Un anno di noi

Un anno di noi.
Curiosità, critiche, complimenti, battute a volte poco simpatiche ed intelligenti, pettegolezzi, successi: da un anno ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori.

Spesso mi sono dovuta fermare a spiegare come e perché esisti, in certi casi come se dovessi giustificare la tua presenza nella mia vita.

È da un pezzo che non mi soffermo più a dire come mai, da quando ti ho ricevuto in dono, sei diventato una parte di me. Tanto, poco cambia: le persone intelligenti e proiettate verso diversi canali comunicativi capiscono, talora apprezzano, oppure criticano costruttivamente. Le altre, quelle che amano giudicare, pur non avendone neanche titolo o capacità, continueranno a farlo, senza, comunque, attirare particolarmente il mio interesse.

Fatto sta che ci sei e per me sei importante. Perché non ti ho voluto, non ti ho creato, non ti ho progettato né, inizialmente, ho saputo come saresti diventato, a che cosa saresti servito, ma quasi immediatamente ho gradito che ci fossi.

Perché, anche quando non ho trattato direttamente di me, ti sei incaricato di portarti addosso le mie parole e, con esse, una parte di me.

Quasi subito dopo la tua nascita, ho spiegato che cosa volesse dire per me scrivere, e non starò qui a ripeterlo.

Semplicemente adesso voglio ribadire che chi ha davvero la passione della scrittura quasi sempre scrive più per se stesso che per gli altri.

Per questo, per lunghi periodi ti ho lasciato da solo, vuoto, fermo, spento: perché ero “spenta” io, perché ero stanca, perché non avevo nulla che valesse la pena di essere detto, non avevo emozioni tanto forti da essere percepite.

Oppure, diciamocela bene, non avevo voglia di raccontarmele, quelle emozioni.

Raccontare, raccontarsi è cosa solo apparentemente semplice. E solo chi non ha una mente abbastanza flessibile, una mente che va al di là e oltre quel che appare, non sa che scrivere è esporsi, mettersi a nudo, anche quando si racconta qualcosa o qualcuno “altro da sé”, anche quando si tratta di argomenti leggeri, ironici. Perché perfino la scelta delle parole, la composizione e l’organizzazione di una frase, dice parecchio su chi sei e su come funziona la tua mente.

Raccontare e raccontarsi restituisce significato a se stessi, dá alla realtà il senso e contenuto che le riconosciamo.

Raccontare significa avere fiducia nella comunicazione, significa leggersi dentro e riuscire a riscriversi, a riscrivere la propria storia. Perché la vita è costituita più dal significato che attribuiamo agli eventi che dagli eventi stessi e scrivere è come trovarsi davanti proprio quel significato.

Quando scrivo apprendo da me stessa, imparo a vivere “rivivendo” le parole che trovo sul foglio (di carta o virtuale, poco importa).

Quando inizio a scrivere non so mai esattamente dove mi ritroverò: il pensiero si forma scrivendo: lo scopro (e mi scopro) solo dopo.

Per questo, “caro blog” sono contenta che ci sei. E non per supposti guadagni (in un anno avrò sì e no guadagnato 25 euro, certamente meno di quanto ci abbia investito), ma perché ogni scritto che contieni è come un figlio: ciò che creo mi appartiene e fa parte di un certo momento della mi vita e rileggerlo mi da sempre emozione.
Condividerlo con gli altri è condividere quell’emozione e sperare di suscitarne altre.

Sarà per questo che vedere i miei scritti “rubati” con firme diverse mi da dolore: mi strappano una parte di me e se ne impossessano.

Non so quanto tempo trascorreremo ancora insieme, se saranno più i pensieri di cui sono gelosa o quelli che avrò voglia di condividere. Non so che strada percorreremo insieme, o se il nostro viaggio prima o poi si interromperà.

Buon primo compleanno….

Grazie a chi ha voluto che tu ci fossi.

