Buoni o cattivi

Da quando eravamo piccoli, qualsiasi adulto preposto alla nostra educazione ci ha sempre insegnato che bisogna essere buoni, gentili, altruisti.
Mai nessuno ci ha detto che dovevamo essere felici.

Perché spesso, per essere felici bisogna proprio essere meno buoni, gentili ed altruisti.

A volte la felicità si trova con un po’ di sano egoismo, pensando prima al proprio benessere che a quello degli altri.

Ovviamente, contravvenendo a quei principi e a quei valori che ci hanno trasmesso e tramandato, concedersi il lusso di amarsi più di quanto si amino gli altri, generalmente provoca dei gravi sensi di colpa, a volte perfino la paura infantile di essere puniti per non aver rispettato le regole.
Non sarei una buona cristiana, cosa che aspiro ad essere col tempo e con un buon lavoro su me stessa, se non dicessi, e soprattutto non credessi, che bisogna amare il prossimo e non essere motivo di sofferenza per gli altri, ma sarei anche una folle sconsiderata se affermassi che bisogna non pensare anche un po’ a se stessi.
“Siate furbi come serpenti e semplici come colombe” ha detto Gesù (Matteo 10:16).
Forse bisognerebbe sforzarsi di non ferire mai gratuitamente nessuno, non bisogna essere causa di dolore e sofferenza, ma è necessario pure difendersi se ci si trova “come pecore in mezzo ai lupi”, per citare lo stesso versetto.
Io sono quella delle seconde occasioni, degli alibi e delle giustificazioni. Mai nessuno che mi abbia fatto del male ha poi trovato la porta chiusa quando è venuto a bussare, ovviamente per chiedere qualcosa.

Ma arriva un momento in cui anche quelli come me si stancano di metter pezze e toppe, di raccogliere cocci, di mettere insieme i pezzi.
Perché è pure vero che, a lungo andare, quando qualcosa si rompe si può fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità, ma non tornerà mai come prima. Non capita con gli oggetti, figuriamoci coi sentimenti!

Se ci si fida di qualcuno, se si permette ad un’altra persona di entrarti dentro, nel cuore, nell’anima, e quello ne approfitta per banchettarci un po’ e poi uscirsene lasciando tutto in disordine, quante volte puoi permettergli di entrare ancora? Arriverà o no il momento in cui verrà e troverà chiuso?

E questo significherà forse essere cattivi?
Beh, no. Non credo.
Penso significhi volersi bene, voler bene a se stessi; significa “voler tenere l’anima in ordine”, pulita.
Quanto si può rimanere “sani” se intorno si hanno persone con il cuore marcio? Quanto si può rimanere buoni, se ci si circonda di opportunismo, avidità (non solo di cose ma anche e soprattutto di sentimenti)? Non si rischia di venirne “contagiati” ed indurire troppo il proprio cuore, trasformando la vera natura?

 

” A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra” (Luca 6:29). Ecco, PORGIGLI l’altra guancia. Non “stai lì e fa che lui faccia di te quel che desidera”. Devi esser tu a decidere o no se farti percuotere ancora. Se lo fai, e lo fai per amore, con piena consapevolezza, hai fatto una cosa grande, e non ti farà neanche male: lo hai scelto, lo hai fatto con il cuore.
Ma se qualcuno ti percuote e tu poi stai male, soffri, provi rabbia, perfino odio, non è forse meglio allontanare chi ti provoca tanto dolore?
“Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.” (Matteo 5:29)

La vendetta, quella sì, potrebbe e dovrebbe provocare sensi di colpa. Ma rimanere indifferenti e non permettere agli altri di farci del male non può farci sentire pessime persone.

 

Sorridere, continuare ad essere gentili e mantenere le dovute distanze da chi riesce sempre e solo farci male. A me sembra tutto sommato una buona ricetta. Almeno finché non saremo tanto infinitamente grandi da poter fare di più.
E lasciamo i cocci per terra, che anche ad incollarli il risultato sempre pessimo rimane….

Buoni o cattivi

 

Prima il dovere

Ci hanno sempre detto che si DEVE amare, si DEVE comprendere, si DEVE aiutare. Si DEVE ascoltare, si DEVE provare compassione, ci si DEVE sacrificare. Si DEVE pensare agli altri, si DEVE farli star bene, si DEVE sostenere chi si appoggia a te.

Io vorrei provare a sostituire i “si DEVE” degli altri con i “si DEVE” miei, per una volta nella vita.

È vero che è giusto fare tutto quello che ci hanno sempre insegnato, fa parte del nostro essere umani, ma fino a che punto è corretto? Fino a che punto si può e si deve (rieccolo, il DEVE) dimenticare se stessi?

“Ama il prossimo tuo COME TE STESSO”. Ecco, come te stesso. Allora voglio provare a cambiarli davvero questi si DEVE.

