Quello che conta sono i pezzi di cuore

Quello che conta nella nostra vita sono i pezzi di cuore, non i pezzi di carta.
Anche se sono fruscianti banconote.

Io so che quel che dico (o scrivo) trova molti d’accordo in teoria, ma pochi in pratica, e ammetto che faccio fatica anche io, in certi casi.
Potrei ispirarmi a saggi ormai lontani nel tempo, ma sarebbe un discorso che discriminerebbe chi è talmente ignorante da non conoscere gli illustri personaggi che potrei citare.

Sono consapevole che il mio semplice pensiero non ha la stessa incisività di quello dei grandi nomi della cultura, ma ho sicuramente il coraggio delle mie idee, e, soprattutto, in confronto a certuni, ho LE MIE IDEE, e questo in alcuni casi fa davvero la differenza.

Abbiamo aspettato sorridendo l’estrazione del biglietto vincente della lotteria (la prima volta in più di otto anni che abbiamo tentato la fortuna) e quando, come ci aspettavamo, abbiamo scoperto di aver investito male 5 euro, abbiamo fatto spallucce. Non perché navighiamo nell’oro, anzi! Qualcuno di quei “pezzi di carta” avrebbe fatto comodo, ma crediamo che, avendo di che vivere, e per certi versi (uno di quei versi che sempre CERTUNI potrebbero non capire) anche di più, ci barcameniamo con quel che abbiamo.

Forse aver avuto ed avere altri ben più grandi dispiaceri apre cuore e cervello verso i valori che contano sul serio, ma se mai qualche rapporto si è incrinato, nella mia vita, se mai ho avuto discussioni, allontanamenti, non è certo stato per il denaro o per qualcosa di materiale. Non che non ce ne sia stata occasione: avrei potuto lottare per avanzare diritti, creare almeno dissapori, a volte anche fratture, ma ho sempre preferito le PERSONE, gli affetti, la serenità, la PACE.
Ci sono cose che davvero non hanno prezzo: l’amore non ce l’ha; le persone care, la famiglia, gli amici, gli affetti, la salute non ce l’hanno. Preferirei vivere con qualche stento in più, piuttosto che perdere, per questioni di mera convenienza, le persone amate.

AMATE.

Forse sta proprio lì, il problema. Se si ama davvero, non si vendono i propri sentimenti per qualche euro in più o in meno. E l’amore non è subordinato a nulla, neanche agli altri, neanche agli “oggetti dell’amore stesso”, quando c’è ti prende e non puoi frenarlo per niente e nessuno.

Quando sono stata coinvolta, per lavoro o in famiglia, nell’educazione dei più giovani, ho sempre cercato di trasmettere esattamente questi principi.
CERTUNI, evidentemente, credono il contrario (chissà da quante generazioni). Io al posto loro, me ne vergognerei. Ma proprio tanto, tanto.

Ho visto persone come loro, piangere lacrime di sangue per aver perso tempo, opportunità, occasioni per amare “gratuitamente” quando non ne hanno più avuto modo, per svariati motivi.
In casa nostra, nella nostra vita, contano i pezzi di cuore.
Con certi pezzi di carta (e non solo le fruscianti banconote) ci puliamo……. i vetri; ci puliamo i vetri, che è un ottimo sistema. Avete provato mai?😇

 

 

“Pace all’anima sua”….