 

Mia libertà

Ho strappato via le sbarre della prigione del conformismo e sono io. Da quell’ apertura entra luce e libertà. Anzi, esco io; io che sono diversa e non me ne dispiaccio.

Io che non vivo di fatti, ma di emozioni. Io che la vita la attraverso sentendola sulla pelle e col cuore.

Io, che mi commuovo per una poesia, che rido di gioia, piango di dolore, che non dico quasi mai la cosa giusta. Che nascondo la vulnerabilità dietro l’ironia, che travesto la debolezza di risolutezza solo per salvarmi dalla meschinità, per difendermi dalla malignità, per sopravvivere alle canagliate.

Sono io, che non riesco a vedere il lato oggettivo della vita, che cerco il senso nascosto di tutto e in tutti.

Io, che le parole non le ascolto solamente, le viviseziono, le analizzo, le scompongo, le anatomizzo, ci faccio i giri intorno per vederne tutte le sfumature, per coglierne tutti i significati.

Io, che preferisco il calore della famiglia alle serate ipocrite di finte amicizie, che mi prendo cura delle persone che amo, che nel tempo libero faccio quello che mi piace davvero, che so di non essere migliore, ma che mi sforzo di non essere inferiore.

Io che odio andare dal parrucchiere, che più dei miei chili di troppo non sopporto le gallette di riso, che non vado in palestra e, quando ho freddo, metto i pigiamoni di pile e i calzettoni.

Io, piacevole, brillante, allegra, divertente ma anche terribilmente lunatica, nervosa, inquieta, suscettibile e irritabile, a volte isterica, talvolta infantile. Egocentrica e, perché no, egoista. Un po’ lagnosa, piena di manie. Intollerante, malinconica e in alcuni casi pessimista.

Sono io, incontrollata ed incontrollabile, istintiva, impulsiva e, può capitare, poco saggia. A volte presuntuosa, saccente e tracotante, altre dimessa e remissiva. Prepotente e, quando è il caso, arrogante.

Io che non faccio parte del gruppo, che non sopporto il branco; per questo forse irrimediabilmente destinata all’incomprensione e all’isolamento.

Ma adesso che ho strappato via le sbarre della prigione del conformismo e ho assaporato la libertà,  non torno indietro e scelgo, ancora, di essere me stessa e di non uniformarmi ad una massa inconsapevole.

Sono io e sono libera.

libertà

 

 

La stagione dei libri

Quando ero adolescente per me l’estate era la stagione dei libri.

Ci trasferivamo nella nostra casa in campagna, un po’ fuori dal mondo allora, e papà tornava dalla biblioteca comunale carico di romanzi selezionati assieme al suo amico bibliotecario perché fossero adatti ad una ragazzina della mia età.

Quando me li trovavo tutti lì, davanti a me, era difficile decidere da quale iniziare. Mi lasciavo convincere dal titolo e dal risvolto di copertina, non conoscendo né autori né storie, e iniziavo il mio viaggio.

Se il libro mi prendeva, e di solito lo faceva, non me ne staccavo più. Mi svegliavo al mattino con gli occhi gonfi per la nottata passata a leggere e facevo colazione col libro ancora aperto ed era una violenza per me staccarmene per aiutare mia madre nelle faccende di casa.

Durante il pomeriggio, dopo una pausa per guardare in tv una di quelle commedie americane che trasmettevano in quel periodo e che io adoravo, quelle con Sandra Dee, Frank Sinatra, Bing Crosby, Grace Kelly, riprendevo la lettura.

Era un rituale che svolgevo sempre allo stesso modo: dopo la fine del film, intorno alle 17, tagliavo per il lungo un panino morbido, strofinavo su entrambe le parti uno dei pomodori che ci regalava il contadino vicino di casa, “u zù Cicciu”, mettevo un po’ di sale, l’origano, qualche fettina di Galbanino e col panino in mano e il libro sottobraccio andavo a sedermi in veranda, sul dondolo, e mi rimmergevo fra le pagine stampate, sbocconcellando la mia merenda.