Io DEVO amare me stessa e mi DEVO rispettare. Io mi DEVO concedere il diritto di essere felice. Mi DEVO dedicare tempo e attenzioni. DEVO pensare alla mia salute e il mio benessere psicologico.

Io DEVO proteggermi dalle persone cattive e negative, DEVO scacciare dalla mia vita e dalla mia testa tutto quello che può nuocermi.

Io DEVO tutelare il mio diritto alla serenità, alla libertà, alla pace interiore.

Io DEVO considerarmi una priorità, DEVO curare le mie ferite, DEVO cercare la mia felicità e DEVO esser libera di sorridere.

 

dovere

 

 

 

Nonnina mia

Ogni mattina, da quando ho testardamente deciso che non sarei più andata all’asilo dalle suore, lei mi accoglieva affacciandosi dalle scale. Vedevo la sua testolina piccola, incorniciata dai capelli bianchi e sentivo la solita frase del buongiorno: “Mariuni, a mittisti a pagghia au mulu!”

Io ridevo felice, perché ero felice di stare con lei. Sapevo già come si sarebbe svolta la mattinata e sapevo che con lei sarei stata bene.

Aveva indosso il suo grembiule, una sorta di camice abbottonato sul davanti, rigorosamente nero da quando, più di un trentennio prima, era morto il suo adorato marito. I capelli, sempre raccolti sulla nuca, al mattino erano un po’ scompigliati. Era piccola piccola, magra e dietro degli spessi occhiali da vista aveva due splendidi occhi azzurri.

Appena arrivavo mi portava in cucina, dove trovavo già apparecchiato per la colazione. Niente merendine e neanche il latte che da quando mi avevano fatto abbandonare il biberon (in verità abbastanza tardi) non volevo bere neanche dietro minaccia. In una ciotola di metallo tagliava del pomodoro, lo condiva col sale, l’origano, l’olio e un po’ d’acqua, tagliava a tocchetti il pane ed io lo inzuppavo nel brodino che si era creato. Ho provato tante volte a rifare quel piatto, esattamente come lo faceva lei, ma non sono mai riuscita ad ottenere lo stesso meraviglioso sapore.

In assenza dei pomodori, i tocchetti di pane trovavano un bel piatto di succo di limone con acqua, olio e zucchero. Niente di più semplice e niente di più buono. Fosse anche solo perché lo preparava lei.

Mentre io mangiavo, lei sbarazzava in cucina, non prima di aver dato da mangiare anche alla sua gatta grigia, la meravigliosa “Pupetta”.

Non stavamo mai in silenzio; la seguivo mentre sfaccendava per casa e mi raccontava mille storie: dalla storia di Giufà agli aneddoti sui vicini di casa di quando era bambina, alle storie della sua famiglia, della guerra, di quando aveva dovuto dare al governo di Mussolini perfino la fede di matrimonio e, vedova con sei figli, per portare avanti la famiglia, aveva dovuto affittare le camere di casa sua ai militari che passavano di lì.

Mi raccontava del nonno che non ho mai conosciuto e di cui aveva un ritratto nel soggiorno, del grande amore che aveva per lui e che traspariva dai suoi occhi ogni volta che ne parlava, nonostante lei fosse poco più di una bambina quando lo aveva sposato e lui un uomo con 35 anni di più.

Mi raccontava di Maria, la corpulenta donna vicina di casa sua, tanto in carne che il marito la chiamava “Mariuni” e al suo rientro a casa le urlava sempre “a mittisti a pagghia au mulu?” (Ecco il nostro saluto!)

Finiti i lavori di casa, andava a sistemarsi in bagno, ed io assistevo affascinata guardandola mente pettinava i lunghi capelli bianchi, li intrecciava e poi arrotolava la treccia in un basso chignon, semplicemente chiamato “tuppu”, con delle forcine di osso.

Poi andavamo nto curtigghiu, una sorta di cantina dove teneva le giare con l’olio e altri oggetti e preparava lo scaldino per le mani. Metteva il carbone, lo accendeva e poi faceva oscillare per un po’ avanti ed indietro lo scaldino per ravvivare il fuoco.

Mentre risalivamo al piano superiore, ripeteva sempre la stessa frase: “ora mi mettu nta la mè gnunidda”. La sua gnunidda era una sediolina di legno e paglia sistemata ai piedi di una scala che portava sulla terrazza adornata con le piante di garofano. Sul primo gradino, vicino alla sedia, teneva un cesto con la lana e i ferri. Poggiava sulle gambe il suo scaldino, su cui faceva riscaldare anche le mie mani, e poi iniziava a lavorare preparando calze da notte di tutte le misure che regalava a tutti i figli e a tutti i nipoti. In tarda mattinata io andavo a frugare nello sportello del mobile del soggiorno, dove trovavo “i ficu sicchi” e lei faceva finta di non accorgersi che ne rubavo un paio.