Quando ero bambina aspettavo il giorno dei morti perché in Sicilia si raccontava ai più piccoli che durante la notte i cari defunti scendevano dal cielo e, per dimostrare il loro amore nei confronti dei bimbi, nascondevano regali, frutta martorana e pupi di zuccaru in giro per casa. Mi svegliavo felicissima e cominciavo il giro dei parenti alla ricerca dei regali. In realtà ero una bimba molto paurosa e “i morti “ mi avrebbero fatto paura, se non avessi avuto il conforto dell’attesa dei doni. Poi sono cresciuta e ho cominciato a capire che quella era solo una fantasia, come Babbo Natale, ma ho continuato a preparare i cesti con “i cosi duci “ alle mie nipoti. Con poca convinzione devo ammettere, ma solo per non privarle di quella emozione. Devo riconoscere però che loro, molto più sveglie di me, hanno quasi subito compreso che dietro ai doni c’erano i vivi e non i morti.
Adesso che ho fatto un percorso personale di studio e di conoscenza, non solo la festa di Halloween, ma anche la “lettura” che ne fa la Chiesa cattolica, che però usa abbondantemente il termine CRISTIANA, senza distinguersi da altre confessioni, come a voler nascondere il termine che pure la distingue, la identifica e la contraddistingue, suscita in me sgomento. Leggevo su diversi post e articoli in rete che la festa di Halloween è in realtà una festa cristiana (arrieccola) assieme a quella dei morti, perché in quel giorno si ricordano i Santi (si ricorda anche l’etimologia del termine: hallows=santi ; eve=vigilia (da evening=sera, vigilia) e si parla di
“dolcetti che i morti portavano ai loro discendenti come segno del loro amore sempre presente e della loro intercessioni per i loro cari presso Dio”.
Si dice che i cristiani annunciarono che essi (i morti) ci visitavano tutti i giorni grazie alla comunione che esiste in Gesù tra i vivi ed i morti.
“Dobbiamo parlare del fatto che Halloween ci ricorda che la vita eterna esiste, che i morti (compresi nonni e bisnonni defunti) e, soprattutto, i santi ci accompagnano con la loro dolcezza. Dobbiamo parlare pure del fatto che la morte e il diavolo esistono, ma che Cristo li ha sconfitti.” ( don Andrea Lonardo).
Ho grande rispetto per chi crede in queste cose, ma desta molta preoccupazione in me il fatto che queste convinzioni vengano “tramandate” ma non provate alla luce dello studio delle Sacre Scritture, per secoli scoraggiato dalla chiesa cattolica. Credere che i morti continuino a vivere e che possano influenzare la vita di chi ancora è in questo mondo, la necessità di proclamare Santi, ha delle implicazioni notevoli, (anche a livello economico) che però mi fanno chiedere che differenza ci sia fra questo e lo spiritismo (condannato in occasione di Halloween e considerato di origine satanica). Se io invoco un morto, sto richiamando uno “spirito”, e se prego mio padre perché interceda gli sto riconoscendo onnipresenza e ubiquità che sono caratteristiche di Dio e di nessun altro, almeno nella religione monoteista. Inoltre, contravviene al comandamento che vuole che non si adori altro Dio al di fuori del Signore.
Nella Bibbia si parla spesso di morte. Ma per ben 54 volte essa viene descritta come sonno o riposo ed è esplicitamente detto che “nella morte non c’è memoria di Te”(Salmo 6:5), che chi muore non può lodare l’Eterno(Salmo 115:17), che “alcun figliolo d’uomo può salvare “ (Salmo 146:3) , che “lo Spirito torna a Dio che lo ha dato”. In Deuteronomio 18:10-12 è detto espressamente: “Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare il proprio figlio o la propria figlia per il fuoco, né chi pratichi la divinazione, né indovino, né chi interpreta presagi, né chi pratica la magia,
né chi usa incantesimi, né un medium che consulta spiriti, né uno stregone, né chi evoca i morti,
perché tutti quelli che fanno queste cose sono in abominio all’Eterno; e a motivo di queste abominazioni, l’Eterno, il tuo DIO, sta per scacciarli davanti a te”.
Siccome non è mia intenzione fare uno studio biblico, (nè del resto adesso ne avrei il tempo), vorrei solo suscitare in quelli di voi che stanno perdendo qualche momento per leggermi un minimo dubbio su quello che ci viene tramandato per tradizione e far nascere un po’ di curiosità per una verità che può essere non accettata, ma va almeno investigata.
E far capire perché adesso, tornare a scuola per festeggiare Halloween mi dia enormemente fastidio……

Fenomeno Kom o Kom è un fenomeno?

