Noi non diamo, noi restituiamo

Noi non diamo, noi restituiamo.
Perché se abbiamo più di altri, se abbiamo più dell’indispensabile, non è merito nostro. Se ci riflettessimo un attimo, ci accorgeremmo di quanto poco ci voglia a perdere tutto: lavoro, casa, persone, serenità, stabilità, salute.

Mi ritengo una persona molto fortunata, eppure la mia salute è cagionevole, ho visto andar via definitivamente troppe persone, ho perso pezzi di cuore, vedo soffrire molte persone che amo. Ogni giorno mi guardo intorno e mi vedo circondata di problemi.

Eppure sono così tante le benedizioni di cui posso godere!
Ho una famiglia, per quanto sofferente, una persona che mi ama con cui sto magnificamente, ho una bella casa, piena di tante cose (molte anche inutili), ho molto più di quanto mi sia strettamente necessario e non ho alcuna difficoltà, se non dovuta a qualche problema di salute, a mettere nello stomaco più di quanto sia sufficiente per sopravvivere.

Nonostante io spesso mi lamenti, sono molto fortunata.
Me lo sono meritato? No, non l’ho fatto, così come non mi sono meritata le cose più tristi che mi sono successe.

C’è gente, invece, che conosce gli stenti e le difficoltá, che difficilmente riesce a mettere insieme il pranzo e la cena, che vive con poco, o che sopravvive appena.

Ha scritto Roberto Gervaso che fare del bene non deve farci sentire buoni, ma giusti.
Fare del bene significa condividere quello che abbiamo ricevuto con chi è stato meno fortunato, consapevoli che nulla ci appartiene, che nulla è veramente NOSTRO, che quel che diamo è sempre una piccola parte rispetto a quel che abbiamo.

E fare del bene fa stare così bene!

Giovedì 21 dicembre, la Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno di Oriolo Romano ha organizzato una serata in cui noi tutti abbiamo potuto restituire ai nostri fratelli un po’ di quello che abbiamo, anche solo il “servizio”, un po’ di compagnia e la condivisione del nostro tempo.
Grazie ad altre associazioni, è stato possibile regalare ad alcune famiglie bisognose una serata con buona musica, un’ottima cena, regali per i bambini e dei pacchi alimentari da portare a casa.

Diversamente da quanto si possa pensare, si è parlato poco di Dio, ma tutti avevamo la sensazione che Dio parlasse attraverso ogni volto, ogni sguardo, ogni sorriso; e tutti lo sentivamo lì, in mezzo a noi, a guidarci, sostenerci, a dirigere le nostre azioni e i nostri cuori.

Quei cuori caldi con cui siamo tornati a casa. Stanchi ma felici.

Nessuno ha chiesto o si è meritato davvero un “grazie”, perché se tutto è andato così meravigliosamente bene è solo perché, accanto a noi, per ogni passo, per ogni decisione, c’è stato Lui.

Durante quella serata, abbiamo davvero rivissuto la nascita di Gesù, di Colui che dando se stesso per noi, ci ha insegnato a dare qualcosa di noi agli altri.

“Non ci scoraggiamo a fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” (Galati 6:9)

Felice Natale!

Io non sono Allison

Ero da sola in una stanza del reparto di ginecologia. Lottavo dalla sera prima con dei lancinanti dolori allo stomaco e vomitavo oramai da diverse ore. L’infermiera che è venuta a trovarmi mi ha minacciata che se non avessi smesso di vomitare mi avrebbero messo il sondino naso-gastrico. L’ho pregata di non farlo; quasi vergognandomi le ho detto che avrei cercato di non rimettere più.

