La stagione dei libri

Quando ero adolescente per me l’estate era la stagione dei libri.

Ci trasferivamo nella nostra casa in campagna, un po’ fuori dal mondo allora, e papà tornava dalla biblioteca comunale carico di romanzi selezionati assieme al suo amico bibliotecario perché fossero adatti ad una ragazzina della mia età.

Quando me li trovavo tutti lì, davanti a me, era difficile decidere da quale iniziare. Mi lasciavo convincere dal titolo e dal risvolto di copertina, non conoscendo né autori né storie, e iniziavo il mio viaggio.

Se il libro mi prendeva, e di solito lo faceva, non me ne staccavo più. Mi svegliavo al mattino con gli occhi gonfi per la nottata passata a leggere e facevo colazione col libro ancora aperto ed era una violenza per me staccarmene per aiutare mia madre nelle faccende di casa.

Durante il pomeriggio, dopo una pausa per guardare in tv una di quelle commedie americane che trasmettevano in quel periodo e che io adoravo, quelle con Sandra Dee, Frank Sinatra, Bing Crosby, Grace Kelly, riprendevo la lettura.

Era un rituale che svolgevo sempre allo stesso modo: dopo la fine del film, intorno alle 17, tagliavo per il lungo un panino morbido, strofinavo su entrambe le parti uno dei pomodori che ci regalava il contadino vicino di casa, “u zù Cicciu”, mettevo un po’ di sale, l’origano, qualche fettina di Galbanino e col panino in mano e il libro sottobraccio andavo a sedermi in veranda, sul dondolo, e mi rimmergevo fra le pagine stampate, sbocconcellando la mia merenda.

Non è così semplice per me spiegare che cosa volesse dire perdermi nelle storie che leggevo.

Vedevo con la mente luoghi e situazioni, immaginavo i personaggi, mi innamoravo di loro, delle loro storie e per tutto il tempo della lettura mi estraniavo dal mio mondo, in quel periodo popolato di poche cose data l’assenza di telefoni, pc e altre distrazioni più moderne, e mi trasferivo con la mente, ma addirittura quasi anche fisicamente, nel luogo e nel tempo che l’autore del libro mi stava raccontando.

Sì, perché la sensazione che avevo era che quella storia io la possedessi, che fosse scritta per me, che solo io potessi conoscere i protagonisti, le loro vite, le loro avventure, perfino le loro case e i posti in cui si svolgeva la storia.

A pensarci adesso, in realtà, la bellezza della lettura è proprio questa: avere un rapporto singolare, intimo, personale e unico con la storia che si sta conoscendo e coi personaggi che la vivono. Nessuno, credo, pur leggendo lo stesso libro lo vive allo stesso modo di un altro. Nessuno immagina il protagonista con le stesse identiche caratteristiche di un altro lettore, perché, per quanto precise possano essere le descrizioni, ognuno ci mette qualcosa di sé, ci aggiunge qualcosa che è assolutamente personale: un particolare, un modo di muoversi, un gesto caratteristico.

Spesso i miei dovevano richiamarmi con fermezza per riportarmi alla realtà e alle cose pratiche da fare e che io in quel momento odiavo con tutta me stessa: apparecchiare la tavola, tagliare l’insalata, friggere le melanzane (cosa che ho sempre odiato a prescindere) o andare a trovare i parenti.

In verità, quando andavo da mia zia Carmela non era tanto sgradevole. E non solo per la buona compagnia.

Mia zia, come me, dedicava l’estate alla lettura e, come me, aspettava che il genero le portasse i libri dalla biblioteca. Ne faceva una pila che teneva sul tavolino di vimini davanti alla poltrona dove si sedeva e quando io arrivavo mi mettevo lì a guardarli ad uno ad uno e a parlare con lei di quale le fosse piaciuto di più e di quale mi consigliasse, così che potessimo scambiarcene qualcuno prima di riportarlo indietro.

