“La mia vita…ed altri difetti”

La famiglia è quasi sempre un’arma a doppio taglio: se da un lato ti assicura un senso di appartenenza, dall’altro può forgiare il tuo carattere verso direzioni a te non congeniali. Credo sia successo anche a me…
Nata in un piccolo paese della Sicilia, sono figlia di una insegnante e di un impiegato comunale e giornalista. I miei, da quello che ho sempre saputo, si sono conosciuti, innamorati e si sono amati fino a che papà non è arrivato alla fine dei suoi giorni.
Prima di me hanno messo al mondo mio fratello e, dopo quattro anni sono nata io, la femminuccia che desideravano.
La mia famiglia è stata talmente “normale” che non abbiamo neanche smentito uno dei più tipici schemi psicologici: mio fratello è stato il “cocco di mamma”, io ho sempre avuto una particolare affinità, totalmente ricambiata, con papà, coltivando un complesso di Edipo che me lo ha fatto considerare il mio “uomo ideale”.
Con lui ho condiviso tutto: l’esagerata passione per la lettura, l’amore per la musica, il piacere di guardare un buon film o una divertente opera teatrale. Secondo la consuetudine più assoluta ci siamo spesso scontrati e talvolta lui riusciva ad essere abbastanza spiacevole e severo con me, ma, in ogni caso, mi ha sempre indicato quale fosse la via giusta da seguire e da percorrere. Me l’ha consigliata e forse inconsciamente “imposta”, creando in me  gravissimi sensi di colpa se e quando non ero in grado di seguire quelli che apparivano come semplici suggerimenti o avvertimenti.
Mia madre mi  ha cresciuta come la brava “donna di casa”, insegnandomi a svolgere le faccende domestiche, a cucinare, a lavorare ai ferri, all’uncinetto e a ricamare. E almeno in queste cose, me lo concedo dando spazio forse  alla competitività seppure mista ad emulazione, ho superato la mia maestra. L’ho sempre ammirata per il modo in cui svolgeva il suo lavoro di insegnante, tanto che oggi anche io lavoro coi bimbi della scuola primaria.

