Perché Sanremo è Sanremo…

Noi italiani siamo un popolo “bizzarro”, potrei dire anche buffo se non fosse per alcune caratteristiche piuttosto irritanti.

 
Dai reality alla politica, l’italiano ha, per esempio, la passione per le VITTIME. In questo Paese, se vuoi essere amato e seguito, augurati di essere perseguitato, poco importa se a torto o a ragione. Sia che tu sia un agnello in mezzo ai lupi, sia che tu sia veramente un malfattore, gli italiani, se sei perseguitato per colpe vere o presunte, staranno dalla tua parte.

 
Esempi? Berlusconi docet! Ne ha fatte “di ogni”, ma appena è iniziata quella che si è configurata come una “persecuzione giudiziaria” ha avuto inizio pure la sua fortuna. Coloro che politicamente stanno…a mano manca, del resto, non hanno dimostrato di tenere conto di questa peculiarità del popolo italico e, dimostrando come sempre poco acume, stanno ricadendo nello stesso errore anche adesso, iniziando un’altra persecuzione, con la collaborazione di una magistratura politicizzata, nei confronti della Virginia di Roma. Io giurerei sul fatto che anche lì nascerà un’eroina, una di quelle che “non mi avete fatto lavorare in pace…non sapete quanto valgo…ero troppo occupata a difendermi…datemi tregua e vi risollevo la Capitale”. E la gente, mossa a pietà, le darà la seconda occasione, ne farà un idolo e la utilizzerà come strumento contro una sinistra che merita tutta la disistima, non fosse altro che per aver dimostrato di non saper imparare dai propri errori.

 
Un’altra particolarità tipicamente italiana, poi, a me pare sia l’invidia. L’invidia sociale. Così come difendiamo i perseguitati, non esitiamo a diventare noi gli aguzzini quando c’è qualcuno che “ce la fa”, che ha successo, che riesce, che guadagna. Anche se onoratamente, non importa. Generalmente inizia un piccolo gruppo e poi si accoda la maggior parte del popolo, trascinato facilmente da quel sentimento di odio nei confronti del malcapitato di turno.

 
In questi giorni, per esempio, il poveraccio è Carlo Conti. Come ogni anno si comincia a parlar male di Sanremo (che esiste da 67 anni, fatevene una ragione!) e si cominciano a fare i conti in tasca al conduttore. Ignorando tutta una serie di verità che potrebbero porre fine a questa idiozia dilagante.
Conti guadagnerà 650 mila euro NON per 5 serate, perché lavora almeno da un semestre e quei soldi non sono direttamente i nostri, perché non sono quelli del canone (che comunque pagheremmo) perché vengono forniti per la maggior parte dagli sponsor che investono sul Festival. Sempre grazie agli sponsor, Conti e Sanremo portano alla Rai dei notevoli guadagni (la RAI è comunque una “industria” che produce per guadagnare) e attorno alla bistrattata gara canora si muovono tanti padri di famiglia che lavorano per quel sistema che in questi giorni viene aspramente criticato.

Non sapendo più che cosa tirar fuori, si dice che quei soldi dovevano essere destinati ai terremotati. Quindi, ne deduco, anche quelli che si pagano per i diritti per la trasmissione delle partite di calcio, una buona percentuale degli stipendi dei politici e, perché no, in proporzione anche una parte degli stipendi statali.

 

Il povero Carlo Conti, che ha tutta la mia solidarietà e umana compassione, è stato costretto a contraddire uno dei principi biblici tanto noto (“quando tu fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quel che fa la destra” Matteo 6:3) per confessare, quasi a discolparsi, che aveva già deciso di devolvere una parte dei suoi guadagni ai terremotati del centro Italia.
Certo, se una nota come la  Mannoia partecipa alla gara, probabilmente, che vi piaccia o no, il Festival è utile anche per il mercato discografico.
Ma non va bene. Per gli italiani, popolo di poeti, santi e navigatori, non va bene.
Perché fa figo snobbare il Festival, perché va di moda essere “radical chic ” (nel senso di supposta superiorità culturale) e perché, DICIAMOLO, noi siamo sui nostri divani sfatti e impigiamati e loro, i cantanti importanti, i giovani debuttanti, Conti, De Filippi e vallette varie, sono nei loro abiti sfavillanti a giocarsi la loro occasione. E questo proprio non ci va giù!

 
Ma Sanremo si fa, si farà e avrà pure successo, con buona pace di tutti.
Perché, banalmente, alla faccia dei detrattori, Sanremo è sempre Sanremo….

Un anno da schiaffi


Mio padre mi ha dato pochissimi schiaffi. Tre per la precisione, e me li ricordo tutti benissimo. Come ricordo benissimo di averli assolutamente meritati.