Quando sono cresciuta ho liberato mio padre dall’incombenza di scegliere per me i libri che potessero piacermi di più e andavo da sola a trovare quelli giusti per me. Non ci azzeccavo sempre, qualcuno mi deludeva pure, ma il piacere di perdersi in messo quegli scaffali a spulciare testo dopo testo fino a trovare quello che mi intrigava di più era un piacere non inferiore a quello di tuffarmici dentro, in seguito, al libro.

Proprio per quella mania di vivere e immaginare le storie a modo mio, adesso i libri li compro. In genere, tranne quando proprio non riesco ad entrare nella trama o nel modo di scrivere dell’autore, o quando non riesco a prendere in simpatia un personaggio, per me separarmi fisicamente dal un libro è sempre una violenza. Li voglio tutti lì, nella mia libreria, pronti ad essere ripresi e riletti se e quando mi ritorna la voglia.

Di alcuni, spesso, dimentico i particolari, quindi ogni volta che torno a trovarli rivivo la storia in modo nuovo.

Mi è pure successo che un libro che mi ha entusiasmato senza limite in un dato momento della mia vita, lo ho trovato noioso e poco gradevole quando l’ho riletto a distanza di tempo. E questo dimostra che nel libro, al di là dell’oggettività della storia e della scrittura, si cerca sempre qualcosa di personale che dipende anche da come stiamo, da come siamo, da come e cosa viviamo in un determinato momento.

Per questo il libro, come dicevo ad un amico recentemente, è come un profumo. Non solo la scelta è molto personale, ma cambia in base alla pelle che lo indossa.

Spesso ho provato a convincere gente che non ha mai amato la lettura ad appassionarsi ai libri. Ne sono uscita sconfitta. Perché non c’è nulla da fare: è una attività che o ti piace o non puoi fartela piacere a tutti i costi. Sono convinta che chi non legge si perda molto. Ma tanta gente è convinta che io perda molto nel rifiutarmi di giocare a Burraco o di guardare i film di Harry Potter.

Del resto anche fra noi lettori siamo un po’ intolleranti l’uno con l’altro. Io non capisco chi legge Saviano, che io non riuscirei a mandar giù neanche endovena, e mi viene l’orticaria se penso alla gente che ha letto Le 50 sfumature di tutti quei colori là, mentre altri non capiscono come mai io non abbia in casa un libro di Pennac, mancanza alla quale spero comunque di porre rimedio, o perché non riesca a leggere Camilleri pur essendo siciliana e mi sia sorbita quasi tutti i libri di Paulo Coelho (cosa questa che da Brida in poi ho deciso di non fare più).

Sul perché ad alcuni piaccia leggere se ne sono dette tante.

C’è chi dice che si legge per vivere tante vite, chi sostiene che leggendo si dimenticano i dolori e chi che leggere fa rimanere giovani.

Io non so perché “si legge”. So che io leggo perché non sento più i piedi poggiati a terra. Ed è una sensazione fantastica.

libri

Questo amore

Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore cosí bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
È tuo
È mio
È stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l’estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
il nostro amore è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria

Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l’ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.

(Jacques Prevert)

prevert

 

Può essere felicità…

Quando scatti una foto perché mi trovi bella.

Quando mi dici che sono irresistibile se, mentre leggo o guardo la tv, mi arrotolo un ciuffo di capelli intorno al dito. Ogni volta che mi svegli con un bacio al mattino e corri a abbracciarmi quando torni a casa dal lavoro.

Quando mi chiedi della mia giornata, spegni la tv mentre ti racconto e mi ascolti quando ti parlo delle mie paure e ti rivelo i miei pensieri.

Quando non sei con me e mi fai sapere che mi pensi e che mi ami anche solo con un messaggio e anche se non ti importa dell’ultimo libro che ho letto ti interessi alle emozioni che mi ha provocato.

Tutte le volte che mi chiedi se sono stanca e cambi tu il sacchetto della spazzatura.

Quando mi sorprendi con un abbraccio mentre svolgo le faccende di casa e mi dici che sei felice e grato per quello che faccio per te.