Il mio corpo era scosso da continui tremori che mi facevano sobbalzare continuamente nel letto ed ero davvero molto stanca. Ho chiesto che mi dessero qualcosa per calmarmi. Dopo una decina di minuti, l’infermiera è tornata con la ginecologa, la quale mi ha rimproverata per non averla fatta riposare tutta la notte e, con un pizzico di carità umana, ha detto all’infermiera di farmi un calmante. Mentre lo diceva, ha sollevato la manica del pigiama, scoprendo il braccio pieno di lividi, segni delle flebo che avevo tenuto appena una settimana prima, quando, al Pronto soccorso dello stesso ospedale ho dovuto implorare aiuto per quello che loro avevano semplicemente definito una indigestione. A quel punto, la dottoressa ha fatto un balzo indietro e mi ha chiesto con occhi sgranati se fossi tossicodipendente e se avessi una crisi di astinenza. Ho avuto la prontezza di rispondere che no, non avevo mai preso nulla, ma se avessero avuto qualcosa da darmi, pur di star bene avrei cominciato anche in quell’istante ad assumere sostanze di qualsiasi genere.

 

Chiarito “l’equivoco”, loro sono andate via (non so quanto convinte) ed io sono rimasta di nuovo sola. Stanca, dolorante, in lacrime, mortificata, con addosso la sensazione che comunque stavo per morire, perché nessuno mai mi avrebbe capita e aiutata.
Allora ho guardato la finestra, poi la flebo, poi ancora la finestra. Ho realizzato che se avessi fatto in fretta, avrei potuto strapparmi l’ago dal braccio e con un balzo volare giù e porre fine a tutta quella sofferenza, ai dolori, alle mortificazioni. Credo abbia prevalso l’amore per la mia famiglia, per l’uomo adorabile che finalmente avevo nella mia vita. E sono rimasta in quel letto.

 

Per questo io non sono Allison.
Perché io sono rimasta aggrappata alla vita, ho trovato dei motivi per andare avanti, mentre lei, povera piccola Allison, malata come me di endometriosi, in preda ai dolori e con la sensazione di non essere capita, ha deciso di farla finita.

 

Allison, tre milioni di donne nel mondo ed io, abbiamo in comune tanto dolore e tanta sofferenza.
L’endometriosi non uccide, dicono. Ma i tormenti, le tribolazioni, le privazioni fisiche e non solo, possono davvero toglierti la voglia di andare avanti.
L’indifferenza, l’ignoranza, la cattiveria di chi non sa e non vuol sentire, quella può uccidere.

 

Non racconterò che cosa mi ha fatto fisicamente questa malattia. È noto e non è niente di più o di meno di quel che ha fatto ad altri milioni di donne.
Ma non posso non porre l’attenzione sull’aspetto psicologico di questa patologia.

 

La maternità negata potrebbe essere un aspetto, ma ti abitui a sopportare il dolore e la delusione di prenderti cura con tutta te stessa di qualcuno che non è tuo figlio (che sia un nipote, il figlio di un compagno, gli allievi di una scuola o quant’altro) e non ricevere in cambio nulla, perché c’è sempre una mamma, quella “vera”, di cui sarai all’ombra.
Potrebbe essere la gioia negata, le serate con gli amici di cui devi privarti, perché non puoi allontanarti troppo dal bagno, perché se mangi la pizza poi soffri due giorni, i viaggi che non fai perché “se poi ti scappa” non sai come fare.
Potrebbe essere veder cambiare il tuo corpo per gli sbalzi ormonali e non poter neanche far nulla perché quel maledetto nervo ti costringe a non frequentare palestre, a non poter più correre, a non sentirti donna con un paio di tacchi che slanciano un po’ di più.
O forse potrebbe essere il doverti “giustificare “, quasi fosse una colpa avere addosso una malattia.

 

Una mia collega, umana quanto un cactus, mi ha insultata pubblicamente perché sono rimasta a casa due giorni prima del mio settimo intervento, (isterectomia totale con complicazioni all’uretere) e mi ha costretta, dopo appena un anno, perché ha dovuto sostituirmi per un’ora, all’umiliazione di una visita collegiale con medici ignoranti che volevano sapere se portassi il pannolone. Un’altra mi accusato di essere solo “malata mentale” e di fingere un disagio che non avevo.
Ecco, sono queste le cose che uccidono più dei dolori, più della malattia, più che vedere i pezzi del tuo corpo lasciarti, più che tornare e ritornare sotto quelle luci accecanti delle sale operatorie.