1 luglio 2017. Vasco Rossi festeggia i 40 anni di carriera con un concerto a cui partecipano 220.000 spettatori, superando il record mondiale di “paganti”.

 

Da ieri non si parla d’altro, soprattutto sui social. Ad alcuni, ma pochi, pare non sia fregato nulla. Molti, invece, si sono accapigliati esprimendo ciascuno la propria opinione, pro o contro.

A me Vasco piace e si sa. Non sono mai stata, non sono e non sarò mai una di quelle fans che si strappano i capelli, che urlano e strepitano per conoscere o incontrare i propri “idoli”. Non mi lascio trasportare dall’ammirazione portata agli eccessi.
E nella mia moderatezza, non posso fare a meno di esprimere pareri e soprattutto emozioni su un grande evento come quello di ieri sera.

Non starò a discutere dei soliti italiani mediocri che hanno tirato fuori la politica, le deserte manifestazioni sulle pensioni e quant’altro, che a lavar la testa all’asino, si sa, si perde l’acqua e il sapone.

Come sempre però mi colpisce la mediocrità di un popolo che, al di là di gusti personali, non riesce ad avere un moto d’orgoglio nel vedere un esponente della musica italiana essere protagonista di un evento del genere (così come, per esempio, capita anche per i Volo, conosciuti ed amati anche fuori dall’Italia – che mi stanno simpatici quanto un mal di pancia).
Se al posto di Vasco, fosse stato capace di radunare in un’unica tappa, dopo 40 anni di carriera coso, lì…il cantante con problemi di linguaggio, quello che fatica ad articolare in modo comprensibile le parole e, per agevolare gli ascoltatori, fa lo spelling (Ti A Em O è esilarante), tale Tiziano Ferro che personalmente (si intuisce?) adoro come “un rizzo mpettu” (per quelli dalla Calabria in su “come si può volere bene ad un riccio sul petto”), avrei al massimo detto nell’intimità della mia casa “guarda questo disfasico -è ironico: nessuno si alteri- che cosa è stato capace di fare!” E stop.

Invece da ieri critiche, insulti, gente che quasi quasi aspettava che succedesse qualcosa per esclamare :”poveri idioti, io lo sapevo che non bisognava fare tutto questo per uno così!!” Invece non è successo nulla, per fortuna, e rimane invece un’unica, grande consapevolezza: Vasco non è un esponente del rock italiano.
Vasco É il rock italiano.

Ho sentito gente comune atteggiarsi a filosofi della musica e spiegare perché Vasco duri da 40 anni. Io non lo so perché sia diventato grande com’è, ma posso dire quello che Vasco è stato per me.

Quando l’ho visto per la prima volta con la sua giacchetta di pelle a Sanremo, con quel l’aria da dannato, non è che mi abbia fatto proprio una buona impressione.
Ma mio fratello è impazzito per lui e quindi abbiamo iniziato ad ascoltarlo e il fatto che mi piacesse per me era un po’ un problema.
È stata, infatti, la prima passione che non ho condiviso con mio padre e questa cosa mi spiazzava.
Lui, come tanti altri, lo considerava come un “istigatore alla droga”. Avrei già da allora voluto dirgli che gli idioti se avessero voluto si sarebbero drogati a prescindere da Vasco Rossi, ma, certo, se andava “Fegato spappolato” o “Ieri ho sgozzato mio figlio” o “Asilo repubblic”, era più difficile sostenere il contrario.
Quello che faceva letteralmente imbestialire mio padre era la frase “voglio una vita piena di guai” : ogni volta che la sentiva, papà glieli augurava sentitamente e di tutto cuore, i guai. E purtroppo li ha pure avuti, quando è stato arrestato per droga, confermando le teorie del mio iperprotettivo genitore.