Ogni volta che mi porti un fiore e metti i tuoi panni sporchi dentro il cesto senza che sia costretta a farlo io.

Quando riesci ad essere tollerante anche se sono insopportabile e mi si accavallano pensieri e sentimenti.

Quando mi dici che sto bene pure senza trucco e mi fai sentire ammirata se indosso il vestito che ho comprato apposta per te.

Se ti vedo orgoglioso di avermi al tuo fianco quando andiamo in giro, come se fossi il dono più prezioso che ti ha fatto la vita.

Quando mi fai sentire la parte più importante della tua esistenza, ogni giorno, ogni attimo, ogni istante, penso che la mia vita mi ha chiesto perdono nel modo migliore da quando mi ha fatto incontrare te.

E può essere felicità!

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Il Tuo Amore

Perché non mi sono mai accorta fino infondo di quanto fosse meraviglioso il Tuo Amore? Eppure Tu ci sei sempre stato, dal primo mio vagito e anche da prima. Sei stato accanto a me in ogni secondo della mia vita, silenzioso a volte, altre dirompente, ma mai prepotente. Mi hai fatto crescere secondo i miei tempi e lasciandomi tutta la libertà di cui avevo bisogno, perfino la libertà di sbagliare, di arrabbiarmi con te, fino ad allontanarmi e rifiutarti. Perché quando la vita non è stata troppo generosa con me ho percepito il Tuo silenzio come assenza, come un tradimento, come se non mi volessi bene a sufficienza. Ma tutte le volte che sono tornata, ferita, dolorante, delusa, ammaccata nel corpo e nell’anima, mi hai sempre riaccolta a braccia aperte, senza farmi mai sentire giudicata, senza mai farmi sentire meno amata.

Ci sei sempre stato, anche se io a volte non ti ho visto né sentito. Ci sei stato quando avevo paura dentro il tubo di una risonanza magnetica, o tutte le volte che l’ultima cosa che vedevo, prima di cadere nel nulla, erano le luci di una sala operatoria. Ci sei stato quando avevo necessità di qualcuno che asciugasse le mie lacrime mentre sembrava che non sarei più stata capace di camminare con le mie gambe.

Ci sei stato quando ho capito che avevo fatto scelte sbagliate e quando finalmente ho incontrato l’amore della mia vita.

Tu ci sei sempre stato, ma io non ti vedevo. Ed era tutto così difficile!

Piano piano, con la dolcezza e la grazia di cui tu solo sei capace, mi hai regalato il piacere di accorgermi di Te. Con un messaggio pieno di speranza ed amore al mattino, grazie alla telefonata inattesa di un amico, con l’ingresso nella mia vita di persone a cui non chiedo altro che aiutarmi a conoscerti.

E finalmente Ti ho visto chiaramente.

Ci sei e ci sei sempre stato. Ed è solo grazie a Te se sono arrivata fin qui, se ho superato le mie prove, se ne sono uscita più forte di prima, se riesco ancora a sperare.

E quanto è bello, Gesù, sapere di essere amata di un amore così grande, così incondizionato; un amore che non giudica, che non chiede, che è Amore senza compromessi, senza minacce, senza ricatti!

Io, che sono piccola cosa, che sbaglio, che cedo, che crollo, sono amata da Te come se fossi la più bella, la più grande e la più importante del mondo!

“Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto. Dio è Amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”

(1 Giovanni 4:16)

gesù

Anche un uomo

Anche un uomo si incammina a piedi nudi nei sentieri dell’amore.

Anche un uomo conosce la paura nel consegnare se stesso, il suo cuore e la sua vita nelle mani di una donna.

Si sente vulnerabile quando concede ad un altro essere di entrargli sotto la pelle e più giù, fin dentro alle viscere. Sente scoppiare dentro di sé tanto forte il sentimento da credere di non farcela a contenerlo tutto e può passare notti a sognare, desiderare, anelare la vicinanza della persona amata.