La vita non è così generosa. Lei di schiaffi te ne dà a ripetizione, non si preoccupa che tu ti sia ripresa da quello precedente e spesso picchia forte e senza alcun motivo apparente.

A volte, certe batoste sono conseguenze dei nostri errori. Un genitore, anche quando sbagliamo spesso ci perdona, ma la vita, lei, non ha pietà: ogni sbandata, ogni distrazione ce la fa pagare cara e amara.

In altri casi, ci bastona immeritatamente. Ce ne stiamo buoni buoni, facciamo pacificamente le nostre cose e arriva la legnata, anche tanto forte da lasciarti davvero stordito per terra, al punto che devi impiegare tanto di quel tempo per rimetterti in piedi che dubiti pure di farcela, a rialzarti.

Capita, anche se non si capisce bene perché, che la vita si accanisca per periodi più o meno lunghi su certe persone o su alcune famiglie. Esiste gente tanto stupida e presuntuosa da fare, secondo una mentalità che mi limito a definire eufemisticamente ottusa, quasi una colpa a chi attraversa momenti difficili, come se fossero punizioni meritate e, in certi casi, addirittura frutto di colpe. Per questo non raramente si tende a nascondere angosce, malattie, dolori, come fossero una vergogna.

Siccome, come si dice, siamo tutti sotto lo stesso cielo, capita che gli schiaffi arrivino anche a chi prima si sentiva superiore e invincibile. Chi è abbastanza sensibile comprende che avrebbe dovuto mostrare più umana compassione, quando erano gli altri a soffrire, certuni invece, nonostante il dolore e le sofferenze non cambiano di una virgola, e a questi rivolgo il mio personalissimo rammarico.

Comunque sia, in ogni caso, si tende a guardare sempre e solo quello che ci accade personalmente, o almeno nelle immediate vicinanze e si ignora, si preferisce ignorare, che c’è chi soffre molto più di noi.

Spesso mi sono arrabbiata per questo, perché ho reputato una estrema mancanza di sensibilità il non condividere e comprendere il dolore altrui; a volte addirittura ignorarlo.

Col tempo ho capito che avvicinarsi al dolore degli altri o, perfino, entrarci dentro crea delle resistenze perché mette di fronte alla fragilità umana, fa comprendere che quello che accade agli altri potrebbe domani toccare a noi stessi e quindi è preferibile ignorare la sofferenza altrui per dimenticare che potrebbe essere anche la nostra. Quantomeno, il fatto che noi stiamo bene ci metterebbe nelle condizioni di ringraziare il Cielo per la fortuna che ci è toccata e anche questo implica una umiltà che non tutti possediamo.

In questi giorni, come ogni anno da Natale in poi, leggo e ascolto gente che maledice l’anno appena trascorso aspettandosi meraviglie da quello in arrivo. La speranza di tempi migliori è perfettamente condivisibile; è questa acredine nei confronti del passato che ogni anno mi lascia l’amaro in bocca.

Premesso che il passaggio da un anno all’altro è solo una umana convenzione e che non esiste un intervallo netto fra i 365 (o 366 in questo caso) giorni che precedono e quelli che seguono, che dal 31 dicembre al 1 gennaio dell’anno successivo non passa che un giorno, percepire questa rabbia nei confronti dell’anno trascorso (è sempre così, ogni anno e le persone sono sempre uguali) mi dà un notevole fastidio. Soprattutto nei casi in cui la tragedia trascorsa non è che una influenza, qualche grana sul lavoro, qualcosa che non andata proprio come volevamo noi. Solo perché la vita ci ha dato qualche schiaffo che ci ha fatto barcollare un po’.

Se devo pensare al mio anno trascorso, mi viene in mente che ho affrontato due interventi (e siamo a 8), che sono stata costretta a modificare la mia personalissima vita di donna, che ho visto due persone a me care lottare contro il cancro, mentre un altro ha dovuto darla vinta a lui. Ho visto situazioni, che seppure non comprendevano la malattia, hanno fatto (e ancora fanno) molto male a persone che se potessi proteggerei da ogni bruttura. Ed è inutile che io stia qui ad elencare tutti gli schiaffi. Anche perché ci sono state anche tantissime carezze: sono uscita viva dalla sala operatoria, le mie due giovani amate persone che hanno lottato contro il male gli hanno resistito, ho ricevuto amore e ho avuto a mia volta la possibilità di amare, ho trovato una nuova grande “famiglia” che mi ha accolta a braccia aperte e ho iniziato un meraviglioso cammino che mi dà forza e speranza.

E soprattutto so di essere stata molto più fortunata di tante atre persone che hanno avuto dolori molto più grandi dei miei.

È normale che io mi auguri qualcosa di migliore per me ed i miei cari, è normale che vorrei dimenticare i dolori trascorsi, ma ringrazio Dio per l’anno appena trascorso e per le volte che mi ha sostenuto, aiutato, ha avuto misericordia di me e per tutto il bene che mi ha regalato.