Non è così semplice per me spiegare che cosa volesse dire perdermi nelle storie che leggevo.

Vedevo con la mente luoghi e situazioni, immaginavo i personaggi, mi innamoravo di loro, delle loro storie e per tutto il tempo della lettura mi estraniavo dal mio mondo, in quel periodo popolato di poche cose data l’assenza di telefoni, pc e altre distrazioni più moderne, e mi trasferivo con la mente, ma addirittura quasi anche fisicamente, nel luogo e nel tempo che l’autore del libro mi stava raccontando.

Sì, perché la sensazione che avevo era che quella storia io la possedessi, che fosse scritta per me, che solo io potessi conoscere i protagonisti, le loro vite, le loro avventure, perfino le loro case e i posti in cui si svolgeva la storia.

A pensarci adesso, in realtà, la bellezza della lettura è proprio questa: avere un rapporto singolare, intimo, personale e unico con la storia che si sta conoscendo e coi personaggi che la vivono. Nessuno, credo, pur leggendo lo stesso libro lo vive allo stesso modo di un altro. Nessuno immagina il protagonista con le stesse identiche caratteristiche di un altro lettore, perché, per quanto precise possano essere le descrizioni, ognuno ci mette qualcosa di sé, ci aggiunge qualcosa che è assolutamente personale: un particolare, un modo di muoversi, un gesto caratteristico.

Spesso i miei dovevano richiamarmi con fermezza per riportarmi alla realtà e alle cose pratiche da fare e che io in quel momento odiavo con tutta me stessa: apparecchiare la tavola, tagliare l’insalata, friggere le melanzane (cosa che ho sempre odiato a prescindere) o andare a trovare i parenti.

In verità, quando andavo da mia zia Carmela non era tanto sgradevole. E non solo per la buona compagnia.

Mia zia, come me, dedicava l’estate alla lettura e, come me, aspettava che il genero le portasse i libri dalla biblioteca. Ne faceva una pila che teneva sul tavolino di vimini davanti alla poltrona dove si sedeva e quando io arrivavo mi mettevo lì a guardarli ad uno ad uno e a parlare con lei di quale le fosse piaciuto di più e di quale mi consigliasse, così che potessimo scambiarcene qualcuno prima di riportarlo indietro.

Quando sono cresciuta ho liberato mio padre dall’incombenza di scegliere per me i libri che potessero piacermi di più e andavo da sola a trovare quelli giusti per me. Non ci azzeccavo sempre, qualcuno mi deludeva pure, ma il piacere di perdersi in messo quegli scaffali a spulciare testo dopo testo fino a trovare quello che mi intrigava di più era un piacere non inferiore a quello di tuffarmici dentro, in seguito, al libro.

Proprio per quella mania di vivere e immaginare le storie a modo mio, adesso i libri li compro. In genere, tranne quando proprio non riesco ad entrare nella trama o nel modo di scrivere dell’autore, o quando non riesco a prendere in simpatia un personaggio, per me separarmi fisicamente dal un libro è sempre una violenza. Li voglio tutti lì, nella mia libreria, pronti ad essere ripresi e riletti se e quando mi ritorna la voglia.

Di alcuni, spesso, dimentico i particolari, quindi ogni volta che torno a trovarli rivivo la storia in modo nuovo.

Mi è pure successo che un libro che mi ha entusiasmato senza limite in un dato momento della mia vita, lo ho trovato noioso e poco gradevole quando l’ho riletto a distanza di tempo. E questo dimostra che nel libro, al di là dell’oggettività della storia e della scrittura, si cerca sempre qualcosa di personale che dipende anche da come stiamo, da come siamo, da come e cosa viviamo in un determinato momento.

Per questo il libro, come dicevo ad un amico recentemente, è come un profumo. Non solo la scelta è molto personale, ma cambia in base alla pelle che lo indossa.