Anche un uomo è capace di emozionarsi davanti ad un sorriso, riesce a sentire il turbamento per due occhi che lo scrutano, sa appassionarsi al profumo della pelle. Può pronunciare il suo nome mille e mille volte al giorno, fuori e dentro di sé e sentirlo sempre come una musica diversa e ogni volta più armoniosa e dolce; può aspirare il profumo dei suoi capelli e cercare di trattenerlo più a lungo possibile, e farne scorta per quando lei non ci sarà.

Anche un uomo può soffrire, può sentire il dolore della assenza, l’angoscia dell’abbandono, la sofferenza della perdita, può sentirsi finito.

Può percepire con forza e violenza la disperazione squarciargli il petto e lacerargli il cuore, sentire la mancanza che gli sottrae il respiro, gli toglie le forze.

Anche un uomo si tormenta nella lontananza e nel dolore, nell’amarezza della privazione. Guarda e abbraccia il cuscino vuoto, nelle notti di solitudine che sembrano non voler finire mai, chiedendosi mille perché, cercando ragioni, inseguendo spiegazioni.

E piange.

Perchè nessuno immagina che anche un uomo piange, quando finisce un amore?

Anche un uomo

(Photo Rachele Gigli)

uomo

Ciao Cucì…

Il loro matrimonio, il primo che ricordi nella mia famiglia, fu una vera festa per me. Non avevo mai visto sposa più bella e quell’uomo, venuto a rubare un po’ di spazio nella vita, faceva ridere ed era simpatico. Da quel matrimonio sono nate due delle persone a cui voglio più bene in assoluto, quelle che sono state “chiddi nichi” a prescindere dall’età, finchè non è arrivato qualcuno che per forza di cose è diventato il piccolo della famiglia.

Lui appariva sempre un po’ burbero, un uomo vecchio stampo, di quelli che vivono forte il pudore dei sentimenti. Ma portava allegria, era prodigo di consigli e, quando poteva, non si tirava mai indietro se avevi bisogno di una mano. Adesso che son sola ad immaginare una morte che non mi sembra vera, perchè la distanza non mi permette di racchiuderla in una cassa e in un funerale, le uniche immagini che ho nella mente, negli occhi e nel cuore sono immagini di vita, di gioia, di serate in compagnia, di barzellette, di cene.

Le “briscole in quattro”, il bocchino con la sigaretta fra i denti, le riviste scientifiche a portata di mano e i calzini bianchi che non toglieva neanche d’estate. La cipolla che non doveva esserci, nei suoi piatti, il forno a legna che accendeva per metterci dentro il pane fatto in casa.

La sua laurea in Legge, di cui non parlava mai e la sua passione per l’archeologia con cui ha cercato di contagiare me e che ha trasmesso pari pari a sua figlia.

E il suo orto, i peperoncini che mi ha regalato e che ancora condiscono i miei piatti, i semi di zucchina per fare i tenerumi che proprio in questi giorni hanno dato i loro frutti.

38 anni di immagini.

Mi manca il saluto finale.

Ogni vita è uno spettacolo e stanotte un altro sipario è calato.

Ciao, cucì…..

porta

Cave canem

Domenica mattina della vita ante canem: ti svegli con comodo, stai dieci minuti in più nel lettone, ti stiracchi, ti ristiracchi, controlli il telefono per verificare eventuali messaggi, affondi la testa nel cuscino, ti metti a pensare al nulla con gli occhi sbarrati nel buio della camera. Quando riemergi dal sopore fai colazione, ti gusti il caffè con calma, ti crogioli sul divano.

