Ultimo giorno di scuola

All’uscita da scuola, nell’ultimo giorno dell’ultimo anno in cui i nostri alunni sarebbero stati con noi, hanno dato in mano anche a me un palloncino colorato, come a tutti i bambini e, dopo il conto alla rovescia, ho dovuto lasciarlo andare via.

3…2….1….. e il palloncino, insieme agli altri, ha preso il volo.

Ha volteggiato un po’ sulle nostre teste, ancora alla portata dei nostri sguardi e poi piano piano è scomparso insieme agli altri.

Da bambina, ogni volta che vedevo un palloncino volare nel cielo, piangevo. Non so perché, ricordo però quell’enorme tristezza che mi scoppiava dentro nel vederlo diventare sempre più piccolo, un puntino che scompariva nel cielo.

Mi chiedevo, e lo faccio ancora, dove vanno a finire i palloncini quando li lasci andare, volontariamente o meno.

Oggi, aprire le mie dita e lasciare quel filo, ha avuto un significato particolare: accettare che era giunto il momento di mettermi da parte e vedere i “miei” bambini prendere il volo come quei palloncini, allontanarsi ed andare via.

Quello che fa piangere una maestra, ogni volta che completa un ciclo, è avere la sensazione di non poter più proteggere i suoi bambini.

Ti fanno arrabbiare, urlare, disperare. A volte ti viene voglia di mollare tutto, di cambiare mestiere, pensi che avresti meritato di meglio e di più. Ma poi, quando vanno via, ti si chiude lo stomaco e ti fa male il cuore e ti chiedi perché ancora non ti abitui ad accettare che “arrivano, crescono, se ne vanno”.

Oggi ho versato tante di quelle lacrime che ho l’impressione che, anziché abituarmi, ogni volta va sempre peggio.

È che il “mestiere della maestra” non è un lavoro qualunque e solo chi E’ maestra può capirlo.

Non puoi affezionarti ad un pc, non puoi legarti ad una pratica in ufficio.

Non asciughi le lacrime ai pezzi di carta, non li vedi crescere, cambiare, attraversare crisi, trasformazioni, affrontare primi amori. Non vedi i loro occhi imploranti quando si trovano in difficoltà, non li tieni in braccio per misurargli la febbre o per cercare di colmare il vuoto che ha lasciato la mamma che è appena andata via.

Non hai la responsabilità di diventare un punto di riferimento, di instaurare relazioni positive e strutturanti.

Coi bambini è tutto diverso.  Devi insegnargli a fidarsi di te, devi riuscire a conquistarli, devi riuscire ad occupare un posto importante, seppure non invadente, nelle loro vite.

Devi controllare i tuoi umori, devi cercare di ricordarti che ogni gesto potrebbe avere un peso importante nella loro crescita.  È un lavoro che stanca, sfianca, sfinisce.

Ma è anche un lavoro che emoziona, che appassiona, che commuove e, spesso, gratifica.

Come oggi. Quando ho pianto per le parole stupende che mi hanno dedicato, quando ho pianto fra gli abbracci dei bambini e dei genitori, capaci di dimostrarmi, in ogni modo, un affetto e una stima che, forse, neanche sospettavo.

Tanto mi basta.

Grazie bimbi, ciao….

E-ducere.

“Se si chiede ad una crisalide che cosa vuole essere, essa non dirà mai che desidera diventare farfalla, perché non sa di esserlo in potenza”. (Aldo Carotenuto)

Tutti possiamo essere migliori di quel che siamo, ma perché questo accada è necessario che noi stessi o qualcuno diverso da noi abbia fiducia nelle nostre possibilità.

Se ciò è vero per chiunque, questo è ancora più importante nel processo educativo.

Da insegnante molto spesso mi interrogo sul mio lavoro; soprattutto capisco l’importanza del ruolo mio e dei miei colleghi nella vita dei nostri allievi, soprattutto in un periodo storico in cui la famiglia latita come agenzia educativa e delega ad altre istituzioni il compito di formare i propri figli; in un momento in cui tutto nella nostra società sembra temporaneo, transitorio, perituro e sottoposto a continue trasformazioni (perfino le relazioni affettive e familiari) e in cui non esistono categorie di appartenenza stabili.