 

Ma io sono qui. Ancora a lottare, ancora a girare da uno studio medico all’altro, ancora a credere che la vita “mi deve qualcosa”.
Non sono, per questo, né migliore né peggiore di Allison.
Semplicemente non sono Allison.
Se potessi, le tenderei la mano per risollevarla dal baratro.
Perché “fra noi” sappiamo darci l’aiuto che altri ci negano.

Cara, bella, piccola Allison, un giorno ci ritroveremo, sane, felici, e ti racchiuderò in quell’abbraccio che oggi non posso più darti.

Riposa serena….

 

“No! Mamma no!”

(Dalla rivista “CHI”)

Sono ammalata di endometriosi di IV stadio. Ho alle spalle 7 interventi e la malattia mi ha portato via tanto, sia in termini fisici (in ogni intervento mi hanno portato via un pezzetto di me) sia che in qualità di vita.

Ho cercato di non permetterle di portarmi via il sorriso, neanche quando per colpa sua ho dovuto vivere per due anni con le stampelle, sapendo che la mia gamba non sarebbe stata mai più normale. Cerco di non permetterglielo quando non posso uscir di casa o non riesco neanche a far pipì senza dolore.

Ma certi giorni sono particolari e allora la tristezza prende il sopravvento, insieme alla rabbia, perché noi “forti” a volte non comprendiamo che esser tristi non significa essere deboli, ma semplicemente umani.

Oggi è la festa della mamma.
Ci sono tanti motivi per cui penso, razionalmente, che è stato meglio non diventare madre. È inutile star qui ad elencarli. Anche perché non avrebbero senso oggi, se quando vedo tutto il mondo in festa per le mamme, a meno di 3 mesi dall’isterectomia totale, ho voglia di chiudermi in una stanza, da sola, e piangere. Non mi ha risollevato il regalo del mio compagno, che mi ha portato i fiori perché anche se non sono madre biologica sono mamma coi suoi figli, i miei nipoti, i miei alunni e perfino col cane.

Perché il mondo non sa e non vuol capire che essere mamme così è ancora più “dura” che essere mamme naturali.

Perché se “la mamma è sempre la mamma” , puoi fare tutto il bene del mondo ma tu, comunque, non lo sarai mai.

Il mondo non capisce che non basta espellere un essere umano dalla vagina per esser donne migliori! Il fatto è che noi donne l’istinto alla maternità ce lo abbiamo dentro, e, per quanto felici, noi che non possiamo viverlo siamo frustrate, castrate, mutilate. E ci sentiamo messe all’angolo. In giornate come questa ancora di più.

Domani ricaccerò il mio dolore in un angolo del cuore, riprenderò a sorridere e a dire agli altri, per convincere me stessa, che non aver figli al giorno d’oggi è quasi una fortuna. Ma oggi mi sento in diritto di essere arrabbiata col mondo.

Marisa Calvitto

Volti e storie

Perché vuoi conoscere il mio volto e non ascoltare la mia voce? Perché vuoi conoscere la mia faccia e non conoscere la mia vita?
Perché non vuoi sapere chi sono e come sono?

Un volto può essere più o meno gradevole; mostra due occhi, un naso, una bocca messi insieme più o meno armonicamente, ma non è altro che una forma.
Se mi guardi, non sai che cosa si nasconde dietro le mie rughe, se mi hanno segnato pianti o sorrisi, dolori o gioie; non sai che cosa hanno visto i miei occhi, quante volte si sono spalancati per la meraviglia, quando si sono socchiusi per farmi riflettere, se si sono chiusi per nascondermi brutture, quanta bellezza hanno gustato.

Se guardi la mia bocca non puoi sapere se si è più curvata in sorrisi o in smorfie di dolore o di disgusto, quanti baci ha regalato o ha assaporato.

Un viso dice tanto, ma nasconde molto.

Può nascondere storie meravigliose, vicissitudini, gioie, angosce.
I volti nascondo persone che, al di là dell’aspetto, sono ricchezze o immani iatture, per chi le incontra.
I volti, pur essendo la parte più manifesta di noi, nascondo chi siamo davvero.

Eppure cerchiamo facce, giudichiamo volti, ci aggrappiamo alla bellezza e sfuggiamo visi poco piacevoli.