Nonostante tutto, però, io cominciavo ad amarlo, perché Vasco accompagnava la mia crescita e faceva da colonna sonora ai miei primi amori, suscitava in me le prime emozioni.
Io che cantavo a squarciagola “Alba chiara” e non capivo bene che cosa significasse “con una mano ti sfiori”; io che davanti ai miei sussurravo appena, per la vergogna, “con la mia mano fra le gambe, diventerai più grande”; io vedevo, sentivo, amavo un altro Vasco, quello di Canzone, di Anima Fragile, quello di Ti voglio bene, quello di La Favola Antica, di Ogni Volta.

Vasco mi ha fatto crescere. Mi ha insegnato ad ascoltare, a pensare al senso delle canzoni, a cercare di capire che cosa si nascondeva dietro quella Jenny, la ragazza che tutti credevano pazza e che era stanca e voleva solo dormire. Mi ha fatto identificare in Silvia, in Sally ha raccontato il mio dolore, il mio disincanto, le mie ferite.
Mi ha fatto divertire con “Faccio il militare”, ballare con “Rewind”.
Mi ha fatto emozionare con “Vivere”, con “Va bene così “.

Scorrazzavamo in vespa, la mia amica ed io, urlando “quando hai deciso di farmi cadere con la tua logica di calze nere!!!”, “Colpa d’Alfredo”, “corri e fottitene dell’orgoglio”.
Era liberatorio, Vasco. Ci rendeva felici!

Vasco ha rappresentato la trasgressione. È stato il classico “animo fragile” nascosto dietro un atteggiamento da bullo, uno spirito da poeta rinchiuso in un giaccone di pelle, un paio di occhiali, un berretto e una sigaretta che penzolava fra le labbra.

È stato bene e male, un po’ come tutti noi. Semplicemente molto più onesto di chi si è sempre nascosto dietro una immagine perbenista ed ipocrita.

Io ieri sera ho pianto, mi sono commossa, mi sono emozionata.
Sul quel palco c’era la sua, la mia vita e quella di milioni di persone.

In questa “generazione di fenomeni” , Il Kom è “Stupendo”

(Ps. Quando Ligabue porterà 220.000 paganti ad un suo concerto, allora potrò discutere con chi sostiene che il vero rappresentante del rock italiano è lui.
Per ora, lasciate che io passi oltre sorridendo)

 

 

Caro amico ti scrivo….

“Caro amico…..”

Ho iniziato così centinaia di lettere, quando ero ragazzina.

Lettere.

Non è del tutto vero che solo adesso, grazie alla tecnologia e con l’avvento di internet, esistono gli amici “virtuali”, quelli che conosci senza mai averli visti, quelli che ti fanno compagnia in chat, o su Facebook pur non avendoli mai incontrati di persona.

Io, da ragazzina, avevo (almeno) due amici “di penna”. Un ragazzo di Palermo, Fabrizio, e Mary, una bella bruna riccioluta di Acireale.

Non ricordo come è iniziato il contatto col primo; con Mary ci siamo conosciute grazie ad una mia cugina che “sentiva – e aveva ragione- che saremmo andate d’accordo”.

Non li avevo mai visti e non li ho mai incontrati. Di Fabrizio non ricordo neanche il cognome, e con Mary ci siamo perse. Eppure li ricordo con nostalgia ed affetto.

Lettere.
Preziosi fogli di carta scelti con una tale cura che servivano interi pomeriggi in cartoleria per decidere quale delle confezioni di fogli con relative bustine sarebbe stata la più adeguata.

C’era quella da “amiche” e quella più adatta a scrivere ad un ragazzo; quella bianca decorata intorno o quella colorata con i disegni in trasparenza. Una per ogni occasione e per ogni situazione.

Se i miei stavano attenti alle mie spese, non lesinavano denaro quando si trattava di acquistare materiale per la scrittura: potevo sbizzarrirmi con carte di diverso colore, variamente decorate, con penne e matite.
Si faceva tutto perché io scrivessi.
Ed io mi divertivo da matti a raccontare di me, delle mie giornate dei miei problemi, dei miei sentimenti, delle mie emozioni a quegli amici sconosciuti, a quei volti solo immaginati almeno finché, dopo aver conquistato la fiducia necessaria, non ci si scambiava una (e non più di una) fotografia, scelta con cura meticolosa e con un pizzico di vanità.