Vita cum cane: non sono neanche le sette del mattino e ti senti solleticare la faccia. Apri gli occhi, anzi uno, e trovi un muso peloso quasi attaccato alla tua faccia,con uno sguardo  che sembra dirti: “Wè, stamattina non ci si alza? Son le sette, sai?” lo spingi via e gli dici di andare da “papà” – che tanto lo sai che ti solitamente ti porta lui!- Il peloso quadrupede ha, però, un tale timore reverenziale per l’uomo di casa che non gli si avvicina se non dopo che quello è già sveglio da un quarto d’ora, fosse anche mezzogiorno e insiste conficcandoti le unghie sul braccio,  finché…via! Rassegnata, ti alzi e prima cosa riempi la sua ciotola, fai colazione veloce, mandi un giù un caffè perché hai paura che la sua vescica stia per esplodere, ti vesti alla meno peggio, vai per strada. Non importa se piove, se fa freddo, se ci sono 45 gradi all’ombra, tu, occhi gonfi e metà neuroni addormentati, vaghi come un fantasma nella via deserta e attendi la sua pipì e la sua cacca, lasciandoti trascinare più che guidandolo.

Quando ogni bisogno è esaurito, rientri a casa e sogni di tornare a letto “solo altri dieci minuti”, ma non fai in tempo ad entrare in camera che lui ha già in bocca la sua pallina e la sua coda scodinzolante di dice che oramai non è più ora di dormire! Tiri lontano la palla, lui la riporta e continui così per quindici minuti buoni, giusto il tempo necessario perché il tuo cervello si svegli del tutto. Però, accidenti, ai tuoi minuti di relax sul divano non vuoi rinunciare. Ti siedi in silenzio, sempre con il nulla in testa e lui ti si accoccola vicino, ti guarda con due occhi così pieni di amore e gratitudine che ne passeresti altre mille di domeniche mattina insonni, pur di averlo vicino e sentirti amata così. Gli sorridi e lo accarezzi sulla testa, fra le orecchie come piace a lui e gli sussurri, chi se ne frega se ti capisce o no, “Grazie, Jack…grazie di esistere”….

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canem

Allah akbar

Male che fa male. Dolore infondo all’anima e rabbia nel cuore. Di fronte a tragedie come quelle di questi ultimi periodi non si rimane indifferenti. Muoiono padri, madri, figli.

Allah akbar. Dio è grande.

Come possono parole dosì belle diventare un grido di terrore e di morte? Non potremmo provare a contrapporre con fermezza e convinzione un Dio diverso da quell’immagine distorta e malata di chi di uccide e fa morire gente innocente, seminando dolore e paura? Perchè contro chi urla “Allah akbar” non si può rispondere con una preghiera “sana”, una preghiera di amore?

Forse perchè in questa società degli eccessi contro chi semina terrore gridando il nome di Dio c’è chi tiene al buio al sua Fede, se ne vergogna per il timore di essere deriso, di essere considerato bigotto, ignorante, ingenuo.

Ho sempre sostenuto che di fronte ad un simile orrore bisogna rimanere in silenzio. Oggi credo sarebbe più utile diffondere Fede e preghiera, come una epidemia, un contagio.

Quando mi sono abbattutta per le brutture della vita mi hanno detto : “Non ripartire da Dio, riparti dall’IO”. Ho imparato che IO e DIO coincidono, sono inscindibili. E che IO non può bastare.

Io credo in Dio e ne sono fiera. Perchè, nonostante la vita mi prenda a schiaffi e il terrore mi circondi, ho conservato la capacità credere in qualcosa di buono. Perchè questo mi dà una marcia in più: la speranza e la certezza che il male cesserà; che non ci sarà una fine ma un meraviglioso inizio.

Credo in Dio e sono contenta perchè mille volte sono caduta e mille ancora cadrò, ma c’è chi mi risolleverà.

E perchè so che, anche grazie alla mia preghiera e a quella di chiunque si unisca, Dio darà pace e consolazione.

Dio è Grande. Ma davvero.

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Dio

 

Voce del verbo presumere

Presunzione

Vocabolario on line

Preṡunzióne (ant. o pop. proṡunzióne) s. f. [dal lat. praesumptio -onis, der. di praesumĕre «presumere», part. pass. praesumptus]:

 Argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati.