Ci saranno ancora dolori e gioie, ci saranno disastri, ci sarà ancora tanto male, perché è inevitabile, perché siamo umani e ci sono umani particolarmente cattivi. Ci saranno schiaffi e carezze per ciascuno di noi.

Io il 2016 lo saluto cordialmente….

Riflessione semi-seria…

…poco semi e molto seria.

 

In questi giorni la cronaca ci ha regalato un bel po’ di notizie, la maggior parte delle quali molto sgradevoli, in cui la protagonista principale è stata lei, la “signora con la falce”.

Morti a Berlino, donne uccise a coltellate, morto George Michael, giusto per ricordare i fatti salienti degli ultimi giorni.

Su Berlino, beh… c’è poco da dire, se non constatare che potrebbe dimostrarsi poco intelligente pubblicare volti, nomi, indirizzi di chi, facendo niente altro che il proprio dovere, ha fatto fuori un terrorista appartenente all’ISIS che, come noto, non è esattamente una organizzazione che predica la pace ed il perdono.

Sulla morte di George Michael mi piacerebbe che calasse un pietoso silenzio. È morto un artista, un uomo ancora giovane (a dieci anni l’avrei considerato “Matusalemme”, ma si sa che più si va avanti con gli anni, più si allunga l’età della giovinezza), un idolo da ascoltare ma da non imitare come uomo (Io personalmente non gli perdono “Careless whisper”, ma le motivazioni sono assolutamente personali). Non perché fosse gay, ci mancherebbe, ma per quegli eccessi che lo hanno portato a volerla fare finita. In ogni caso, credo che anche su questo sia necessario tacere, perché, per quanto mi risulti inspiegabile che successo, soldi, fama, bellezza, agi e quanto altro possano uccidere (Vedasi la Huston, Winehouse, Robin Williams, ecc.) evidentemente il bel George aveva dentro una sofferenza così grande che merita comunque rispetto e non impietosi giudizi.

La notizia bizzarra mi pare essere, invece, quella che riguarda sempre un morto, ma un morto “scaduto”, non fresco, non recente, insomma, ma che sta facendo discutere non poco: Rocco Sollecito, boss ucciso in Canada, vittima, pare, di una guerra fra ‘ndrangheta e mafia.

Don Michele, parroco di Grumo Appula, decide di celebrare, contro il parere del questore, una messa per la salvezza dell’anima del boss, io (personalmente) ritengo finanziato e sollecitato dalla famiglia preoccupata per la vita eterna del caro estinto.

Scoppia lo scandalo! Il questore impedisce la messa, la chiesa rimane chiusa, il parroco si incavola e rivendica il suo diritto di pregare e fare pregare per l’anima di chiunque!

E io sono d’accordo con lui! Cioè, io in realtà non sono per niente d’accordo, ma nell’ottica del prete lo sono eccome! Ok, ricomincio che credo di essere stata molto poco chiara.

Io so con assoluta certezza e ne ho pure le prove che quando un cristiano (inteso come persona) muore si addormenta e basta, in attesa che arrivi il Buon Padre a risvegliarlo e, eventualmente, a giudicarlo con tutto quel che ne consegue. Io so con assoluta certezza e ne ho le prove che quando un cristiano muore non va in Paradiso né all’inferno (che non esistono) e men che meno in Purgatorio, in attesa che i parenti sovvenzionino le chiese e rimpinguino le casse dei preti per “corrompere” il giudice che, dietro richiesta, promuove l’anima sospesa e la fa diventare Beata (le prove, per chi lo gradisce, posso fornirle in separata sede). Per questo motivo condanno il mercimonio legato alla morte di qualcuno e promosso dalla Chiesa Cattolica, che si tratti dell’anima di un ottimo padre di famiglia o di un serial killer.

Premesso questo, se entro nell’ottica cattolica (e ci sto strettissima, ma mi sforzo) il prete e chi lo ha, diciamo, invogliato ed incoraggiato, ha ragione da vendere. Perché non pregare per l’anima di un assassino? Chi siamo noi, questore in primis, per decidere che quell’uomo lì non ha diritto alle preghiere? Non è questo forse l’anno della Misericordia (che se fosse ogni anno, poi, sarebbe pure meglio)? La logica oltretutto mi dice che proprio perché quell’uomo si è macchiato delle peggiori nefandezze ha bisogno di più preghiere di uno “normale”! O no?

Se per l’anima di un peccatore “medio” sono necessarie un tot di messe a pagamento (chi stabilisce quante, poi, io non lo so, ma nel dubbio meglio andare avanti finché si può) e un tot di gente che va a pregare, per esempio, che so, i familiari e qualche amico, per un peccatore incallito come potrebbe essere un boss mafioso, immagino sia necessario non solo un numero notevole di messe, pure ben pagate, ma pure almeno un paese intero di 13.000 abitanti tutti riuniti!