Non cerchiamo persone, storie, contenuti.
Vogliamo forme, apparenza.
Volti.
Anche se possono ingannare.

Il mio volto ha una storia, il tuo la sua.
Io non guarderò il tuo volto, ma comincia a raccontare la tua storia.

 

Una donna così

Una donna così non ti farà mai del male. Conosce il dolore, porta cicatrici e, proprio per questo, non ferisce mai per prima.
Una donna così, forse, non la potrai mai capire, ma di certo la potrai amare.
È una donna che si è trovata sola, senza sostegno, senza aiuto, senza un riferimento, e ha vissuto la svolta.
Quando una donna finisce di lasciarsi guidare, istruire, di lasciarsi vivere, comincia a pensare con la sua testa, a camminare con le sue gambe, a lottare con le sue unghie e a farcela, da sola.

 

Allora cambia tutto. Cambia prospettiva, cambia carattere, cambia la vita. E finalmente capisce che ha una forza, dentro, che stava semplicemente nascosta, sopita, addormentata.

Poco importa se è necessario un dolore per svegliare quella forza. Quel che conta è che da quel momento in poi nulla sarà più uguale, né per lei, né per chi la incontrerà sulla sua via.

 

Una donna così è una che ce l’ha fatta, che sa di poter stare da sola, è una donna che può bastare a se stessa. Per questo, una donna così non si da al primo che capita ma se ti sceglie ti da anima e cuore.

È una con cui condividere, mai più una su cui prevalere.
È una donna che ha tirato fuori quel carattere che non sapeva di avere e che per niente e nessuno potrebbe o vorrebbe ricacciare indietro. È se stessa senza alternative.

Se la trovi, una donna così, non lasciartela scappare.

 

Oggi ho ho indossato il mio abito migliore

Oggi ho indossato il mio abito migliore.

No, non per festeggiare qualcosa, semplicemente perché è la mia vita.

A voi tutti sembra che la mia esistenza sia semplice solo perché non ho le vostre ansie e le vostre preoccupazioni. Eppure, con coscienza o no, anche io affronto mille difficoltà, devo sopravvivere ad avversità e alle asperità. Come quando mi sento ardere o quando la tempesta è talmente forte che devo aggrapparmi alla vita con salde radici per sopravvivere.

A differenza vostra, però, superati quei momenti io ritorno semplicemente per assaporare un raggio di sole e dare gioia alle mani che si prendono cura di me, che mi hanno accarezzata anche quando ero meno bella ed ero stanca e che hanno resistito alla voglia di strapparmi via quando sembrava che non ce l’avrei fatta per sostituirmi con quello che per voi conta di più: la bellezza.

So che morirò anche io, come voi. E come voi non so quando. So che la mia vita è parte di un ciclo e mi fido della Natura: mi abbandono ai suoi ritmi.

Ma oggi sono ancora qui, sono rinata, sono viva. Voglio regalare gioia e bellezza.

Per questo, stamattina ho indossato il mio abito migliore. Per quelle mani, per me stessa, per il mondo. Per la vita.

Abito migliore

LUI

Aveva tanti difetti, lui. Testardo, troppo preciso, eccessivamente esigente, con se stesso e con gli altri. Non conosceva trasgressione e non allentava mai nè la tensione nè la pressione.

Ma i suoi pregi facevano sì che gli si perdonassero i lati meno “comodi” del suo carattere. Era onesto e leale, questo prima di tutto. Era cordiale e affettuoso. Era dolce e difficilmente diceva di no ( tranne alle mie richieste quando da ragazzina cominciavo a chieder di voler uscire) Era tollerante e generoso, spiritoso, arguto e sagace. Era legato alla famiglia e per noi avrebbe fatto di tutto.

Per me era l’uomo ideale e dimenticavo troppo spesso che, comunque, era sempre e solo un uomo. E come ogni uomo è nato (il 20 novembre di un po’ di anni fa) ed è morto….”come tutti si muore, come tutti provando dolore”.