Spesso ho provato a convincere gente che non ha mai amato la lettura ad appassionarsi ai libri. Ne sono uscita sconfitta. Perché non c’è nulla da fare: è una attività che o ti piace o non puoi fartela piacere a tutti i costi. Sono convinta che chi non legge si perda molto. Ma tanta gente è convinta che io perda molto nel rifiutarmi di giocare a Burraco o di guardare i film di Harry Potter.

Del resto anche fra noi lettori siamo un po’ intolleranti l’uno con l’altro. Io non capisco chi legge Saviano, che io non riuscirei a mandar giù neanche endovena, e mi viene l’orticaria se penso alla gente che ha letto Le 50 sfumature di tutti quei colori là, mentre altri non capiscono come mai io non abbia in casa un libro di Pennac, mancanza alla quale spero comunque di porre rimedio, o perché non riesca a leggere Camilleri pur essendo siciliana e mi sia sorbita quasi tutti i libri di Paulo Coelho (cosa questa che da Brida in poi ho deciso di non fare più).

Sul perché ad alcuni piaccia leggere se ne sono dette tante.

C’è chi dice che si legge per vivere tante vite, chi sostiene che leggendo si dimenticano i dolori e chi che leggere fa rimanere giovani.

Io non so perché “si legge”. So che io leggo perché non sento più i piedi poggiati a terra. Ed è una sensazione fantastica.

libri

Una cosa spiacevole

 

endometriosi

“Non è una cosa piacevole” un mal di testa, un raffreddore, un’influenza.

L’endometriosi è molto più che “poco piacevole”. È una condanna per la vita.

Forse raccontare la mia esperienza e quella di tante altre donne potrebbe essere inutile, soprattutto per persone che esprimono pareri così pesanti senza essere informate.

A me ha tolto parecchio l’endometriosi, sia fisicamente che in termini di qualità della vita.

Ho subito sette interventi e quasi in tutti ho perso un pezzetto di me: una volta un ovaio, la tuba, la cistifellea, l’appendice, un pezzo di intestino, la funzionalità di una gamba, fino all’utero e all’ovaio rimanente. Ho perso il piacere di essere donna, la possibilità di esser madre e ho sofferto fino all’esaurimento nervoso quando nessuno sapeva dare un nome ai miei problemi, rischiando così di lasciarci le penne.

Ho dovuto imparare a gestire il mio corpo, a controllarlo senza lasciarmi sopraffare dal dolore. Se non lo avessi fatto non avrei potuto vivere, non avrei potuto lavorare, non avrei potuto condividere la mia esistenza con altre persone. Ma l’ho fatto;con fatica, Dio solo sa con quanta fatica!

Fare pipì con la sensazione di avere un coltello piantato nella vescica, non poter uscire di casa per la paura di aver bisogno, senza possibilità di rimandare di un solo istante, di un bagno, lavorare ogni giorno con una smorfia costante sul viso perché lei sta lì a ricordarti prepotentemente e con estrema cattiveria la sua presenza, non è stato facile.

In più ho dovuto lottare con l’ignoranza, la supponenza, la perfidia, l’egoismo, la superficialità, la malignità, la bassezza di chi mi stava intorno.

Mi sono spesso sentita dire che l’unico problema che avevo era la poca voglia di lavorare, che facevo una tragedia per dei semplici dolori mestruali, che stavo solo fingendo, anche quando per due anni ho potuto muovermi solo grazie a due stampelle.

Ho speso, per curarmi….no, non per curarmi, perché non esiste cura per le malattie croniche…ho speso, dicevo, per sopravvivere migliaia e migliaia di euro. Perché la sanità ha tempi biblici, perché l’endometriosi non è stata riconosciuta come malattia grave ed invalidante. E ho rischiato, nei momenti peggiori di vedere dimezzato il mio stipendio perché “mi ero ammalata per troppo tempo”. E da questo punto di vista sono pure stata fortunata, perché avendo un lavoro statale non ho rischiato il licenziamento. Ma tante donne nella mia situazione sono state “fatte fuori” dai loro datori di lavoro senza pietà.