Don Michele, quindi, non avrebbe fatto altro che il suo dovere di prete e non capisco perché il vescovo, anzi addirittura l’Arcivescovo, di indigni così tanto per una pratica che, insieme dell’orrore delle indulgenze, è così tanto utile alla Chiesa Cattolica. Manifesti a parte, che sono forse l’unico errore del caritatevole parroco, è più giusto, sano, misericordioso il gesto di Don Michele che degli alti prelati che si indignano per il fatto che Dio dovrebbe e potrebbe provvedere alla salvezza dell’anima di Don Rocco.

Per dirimere la questione, nella quale è intervenuto (ovviamente contro il Parroco, mi pare chiaro) anche il sindaco, il questore avrebbe deciso che la messa si può celebrare, ma alle 6 del mattino. E anche questa cosa non mi è chiara. Meglio alle 6 così ci va poca gente e l’anima deve penare più a lungo o perché è fuori dall’orario d’ufficio di chi deve eventualmente intercedere?

Ma quel questore, quel sindaco, quell’Arcivescovo potrebbero occuparsi di cose più serie e smettere di decidere chi e quando deve pregare per chi o per cosa? Non sarebbe bastato, per una questione di “decenza” far rimuovere eventualmente i cartelli, ammesso che dessero proprio tanto fastidio a quella cittadinanza (magari la stessa che se incontrava Don Rocco gli faceva tanto di cappello) e smetterla di fare tutto questo teatrino?

Se davvero fosse in qualche posto e potesse vedere, il Boss si starebbe scompisciando dalle risate, ne sono certa!

Un po’ come vien da ridere a me. Adesso, qui, da viva.

Tutti in scena!

Nella vita, spesso già in famiglia, a volte basta poco per essere investiti di un ruolo. C’è chi deve essere quello tranquillo, ubbidiente, bravo a scuola, quello che non da eccessive preoccupazioni, e c’è chi deve essere il ribelle, quello che si fa fatica tenere a bada, che prende i brutti voti, le strade sbagliate, le botte, i rimproveri, le punizioni. Una volta affibbiata una parte, è difficile tirarsene fuori, sia per le reazioni che potrebbero avere gli altri, sia perché chi si è calato nel personaggio rischierebbe quasi delle crisi di identità, se dovesse far emergere altri aspetti di sé contrari a quello che ci si aspetta da lui.
Apparentemente le parti sono frutto di una scelta. Invece ognuno a modo suo, è stato costretto in quella recita e tutti i ruoli sono difficili e pesanti.
Nessuna inversione di marcia, nessuna possibilità di scambio di parti: si deve essere all’altezza, in positivo o in negativo, delle aspettative di cui si è investiti.
Come in ogni spettacolo che si rispetti, ci sono i critici, pronti a giudicare regia ed attori. Questo è, in genere, il lavoro più divertente e meno complicato.
Tutti convinti di essere migliori degli altri, ci si diletta a sputare sentenze, emettere pareri, spesso inclementi, ad esprimere verdetti.
È facile e naturale. Si parte dal presupposto che “io sono migliore dell’altro”, se non altro perché a se stessi si è così abituati da non far caso alle mancanze che si hanno.

Perché si hanno. Magari in casa, sotto il naso, solo che fa semplicemente più comodo non vederle.

È facile perché si conoscono le mezze verità, i mezzi problemi e si pretende , invece, di avere perfette soluzioni.
Si è così spietati nel valutare, nell’emettere pareri! Si parte sempre dal presupposto che le persone siano peggiori di quello che sono in realtà: fa comodo, soddisfa il bisogno di sentirsi migliori, il bisogno di eccellenza.

 

E si prendono delle cantonate, accidenti! Delle cantonate che, se e quando le verità saranno svelate, si vorrebbe proprio essere lì a sbellicarsi dalle risate o a salire su quel pulpito che tanto adorano per urlare “Visto che gran bella figura che hai fatto?”
Perché, in questo mondo o in quell’altro, le risposte arriveranno e “col giudizio col quale giudicate, sarete giudicati e con la misura onde misurate, sarà misurato a voi” ( Matteo 7: 1-2)

 

Anche i “giudici” fanno parte della scena, sono personaggi dello spettacolo. A differenza degli altri ruoli, quello del critico, però, è interscambiabile e le parti non si escludono l’una con l’altra. Nello stesso atto del giudizio si continua a recitare la propria parte, e giudici ed attori si confondono in un unico girotondo.