In certe giornate particolari, la routine veniva modificata leggermente. Quando nacque la figlia di mia cugina, ci siamo sedute in soggiorno perché lì aveva acceso il lumino a Santa Anna, protettrice delle partorienti. In quei casi, si stava lì a pregare.

A pranzo andavo via, tornavo dai miei genitori.

Nel pomeriggio, quando con mia madre tornavo a trovarla, la trovavo in penombra, dietro la piccola finestra della sua piccola camera da letto, con in mano la corona del rosario a pregare.

Mia Nonna non ha mai studiato. Ha fatto solo i primi tre anni di scuola elementare. Ma era una divoratrice di giornali e libri, di cui poi, mi raccontava tutta la trama.

Odiava Uccelli di Rovo, perché non era accettabile, per lei, che un prete si innamorasse e “facesse certe cose” con una donna.

Amava tutta la famiglia e la vita, che pure le aveva dato poche gioie e tanto tanto lavoro. Tanto che mi sono sempre chiesta come avesse fatto, piccola com’era, a resistere a tanta fatica fino ai sui 88 anni.

Non la chiamavo mai per nome. Per me era “nonna Scalisi”, il cognome di mia madre. Eppure per me lei era un solido punto di riferimento, e, anche di nascosto da tutti, mi rifugiavo da lei quando ero triste o avevo bisogno di un sostegno.

Se esistessero i Santi, nonna sarebbe con loro. E un giorno, se me lo meriterò, ci ritroveremo e, forse, potrò ancora una volta trovare conforto fra le sue piccole ma forti braccia.

nonna

Amore per sempre

Lei non ha imparato ad amare. Lei piena d’amore c’è nata. E più cresceva, più l’amore che aveva dentro cresceva con lei.

Amore per tutto e tutti.

Amore per la sua famiglia, per i suoi giochi, per lo studio, per le sue passioni.

Amore per la sua casa, per la strada che percorreva ogni giorno, per i pomeriggi di pioggia e per le primavere trascorse a mangiare fragole e panna e a fare gite in campagna.

Amore per il suo diario segreto, per i suoi vestiti rosa, per le sua amiche, per i compagni di scuola.

Amore per il suo uomo, per tutto ciò che li circondava, per i film romantici, per i telefilm americani, per la musica, per il teatro, per i suoi cuginetti più piccoli, per gli anziani che piano piano sono andati via.

Amore per il lavoro, per la sua  macchina nuova, per la conoscenza, per le sfide, per gli animali, per i più deboli, per i più forti.

Amore per…un nuovo amore,

Amore per l’amore.

Anche quando quest’amore è stato illogico, immotivato, incompreso ed incomprensibile, irrazionale e non ricambiato, lei ha amato.

Come un istinto incontrollato ed incontrollabile, l’amore c’è sempre stato, ostinato, incessante, implacabile ed insistente. A volte sprecato.

Amore sempre presente, sempre verso qualcosa o qualcuno fuori di lei.

Amore per lei? Amore negato.

amore

Ragazza mia

Ragazza mia, fermati cinque minuti e ascoltami.

Tu sei bella, sei importante, sei preziosa e meriti il meglio.

Non permettere a nessuno, neanche a chi dice di volerti bene, di rubarti i sogni, di toglierti le speranze, di privarti delle tue aspettative, di sottrarti la tua identità.

Non pensare mai di non essere abbastanza, non credere di non essere all’altezza, non convincerti che devi fare qualcosa di più per essere apprezzata.

Tu vali per quello che sei, non per quello che fai, e nessuno deve mancarti di rispetto, deve ferirti, condizionarti, farti del male, deve rubare la tua libertà.

Tu sei preziosa. Non regalarti, lasciati conquistare. Pretendi attenzioni, aspira al meglio, aspettati amore vero.

Segui le tue inclinazioni, abbandonati alle tue aspirazioni, concediti di scegliere, realizza i tuoi desideri, affezionati a te stessa, regalati il meglio possibile.

Difenditi dalla cattiveria. Fuggi dai pericoli, preservati, abbi cura di te.

Guardati dai falsi amici, fidati delle persone giuste e quando soffrirai, perché soffrirai, non umiliarti mai.

Perdonati i passi falsi che farai, perdonati le scelte sbagliate.

Perdona pure chi ti colpirà, ma non dimenticare. Mai.

Non temere di piangere, di mostrare le tue fragilità, vivi i tuoi dolori, ma sii forte abbastanza da rialzarti dopo ogni caduta. Non arrenderti mai.

Fidati di te stessa: hai dentro di te l’intuito infallibile delle donne, se non lo lascerai inascoltato lui ti guiderà sempre nella giusta direzione.

Ridi, divertiti, assapora la vita, gusta la gioia, insegui la felicità, non accontentarti della mediocrità.

Dona al mondo il meglio di te e prendi il meglio del mondo.

