire giudicata, senza mai farmi sentire meno amata.

Ci sei sempre stato, anche se io a volte non ti ho visto né sentito. Ci sei stato quando avevo paura dentro il tubo di una risonanza magnetica, o tutte le volte che l’ultima cosa che vedevo, prima di cadere nel nulla, erano le luci di una sala operatoria. Ci sei stato quando avevo necessità di qualcuno che asciugasse le mie lacrime mentre sembrava che non sarei più stata capace di camminare con le mie gambe.

Ci sei stato quando ho capito che avevo fatto scelte sbagliate e quando finalmente ho incontrato l’amore della mia vita.

Tu ci sei sempre stato, ma io non ti vedevo. Ed era tutto così difficile!

Piano piano, con la dolcezza e la grazia di cui tu solo sei capace, mi hai regalato il piacere di accorgermi di Te. Con un messaggio pieno di speranza ed amore al mattino, grazie alla telefonata inattesa di un amico, con l’ingresso nella mia vita di persone a cui non chiedo altro che aiutarmi a conoscerti.

E finalmente Ti ho visto chiaramente.

Ci sei e ci sei sempre stato. Ed è solo grazie a Te se sono arrivata fin qui, se ho superato le mie prove, se ne sono uscita più forte di prima, se riesco ancora a sperare.

E quanto è bello, Gesù, sapere di essere amata di un amore così grande, così incondizionato; un amore che non giudica, che non chiede, che è Amore senza compromessi, senza minacce, senza ricatti!

Io, che sono piccola cosa, che sbaglio, che cedo, che crollo, sono amata da Te come se fossi la più bella, la più grande e la più importante del mondo!

“Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto. Dio è Amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”

(1 Giovanni 4:16)

gesù

Amore mai amato

La cosa peggiore di tutto il male ricevuto non sta negli anni spesi o persi, non sta nel dolore, nelle umiliazioni e nelle sofferenze, non sta nella violenza psicologica che ho subito, ma sta nell’atroce condanna di non concedermi il perdono per aver permesso ad un’altra persona di avermi inflitto un tale tristezza. Perché laddove c’è un carnefice che cerca di annientare, c’è qualcuno che si offre come vittima sacrificale. In nome di cosa poi? Di un amore malato, così squilibrato, così marcio, di un amore così lontano dall’amore che se ci ripensi dopo che è finalmente finita lo vedi come un cancro che hai trovato la forza di estirpare da te a mani nude. E che ha lasciato ferite, cicatrici che non sanguinano più ma che non puoi cancellare e ti impediscono di dimenticare.

Non sono le notti insonni trascorse nell’amarezza, non sono i gesti infami, le malvagie mancanze di rispetto, non è l’assenza di fiducia in te stessa a cui ti ha costretto. Non è la continua mortificazione del tuo essere che ti ha inflitto, non è l’oltraggio alla tua persona, ai tuoi sentimenti e alla tua intelligenza, la degradazione a cui ti ha condotto. Non è neanche la vergogna di fronte a chi tante, troppe volte ha cercato di salvarti, di tirarti su dall’abisso in cui eri crollata.

È la rabbia che ti è rimasta dentro, è la paura che ti segue ad ogni passo, ad ogni rapporto, di fronte ad ogni affetto.

Perché anche quando arriva il momento in cui non ci pensi più a quella storia, in cui ti rassegni al pezzo di vita che hai perso, in cui riesci perfino ad essere indifferente al ricordo di quella persona, o quando arriva il momento che il ricordo torna sempre meno spesso e si fa sempre più sbiadito, sai bene che se non hai voglia di credere ad un sogno, se non puoi più credere ad un’amicizia sincera, è solo colpa sua.

Mi capita ogni tanto di sognarlo. E nel sogno qualcosa o qualcuno mi costringe a stare con lui. Ed io sento forte la voglia di scappare, sento il terrore di ricominciare quella vita e cerco aiuto, e dico a chi mi sta vicino che io non posso…non devo….non VOGLIO!! Scoprire che è solo un incubo è tanto bello quanto, al contrario, è brutto rendersi conto che quegli anni di angoscia li hai vissuti davvero. E di questo no, non te ne fai una ragione.

Il fatto è che la vita, poi, ti perdona. Ti regala l’amore quello vero, quello sano…l’amore punto e basta.

E tu perdoni perfino lui, vittima come te di se stesso.

Ma la condanna più atroce, la pena più feroce e crudele è quando, per quegli schiaffi ricevuti, per quegli insulti ripetuti, non riesci a perdonare te stessa.

Amore mai amato

(Photo Silvia Grav)

amore

Io, lui e Belen

Io, lui e Belen. Io e lui a letto. Belen in tv, semmai fosse necessario specificare.