 

L’ho fatto anche io. Anche io ho giudicato e condannato. E continuo a non capire, a non accettare certi aspetti di alcune persone che non riesco proprio a mandar giù. Troppa diversità ci divide, troppe incomprensioni ci separano, troppe distanze, forse, rimangono incolmabili.
Non mi concedo attenuanti, ma il mio copione mi impone di giudicare prima me stessa, con atroce severità; poi su molte cose, persone e situazioni cerco, e trovo, motivazioni, comprendo meccanismi, fornisco alibi. Cerco di entrare nell’altro e quando le cose buone che trovo sono meno di quelle cattive, allora “emetto una sentenza”. Che molto spesso non comporta altro che avere consapevolezza di chi sia e di che cosa sia capace chi ho cercato di conoscere.

 

Ho letto sul web una storia raccontata da una psicologa, Tara Brach : “Immaginate di camminare tra gli alberi e di vedere un cagnolino. Vi sembra grazioso e amichevole. Vi avvicinate e vi chinate ad accarezzarlo, quando all’improvviso comincia a ringhiare e tenta di mordervi. Il cane ora non vi sembra più carino, provate paura e forse anche rabbia. Proprio allora, il vento comincia a soffiare, le foglie sul terreno vengono spazzate via e vedete che il cane ha una zampa imprigionata in una tagliola. Ora provate compassione per il cane. Capite che è diventato aggressivo perché prova dolore, sta soffrendo.”
La cosa che mi piace da morire è giudicare (male) qualcuno e poi essere sorpresa nello scoprire di aver sbagliato, nel comprendere che quella persona è in grado di compiere gesti meravigliosi di cui io non sarei capace. Che dietro il ruolo che gli è stato imposto ha un’anima e una coscienza che non avrei mai immaginato.

 

È un piacere raro, ma capita. Mi sta capitando…

Tutti in scena

 

Occhi bambini

Non so se avete mai fatto caso alla differenza fra lo sguardo di un bambino e lo sguardo degli adulti.
Mi riferisco a quegli occhioni spalancati che l’essere umano ha, più o meno, fino a cinque anni.

Proprio sabato, in chiesa, ho visto una foto di una bimba che guardava un adulto che le stava parlando, con quella tipica espressione che mostra insieme fiducia, stupore, ammirazione anche un po’ di paura.

Ci ho visto lo sguardo dei miei nipoti e di tutti i bambini che ho conosciuto e ho provato grande tenerezza; quella tenerezza così forte che sembra addirittura che ti faccia male il cuore.

E poi ho riflettuto sul fatto che quello sguardo gradualmente scompare dai visi delle persone per lasciare spazio a occhi che guardano e basta.

È qualcosa, quella che si intravede negli occhi dei bambini, che è difficile da descrivere e che è impossibile ritrovare negli adulti.

Negli occhi dei “grandi” si può vedere irritazione, curiosità, noia, interesse, amore, insofferenza, odio, ma mai avranno quell’espressione meravigliosa e tenera che hanno due occhi così giovani.

Negli occhi dei bambini c’è innocenza, candore, lealtà, sincerità.
Sono occhi trasparenti, senza resistenze, occhi che ti lasciano il permesso di entrarci dentro.

Ma sono occhi che si trasformano presto: già nell’età scolare cominciano tristemente a cambiare.
Cominciano a chiudersi verso l’esterno, alzano barriere, si velano di bugie, si mostrano di meno. Iniziano a difendersi e si preparano ad attaccare. A quella trasformazione corrisponde un triste mutamento dell’anima. E così si diventa adulti.

È normale, non c’è niente di strano ed è perfino giusto.

Eppure il pensiero di aver perso quello sguardo e di non poter parlare da adulto ad adulto guardandosi in quel modo….beh…mi dà una enorme, smisurata, infinita malinconia.

Tutto qui.

Occhi bambini

“Madonna” bless America

Ieri, su Facebook, leggevo dei post di tutti i tipi riguardanti Madonna e, sinceramente, non ne capivo nè il motivo nè il significato. Oggi ho chiesto lumi e sono venuta a conoscenza (mea culpa, non sono abbastanza attenta ed informata) che la rockstar avrebbe promesso a chi fosse stato in grado di dimostrare di aver votato per la Clinton dei favori diciamo “orali”; se ci riflettiamo in perfetto stile Clinton.

Saputa questa cosa, dopo aver sofferto dalle prime ore del mattino per la vittoria dell’ “arancione Trump” , considerandola una grave iattura per tutto il mondo, mi sono chiesta se davvero l’elezione della Clinton sarebbe stata un evento preferibile. Se un possibile futuro Presidente di uno degli Stati più importanti nel mondo, che spesso deve prendere decisioni che possono essere davvero importanti per l’equilibrio di tutto il pianeta, affida la propria campagna elettorale ad un personaggio che vuole spingere la gente a votarla (e per giunta a dimostrarlo) solo per ottenere un piacere fisico, come fosse una meretrice che vende i suoi favori, non è che mi sento tanto meglio di come mi sento dopo l’elezione della brutta copia del nostrano Berlusca.