La vita privata? Beh, neanche quella è semplice. Se sei fortunata e hai vicino un uomo con un grande cuore (e una gran pazienza) non rischi delusioni. Ma quante sono state trattate come “vuoti a perdere” per l’impossibilità di procreare o perché tanta sofferenza disturbava l’ominicchio e magari anche mammina sua?

Ognuna di noi, posso affermarlo senza timore di smentita, darebbe chissà che per una VITA NORMALE. E quando ci si scontra con l’ignoranza si farebbe volentieri a cambio con chi presume di sapere.

Dopo anni di lotte, di marce, di appelli, dopo fiumi di parole, di e-mail alle istituzioni, pare che l’endometriosi adesso sarà inserita nei Lea e sarà considerata invalidante. Non credo che ci daranno “la pensione”, penso che se riuscissimo ad ottenere l’esenzione per le prestazioni mediche e per le medicine, sarebbe già un successo.

Poi leggo certe cose. E sono io ad essere “indignata”. Io ed altre tre milioni di donne.

Non auguro a nessuna donna, neanche a quelle che mostrano incapacità di informarsi e di solidarizzare, di passare quello che abbiamo passato noi.

Ma la vita è una ruota.

Il rotolo della carta igienica

Stavo cambiando il rotolo della carta igienica. Mi sono ricordata che una volta ho letto che le donne sistemano il rotolo della carta igienica con la parte da tirare sempre verso il muro e gli uomini invece esattamente al contrario. Io odio il rotolo della carta igienica con la parte da tirare verso il muro.

Certamente vorrà dire qualcosa.

Ma non è difficile da capire. In realtà l’esser donna non mi ha mai entusiasmato troppo. Eh, lo so. Sono una voce fuori dal coro, in un momento storico in cui non devi neanche provare a dir male di una donna: anche se cretina, demente e mentecatta, chiunque si salva e viene esaltata purché sia dotata di “chitarrina, passerottina, fisarmonica, patonza o anonima sequestri” per dirla alla Benigni. Per me, invece, l’essere donna non è mai stato un così grande privilegio. A cominciare da quando ero ragazzetta e l’estate toccava sempre a me e mai a mio fratello friggere le melenzane per la pasta, passando dal fatto di essere stata detentrice per 45 anni di utero ed ovaie, che più che inutili sono stati causa di grossi guai, fino ad arrivare ad oggi, che mi trovo a combattere con la menopausa.

Sì, signori miei, la M E N O P A U S A.

Non capisco bene perché al giorno d’oggi si va in giro mezze nude, si portano le tette al vento, si dicono miliardi di parolacce al giorno, non ci si scandalizza più di nulla, ma guai a pronunciare la parola menopausa.

Si fa sempre sottovoce, quasi ci si dovesse vergognare. Come fosse un tabù.

Amici, la fine del ciclo prima o poi tocca a tutte, è un fatto naturale e fisiologico e in Italia al momento sono stimate circa dieci milioni di donne in menopausa. Anche precoce e drasticamente indotta come la mia. È previsto, siamo programmate così, abbiamo una sorta di “data di scadenza”: prima o poi, zac! Finisce tutto. E potrebbe pure essere una gran bella cosa, se non fosse che anche in questo caso ci toccano effetti collaterali.

Cominciamo.

Se vedete una donna di una “certa età” (Che sia chiaro che io la sto vivendo prima del previsto!) che all’improvviso comincia a toccarsi il viso, raccogliersi i capelli, tirare giù la scollatura della maglia e, mentre cerca affannosamente un ventaglio in borsa, inizia a cambiare il colore della pelle dal collo in su come in un cartone animato giapponese, ecco: quella è una donna in menopausa.