Mi sento, a volte, caricata di una responsabilità che mi appare troppo grande ed impegnativa.

Poi rifletto sul messaggio che i miei grandi maestri (sia quelli dei libri, sia quelli che ho avuto la fortuna di incontrare e che mi hanno essi stessi formata) mi hanno trasmesso, ossia di essere consapevoli dell’importanza del proprio ruolo nella vita dei propri allievi così come loro sono stati fondamentali nella mia: loro sono stati più che maestri, sono stati coloro che hanno fatto venire fuori da me la mia vocazione e, spero, il mio talento. Mi hanno EDUCATA nel senso letterale del termine (e-ducere)  spesso dimenticato e trascurato : hanno “tirato fuori da me” il demone, per dirla con Socrate, che avevo dentro, la mia verità, le mie capacità, le mie potenzialità. Hanno permesso un “contagio” tra la loro maturità e il mio desiderio di crescita, aiutandomi a costruire poi, in maniera autonoma, le mie logiche di vita, i miei valori, i miei ideali.

Ogni processo educativo è intenzionale e (Edda Ducci lo insegna) parte da una violenza, da una “scossa”. Come nel mito della caverna di Platone il prigioniero si libera e quando torna a liberare gli altri questi hanno paura di lasciare il buio certo per una luce rischiosa e sconosiuta, così l’educatore interviene nella vita dell’altro e lo “costringe” ad iniziare un cammino.

Un cammino che conduca ad un miglioramento.

Essendo un processo intenzionale, l’educazione non deve trascurare nessuna delle dimensioni costitutive della persona, da quella fisica, a quella psichica a quella culturale e sociale. E soprattutto l’insegnante, la guida, deve credere possibile la crescita, l’evoluzione e la trasformazione; deve credere che ognuno ha dentro quella “voce” che deve venire fuori.

Ecco, io ci credo.

E credo nella mia volontà di mettere in atto, sempre, azioni positive e utili per i miei allievi.  Per quanto voglia evitarlo, a volte sbaglio, mi ricredo, aggiusto il tiro, come tutti.

Ma ho alcuni punti fermi su cui non posso , non voglio e so che non devo mai cedere: arrendermi di fronte ai fallimenti (o almeno a quelli che possono sembrare tali), fare qualcosa che ritengo sbagliata, contraria ai miei principi pedagogici, rinunciare a qualcosa che sono certa possa avere ricadute positive, rinunciare a credere che ogni bambino abbia dentro un mondo da tirare fuori.

Se non avessi questi punti fermi, rinuncerei ad insegnare.

Si incontrano innumerevoli difficoltà. Il senso di frustrazione è sempre in agguato. Ma se avrò cambiato anche solo uno di quei cuoricini, se potrò contribuire a far diventare un uomo migliore uno solo dei “miei bambini”, allora non avrò lavorato invano.

E ne sarà comunque valsa la pena.

E-ducere

Lo Stato, la scuola e la…”Maleducazione”….

Devo semplicemente trovare un sistema. Devo solo capire come fare a scordare tutto quello che ho imparato sull’educazione e sulla scuola. Devo scordarmi di Socrate, di Aristotele, di Comenio, per partire proprio da lontano, e cominciare a convincermi che tutto quello su cui si basa la mia formazione di insegnante sono inutili fandonie.

Tranne una: l’educazione dipende dal contesto sociale e dal periodo storico e tende a formare l’uomo che “serve” alla società in un dato momento. Quindi ogni società mette in atto un sistema educativo che è “utile” e qualsiasi riflessione pedagogica deve tener conto degli ideali, delle esigenze del tempo e ha senso solo se risponde ai bisogni e ai problemi di una determinata società.

O di un determinato regime.

Non sono certo la prima a sostenere che, attraverso quel che il sistema dominante pretende dalla scuola, si può capire che tipo di Governo si stia vivendo.

La storia ci insegna che i governi totalitari temono la cultura; temono l’educazione intesa come attività orientata a favorire lo sviluppo della persona, mirata a far risaltare ed affermare il valore dell’uomo, a potenziare le capacità offertagli dalla natura grazie ad interventi consapevoli e finalizzati.