Quando sono cresciuta un po’, poi, ho iniziato una delle corrispondenze più belle della mia vita.
Lo avevo incontrato per caso e per pochi minuti, il tempo di una bibita, di capire che sarebbe tornato nella sua città l’indomani e di segnare i rispettivi indirizzi sui tovaglioli di carta del bar.
Da quel momento è stata attesa, finché, un sabato mattina, papà mi ha consegnato quella busta bianca che io tenni per un tempo indefinito completamente inebetita fra le mani, quasi temessi, aprendola, di rovinare la magia di quel momento.

Quando ricevevo quelle lettere vivevo dei momenti bellissimi. Le guardavo chiuse per il tempo necessario perché potessi isolarmi dagli altri e in quei momenti potevo immaginare che cosa potevo trovare scritto. Quando aprivo la busta, vedevo tutte quelle parole sul foglio e i miei occhi ne coglievano solo alcune: per un momento anticipavo il contenuto della lettera, immaginando che fosse proprio quello che desideravo io.
Potevo tenere fra le mani quei fogli sapendo che prima di me li aveva toccati lui e su quelle pagine cercavo il suo profumo, qualcosa che mi dicesse più di quanto dicevano le sue parole.

La corrispondenza è durata tanti anni. Quelle lettere, sempre bellissime, delicate e mai inopportune, arrivavano puntuali, svelando dolcezza e delicatezza. Anche solo il ricordo ancora mi suscita emozione.

Sono passati 32 anni.
Lui ed io siamo rimasti amici. Ci vogliamo ancora bene e spero ce ne vorremo sempre.

Adesso che ogni forma di comunicazione passa attraverso internet, telefonini, WhatsApp, sms ed e-mail, quando penso ai nostri giovani che sono condannati a non provare certe emozioni, ma solo la paura di fronte ad una busta bianca, che di solito annuncia bollette da pagare o cartelle di Equitalia (mi si passi la caduta di poesia, ma così è), provo nostalgia e insieme dispiacere per certe suggestioni che loro non vivranno mai.

Mi dispiace che oltre alla conquista dell’immediatezza della comunicazione, non possano conoscere il piacere dell’attesa, del desiderio di rileggere le parole di persone care. Che perdano tempo ed fantasia davanti a due spunte blu.
Mi dispiace che abbiano perso il piacere di scrivere.

Il mistero delle donne

Che bello.
Mi ha scritto un uomo con una strana richiesta: di scrivere al maschile.
“In che senso e, soprattutto, perché?” Sono state le domande più ovvie e spontanee che potessero venirmi in mente.
Perché, essendo donna e conoscendo le donne, ha sostenuto, potrei fornire agli uomini un punto di vista nuovo ed illuminante sul variegato e complicato universo femminile.

 
A parte un pensiero un po’ contorto (non me ne voglia il caro amico), anche leggendo una donna che parla da donna di donne si potrebbe tentare di comprendere qualcosa, sempre che qualcosa si POSSA comprendere.
Perché sinceramente, e l’ho spiegato al geniale lettore, io sono donna, penso da donna, convivo con me stessa da una vita, ma non posso dire di conoscere me stessa o le mie….colleghe femminucce.

 
Sì, si può provare in linea di massima ad interpretarne pensieri e atteggiamenti, si possono rintracciare caratteristiche particolarmente evidenti e comuni, ma cercare di comprendere il variegato e complesso mondo femminile è praticamente impossibile, sia che ci provi una donna, sia che, peggio ancora, si cimenti in questa impresa un uomo.

 
In verità qualcosa sull’argomento ho già scritto, delineando differenze fra il gentil sesso e quello “forte” (e già a me questa definizione fa scompisciare dalle risate), ma solo pensare di poter fare un discorso generale sulle donne mi pare davvero una impresa titanica.
A parte che, come gli uomini, non siamo tutte uguali, anche i tratti che ci accomunano sono così complessi e variegati, perché no anche contorti ed intrigati, che provare a tracciarli a me, personalmente, da donna, sembra impossibile.