La presunzione ci tocca tutti. Tutti noi presumiamo, pur non essendo questo un fatto appurato, di essere sufficientemente intelligenti o di esserlo più di altri. Ogni giorno presumiamo di essere più belli o educati, più leali o più giusti, più onesti o più corretti. Anche se ci crediamo fermamente, quello comunque rimane: una presunzione. Poi c’è chi presume di poter fare degli altri quel che vuole, perché presume che il mondo sia al suo servizio.  Sempre presunzione è. Ma come ho letto una volta: “Che cosa diventa un presuntuoso, privo della sua presunzione? Provatevi a levar le ali ad una farfalla: non resta che un verme” (Nicolas Chamfort) Siamo tutti presuntuosi e, probabilmente, in realtà tutti vermi….

PRESUNZIONE

SCUSATE SE SONO GIOVANE…….

…..e concedetemi il diritto di sbagliare. Sì, lo so, voi adulti vorreste solo aiutarmi, vorreste che io evitassi di fare certi errori dovuti alla mia inesperienza, vorreste che imparassi da voi. Ma io non posso imparare da voi, come voi non avete imparato dai vostri genitori; devo sbatterci la testa e farmi male.  Lasciate che io sperimenti la vita senza dirmi che mi ripetiate che “sono eccezionale”, ma facendo in modo che io mi metta alla prova e che tragga da sola dalle difficoltà superate la fiducia in me stessa. Ecco, voi semmai dovete esserci quando tornerò piangendo, quando vi chiederò una mano per rialzarmi. Preoccupatevi di essere dei punti di riferimento sicuri e vigilate affinché il male che mi faccio non sia troppo.

Ma pensate davvero, voi adulti, che esser giovani oggi sia così semplice? Ritenete sul serio che la libertà di cui godiamo sia facile da gestire, pensate davvero che sia agevole muoversi in questo mondo globale in cui ci avete introdotti? Credete che sia semplice dirigersi fra virtuale e reale, rimanere bombardati da informazioni che ci tempestano da ogni dove senza esserne frastornati? Ci dite che noi abbiamo il mondo a portata di mano, anzi “di clic” e che voi, al contrario, alla nostra età dovevate faticare per sapere, per conoscere; ma non immaginate neanche che tutto questo ci coglie impreparati. Se sbagliamo ci punite, ci togliete il telefono, disattivate whatsapp, non ci fate fare lo “snappino”. Ma state punendo noi o voi stessi, inconsapevolmente colpevoli di non conoscere i rischi di questo mondo e di non darci gli strumenti per difenderci?

E poi, Santo cielo, mettevi d’accordo con voi stessi! Ci dite che siamo adulti quando vi serve condannandoci ad essere liberi, ma poi vi sostituite a noi e diventate rigidi appena temete che potremmo mettervi di fronte a nostri errori e, quindi, ad un vostro fallimento. E non assumete quell’atteggiamento vittimistico, se e quando qualcosa non va come vi sareste immaginato, rinfacciandoci i sacrifici fatti per noi! Credetemi, ve ne siamo grati davvero e ve ne saremo grati ancora di più una volta cresciuti, ma adesso avremmo solo voglia di urlarvi che NO, non vi abbiamo chiesto noi di nascere e sottoporvi a tanta fatica! Semmai, ogni tanto diteci “no, non ce la faccio”: ci insegnerete a dimenticare per un po’ noi stessi e a prenderci noi cura di voi.

Non fateci pagare colpe che non abbiamo. Ci avete lasciato in eredità una società in cui scarseggiano i valori, ci avete distrutto le famiglie, ci avete insegnato che tutto è precario e perituro, ci avete inculcato che contano i soldi e le cose materiali (altrimenti perché stareste più a lavoro che con noi?). Non vi stupite, allora, se vogliamo l’ultimo modello di telefonino e se ci rimaniamo troppo male se non possiamo uniformarci alla massa.

Io sono disposta ad accettare le vostre regole, ma datemene alcune che siano chiare e condivisibili.

E lasciatemi crescere. Aiutatemi a farlo. Quando sarò grande saprò accettare i vostri limiti e le vostre miserie, cari genitori, e prendermi cura IO di VOI.

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(Photo Davide Algeri)

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