Mi restano i ricordi, i suoi insegnamenti, il suo esempio e i suoi scritti.
Mi restano i suoi racconti, quelli che facevo ripetere fino a stancarlo, gli aneddoti della sua infanzia: di quando, bambino, temeva le botte della sua mamma, o di quando, adolescente, stava intere mattinate davanti allo specchio cercando di sistemare i suoi capelli ricci (suscitando, ancora una volta, la rabbia di nonna!)
Mi restano le immagini fissate nella mia mente, di quando, quasi seguendo un rito, tirava fuori la sua Lettera 32 verde, la appoggiava sul tavolo della cucina, sistemava il foglio, tirava fuori la sigaretta dal taschino sinistro della camicia (finché ha fumato, poi è rimasto solo il gesto, ormai diventato automatico, di portare la mano al taschino senza tirar fuori nulla) e iniziava a scrivere.

A volte tirava via il foglio appallottolandolo insoddisfatto, altre cancellava le parole non adeguate facendo scivolare indietro il carrello della macchina da scrivere e le copriva con tante maiuscole XXX.

Io lo osservavo incantata, mentre posava le parole sul foglio e la macchina lo accompagnava con l’incessante ticchettio.

Mi chiedevo perché le “o” e le “q” avessero al centro un piccolo foro e quando potevo, spesso di nascosto, premevo anche io quei tasti per capire se era il mio papà ad essere “tanto forte” o se quelle due lettere capricciose si divertivano a bucare il foglio (Poi mi ha spiegato che era solo un simpatico difetto della macchina).
Dopo lo seguivo nella camera accanto e continuavo a guardarlo quando, col telefono a rotella, chiamava la redazione del giornale per dettare l’articolo appena creato. Scandiva ogni parola, senza omettere virgole o punti. “Oggi a Salemi virgola in occasione della festa del Santo patrono virgola migliaia di fedeli in processione hanno sfilato per le vie del Paese punto” e poi seguiva la notizia, quella che rendeva interessante il racconto.

Ricordo quando si addormentava sulla poltrona, con la testa all’ingiù, ed io mi divertivo a svegliarlo ridendo solo per dirgli che stava dormendo e, spesso, russando.
Quando è diventato un nonno dolcissimo che avrebbe fatto (ed ha fatto) di tutto per le sue nipotine: guardare i cartoni solo per il piacere di tenerle in braccio strette a sé, o uscire sotto la pioggia se desideravano un gioco, i colori o per qualsiasi altro capriccio.
Ricordo il suo sguardo felice quando, in un letto di ospedale, 39 chili tutta vestita, mi portò il brodo vegetale fatto in casa per ricominciare a mangiare dopo un lungo digiuno.
Troppo riservato per parlare di sentimenti, lui li esprimeva con gli occhi.
Gli stessi occhi che hanno guardato dritto i miei quando si è addormentato per l’ultima volta.

In giorni come questo, poi, mi resta il vuoto della sua insopportabile assenza.

Avrei voluto festeggiare con mio padre anche questo suo compleanno…..

Lui

Ti amo, papà!

In ricordo di mio padre, dal giornale Belice c’è (Marzo 2009)

Non posso parlare di mio padre come persona, come uomo: se dicessi io quanto era speciale, potrei non essere credibile, perché ritengo che ogni figlio, in condizioni “normali”, non può che parlar bene dei propri genitori. 

Ma posso ricordarlo come padre, un padre meraviglioso, che mi manca ogni giorno di più. 

Mio padre era ed è l’unico uomo che io abbia veramente amato, “l’uomo della mia vita”, un modello forse troppo ideale per riuscire a dare il mio cuore ad un altro che non fosse lui. Mio padre mi ha insegnato l’onestà, il senso del dovere, l’importanza dell’amicizia, il rispetto per gli altri, la gioia del perdono, il piacere di non portare rancore a nessuno, la necessità degli “altri”. Ha provato ad indicarmi sempre la via giusta da percorrere, e se non l’ho fatto e ancora non riesco a farlo è forse perché noi figli ci ostiniamo sempre a “ribellarci” ai nostri genitori. Papà mi ha insegnato cosa e come deve essere una famiglia, come deve essere l’amore fra un uomo e una donna. 