Se educare vuol dire aiutare i soggetti a costruire in maniera autonoma, cosciente e responsabile, logiche di vita in cui credere, se vuol dire dotare il soggetto degli strumenti di lettura e comprensione della realtà, il “regime” che ha necessità di governare senza azioni realmente democratiche deve impedire in qualche modo che una formazione pensata in questo modo venga posta in essere.

Allora mette in atto una serie di strategie che possano far deviare il percorso formativo verso mete e fini più utili e congeniali.

Ecco, a me pare che stia succedendo esattamente questo.

La riforma della “Buona Scuola”, così tanto osteggiata, non ha fatto e non fa altro che distrarre gli insegnanti da quelli che dovrebbero essere gli obiettivi del processo formativo e, mentre questi cercano di difendere i loro diritti, ma proprio i diritti che sono alla base della libertà del lavoratore, lo Stato ne pone altri che poco si confanno a quelli per cui questi docenti sono stati formati.

Entrare in disquisizioni pedagogiche non è neanche necessario. Basta vedere quel che sta succedendo in questi giorni. Docenti che attendono una sede, che vedono il destino loro e delle loro famiglie attaccato ad un filo, alla discrezionalità di chi se ne sta col suo nobile deretano appoggiato sulla comoda poltrona del potere. Altri che, a ruota, aspettano di sapere se potranno finalmente accedere al posto fisso (ma fisso in che senso, se già stanno preparando una legge che permette il licenziamento in caso di esubero?)  e ancora altri che, dopo che avranno sistemato anche chi non ha lavorato un solo giorno, coi loro anni di servizio sul groppone attendono di sapere se avranno ottenuto o meno un posticino, seppure in maniera provvisoria, vicino a casa e ai propri cari.

Secondo la tabella di marcia (e stiamo vedendo quanto questa sia fallace) tutte queste operazioni dovrebbero concludersi a fine settembre per il personale di ruolo e ad ottobre per eventuali supplenze annuali. Praticamene si arriva quasi a natale senza che sia possibile assicurare agli alunni presenze stabili, figure che iniziano un percorso con loro certe di portarlo a termine. Anzi, in molti casi, non ce ne saranno proprio di figure, se non quella per così dire “magra” che stanno facendo i nostri governanti.

Arriveremo a scuola, se ci arriveremo (in che scuola non è dato saperlo) già stanchi, sfiancati, stressati e distrutti. Ce ne vorrà per recuperare le forze e iniziare a mettere in pratica quei sani principi e quei percorsi educativi che sappiamo (ma lo sappiamo solo noi docenti) essere necessari per formare “uomini e cittadini”. Anche perché, una volta che avremo una sede, dovremo iniziare un’altra battaglia. Dovremo dimostrare ai nostri Presidi di essere tanto bravi, affidabili e disponibili. Dovremo impiegare le nostre energie per inventare modi e maniere per apparire indispensabili, così da non essere costretti a ricominciare pellegrinaggi da una scuola ad un’altra. Questo a discapito anche dei colleghi che infondo non sono così male, ma si sa..”mors tua vita mea”. Quello che avverrà nelle classi, in un simile contesto, non importerà a nessuno. E ci ritroveremo, fra qualche anno, con un popolo di deficienti che farà di peggio che andare a cercare animaletti virtuali con il naso attaccato allo schermo di un telefonino…..

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Maestra Marisa

Momenti…..il mio lavoro è fatto di momenti. Quelli in cui ti viene voglia di mollare tutto, perché sei bistrattato, umiliato, mortificato. Quelli in cui sei stanco e ti chiedi perché ci metti anima e cuore. Quelli in cui pensi che infondo sia tutto inutile, perché quello che fai va a scontrarsi con una società sempre più malata e non rimarrà niente di quello che tu hai cercato di seminare. E poi ci sono altri momenti, QUESTI momenti, nei quali trovi forza, voglia, motivazione e capisci che questo lavoro è soprattutto AMORE. E in amore, si Sa, è meglio dare che ricevere…..

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