In realtà, c’erano, credo,due candidati che erano semplicemente uno peggiore dell’altro. Un maniaco sessuale omofobo e xenofobo contro una che….”di rapporti orali ferisce e perisce”.
Un uomo dai ridicoli capelli e dalle gote costantemente arrossate che porta in giro una first/third lady giovincella e tanto bella che non è neanche necessario chiedersi di che cosa si sia innamorata, e una signora che ha alle spalle un uomo passato alla storia più per quello che faceva sotto la scrivania che per il lavoro che vi faceva sopra.

Ho letto pure che noi italiani non possiamo criticare perché siamo stati precursori di certe abitudini e colpevoli di aver eletto un certo tipo di politici. È vero, se i nostri governati hanno avuto (o hanno ancora,chissà?) rapporti con i mafiosi e la malavita in genere (qui a Roma pare brutto chiamarla Mafia, meglio malavita), se l’uomo che si pettina con l’uniposca si è fatto trastullare da ragazze che definire leggere è far loro un complimento e che adesso percepiscono vitalizi per mandati al Governo conquistati a suon di…..ehm….esibizioni di completini intimi, se ancora oggi siamo sottoposti e sottomessi ad un ciarlatano che non promette “favori orali” (il solo pensiero è per altro raccapricciante) ma oboli pre elettorali.

Però, noi italiani abbiamo una attenuante. Non ci siamo mai nascosti dietro un finto moralismo, non ce ne è mai fregato niente della vita privata dei nostri governanti ( a torto) e abbiamo chiuso occhi ed orecchie.

È che dagli americani, nonostante i fast food, nonostante tutto, mi aspettavo qualcosa di diverso, tutto qui….
Speriamo non sia l’inizio della fine….

Orali

 

Vedo gli asini che volano nel ciel

Credo più agli asini che volano che al fatto che i politici vogliano fare il bene del Paese. Dal Presidente della Repubblica al Sindaco del paesello di provincia: cialtroni senza ritegno.

Destra, sinistra, centro, centro destra, centro sinistra, un po’ più in qua o un po’ più in là, movimento, partito, associazione o quel che sia.
Tutti buffoni che mirano ad arricchirsi e ad assicurarsi potere e denaro.
E non solo loro, ma pure i vari sostenitori.

 

Facciamo che io e te ci candidiamo per lo stesso posto, ovviamente appartenendo a partiti diversi.
Facciamo la nostra bella campagna elettorale, spesso pagata dai nostri simpatizzanti e la prima cosa che promettiamo, entrambi, è che offriamo il nostro servizio per il bene del Paese (che sia l’Italia o Pedesina), perché le cose funzionino e perché ai cittadini siano garantiti diritti, servizi e ‘sto benamato welfare.
Proposte, progetti, programmi: tutti mirati ai più nobili obiettivi e sempre per il bene dei cittadini, dell’anziano pensionato, dei bambini, delle mamme, dei papà, dei lavoratori, dei disoccupati, dei preti, dei gay, degli animali.
Entrambi promettiamo tutto quello di cui c’è bisogno: strade, ospedali, scuole, parchi giochi, ogni tanto pure 80 euro (ops, questa mi è scappata, non volevo fare riferimenti), case, cibo e qualunquemente chiuù pilu pì tutti.
Mettiamo che poi io vinco e tu perdi. (Se ti offendi troppo possiamo pure fare al contrario, che io perdo e tu vinci, è uguale)
Mettiamo che io più che un politico sono un extraterrestre (perché nessun politico si comporterebbe così) e mantengo le mie promesse: comincio a fare quello che è meglio per i cittadini, penso ai miei elettori , e pure ai tuoi a quel punto, e cerco di fare tante cose belle e buone senza pensare alle mie tasche e ai miei interessi.
Anche tu avevi detto che avresti fatto lo stesso al posto mio, quindi dovresti essere felice se io faccio cose belle e buone. Invece fai di tutto per mettermi i bastoni fra le ruote, per farmi sfigurare, per insinuare nei cittadini il dubbio che abbiano sbagliato a votare me. Lo fai con tutti i sistemi a tua disposizione, perfino quelli meno leali.
Allora io penso che tu abbia mentito spudoratamente e che dei cittadini e delle promesse che hai fatto loro te ne freghi altamente. O no?

 
Quello che io vedo (io Marisa, non io candidata eletta dell’esempio) è questo: nessuno che, arrivato al potere, cerchi di fare gli interessi della povera gente e, soprattutto, l’impossibilità di farlo perché c’è sempre chi fa ostruzionismo.
Allora non riesco più ad aver fiducia in nessuno, continuo scegliere solo il meno peggio, provando sempre più disgusto per la politica.
E continuo a credere più agli asini che volano che al fatto che i politici vogliano fare il bene del Paese.