 

E, nell’assurda ipotesi di poter spiegare agli uomini il mondo delle donne,  perché dovrei togliere loro il piacere di scoprire che cosa si nasconde dentro le graziese testoline femminili (e  non solo lì) ?

 
Nel dubbio, caro amico, fidati di chi ci ha fatto un gran successo e ricorda che…
“Siamo così, dolcemente complicate,
Sempre più emozionate, delicate”…

E tu, per non sbagliare

“Nelle sere tempestose, portaci delle rose,
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì”….

 

In bocca al lupo, amico mio….

Fate l’amore con il sapore

Con una decina e oltre di chili in più a testa e a due giorni dall’inizio della dieta, dopo uno spuntino con tre gallette di quinoa e 10 mandorle, quando il pensiero va soprattutto al cibo e alla voglia di fagocitare anche un elefante, posso affermare con ragionevole certezza e senza timore di smentita che il cibo, oltre ad essere uno dei piaceri fondamentali della vita, è anche una parte importante nel rapporto di coppia.

“Gli uomini si prendono per la gola” non è solo un modo di dire, non è solo una stupida credenza, non è solo una convinzione popolare. È una sperimentata e sacrosanta verità.

Ora, non è la cosa più importante o almeno non l’unica che conta altrimenti non si spiegherebbe come certe donne portano avanti famiglie con “Quattro salti in padella” o arricchendo negozi di surgelati.

Ma il buon cibo ha il suo peso (e parlare di peso mi sembra oltremodo opportuno, dato l’argomento).

Una coppia che cede ai piaceri della tavola è una coppia più allegra. È una coppia più complice e condivide anche al desco una intimità che ha risonanza in altri aspetti della vita comune.

Scambiarsi il cibo, imboccarsi, cedere parte del proprio piatto all’altro, spizzicare nel piatto del partner indica affiatamento, complicità, sintonia.

Il cibo coinvolge tutti i sensi e da una sensazione di benessere che riguarda il corpo e la mente.

Preparare gustosi pranzetti o cene prelibate per il proprio compagno è una dimostrazione di amore, di accudimento, di attenzione al quale lui non può che cedere senza riserve.

Un marito (o compagno) che ha delle buone aspettative culinarie, rientra a casa ancora più felice di quello che sa di trovare nel piatto cibi poco curati e messi lì solo per colmare il vuoto allo stomaco.

Se provate a mettervi addosso le celeberrime gocce di Chanel, al suo rientro il vostro uomo noterà quasi certamente più l’odore del soffrittino e anzichè di lanciarsi su di voi, farà almeno un assaggio in cucina, prima che in camera da letto (magari con la scusa di rimettersi in forza).

Avere come compagna una buona cuoca, sarà per lui motivo di orgoglio e vi elogerà anche pubblicamente e per dimostrare quanto sia felice, accarezzandosi la pancetta, mostrerà con soddisfazione qualche chilo di troppo. Declinerà gli inviti di amici e colleghi per pranzi al ristorante (ricchi e prelibati, ma vuoi mettere la comodità di casa propria e “un piatto preparato con amore”?), e perfino al calcetto del giovedì per stare coi piedi sotto il tavolo a gustare leccornie.

Vi guarderà con occhi sognanti e aria soddisfatta alla fine di pranzi e cene e le coccole che potrebbe non riservarvi in altri momenti, in cui di solito preferisce riposare o addirittura dormire, ve le concederà volentieri con il palato soddisfatto e la pancia piena.

Per colazione dolci fatti in casa, come spuntino panini impastati con le vostre manine e con le farine migliori, scelte apposta per salvaguardare la sua salute, ricchi piatti di pasta, polpettine che non esistono uguali: non vi sentirete mai dire “…ma il sugo di mamma!!!!”

Sarete UNICHE.

E sarà felicità, per entrambi!