Mi ha coccolato finchè ero bambina e quando sono diventata grande ha rispettato il fatto che fossi cresciuta e ha saputo dimostrarmi il suo amore con le sue attenzioni mai troppo invadenti, ma forti, con la sua costante presenza, confortandomi nei momenti di dolore o di malattia. Io e papà ci dicevamo tutto con uno sguardo, condividevamo il piacere di guardare e commentare un film, una commedia, una canzone. Quando scriveva qualcosa per il giornale veniva nella mia camera e, discreto come sempre, diceva: “stai lavorando, ma appena hai due minuti leggi questo e dimmi se va bene”: poche volte l’ho corretto, e quando l’ho fatto lui approvava quasi con gioia le mie osservazioni. Altre volte mi chiedeva di insegnargli ad usare il computer (era proprio una frana!) e adesso mi pento di aver avuto, a volte, poca pazienza con lui. Tutto ciò che di buono c’è in me lo devo a lui…il peggio..beh, l’ho creato da me! Mi manca, mi manca da morire, mi manca non vederlo in giro per casa, mi manca non trovarlo sulla sua poltrona quando ho bisogno di lui. Mi sento indifesa e sola, costretta all’improvviso a crescere, a non essere più “figlia”, “sua” figlia. Mi rimane, però, la gioia dei tanti bei momenti vissuti con lui, di aver avuto la fortuna di avere un padre eccezionale,di essergli stata vicino fino alla fine, la speranza di essere alla sua altezza. “Prigionieri nell’animo di uno schema atavico che spingeva e ancora spinge a vivere gli affetti più nella pratica che a proclamarli con la bocca” non ci siamo detti mai “ti voglio bene”. Stupidamente ho aspettato che fosse sul letto di morte per dirglielo, per la prima volta nella mia vita. Adesso, abbandonato ogni pudore, convinta che non sia troppo tardi voglio urlarglielo con tutta me stessa e con tutto il mio cuore: “TI AMO, PAPA’!” 

A distanza di quasi otto anni, mi piacerebbe ancora credere che il mio papà possa sentire il mio urlo d’amore. Sarebbe più comodo e semplice. Ma so con assoluta certezza che lo sento io, lo sente chi legge ma non lo sente lui.

Lui, insieme a tutti gli altri morti, riposa, si è addormentato, in attesa del risveglio più bello: quello che ci regalerà  Gesù al Suo ritorno. Questa consapevolezza mi consola molto di più dell’idea di poter parlare con lui adesso, di sentirlo vicino in questa vita terrena, perché se Dio vorrà, allora potrò riabbracciarlo, dirgli tutto quello che voglio e stare con lui per sempre, per l’eternità.

L’unica cosa che tengo viva dentro di me è sempre e solo l’orgoglio di essere sua figlia e il suo meraviglioso ricordo….

papa

 

 

 

Buoni o cattivi

Da quando eravamo piccoli, qualsiasi adulto preposto alla nostra educazione ci ha sempre insegnato che bisogna essere buoni, gentili, altruisti.
Mai nessuno ci ha detto che dovevamo essere felici.

Perché spesso, per essere felici bisogna proprio essere meno buoni, gentili ed altruisti.

A volte la felicità si trova con un po’ di sano egoismo, pensando prima al proprio benessere che a quello degli altri.

Ovviamente, contravvenendo a quei principi e a quei valori che ci hanno trasmesso e tramandato, concedersi il lusso di amarsi più di quanto si amino gli altri, generalmente provoca dei gravi sensi di colpa, a volte perfino la paura infantile di essere puniti per non aver rispettato le regole.
Non sarei una buona cristiana, cosa che aspiro ad essere col tempo e con un buon lavoro su me stessa, se non dicessi, e soprattutto non credessi, che bisogna amare il prossimo e non essere motivo di sofferenza per gli altri, ma sarei anche una folle sconsiderata se affermassi che bisogna non pensare anche un po’ a se stessi.
“Siate furbi come serpenti e semplici come colombe” ha detto Gesù (Matteo 10:16).
Forse bisognerebbe sforzarsi di non ferire mai gratuitamente nessuno, non bisogna essere causa di dolore e sofferenza, ma è necessario pure difendersi se ci si trova “come pecore in mezzo ai lupi”, per citare lo stesso versetto.
Io sono quella delle seconde occasioni, degli alibi e delle giustificazioni. Mai nessuno che mi abbia fatto del male ha poi trovato la porta chiusa quando è venuto a bussare, ovviamente per chiedere qualcosa.