Asini che volano

 

Errando discitur.

Errando discitur. Sbagliando si impara.
Etimologicamente il termine errore (diverso da sbaglio) deriva da errare, che vuol dire vagabondare, gironzolare.

Quindi l’errore è un allontanamento dalla verità, dal giusto.
“Evitare gli errori è un ideale meschino”, scriveva il mio adorato Popper.
Rassegnarsi all’errore però è difficile, perché equivale ad accettare la propria fallibilità, che pure è tratto caratteristico della nostra condizione di uomini, ed esige che si assuma una particolare posizione di umiltà, per essere consapevoli che l’errore è parte fondamentale, e come tale inevitabile, della vita di ciascuno. Pensare di essere infallibili è solo una utopia, nessuno è pieno di verità e “chiunque tenti di fare il magistrato della verità – scriveva Einstein- viene travolto dalla risate degli dei.”
Ma l’errore ha una valenza ed un significato diverso in base al campo o al settore nel quale si esamina.
In campo scientifico, l’errore ha una valenza decisamente positiva, ma il discorso può variare quando si vuole applicare il principio alla vita quotidiana, alle scelte della nostra vita.
Un notevole contributo in questo senso è stato apportato dalla psicanalisi che ha permesso di conoscere l’errore nelle diverse sfaccettature e quindi non solo come fatto tecnico, ma anche come fatto affettivo in cui vengono coinvolte molte parti emozionali della persona.
L’errore è connaturato, è fisiologico nell’uomo, è inevitabile, costituzionale, tanto che, come è noto, se Oscar Wilde scriveva che esperienza è il nome che diamo ai nostri errori, Bachelard ha sostenuto che “l’esperienza è nè più nè meno che il ricordo degli errori rettificati”.
Io non riesco a vivere i miei innumerevoli errori come “felix culpa”. Sarà che sono vittima di forze emotive che mi impediscono di accettare i miei errori, che fanno prevalere l’angoscia e la frustrazione, ma odio il fatto di aver commesso e di commettere errori. Che siano scelte sbagliate, errori di valutazione, una parola o un gesto di troppo, non mi piacciono e soprattutto non riesco a vantarmene. Soprattutto di quelli che non si camuffavano neanche da “cose giuste” , anzi si palesavano quasi urlando “sono la scelta sbagliata!!!”.

Nella maggior parte dei casi i miei errori hanno coinvolto solo me stessa, sono stati autolesionistici, per cui non mi porto appresso troppi sensi di colpa per aver rovinato altre persone o altre vite, eppure non riesco a farmene vanto.
Se esiste un apprendimento dai proprio errori, generalmente ho appreso una inconfutabile verità: di essere stata un’idiota. C’è poco da andarne fieri.
Mi stupisco, allora, quando sento, e soprattutto leggo, di gente che sostiene la validità, l’importanza e la positività di quelle che nel linguaggio comune si chiamano “cavolate” (per usare un eufemismo), soprattutto quando queste hanno coinvolto anche altre persone (magari pure indifese), e giulivi e felici benedicono le…”cadute” (spesso anche di stile) che hanno portato, a loro dire, ad una felicità tutta tutta meritata. Che poi era la stessa che veniva vantata anche in precedenza, mentre si commetteva l’errore appena trascorso.

Ovviamente questo è un mio parere. Ma…”I may be wrong”…

©MarisaCalvitto

Errore

 

L’arte del dubbio

Chissà se sono intelligente o smisuratamente cretina, ma nonostante io sia entrata da un bel po’ nell’età della maturità, non ho le idee chiare su molte e cose e mi concedo spesso il diritto di cambiare idea.

Non so con assoluta certezza e fuori da ogni ragionevole dubbio chi sono e chi diventerò (chissà poi quando si smette di “diventare”) e spesso non riesco a distinguere con chiarezza che cosa sia assolutamente giusto o nettamente sbagliato. Intorno a valori e principi che sono punti fissi su cui ruota tutta la mia vita, ci possono essere aspetti e questioni di questa strampalata esistenza che mi lasciano perplessa e sui quali ho pareri diversi, a volte addirittura antitetici.

Non sono certa che questo sia mancanza di coerenza ma credo piuttosto che significhi imparare, giorno dopo giorno, a guardare la vita, le cose, le persone e le situazioni da un punto di vista diverso, nuovo; credo che significhi modificarsi, cambiare, modellarsi, adattarsi ai contesti, alle contingenze.