Mi viene fuori una domanda di quelle che solo la mente di una donna può concepire, una di quelle da gag di Brignano. “Amore- dico- ma se per assurdo tu ti trovassi con Belen e lei fosse, diciamo così, disponibile -(avevo già detto che sarebbe assurdo)- tu che faresti?” Ho come l’impressione che lui sia entrato nel panico, come se sapesse che non esiste risposta esatta ad una domanda del genere e che in qualsiasi modo avesse risposto ne avrebbe pagato le conseguenze, e immagino decida di essere sincero: “Amore mio -il ruffiano- credo che mi verrebbe davvero difficile dire di no…” Gli sferro un calcio degno della Mondaini sotto le lenzuola e mi metto di “quartaccio” (me sto a romanizzà pur’io….per gli italiani normali  “mi giro di botto e gli do le spalle”). Non gli parlo più fino al mattino seguente, quando gli rivolgo la parola solo per rinfacciargli il tradimento, per quanto solo immaginato.

Belen un po’ rappresenta il prototipo di bellezza oggettiva, che che ne dica il mio fisioterapista al quale, sostiene lui, non fa né caldo né freddo- eppure non è gay!

Qualcuno, invece, sostiene che la bellezza oggettiva non esista: è bella la donna che si sente bella, la bellezza non è un fatto fisico, la seduzione è movimento. È una questione di suggestione e di autoimmagine. Certo questa sarebbe una spiegazione al fatto che anche donne che non sono esattamente bombe sexy abbiano trovato qualcuno disposto a condividere il talamo con loro, e certamente è una speranza per chi è non dico un po’ cessa, ma almeno nella media.

Però io la vedo Belen sui social e sembra sempre uscita da un salone di bellezza, è sempre da copertina, è sempre una gnocca da paura! Se è una questione di autosuggestione, mi dico, allora basta che io mi senta come lei, che mi atteggi come lei. Ci vuole un grande sforzo di immaginazione, ma ok. Inizio a seguire il consiglio di chi dice che bisogna ripetersi come un mantra “Io sono una seduttrice…io sono una seduttrice…” e già lì mi sento sufficientemente cretina. Poi comincio l’immedesimazione.  Guardo le sue foto ancora nel letto appena sveglia. Posa da panterona a parte, o la truccano mentre ancora dorme o le hanno tatuato la faccia. Io come tutte le persone normali appena sveglia vado in bagno e, anche se in 45 anni dovrei ormai essermi abituata, passando davanti allo specchio rischio un infarto ogni mattina. Provo a superare questa fase, mi metto un filo di trucco (ma forse un filo non basta) e vado a far colazione. Ma perché io sembro Mafalda e lei se sorseggia un caffè è capace di suscitare…..”ammirazione” in chiunque la guardi? Proviamo a fare una foto davanti allo specchio. Lei le fa in ascensore, io non ce l’ho: provo in camera da letto.  Bocca a “culetto di gallina”, sguardo languido, scatto…e niente, lei è sempre bellissima, a me sembra che mi sia venuta una paresi facciale. I piedi, no dico, perfino la foto dei suoi piedi è capace di scatenare chissà quali fantasie! Io li giro, li rigiro, li metto in posa, cambio angolazione, do lo smalto alle unghie, applico tutti gli effetti che l’app mi permette, ma vedo sempre due normalissimi, banalissimi piedi per niente eccitanti.  Anzi, pure un po’ bruttini.

Allora inizio con gli alibi. Lei non ha neanche 30 anni, io ormai sono in menopausa (ma se avessi scelto come modello Meg Ryan o Charize Theron sarebbe forse andata meglio?). Lei fa ginnastica, io c’ho (oltre tutto il resto) un’ernia e quando ho provato a stare una giornata in piscina, l’acqua mi ha fatto venire l’infezione all’ombelico. Tutta questione di fortuna! Lei ha le tette rifatte ed io no (questo ormai lo sapet tutti, vero?casomai leggetevi “Questioni di tette”) e ha soldi a palate da spendere in trattamenti di bellezza. Quando a me hanno chiesto 254 euro per una crema antirughe alla bava di lumaca, che di per sé farebbe pure un po’ schifo, mi stava venendo una sincope.

E poi, mi dico, quando mai può capitare al mio uomo di trovarsi davanti Belen? E francamente, premesso che io lo adoro così com’è, neanche lui somiglia tanto a De Martino o a Patrick Dempsey!

Ma sì, noi abbiamo una marcia in più, siamo BELLI DENTRO. Peccato, come disse un comico siciliano, non poter andare in giro “aperti”…

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