Le femministe più sfegatate potrebbero obiettare che l’antico detto potrebbe anche essere rovesciato in favore delle donne, ma non si può, e secondo me neanche si deve, dimenticare il fatto che le donne sono ancestralmente nutrici, donatrici di vita, accuditrici.

A due giorni dall’inizio della dieta, dopo uno spuntino con tre gallette di quinoa e 10 mandorle, quando il pensiero va soprattutto al cibo e alla voglia di fagocitare anche un elefante, non so ancora dire (ma posso immaginare) quali ripercussioni possono avere insalate, finocchi, yogurt e cereali sull’allegria e sulla gioiosità della coppia.

Per ogni evenienza, per ritrovare sorrisi perduti, parannanza e pentole sempre a portata di mano…….

 

Provoloni in offerta…

La questione non è se possa esistere l’amicizia fra uomo e donna. Il problema è capire perché quando un uomo entra in contatto con una donna debba necessariamente vederla quasi esclusivamente come “detentrice di passerina” trascurando tutto quello che può nascondersi dietro un bel lato B o alla possibilità di farsi compagnia in senso prettamente fisico.

Inutile cercare di stabilire se la colpa è delle donne e del loro nuovo modo di porsi che disorienta gli uomini i quali sentono il bisogno di riaffermare il loro ruolo di “cacciatori- conquistatori”, o se è dovuto al fatto che i maschi (almeno molti di loro, concedetemelo) sono “metaforicamente” ermafroditi, nel senso che hanno il sesso maschile fra le gambe e quello femminile nel cervello.

Io tendo a credere che spesso un simile atteggiamento da parte del “provolone” sia dovuto al fatto di essere stato profondamente ferito, di aver perso stima e fiducia nelle donne. Perché l’uomo, si sa, è più fragile e, di fronte al dolore, sia fisico che psicologico, non riesce a reagire in maniera sana, ma comincia dare i numeri e a comportarsi come se fosse l’unico a mondo ad aver provato la sofferenza.

Forse sto concedendo al “piacione” troppi alibi, e spesso è uno stronzo punto e basta, nato, cresciuto e mantenuto stronzo negli anni e senza possibilità di ravvedimento.

Fatto sta che sempre più spesso l’approccio degli uomini alle donne riguarda e si ferma ad un tentativo di abbordaggio esclusivamente fisico. E il rifiuto porta, inesorabilmente, alla chiusura di qualsiasi forma di rapporto.

Hai voglia a dire che può esistere anche un’affinità intellettuale che potrebbe arricchire la vita sia dell’uno che dell’altra. Ti risponderà che se fai l’amore con il cervello, finirà comunque che lo farai anche nel letto.

Hai voglia a dire che puoi essere anche una cara amica, ti risponderà che quando un uomo e una donna si piacciono è impossibile che possano essere amici e che si finirebbe sempre e comunque dentro al letto.

Hai voglia a dire che il confronto potrebbe essere motivo di crescita per entrambi: ti dimostrerà in ogni modo che la crescita che lo interessa non è esattamente quella del suo cervello.

A quel punto, l’unica cosa da fare è dedurre che è meglio tirarti fuori da una conoscenza simile e che sei davanti ad uno dei soliti cretini-feriti-stronzi.

Io però questa cosa sinceramente non la sopporto. Mi dà ai nervi come poche cose al mondo.

Molte donne oltre che ad essere portatrici di organo genitale femminile, sono anche portatrici sane di cervello funzionante, di ottime idee, di simpatia, di arguzia, di intelligenza viva e vivace.

Sono capaci di elargire affetto puro e sincero, di arricchire la vita di quelli che incontrano, uomini o donne che siano, di essere conforto, sostegno, porti sicuri dove poter trovar leggerezza, consigli e serenità.

Tu, uomo che ti fermi al tentativo di accaparrarti una….non so come faccio a dirlo senza risultare volgare, (ma immagino che sia facile da intuire) hai, in gran parte dei casi, perso una splendida occasione.