Rimanere sempre della stessa idea, irrigidirsi nelle proprie posizioni, arroccarsi sulla necessità della congruenza, a volte diventa una scusa dietro la quale nascondiamo la paura di evolverci, di sperimentare idee e situazioni nuove, per evitare il rischio di vedere la vita sotto un’ottica diversa.

Niente rimane uguale nel tempo e per sempre.

Non rimane uguale la mente: si matura, si sperimentano nuove idee, si impara dai nuovi incontri, leggendo un libro, guardandosi intorno, assistendo a quel che accade nel mondo.

Non rimane uguale il corpo, che con gli anni si modifica, si trasforma, dalle rughe ai chili in più.

Cambiano pure gli interessi, le amicizie, gli obiettivi della vita.

Cambiano le persone che ci vivono accanto, dandoci conferme o delusioni.

Perciò mi assolvo per le mie continue mutazioni, mi concedo il lusso di cambiare idea, mille, mille e mille volte ancora e lascio agli altri (poveri loro!)  la convinzione, giusta o sbagliata che sia, di essere in possesso della verità assoluta.

dubbio

Nobel trasgressivi

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.

E nell’orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporger le fredde ossa di un morto.
(Iginio Tarchetti, poeta scapigliato)

 

Quante strade deve percorrere un uomo

prima di essere chiamato uomo?

E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?

E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che vengano bandite per sempre?

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?

E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?

E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento

Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?

E per quanti anni alcuni possono vivere
prima che sia concesso loro di essere liberi

E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,
la risposta se ne va nel vento
(Traduzione Blowin’ in the wind di Bob Dylan)

Forse ho scelto un brano della Scapigliatura un po’ “eccessivo” per chi non conosce questa corrente letteraria, certamente un testo poco noto, ma che è considerato un esempio di un movimento letterario che ebbe diffusione più o meno alla metà dell’800.
Un testo “strano”, particolare, che viene inserito nel panorama letterario italiano.

Poi ho copiato la traduzione di un testo di Bob Dylan, che solo ieri ha ricevuto, fra innumerevoli critiche, il premio Nobel per la letteratura. Nel confronto, per quanto azzardato perché si tratta di due testi di periodi, ispirazioni, temi e stili diversi, mi pare che nessuno dei due brani possa dirsi migliore dell’altro.

Tanti scrittori, con atteggiamento sprezzante e borioso, hanno dissentito sul fatto che un simile prestigioso riconoscimento, quale il Premio Nobel, possa essere stato attributo ad un cantautore, adducendo come giustificazione che la musica, le canzoni non sono letteratura.
A me pare l’effetto di un rosicamento fuori dal comune.

Se mi parlate di Fedez, di Moreno o di qualche cantantuccio da strapazzo che fa successo cantando “I have a pen, I have an Apple” l’accostamento fra musica e letteratura è raccapricciante.

Ma pensiamo a brani come Le Nuvole di De Andrè :

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo

sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vengono
Vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Oppure a Sally di Vasco Rossi:

Sally cammina per la strada leggera
Ormai è sera
Si accendono le luci dei lampioni
Tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
Ed un pensiero le passa per la testa
Forse la vita non è stata tutta persa
Forse qualcosa s’è salvato
Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
Forse era giusto così
Forse ma, forse ma sì
Cosa vuoi che ti dica io
Senti che bel rumore…

Allora ditemi, che differenza c’è fra questa poesia accompagnata dalla musica e la letteratura in senso stretto.
Forse l’unica vera differenza è che la musica è semplicemente meno “snob”, più vicina a tutta la gente, più accessibile.

Condivido quanto scritto da Vittorio Sgarbi, il quale sa, per ovvi motivi, esprimere meglio quel che vorrei sostenere anche io:

Bob Dylan ha scritto canzoni che, dopo che la grande poesia tradizionale fino a D’Annunzio, Eliot e Montale ha lasciato il campo ai cosiddetti cantautori (in Italia Lucio Battisti, Celentano, Mina, Ornella Vanoni, Gino Paoli, Paolo Conte e molti altri), appartengono alla nostra memoria e alla nostra coscienza, non meno di Jacques Prevert e di Neruda (a sua volta Premio Nobel) 
e al pari di grandi poeti come i Beatles e i Rolling Stones.
Bob Dylan intercetta e interpreta sentimenti universali, non meno di Leopardi. Parla, come la poesia deve, alla nostra anima. Quando uno pensa alle origini della poesia, pensa a Omero, poeta, o gruppo di poeti, orale, la cui voce, ripetuta o cantata a memoria, è soltanto in un secondo momento trascritta. Omero, per questo, non avrebbe meritato il Nobel? Bob Dylan è l’equivalente, ed è anche un unico e impareggiabile interprete. Poeta della parola scritta e cantata. Poeta di tutti. Il Nobel non può altro che riconoscerlo. Non stabilire chi è abilitato a essere poeta. Saffo, no? 

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