“Vola in alto con la testa e stai con i piedi a terra”

ragazza mia

A proposito di Tiziana

Ho preferito aspettare qualche giorno prima di parlare. Ho voluto evitare interventi “di pancia”, come ne ho visti tanti in giro in queste ultime ore. La storia e la vita di Tiziana sono state raccontate in tutte le salse e tengo a precisare che non è mia intenzione metterci il carico da 11, ma si è verificata una cosa talmente grave che mi risulta davvero difficile fare spallucce e girarmi dall’altra parte. Per chi non l’avesse ancora capito, Tiziana è morta. Si è suicidata, per la precisione. Chi dice per colpa sua, chi dice per colpa del web. Quella che si può contrarre su Internet, lo sappiamo, è la peggiore delle epidemie: è sufficiente un click – un like, uno share, un tweet o come lo volete chiamare – e qualsiasi contenuto, anche il più insulso, diventa virale. Nel caso di Tiziana parliamo di un video che la ritrae in atteggiamenti piuttosto intimi con un ragazzo: in poche parole, quello che facciamo tutti ma in assenza di videocamere.
Che ci crediate o no, io questo video non l’ho mai visto, ma sapevo della sua esistenza e anche della sua diffusione a macchia d’olio. Ciò che non sapevo, però, è che da quel momento in poi la vita di Tiziana fosse diventata un inferno. Non sapevo che avesse deciso di cambiare residenza, per esempio, e non sapevo che avesse avviato persino le pratiche per cambiare nome. Non sapevo nemmeno che avesse tentato il suicidio. E non sapevo nulla di tutto ciò perché, nel frattempo, si continuava a parlare solo ed esclusivamente di quel maledetto video. Ammetto che il perché di tanto scalpore non l’ho mai capito. C’è chi queste cose le fa per mestiere, ma io non ho mai visto linkare su un social un video di Rocco Siffredi o di Cicciolina, per dirne due a caso. E perché, invece, c’è stato un simile passaparola nel caso di una persona “comune”?

Mi sembra scontato dire che ognuno di noi sia sessualmente libero di fare ciò che vuole. Anche di filmarlo, se preferisce. E anche di inviarlo a qualcuno, se così gli gira. Se poi si vogliono imputare delle colpe a Tiziana a tutti i costi, sicuramente il suo errore è stato quello di essersi fidata delle persone sbagliate. Ma chi di noi non si è mai fidato delle persone sbagliate almeno una volta nella vita? A me capita di continuo. E lei di questo se n’è pentita amaramente, il suicidio non lascia dubbi al riguardo. Si è pentita a tal punto da aver preferito la morte allo scherno e alla vergogna. E chissà cosa direbbe se sapesse che le offese nei suoi confronti sono persino aumentate dopo il suo gesto disperato. Forse, se potesse tornare indietro, vi congederebbe soltanto con un sonoro “vaffanculo”, che era pure meglio. E poi chissà cosa direbbe se sapesse che, dopo la sua morte, l’hanno uccisa pure una seconda volta: gli epiteti con cui l’apostrofavano in vita sono rimasti gli stessi, con la differenza che i giudici di questo grancazzo hanno anche decretato che questa era la fine che si meritava.

E sì Tiziana, perché tu non lo sai ma la morte “te la sei cercata”. È questo che i giudici del webbe hanno deciso per te. Ti consolerà sapere, comunque, che fortunatamente non tutti la pensano allo stesso modo. L’opinione pubblica si è letteralmente spaccata a metà e c’è stato anche qualcuno che s’è persino ravveduto; in più di un’occasione ho letto di gente che si è “fermata a riflettere”; riflettere sulla pericolosità di Internet, immagino, sulle conseguenze delle nostre azioni all’interno e al di fuori dei social. “Farlo prima no, eh?”, e no Tizià, mo’ pretendi un po’ troppo. Ti basti sapere che, per qualche ora, c’è stato qualcuno che ha messo in funzione l’unico neurone di cui era provvisto e ha riflettuto. Poi però, Tizià, è successa ‘na cosa strana, curiosa. C’è stata un’altra gogna, ma “al contrario”. In poche parole, tutti quelli che hanno sputtanato te sono stati sputtanati sul web allo stesso modo. Verrebbe da dire “chi la fa, l’aspetti”, oppure “occhio per occhio, dente per dente”, oppure “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, ma a questo punto mi chiedo: forse ho capito male io, ma non si stava riflettendo sulle conseguenze di quello che scriviamo e facciamo sui social?

