“La mia vita..ed altri difetti ” 2-Scelte..

Si dice che la nostra vita futura dipenda dalle scelte che facciamo. Io, in certi casi, la possibilità di scegliere ce l’ho avuta e ho imboccato la strada sbagliata. E tutta la vita è davvero stata condizionata da quelle scelte.
Non ho mai conosciuto nella mia esistenza un cretino che fosse consapevole di esserlo. Che lo riconoscesse, che lo ammettesse. Anzi, al contrario, più un cretino è tale, meno dubita della sua intelligenza. Probabilmente io non smentisco la regola. Perché mi sono sempre considerata una persona intelligente, ma ho trascorso una grande parte della mia vita comportandomi da deficiente.
Numerose ricerche sull’intelligenza hanno dimostrato che questa è la capacità di adattarsi all’ambiente, di muoversi con consapevolezza nelle diverse situazioni. Non solo a me questa capacità, che ha poco a che fare con il più conosciuto QI, è mancata, ma ho sempre avuto una innata propensione all’errore. Ho cercato di consolarmi e confortarmi con le teorie  di K.R.Popper, che si è ostinato a considerare l’errore un fatto del tutto positivo, ma io pragmaticamente sono arrivata alla conclusione  che l’errore ci dice solo che siamo sulla strada sbagliata ma non ci indica quella giusta. Insomma, gira e rigira ci si ritrova sempre al punto di partenza. Un po’ come credere che l’esperienza insegni qualcosa. Siamo adulti, abbiamo vissuto, abbiamo capito come sono andate le cose. Eppure continuiamo a sbagliare e se non lo facciamo è solo per fortuna sfacciata.
Fra i tanti errori che ho commesso nella vita, almeno un paio hanno un nome ed un cognome. La cosa che aggrava la mia situazione, già abbastanza compromessa dalla sopraggiunta dalla consapevolezza di aver sbagliato, è che tante persone, compresa anche la mia famiglia, spesso hanno provato a farmi capire che stavo prendendo un abbaglio, ma io ho proceduto ostinata lungo la mia strada senza nemmeno lasciar spazio al dubbio che probabilmente qualcuno di loro poteva addirittura aver ragione. Sì, perché fra i miei difetti –ed io i miei difetti li conosco uno per uno, e me li tengo cari…non si sa mai possa correre il rischio di migliorare- c’è anche la testardaggine: se mi metto in testa una cosa non me la togli nemmeno a picconate, dovessi rimetterci la faccia e la reputazione!
In certi casi mi sono resa così ridicola che dovrei ancora, dopo tanto tempo, correre a nascondermi in un angolino. O dovrei mettermi da sola in punizione dietro la classica lavagna e per giunta in ginocchio sui ceci – come se poi già solo averle vissute, certe situazioni, non sia stata una punizione abbastanza grande! Purtroppo, però, “Con i se e con i ma la storia non si fa”. Tanto vale accettare quel che è stato e semplicemente cercare di ricordare quando serve e dimenticare laddove è necessario.  (continua? Chissà…)

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“La mia vita…ed altri difetti”

La famiglia è quasi sempre un’arma a doppio taglio: se da un lato ti assicura un senso di appartenenza, dall’altro può forgiare il tuo carattere verso direzioni a te non congeniali. Credo sia successo anche a me…
Nata in un piccolo paese della Sicilia, sono figlia di una insegnante e di un impiegato comunale e giornalista. I miei, da quello che ho sempre saputo, si sono conosciuti, innamorati e si sono amati fino a che papà non è arrivato alla fine dei suoi giorni.
Prima di me hanno messo al mondo mio fratello e, dopo quattro anni sono nata io, la femminuccia che desideravano.
La mia famiglia è stata talmente “normale” che non abbiamo neanche smentito uno dei più tipici schemi psicologici: mio fratello è stato il “cocco di mamma”, io ho sempre avuto una particolare affinità, totalmente ricambiata, con papà, coltivando un complesso di Edipo che me lo ha fatto considerare il mio “uomo ideale”.
Con lui ho condiviso tutto: l’esagerata passione per la lettura, l’amore per la musica, il piacere di guardare un buon film o una divertente opera teatrale. Secondo la consuetudine più assoluta ci siamo spesso scontrati e talvolta lui riusciva ad essere abbastanza spiacevole e severo con me, ma, in ogni caso, mi ha sempre indicato quale fosse la via giusta da seguire e da percorrere. Me l’ha consigliata e forse inconsciamente “imposta”, creando in me  gravissimi sensi di colpa se e quando non ero in grado di seguire quelli che apparivano come semplici suggerimenti o avvertimenti.
Mia madre mi  ha cresciuta come la brava “donna di casa”, insegnandomi a svolgere le faccende domestiche, a cucinare, a lavorare ai ferri, all’uncinetto e a ricamare. E almeno in queste cose, me lo concedo dando spazio forse  alla competitività seppure mista ad emulazione, ho superato la mia maestra. L’ho sempre ammirata per il modo in cui svolgeva il suo lavoro di insegnante, tanto che oggi anche io lavoro coi bimbi della scuola primaria.