Sta affrontando una vampata di calore. Niente di speciale o di tragico, verrebbe da pensare. Verissimo. Ma quel calore non è un calore normale. Si sente salire dal centro dello stomaco piano piano non fino a sopra i capelli ma proprio dentro alla testa. Spinge a perdere il controllo di sé, a catapultarsi fuori, anche se ci sono 0 gradi; ad abbracciare il ventilatore; ad infilarsi cubetti di ghiaccio dentro i vestiti.

Poi passa.

E anche se non sei andata fuori a 0 gradi, se non hai abbracciato il ventilatore e non ti sei infilata i cubetti di giaccio nei vestiti, il tuo corpo che tanto improvvisamente si è surriscaldato, altrettanto improvvisamente congela. Se si è a letto, durante la notte è il momento più bello. Ci si scopre prese dall’improvviso impeto della vampa e magari ci si riaddormenta. Quando si comincia a sognare di trovarsi immersi nella neve o di essere all’Antartide (giuro che non scherzo, a me capita davvero) allora ci si sveglia tremanti e si tirano su le coperte cercando di rialzare la temperatura corporea. Anche 4 o 5 volte a notte.

E da qui nasce un altro problema di questa fase della vita di una donna. I disturbi del sonno. Si dorme di meno, ci si sveglia ripetutamente durante la notte, la sera ci si addormenta sul divano quando c’è il film che si aspetta di vedere da una vita e poi, quando si va a letto, si è così sveglie da poter leggere una delle tre Cantiche della Divina Commedia e tanto lucide da capirla pure.

Ma la cosa più detestabile, sia per la donna che per chi le vive accanto, sono le paturnie, quelle elegantemente definite “disturbi dell’umore”. In un quarto d’ora sperimenti tutti gli stati d’animo che un essere umano può provare: passi dal pianto disperato per qualsiasi sciocchezza ad una euforia incontenibile. Fino ad un attimo prima il tuo compagno ti parlava ed eri una donna assolutamente adorabile e amabile, quando all’improvviso ti trasformi in Regan dell’Esorcista e cominci a vomitare improperi contro quel pover’uomo o contro chiunque ti si ponga davanti.

Sarebbe molto triste per me, ex magrissima, parlare anche dei chili che ci si ritrova addosso quasi subito dopo la…cessazione dell’attività, ma consiglio alle donne che non sono ancora entrate in questo periodo della vita, di prepararsi anche ad una pancetta un po’ più pronunciata. Giusto un po’….

Dicono che non per tutte sia così, che alcune donne non si accorgono neanche del cambiamento.

Io che non mi son fatta mancare niente, non potevo rinunciare a vivere appieno anche questa esperienza, giusto per ricordarmi della meraviglia di esser donna.

Per fortuna L’âme n’a pas de sexe…

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Cooling fan

 

 

Voce del verbo presumere

Presunzione

Vocabolario on line

Preṡunzióne (ant. o pop. proṡunzióne) s. f. [dal lat. praesumptio -onis, der. di praesumĕre «presumere», part. pass. praesumptus]:

 Argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati.

La presunzione ci tocca tutti. Tutti noi presumiamo, pur non essendo questo un fatto appurato, di essere sufficientemente intelligenti o di esserlo più di altri. Ogni giorno presumiamo di essere più belli o educati, più leali o più giusti, più onesti o più corretti. Anche se ci crediamo fermamente, quello comunque rimane: una presunzione. Poi c’è chi presume di poter fare degli altri quel che vuole, perché presume che il mondo sia al suo servizio.  Sempre presunzione è. Ma come ho letto una volta: “Che cosa diventa un presuntuoso, privo della sua presunzione? Provatevi a levar le ali ad una farfalla: non resta che un verme” (Nicolas Chamfort) Siamo tutti presuntuosi e, probabilmente, in realtà tutti vermi….

PRESUNZIONE

Questione di tette.