Tiziana, non mi fraintendere eh, scrivere che tu te la sia cercata è abominevole, su questo non c’è alcun dubbio. E poi fa anche sottintendere che nella tua posizione non potrà mai trovarsi – che so – una figlia, una sorella o una cara amica di qualcun altro, ma chi può averla questa certezza? E pure quelle donne – perché sì Tizià, tra chi dice che te la sei cercata ci sono anche delle donne – come fanno a dire con tanta sicurezza che un giorno non faranno un’imprudenza simile alla tua? Se non l’hanno pure già fatta e gli è andata meglio di com’è andata a te. Però, comprendimi, il confine tra difendere te e denigrare qualcun altro è davvero labile. È per questo che mi viene da pensare che forse non abbiamo riflettuto abbastanza. Poi, in realtà, ero già molto pessimista in partenza: già solo il fatto che bisognasse “fermarsi a riflettere” per capire che ciò che diciamo e che facciamo ha sempre delle conseguenze mi faceva sperare ben poco. Però, chissà, forse la tua storia avrà un risvolto positivo. Certo, non per te, questo è chiaro. Forse qualcuno avrà capito che prima di offendere, calpestare, denigrare qualcuno sarebbe opportuno pensare alle conseguenze. Forse qualcuno avrà capito che è ora di smetterla di guardare dall’alto in basso chiunque capiti a tiro. Forse qualcuno sarà stato capace di fare un atto di umiltà e, sempre forse, avrà capito che ciascuno di noi non è altro che un “signor Nessuno”. O forse no.

Dalila Pergamo

su http://estrattidiortica.blogspot.it/2016/09/a-proposito-di-tiziana-e-cyberbullismo.html

Tiziana

Piazza Santa Maria

Erano tempi in cui non si aveva paura di mandare in giro da sola una bambina, in un paese dove ci si conosceva tutti e ci si fidava l’uno dell’altro.

Mentre mia madre andava a trovare la nonna, papà passava più di qualche ora nella farmacia Favuzza e a me era permesso girare per Santa Maria, la piazza in cui ho trascorso gran parte della mia fanciullezza. Saltellavo da un posto all’altro, con l’unico impegno di andare ogni tanto in farmacia a rassicurare mio padre. Non era un obbligo troppo gravoso per me, quello; spesso in occasione delle visite u dutturi Rinu mi regalava una confezione di Zigulì o una Galatina o le pastiglie Valda. Io guardavo papà per avere il permesso di accettare il dono e, col bottino in mano, riprendevo il giro.

Un po’ di tempo lo trascorrevo nella bottega del calzolaio, Don Maruzzu. Piccolo, sempre chino su qualche paio di scarpe da riparare, con affianco il fratello che teneva spesso il mento appoggiato alle mani sul suo bastone, mi accoglieva sempre sorridendo e amava ricordarmi che anche mia madre, ragazzina, stava seduta spesso lì con lui. Mi piaceva stare a guardare le sue mani che lavoravano con chiodini e martelletto, vederle tagliare il cuoio per adattarlo alle suole. E mi piaceva tanto il profumo di quel cuoio. Ne ho un ricordo così forte e vivido che se chiudo gli occhi lo sento ancora, “l’odore di Don Maruzzu”.

Rimanevo lì per un po’, a guardare le foto con cui erano tappezzati i muri della bottega o i santini sulla vetrinetta che aveva in un angolo.

Poi salutavo e continuavo il giro. Passavo davanti alla sartoria del Signor Vanella, che non lasciava nulla nascosto agli occhi dei passanti con la sua porta a vetri attraverso la quale, nel tardo pomeriggio, passava la luce che contribuiva ad illuminare la piazza, e andavo a salutare i signori Rizzo al loro negozio di abbigliamento. Peppe, il loro figlio piccolo, era a giocare con mio fratello e loro mi dispensavano sorrisi e carezze affettuose. Quindi andavo a fare un saluto al “vecchio Sala” nel suo negozio di calzature. Se penso a lui lo ricordo sempre con un calzascarpe in mano, mentre passava al figlio Enzo, che ha continuato la sua tradizione, i segreti di un mestiere solo apparentemente semplice.

Nei pomeriggi primaverili, quando ancora la primavera era davvero la stagione dei primi caldi, avevo il permesso di spostarmi un po’ più in là, fino alla bottega del Signor Manca per prendere un cono alla nocciola. Sarà che adesso non posso più mangiare il gelato alla nocciola, sarà che il ricordo della fanciullezza rende i sapori ancor più gradevoli, ma credo che non esista più in nessuna parte del mondo un gelato alla nocciola più buono di quello!

Ma i momenti più felici erano quelli in cui mi concedevo di sognare davanti alle vetrine piene di giocattoli dell’Emporio. Il bagno di Barbie, il camper di Barbie, la casa di Barbie: stavo lì a pensare come convincere mia zia Nina a regalarmi qualcuna di quelle meraviglie (con il bagno ci sono riuscita, e non è stato neanche tanto difficile!)

Finito il giro, tornavo da papà e si andava a chiamare mamma per rientrare a casa.

Son passati tanti anni, la bambina che ero è diventata sempre più piccola (ma ancora c’è) nella donna che sono diventata. Non c’è più Don Maruzzu e la sua bottega, non c’è più il Signor Vanella, il signor Rizzo, il “vecchio Sala” e il dottore Rino e la sua farmacia. Non c’è più il mio papà.

E quando scendo giù, adesso che mi sono allontanata dal mio Paese, quella piazza la trovo popolata solo di ricordi e di fantasmi. La desolazione e l’abbandono che trovo mi fanno male e vado via con una ferita nel cuore.