Perché magari, proprio chi non concede le sue “grazie” così facilmente, ha una storia da raccontare, un vissuto importante, una personalità da scoprire. Forse, dovresti esser grato alla vita che esistano ancora donne che dicono di no, perché altrimenti tutti gli uomini sarebbero “cervi a primavera” e davvero non rimarrebbe a questo mondo un valore che sia uno per il quale vale la pena di vivere.

Stai attento, uomo, che a furia di passare da un letto all’altro, trovi la donna che la pensa come te e quella è la volta, un’altra volta, che ci lasci le penne. E poi, magari, cerchi l’amica, quella che oltre a delle belle forme ha anche un buon cervello. Ma sarai solo. Terribilmente, infinitamente solo.

E ricomincerai da capo. Altro giro, altra corsa….

 

Noi donne usciamo una sera per trovare l’uomo della vita, un uomo passa la vita ad uscire per trovare la donna di una sera.

Geppi Cucciari

Pelle a pelle

“Quel che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle” (Paul Valéry)

Se mi trovo in imbarazzo, spesso arrossisco: la pelle mostra le mie emozioni.

I segni del tempo li porto sulla pelle.

Sulla mia pelle ho cicatrici che mostrano le difficoltà della mia vita.

Posso avere la pelle abbronzata dopo una vacanza rilassante e se sto male mi porto appresso un pallore che non può essere trascurato.

Le persone le sento “a pelle”, se qualcosa mi fa ribrezzo “mi si accappona la pelle”, se voglio comprendere qualcuno mi sforzo di mettermi “nella sua pelle”, se sono particolarmente agitata ho “i nervi a fior di pelle”.

Se mi sento attratta “è una questione di pelle”, se ho resistito finora è perché ho “la pelle dura” e quando mi arrabbio davvero con qualcuno mi vien voglia di “fargli la pelle”.

Ogni giorno lotto per…”portarmi a casa la pelle” e se attendo con ansia qualcosa “non sto nella pelle”.

Normalmente, se ci innamoriamo di qualcuno ci vengono le farfalle nello stomaco e chi amiamo lo portiamo nel cuore.

Dimentichiamo, invece, quanto sia importante la pelle.

La pelle informa: è un sistema intelligente di connessione fra sistemi interni ed esterni.

Il primo approccio riguarda sempre la pelle: che sia un contatto o un odore, la prima a darci una sensazione è proprio la pelle.

Da quando nasciamo a quando moriamo, i nostri rapporti col mondo esterno sono regolati dalla pelle.

È il nostro abito più intimo e profondo, contiene il bello e il brutto che c’è in noi, ci circonda e ci protegge.

Con la pelle assaporiamo il calore del sole, percepiamo gli abbracci, gustiamo le carezze.

Proviamo piacere o dolore.

Tutte cose che non possono essere “postate”.

 

 

“Ti sarò addosso come una seconda pelle che tocca ma non stringe, che aderisce, ma non invade. Libero di respirare, ma con un tocco leggero e profondo, tanto da non sapere dove finisci tu ed inizio io” ( cit. Erika Mancini )

 

 

Carnevale passa. Le maschere restano.

Ed ecco il Carnevale,
Carri e carrozzoni, coriandoli e allegria,
a ciascuno la sua maschera….
Crudelia de Mon, Alice nel Paese delle meraviglie,
La bella o la bestia,
Trilly o Joker,
Orco o fatina, poco cambia.

È come nella vita:
Maschere, ceroni, trucchi. Ruoli, personaggi, illusioni; buoni e cattivi…nessuno mostra il proprio volto.
La novità vera è smettere di simulare, ammettere con tutti che la vera identità è nascosta.
È forse questo il vero senso di questa festa, la leggerezza, la gioia che si prova: l’attesa, la voglia di vivere tre giorni legittimando la finzione, con la libertà di ammettere: “quello che vedete non sono io”.

Scegliere in che parte entrare è superfluo, l’importante è poter essere altro nel consenso generale.

“Durante il Carnevale, l’uomo mette sulla propria maschera una maschera di cartone”.
(Xavier Forneret)

Buon Carnevale…