Qui lo dico e qui lo ripeto. Io le tette non me le rifaccio.  Con buona pace di chi mi consiglia il contrario, dicendo che se non voglio farlo per me devo farlo per “l’omo mio”. A parte il fatto che “l’omo mio” mi ha trovato con queste tette e non mi pare se ne sia fatto un problema, io di interventi per salvarmi la pelle ne ho fatti già otto. Ogni volta stavo lì a pregare il Buon Dio che andasse tutto bene e adesso dovrei entrare, per altro alla mia veneranda età, in una sala operatoria per stupida vanità? No, scusatemi, ma mi tengo le tette che ho. O che non ho, se preferite. Senza considerare che, se avessi dovuto rifarmi qualcosa, avrei cominciato dal mio naso, che bello non è di certo e sta lì, proprio in mezzo alla faccia senza possibilità di non essere notato. Di quello sì, mi sono fatta un cruccio quando il mio ex storico, anima bella, mi diceva che mi avrebbe voluto più bene se avessi avuto un naso alla francese. Ora ringrazio il Cielo che lui, che Dio l’abbia in gloria (no, non è morto ma per me è da un pezzo che è “trapassato”), non c’è più e che il mio naso sia rimasto com’è.

Non è bello per una donna avere le tette della dimensione di due brufoli e anche io, non invidiosa ma “nostalgica”, mi incanto davanti ad un bel seno prosperoso. Ma vogliamo pensare ai vantaggi di un seno piccolo? A parte che il mio sta bene nelle famose coppe di champagne, mentre quello di altre trasborderebbe senza rimedio, se hai il seno piccolo puoi indossare qualsiasi scollatura senza rischiare di essere volgare. Non hai problemi con le camicie che si chiudono senza lasciar intravedere nulla. Questa l’avete già sentita, ma garantisco che è vero: gli uomini ti guardano negli occhi quando ti parlano e sembra addirittura che stiano attenti a quel che dici. Puoi andare in bicicletta, correre, saltare senza che le bocce ti sballonzolino in maniera sconsiderata arrivando fino al mento e se dimagrisci o vai avanti con l’età non ti calano fino all’ombelico (in realtà questo non accade comunque se le hai piene di plastica). Puoi stare facilmente a pancia in giù sempre che tu non abbia problemi di cervicale e, finte per finte, puoi in caso di necessità (io lo faccio costantemente e senza vergogna) ricorrere ai push up. Che sia fatto santo subito chi li ha inventati. Ce ne sono di tutti i tipi: con imbottitura sotto la tetta, con imbottitura laterale in caso di seno ascellare, coi pesciolini da applicare al bisogno, sia in cotone che in silicone. Neanche coi costumi ci sono più problemi. Certo, devi strizzarti bene le tette mentre esci dall’acqua, magari cercando di non dare all’occhio e non far vedere la quantità di acqua che hanno assorbito, se non vuoi passare gocciolante in mezzo alla folla della spiaggia e stare ore ed ore ed ore stesa al sole prima che si asciughino; ma l’effetto, giuro, è strepitoso.

Se hai già un compagno che sa che le tue fanno al massimo tenerezza, il problema non sussiste, neanche dopo che ti sarai “smontata”. Se sei al primo appuntamento, potrebbe essere imbarazzante spiegare all’illuso poveraccio che le tue tette stanno sul comodino.

Certo, è un po’ sgradevole quando vai a comprare i vestiti e la commessa ti dice “signora, magari mette sotto un push up!” e tu sei già imbottita a dovere; ma col tempo ti abitui anche a quello.

E se azzardano qualche considerazione sul fatto che tua madre è ben dotata, puoi sempre rispondere come me: “Io ho preso tutta da papà!”