Salemi e il suo centro meritavano di più.

Almeno per la memoria di chi, in un tempo in fondo neanche così tanto lontano, ha amato il nostro paese con tutta l’anima.

.Piazza Santa Maria

E mi ricordo quel mare azzurro e limpido

E mi ricordo quel mare azzurro e limpido, il caldo afoso degli ultimi giorni di un’estate tormentata e detestabile, stagione di ferite sanguinanti e anima afflitta. Di voglia, senza speranza, di conquistare una vita sconosciuta.

In una via acciottolata, sotto il sole cocente di un mezzogiorno qualsiasi, due cuori offesi si incontrano, si sorridono, si riconoscono, dimenticano paure, apprensioni, dubbi e si concedono l’uno all’altro ed insieme al desiderio di credere che sia possibile rinascere, ritornare alla vita, ricominciare a sorridere e ridere ed amare ancora e ancora di più.

Lui, andatura dinoccolata, unghie rosicchiate, sorriso disarmante ed entusiasmo coinvolgente.

Lei, rigida e chiusa in un imbarazzo che toglie fiato e parole, occhi protetti dagli occhiali da sole che sbirciano curiosi ma timidi un volto nuovo, sconosciuto ma inspiegabilmente familiare.

Un pacchetto di dieci Baci Perugina da cui mancano due cioccolatini perché l’otto disteso, diceva lei, ricorda il simbolo dell’infinito.

Un bacio inatteso ed impacciato, la gioia, il turbamento, il timore di quello che da lì in poi sarebbe stato.

È stato amore, semplicemente amore.

Amore che abbatte resistenze, paure, la perenne sfiducia che qualcosa di bello possa finalmente capitare.

Amore con mille difficoltà, alcune volute dalla vita, altre da chi ha odiato, da subito, i sorrisi e la felicità, l’essere amanti, amici, sempre uniti e solidali, nel bene e nel male. Sempre insieme, senza ripensamenti, senza esitazioni, senza intervalli. Con costanza e perseveranza, senza riserve, incertezze, tentennamenti.

Me lo ricordo quel 29 agosto di sette anni fa quando, sullo sfondo di quel mare azzurro e limpido, con quel caldo afoso degli ultimi giorni di un’estate tormentata e detestabile, lui è arrivato inaspettatamente nella mia vita, ad urlarmi “Ti amo” da sotto un balcone, a sconvolgermi meravigliosamente la vita, ad insegnarmi che “trovare la propria metà” non è una favola, un sogno irrealizzabile, una invenzione di poeti folli; che l’amore è rispetto, vicinanza, condivisione, comprensione; è essere una cosa sola senza smettere di essere se stessi, conservando le proprie caratteristiche, le proprie peculiarità,.

Sono trascorsi sette anni: ci siamo conosciuti, apprezzati, a volte tollerati, ci siamo abituati ai difetti e ci siamo trasformati. Due persone che si completano, trovano appagamento, compiutezza, soddisfazione, pace, serenità. Quiete.

Insieme da sempre e sempre insieme.

Ed io oggi so, più di allora e con più convinzione, che se tornassi indietro, farei tutto quel che ho fatto, soffrirei tutto quel che ho sofferto, aspetterei di nuovo tutto il tempo che ho aspettato se questo servisse ad arrivare sempre a lui.

“So che per qualche motivo, ogni passo che ho fatto da quando ho imparato a camminare, era un passo verso di te!”

E mi ricordo

Ricordando Giulia

26 Agosto 2011

“Ciao, Giulia.

Adesso è come se tutto il nostro “gruppo” si fosse ritrovato, in nome dell’affetto che abbiamo in comune con te. Se chiudo gli occhi immagino di vederci come ad uno dei nostri “raduni”, tutti insieme, seduti in cerchio, con un posto vuoto: il tuo.

Noi siamo l’esempio di quella “strana” amicizia nata nel mondo virtuale, in quel mondo di cui tanto si parla e a volte si sparla, in cui niente sembra autentico e in cui, al contrario, nascono affetti, amicizie, amori, così concreti da rimanerci “storditi”.