Mio fratello e il rapporto che è intercorso fra noi due, merita altrettanta attenzione e considerazione. Se io ho cercato di seguire le regole imposte da mio padre, lui è sempre stato il ribelle della famiglia, quello che sembrava trovasse estremo piacere nel trasgredire, quasi avesse una naturale propensione ad essere sovversivo e a deludere le aspettative. Quasi sempre mi assumevo l’onere di coprirlo quando ne combinava qualcuna delle sue, non avendo però in cambio la stessa cortesia: se facevo qualcosa di nascosto dai miei e lui lo scopriva, dovevo pagare il suo silenzio con moneta sonante.
Il suo hobby preferito era leggere in bagno il mio diario segreto (quale ragazzetta di quei tempi non aveva uno?) e poi minacciava di riferire parola per parola ai miei genitori se non avessi rimpinguato il suo portafogli. Devo riconoscergli comunque un fiuto da segugio, perché, nonostante io lo nascondessi nei posti più impensati, riusciva sempre a scovarlo con una abilità che ancora mi inquieta.
A volte, mi vendicavo in maniera anche crudele, come quando gli ho fatto un occhio nero durante una litigata, lanciandogli uno stivale. Però, mi si spezzava il cuore quando i miei lo punivano per le sue “ragazzate” o quando tornava a casa dopo aver alzato un po’ troppo il gomito  e piangeva perché, probabilmente vedendo doppio, diceva “Vi prego, no! Già una sorella è tanto, due sono troppe!”
Sarà stata anche la sua indisciplinatezza che mi ha portato ad assumere il ruolo della brava figlia (a qualcuno doveva pur toccare!). Perciò andavo bene a scuola, rispettavo gli orari se e quando uscivo, frequentavo le amiche “giuste” e mi sforzavo di essere ubbidiente. E fino ad un certo punto ci sono perfino riuscita.
Noi eravamo il tipo di famiglia in cui si andava a fare la spesa tutti insieme, per Natale ci si spostava nella città più vicina a fare incetta di dolciumi di cui io e papà andavamo matti, in cui c’era un totale e assoluto rispetto delle regole sociali, un limite netto fra cosa fosse corretto e non corretto fare.
Così, ho cercato di imparare dai miei genitori le cose migliori: l’onestà, il senso del dovere, il piacere e la necessità di stare con gli altri e soprattutto di rispettarli, l’importanza dell’amicizia.
In più casi, poi, questi preziosi insegnamenti si sono scontrati, nel corso della vita, con situazioni e persone che li hanno messi a dura prova, ma ancora non mi abbandona il bisogno di dimostrare di essere all’altezza di un modello forse troppo ideale per essere realizzato.
I miei hanno apparentemente sempre rispettato le mie scelte, anche se spesso non le hanno approvate, e mi hanno sempre dato la giusta dose di libertà, seppure nei limiti che mio padre, con osservazioni sia dirette che indirette, imponeva. Papà era il tipo di uomo per cui esistevano le “convenzioni” e contro quelle non si sarebbe mai dovuti andare per nessun motivo. Le sue affermazioni, asserite con massima convinzione e determinazione, avevano l’effetto di influenzarmi considerevolmente, e, proprio perché volevo e dovevo essere la “cocca” di papà, non avrei mai potuto, neanche una volta cresciuta, tradire quelli che più che insegnamenti mi sembravano regole che non potevano essere trasgredite.
Anche per questo sono cresciuta accompagnata da una serie di piccoli e grandi tabù che solo col tempo sono riuscita in parte a superare. Nella mia famiglia non si è mai, per esempio, toccato l’argomento “sesso”. Tutto quello che ho saputo, nel corso degli anni, l’ho scoperto da sola. Perfino che alle donne, ad una certa età toccava l’esperienza del ciclo mestruale. Nessuno in famiglia mi aveva detto che prima o poi mi sarebbe accaduta questa “cosa” ed è stato solo grazie ad una amica più precoce di me se non mi è venuto un coccolone quando ho fatto quella scoperta un sabato pomeriggio di febbraio del 1981. E non solo: neanche dopo aver constatato quanto era avvenuto, mia madre ha avvertito la necessità di spiegarmi perché e cosa stesse capitando e, per giunta, convinta che 10 anni fossero troppo pochi e quindi pensando ad un fatto occasionale, non mi fece indossare nemmeno un normalissimo e per niente scandaloso assorbente ma, cosa che ancora non mi spiego e non giustifico, mi diede del cotone idrofilo che mi regalò, quando qualche ora dopo lo tolsi, delle sensazioni non proprio piacevoli. Quell’avvenimento, poi, provocò quella che fu per me una grande perdita. Inspiegabilmente papà smise di abbracciarmi e coccolarmi come faceva prima: i momenti di contatto fisico, per noi, divennero quasi “proibiti”. Me ne accorsi lentamente, col tempo e mi parve una ingiustizia incomprensibile. Ero o no sempre sua figlia? Perché non potevamo fare quello che facevamo quando ero ancora bambina? Infondo, ciclo a parte, lo ero ancora: avevo solo 10 anni e un abbraccio del mio papà era per me rigenerante. Ma ancora una volta, per via della stima e della fiducia che avevo in mio padre, ho pensato che fosse giusto così e che di sicuro c’era una buona ragione se aveva deciso di comportarsi in quel modo.