©riproduzione riservata

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Lettera a mio padre

Ciao Papà. So che non mi senti più, che non puoi ascoltarmi nè vedermi più. Eppure voglio fare finta di parlarti, oggi. Sapendo che parlo a me stessa o a questo bizzarro pubblico virtuale. Volevo dirti, papà, che sto imparando tanto andando avanti con gli anni. Il mondo non è sempre così bello come tu mi hai insegnato e oggi capisco perché volevi starmi sempre accanto per proteggermi. Forse tu lo sapevi che il male si nasconde dietro ogni angolo , che nella vita non sempre hai quello che meriti, che la vita stessa a volte è ingiusta e ti regala sofferenza e forse non hai voluto dirmelo chiaramente perché non volevi spaventarmi e ti limitavi ad evitarmi di trovarmi faccia a  faccia con le brutture come e quando potevi. Poi tu te ne sei andato via e con te la metà del mio sostegno , del mio conforto, della mia forza. Adesso c’è mamma, ma anche lei da quando non ci sei più tu, è un po’ “a metà”. E da quando non ci sei più, la vita, insieme a grandi gioie mi ha dato anche tanti e gravi dolori. E anche tante lezioni. Ultimamente sai che cosa ho imparato, papà? Di solito ci insegnano che dobbiamo ringraziare chi ci fa del bene. Io adesso so che dobbiamo anche ringraziare chi ci fa del male. A ben guardare, Papero, sono in minoranza. Se vado a ritroso con la memoria e arrivo fino ad oggi, sono pochi quelli che mi hanno regalato solo male. Alcuni li hai conosciuti e li hai vissuti anche tu, altri hanno attraversato solo la mia vita. Però bisogna dire grazie a loro quanto ai “buoni”. Sai perché, papà? Perché mi hanno insegnato come e cosa non voglio essere e mi fanno apprezzare chi è positivo e generoso. Perché mi hanno insegnato che c’è gente che soffre davvero tanto più di me (solo questa può essere  la giustificazione alla cattiveria) , mi hanno insegnato che dietro alla tracotanza, alla aggressività, alla prepotenza si nasconde tanta debolezza. Mi hanno insegnato la pietà, la carità e, spero di arrivarci presto, anche la capacità di perdonare. Quella ci hai provato pure tu ad insegnarmela, papà, ma la vita è una maestra più severa e mi sta facendo sforzare di fare del mio meglio. Mi hanno insegnato a pregare per loro, oltre che per me, perché se solo riuscissero a cambiare quanto sarebbe più bello il mondo! Tranquillo papà: non riusciranno mai a farmi diventare altrettanto cattiva, mai disonesta, mai sleale. Piuttosto imparo a difendermi, ma i valori che mi avete trasmesso tu e mamma…quelli no, non me li toglierà mai nessuno. Spero che, se fossi ancora in vita, saresti fiero di me. Questo è un buon motivo per rimanere sana dentro, come tu mi hai insegnato. Ciao , Papero.

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Chi é Marisa?

Siciliana fino al midollo, trapiantata a Bracciano per amore del mio uomo, sono una quarantacinquenne insegnante di sostegno alla scuola primaria. Sono giusta e sbagliata, ansiosa, cerebrale, contorta, curiosa, emotiva, estroversa, fragile, gelosa, paziente, incoerente, infantile, ingenua, insicura, lunatica, malinconica, nervosa, sentimentale, sognatrice, ossessiva, testarda, sincera, determinata…..sempre e comunque vera.

Amo un abbraccio, l’altruismo, la generosità, le emozioni, l’atmosfera natalizia, la pioggia e la neve, le canzoni che mi fanno emozionare, chi mi conosce davvero, chi sa che ci vuol poco a ferirmi o a farmi felice, le fotografie, i libri, le patatine, la pizza, il caffè, il tè al limone coi biscotti , il camino, il mio divano, l’odore della persona che amo, i miei nipoti, il mio cane, il mio lavoro, i miei principi, sentirmi protetta, ridere!

Odio gli arrivisti, la cattiveria, chi non dice quel che pensa, chi mi dice che tutto passa, chi non ha rispetto per gli altri, gli ipocriti, dipendere da qualcuno, il fissare il cellulare in attesa di una chiamata che non arriva, gli addii, ingrassare,  le imposizioni, le malelingue, le occasioni perse, le persone viscide, quello che non capisco, lavare i piatti, gli snob, non poter mettere i tacchi, la pietà. image