Ci siamo conosciute, io e te, in uno di quei forum dove si incontrano persone che hanno in comune l’amore per la musica, la voglia di compagnia e, forse, la fuga dalla solitudine. Chissà cosa ci ha unite, da quando quella prima volta, a chilometri di distanza, cantammo insieme “Brividi” della Casale…fatto sta che poco dopo eravamo lì a scriverci e-mail, raccontarci, conoscerci. Quando la prima volta ci incontrammo fu come se la tua solarità, la tua gioia, il tuo calore inondasse la mia casa e le nostre vite….Musica, canzoni, allegria, notti intere a confidarci esperienze, dopo aver giocato sul lettone come due bambine, dopo aver riso a crepapelle….Una notte dopo l’altra, un racconto dopo l’altro ci hanno unite, ci hanno permesso di comprenderci…tanto che anche lontane, sapevamo esattamente il momento giusto per chiamarci, quando una di noi aveva bisogno dell’altra. Come quella mattina in cui stavi male, ed io, pur non avendo niente da dirti, istintivamente ho composto il tuo numero…e ho messo il mondo sottosopra….Che peste sei stata, monellaccia, a farmi prendere quella brutta paura…Ma anche quella volta ce l’abbiamo fatta, fino all’incontro successivo, alle chiacchierate successive, ai nuovi racconti. Per un periodo ci siamo anche “perse”…ma in un’amicizia capita anche questo, la forza è stata nel ritrovarci come se niente, neanche il tempo fosse trascorso. E l’ultima volta che sei stata giù? Quanto mi hai aiutata quel pomeriggio in cui ho vissuto quella brutta esperienza!!! mi hai giudata nel fare la cosa giusta, mi hai fatto sentire capita…portando con te, fino ad oggi, il segreto…Uno dei tanti che abbiamo condiviso!!! Proprio quando sei partitia ho conosciuto il mio Federico…e io lo dissi a te, alla prima persona in assoluto, la notte stessa. Se non fosse stato per il tuo incoraggiamento, forse anche fra me e lui sarebbe andata diversamente: scottata e delusa ero spiazzata e tu mi hai incoraggiato, facendomi vedere il positivo, incitandomi….da allora ogni nostra telefonata si è chiusa sempre con lo stesso identico saluto “Wè, Marì! Io faccio il tifo per voi!!” La risento, la tua voce, mentre me lo dicevi..e il tuo tifo ha funzionato se adesso sono qui, convivo con lui che è diventato la mia ragione di vita! Purtroppo non sono valse a nulla le mie peghiere per te…e in questo sento quasi un fallimento, insieme ad un grande rimpianto: non averti salutato….Perchè alla fine nella vita, nelle cose importanti, è sempre “troppo tardi”! Tendiamo a rimandare sempre tutto, convinti che ci sia sempre tempo per dire certe cose, per fare certe cose…Dovevamo anche vederci entro quest’anno “o io da te, o tu da me, ma dobbiamo incontrarci!!!” hai detto. Ma poi capita che il tempo te lo rubino e ti rimangono lì quelle parole non dette, quella telefonata non fatta…e non puoi più tornare indietro, non puoi fare più nulla.

Continuo a torturarmi ascoltando la tua voce, le tue canzoni, chiudo gli occhi e ti rivedo mentre facevi la cosa che ti piaceva di più:cantare….Lo so, Giulia, la vita presto riprenderà come sempre, ritorneremo a farci prendere dalle nostre sollecidutini quotidiane, il dolore si affievolirà (ma non cesserà) e conoserveremo il tuo ricordo. Ma tutti seduti in circolo, continueremo a guardare il tuo posto vuoto….e, stanne certa, nessuno mai lo occuperà.

Ti voglio bene Giulietta…..”

giulia

 

La stagione dei libri

Quando ero adolescente per me l’estate era la stagione dei libri.

Ci trasferivamo nella nostra casa in campagna, un po’ fuori dal mondo allora, e papà tornava dalla biblioteca comunale carico di romanzi selezionati assieme al suo amico bibliotecario perché fossero adatti ad una ragazzina della mia età.

Quando me li trovavo tutti lì, davanti a me, era difficile decidere da quale iniziare. Mi lasciavo convincere dal titolo e dal risvolto di copertina, non conoscendo né autori né storie, e iniziavo il mio viaggio.

Se il libro mi prendeva, e di solito lo faceva, non me ne staccavo più. Mi svegliavo al mattino con gli occhi gonfi per la nottata passata a leggere e facevo colazione col libro ancora aperto ed era una violenza per me staccarmene per aiutare mia madre nelle faccende di casa.

Durante il pomeriggio, dopo una pausa per guardare in tv una di quelle commedie americane che trasmettevano in quel periodo e che io adoravo, quelle con Sandra Dee, Frank Sinatra, Bing Crosby, Grace Kelly, riprendevo la lettura.

Era un rituale che svolgevo sempre allo stesso modo: dopo la fine del film, intorno alle 17, tagliavo per il lungo un panino morbido, strofinavo su entrambe le parti uno dei pomodori che ci regalava il contadino vicino di casa, “u zù Cicciu”, mettevo un po’ di sale, l’origano, qualche fettina di Galbanino e col panino in mano e il libro sottobraccio andavo a sedermi in veranda, sul dondolo, e mi rimmergevo fra le pagine stampate, sbocconcellando la mia merenda.

Non è così semplice per me spiegare che cosa volesse dire perdermi nelle storie che leggevo.