A casa mia non si andava in giro se non vestiti di tutto punto. Il massimo dell’intimità era vedersi in pigiama e certi argomenti, così come ogni parola che fosse anche solo considerata poco conveniente, erano assolutamente banditi dalle nostre conversazioni. La prima volta che ebbi modo di abbandonare immagini alquanto fantasiose e vidi un organo sessuale maschile fu quando tornando da scuola, a circa 12 anni, un tizio pensò bene di stare con il suo affare al vento in un garage con la saracinesca abbassata esattamente fino a quel punto lì. Se lo avessi detto a casa probabilmente avremmo potuto ritornare sul posto e cercare di identificare il pazzo che aveva deciso di “iniziarmi” a questa visione in modo alquanto traumatico, ma l’idea di raccontare a qualcuno quello era che era successo era lontana da me anni luce: come avrei potuto mai affrontare l’argomento? Come lo avrei chiamato? “Coso?” “Attrezzo”? No, meglio lasciar perdere!!!
Perfino quando papà mi avviò all’ascolto del grande Fabrizio De André lo fece a modo suo, descrivendomi un uomo che non era un semplice cantante, ma un magnifico poeta, facendo insorgere in me la voglia, il desiderio di conoscere lui e le sue opere, ma abbandonandomi all’ascolto per non sentire l’imbarazzo di quelle che mio padre avrebbe definito “parolacce”, e rimandando ad un secondo momento il commento delle canzoni e dei testi.
Quando cominciai ad ascoltare le canzoni del grande Faber, proposi a papà una mia riflessione: avevo notato che i temi maggiormente trattati dall’autore erano secondo me tre: Dio, la Morte, le Puttane. Papà, con quella espressione insieme severa ed imbarazzata (stringeva in modo singolare le labbra, in questi casi) mi disse che era meglio che le chiamassi “prostitute”. Così ho imparato il significato di “eufemismo”: posso dirti anche che sei un “cazzone” ma riesco a farlo con le parole giuste, quelle che non ti invogliano alla querela. E devo ammettere che questo, nella vita, spesso, mi è stato parecchio utile.

Mio padre non mi ha insegnato, come spesso banalmente si tende a pensare, credere e dire, che conta più la sostanza che la forma. Lui mi ha insegnato che contano entrambe. Ci deve essere sostanza contenuta nella giusta forma.
Una delle mie più belle sensazioni era sentirmi circondata dall’invidia delle mie amiche per la famiglia che avevo e per il rapporto che c’era fra me e papà e mamma. Eravamo, o almeno così apparivamo, una famiglia perfetta: due genitori inseparabili che fino a giorni prima che papà lasciasse questo mondo, dopo quarantatrè anni di matrimonio, camminavano ancora abbracciati per strada come gli innamoratini di Peynet; un padre stimato e ammirato in tutto il paese che mi adorava e che adoravo; una madre-amica a cui confidare dubbi e segreti.
Sarà per questo che a volte, vorrei  tornare indietro, rintanarmi nella serenità e nella “sicurezza” della mia infanzia, rinchiudermi nel guscio protettivo che è stata per me la mia famiglia. In sostanza,vorrei non essere mai cresciuta, perché è enormemente più facile rimanere bambini fra le braccia di mamma e papà, sentirsi sempre “figli”, piuttosto che affrontare la vita ed assumersi le proprie responsabilità.

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