Ma arriva un momento in cui anche quelli come me si stancano di metter pezze e toppe, di raccogliere cocci, di mettere insieme i pezzi.
Perché è pure vero che, a lungo andare, quando qualcosa si rompe si può fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità, ma non tornerà mai come prima. Non capita con gli oggetti, figuriamoci coi sentimenti!

Se ci si fida di qualcuno, se si permette ad un’altra persona di entrarti dentro, nel cuore, nell’anima, e quello ne approfitta per banchettarci un po’ e poi uscirsene lasciando tutto in disordine, quante volte puoi permettergli di entrare ancora? Arriverà o no il momento in cui verrà e troverà chiuso?

E questo significherà forse essere cattivi?
Beh, no. Non credo.
Penso significhi volersi bene, voler bene a se stessi; significa “voler tenere l’anima in ordine”, pulita.
Quanto si può rimanere “sani” se intorno si hanno persone con il cuore marcio? Quanto si può rimanere buoni, se ci si circonda di opportunismo, avidità (non solo di cose ma anche e soprattutto di sentimenti)? Non si rischia di venirne “contagiati” ed indurire troppo il proprio cuore, trasformando la vera natura?

 

” A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra” (Luca 6:29). Ecco, PORGIGLI l’altra guancia. Non “stai lì e fa che lui faccia di te quel che desidera”. Devi esser tu a decidere o no se farti percuotere ancora. Se lo fai, e lo fai per amore, con piena consapevolezza, hai fatto una cosa grande, e non ti farà neanche male: lo hai scelto, lo hai fatto con il cuore.
Ma se qualcuno ti percuote e tu poi stai male, soffri, provi rabbia, perfino odio, non è forse meglio allontanare chi ti provoca tanto dolore?
“Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.” (Matteo 5:29)

La vendetta, quella sì, potrebbe e dovrebbe provocare sensi di colpa. Ma rimanere indifferenti e non permettere agli altri di farci del male non può farci sentire pessime persone.

 

Sorridere, continuare ad essere gentili e mantenere le dovute distanze da chi riesce sempre e solo farci male. A me sembra tutto sommato una buona ricetta. Almeno finché non saremo tanto infinitamente grandi da poter fare di più.
E lasciamo i cocci per terra, che anche ad incollarli il risultato sempre pessimo rimane….

Buoni o cattivi

 

Prima il dovere

Ci hanno sempre detto che si DEVE amare, si DEVE comprendere, si DEVE aiutare. Si DEVE ascoltare, si DEVE provare compassione, ci si DEVE sacrificare. Si DEVE pensare agli altri, si DEVE farli star bene, si DEVE sostenere chi si appoggia a te.

Io vorrei provare a sostituire i “si DEVE” degli altri con i “si DEVE” miei, per una volta nella vita.

È vero che è giusto fare tutto quello che ci hanno sempre insegnato, fa parte del nostro essere umani, ma fino a che punto è corretto? Fino a che punto si può e si deve (rieccolo, il DEVE) dimenticare se stessi?

“Ama il prossimo tuo COME TE STESSO”. Ecco, come te stesso. Allora voglio provare a cambiarli davvero questi si DEVE.

Io DEVO amare me stessa e mi DEVO rispettare. Io mi DEVO concedere il diritto di essere felice. Mi DEVO dedicare tempo e attenzioni. DEVO pensare alla mia salute e il mio benessere psicologico.

Io DEVO proteggermi dalle persone cattive e negative, DEVO scacciare dalla mia vita e dalla mia testa tutto quello che può nuocermi.

Io DEVO tutelare il mio diritto alla serenità, alla libertà, alla pace interiore.

Io DEVO considerarmi una priorità, DEVO curare le mie ferite, DEVO cercare la mia felicità e DEVO esser libera di sorridere.

 

dovere