Vedevo con la mente luoghi e situazioni, immaginavo i personaggi, mi innamoravo di loro, delle loro storie e per tutto il tempo della lettura mi estraniavo dal mio mondo, in quel periodo popolato di poche cose data l’assenza di telefoni, pc e altre distrazioni più moderne, e mi trasferivo con la mente, ma addirittura quasi anche fisicamente, nel luogo e nel tempo che l’autore del libro mi stava raccontando.

Sì, perché la sensazione che avevo era che quella storia io la possedessi, che fosse scritta per me, che solo io potessi conoscere i protagonisti, le loro vite, le loro avventure, perfino le loro case e i posti in cui si svolgeva la storia.

A pensarci adesso, in realtà, la bellezza della lettura è proprio questa: avere un rapporto singolare, intimo, personale e unico con la storia che si sta conoscendo e coi personaggi che la vivono. Nessuno, credo, pur leggendo lo stesso libro lo vive allo stesso modo di un altro. Nessuno immagina il protagonista con le stesse identiche caratteristiche di un altro lettore, perché, per quanto precise possano essere le descrizioni, ognuno ci mette qualcosa di sé, ci aggiunge qualcosa che è assolutamente personale: un particolare, un modo di muoversi, un gesto caratteristico.

Spesso i miei dovevano richiamarmi con fermezza per riportarmi alla realtà e alle cose pratiche da fare e che io in quel momento odiavo con tutta me stessa: apparecchiare la tavola, tagliare l’insalata, friggere le melanzane (cosa che ho sempre odiato a prescindere) o andare a trovare i parenti.

In verità, quando andavo da mia zia Carmela non era tanto sgradevole. E non solo per la buona compagnia.

Mia zia, come me, dedicava l’estate alla lettura e, come me, aspettava che il genero le portasse i libri dalla biblioteca. Ne faceva una pila che teneva sul tavolino di vimini davanti alla poltrona dove si sedeva e quando io arrivavo mi mettevo lì a guardarli ad uno ad uno e a parlare con lei di quale le fosse piaciuto di più e di quale mi consigliasse, così che potessimo scambiarcene qualcuno prima di riportarlo indietro.

Quando sono cresciuta ho liberato mio padre dall’incombenza di scegliere per me i libri che potessero piacermi di più e andavo da sola a trovare quelli giusti per me. Non ci azzeccavo sempre, qualcuno mi deludeva pure, ma il piacere di perdersi in messo quegli scaffali a spulciare testo dopo testo fino a trovare quello che mi intrigava di più era un piacere non inferiore a quello di tuffarmici dentro, in seguito, al libro.

Proprio per quella mania di vivere e immaginare le storie a modo mio, adesso i libri li compro. In genere, tranne quando proprio non riesco ad entrare nella trama o nel modo di scrivere dell’autore, o quando non riesco a prendere in simpatia un personaggio, per me separarmi fisicamente dal un libro è sempre una violenza. Li voglio tutti lì, nella mia libreria, pronti ad essere ripresi e riletti se e quando mi ritorna la voglia.

Di alcuni, spesso, dimentico i particolari, quindi ogni volta che torno a trovarli rivivo la storia in modo nuovo.

Mi è pure successo che un libro che mi ha entusiasmato senza limite in un dato momento della mia vita, lo ho trovato noioso e poco gradevole quando l’ho riletto a distanza di tempo. E questo dimostra che nel libro, al di là dell’oggettività della storia e della scrittura, si cerca sempre qualcosa di personale che dipende anche da come stiamo, da come siamo, da come e cosa viviamo in un determinato momento.

Per questo il libro, come dicevo ad un amico recentemente, è come un profumo. Non solo la scelta è molto personale, ma cambia in base alla pelle che lo indossa.

Spesso ho provato a convincere gente che non ha mai amato la lettura ad appassionarsi ai libri. Ne sono uscita sconfitta. Perché non c’è nulla da fare: è una attività che o ti piace o non puoi fartela piacere a tutti i costi. Sono convinta che chi non legge si perda molto. Ma tanta gente è convinta che io perda molto nel rifiutarmi di giocare a Burraco o di guardare i film di Harry Potter.

Del resto anche fra noi lettori siamo un po’ intolleranti l’uno con l’altro. Io non capisco chi legge Saviano, che io non riuscirei a mandar giù neanche endovena, e mi viene l’orticaria se penso alla gente che ha letto Le 50 sfumature di tutti quei colori là, mentre altri non capiscono come mai io non abbia in casa un libro di Pennac, mancanza alla quale spero comunque di porre rimedio, o perché non riesca a leggere Camilleri pur essendo siciliana e mi sia sorbita quasi tutti i libri di Paulo Coelho (cosa questa che da Brida in poi ho deciso di non fare più).

Sul perché ad alcuni piaccia leggere se ne sono dette tante.

C’è chi dice che si legge per vivere tante vite, chi sostiene che leggendo si dimenticano i dolori e chi che leggere fa rimanere giovani.

Io non so perché “si legge”. So che io leggo perché non sento più i piedi poggiati a terra. Ed è una sensazione fantastica.

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