Mio fratello e il rapporto che è intercorso fra noi due, merita altrettanta attenzione e considerazione. Se io ho cercato di seguire le regole imposte da mio padre, lui è sempre stato il ribelle della famiglia, quello che sembrava trovasse estremo piacere nel trasgredire, quasi avesse una naturale propensione ad essere sovversivo e a deludere le aspettative. Quasi sempre mi assumevo l’onere di coprirlo quando ne combinava qualcuna delle sue, non avendo però in cambio la stessa cortesia: se facevo qualcosa di nascosto dai miei e lui lo scopriva, dovevo pagare il suo silenzio con moneta sonante.
Il suo hobby preferito era leggere in bagno il mio diario segreto (quale ragazzetta di quei tempi non aveva uno?) e poi minacciava di riferire parola per parola ai miei genitori se non avessi rimpinguato il suo portafogli. Devo riconoscergli comunque un fiuto da segugio, perché, nonostante io lo nascondessi nei posti più impensati, riusciva sempre a scovarlo con una abilità che ancora mi inquieta.
A volte, mi vendicavo in maniera anche crudele, come quando gli ho fatto un occhio nero durante una litigata, lanciandogli uno stivale. Però, mi si spezzava il cuore quando i miei lo punivano per le sue “ragazzate” o quando tornava a casa dopo aver alzato un po’ troppo il gomito  e piangeva perché, probabilmente vedendo doppio, diceva “Vi prego, no! Già una sorella è tanto, due sono troppe!”
Sarà stata anche la sua indisciplinatezza che mi ha portato ad assumere il ruolo della brava figlia (a qualcuno doveva pur toccare!). Perciò andavo bene a scuola, rispettavo gli orari se e quando uscivo, frequentavo le amiche “giuste” e mi sforzavo di essere ubbidiente. E fino ad un certo punto ci sono perfino riuscita.
Noi eravamo il tipo di famiglia in cui si andava a fare la spesa tutti insieme, per Natale ci si spostava nella città più vicina a fare incetta di dolciumi di cui io e papà andavamo matti, in cui c’era un totale e assoluto rispetto delle regole sociali, un limite netto fra cosa fosse corretto e non corretto fare.
Così, ho cercato di imparare dai miei genitori le cose migliori: l’onestà, il senso del dovere, il piacere e la necessità di stare con gli altri e soprattutto di rispettarli, l’importanza dell’amicizia.
In più casi, poi, questi preziosi insegnamenti si sono scontrati, nel corso della vita, con situazioni e persone che li hanno messi a dura prova, ma ancora non mi abbandona il bisogno di dimostrare di essere all’altezza di un modello forse troppo ideale per essere realizzato.
I miei hanno apparentemente sempre rispettato le mie scelte, anche se spesso non le hanno approvate, e mi hanno sempre dato la giusta dose di libertà, seppure nei limiti che mio padre, con osservazioni sia dirette che indirette, imponeva. Papà era il tipo di uomo per cui esistevano le “convenzioni” e contro quelle non si sarebbe mai dovuti andare per nessun motivo. Le sue affermazioni, asserite con massima convinzione e determinazione, avevano l’effetto di influenzarmi considerevolmente, e, proprio perché volevo e dovevo essere la “cocca” di papà, non avrei mai potuto, neanche una volta cresciuta, tradire quelli che più che insegnamenti mi sembravano regole che non potevano essere trasgredite.
Anche per questo sono cresciuta accompagnata da una serie di piccoli e grandi tabù che solo col tempo sono riuscita in parte a superare. Nella mia famiglia non si è mai, per esempio, toccato l’argomento “sesso”. Tutto quello che ho saputo, nel corso degli anni, l’ho scoperto da sola. Perfino che alle donne, ad una certa età toccava l’esperienza del ciclo mestruale. Nessuno in famiglia mi aveva detto che prima o poi mi sarebbe accaduta questa “cosa” ed è stato solo grazie ad una amica più precoce di me se non mi è venuto un coccolone quando ho fatto quella scoperta un sabato pomeriggio di febbraio del 1981. E non solo: neanche dopo aver constatato quanto era avvenuto, mia madre ha avvertito la necessità di spiegarmi perché e cosa stesse capitando e, per giunta, convinta che 10 anni fossero troppo pochi e quindi pensando ad un fatto occasionale, non mi fece indossare nemmeno un normalissimo e per niente scandaloso assorbente ma, cosa che ancora non mi spiego e non giustifico, mi diede del cotone idrofilo che mi regalò, quando qualche ora dopo lo tolsi, delle sensazioni non proprio piacevoli. Quell’avvenimento, poi, provocò quella che fu per me una grande perdita. Inspiegabilmente papà smise di abbracciarmi e coccolarmi come faceva prima: i momenti di contatto fisico, per noi, divennero quasi “proibiti”. Me ne accorsi lentamente, col tempo e mi parve una ingiustizia incomprensibile. Ero o no sempre sua figlia? Perché non potevamo fare quello che facevamo quando ero ancora bambina? Infondo, ciclo a parte, lo ero ancora: avevo solo 10 anni e un abbraccio del mio papà era per me rigenerante. Ma ancora una volta, per via della stima e della fiducia che avevo in mio padre, ho pensato che fosse giusto così e che di sicuro c’era una buona ragione se aveva deciso di comportarsi in quel modo.

A casa mia non si andava in giro se non vestiti di tutto punto. Il massimo dell’intimità era vedersi in pigiama e certi argomenti, così come ogni parola che fosse anche solo considerata poco conveniente, erano assolutamente banditi dalle nostre conversazioni. La prima volta che ebbi modo di abbandonare immagini alquanto fantasiose e vidi un organo sessuale maschile fu quando tornando da scuola, a circa 12 anni, un tizio pensò bene di stare con il suo affare al vento in un garage con la saracinesca abbassata esattamente fino a quel punto lì. Se lo avessi detto a casa probabilmente avremmo potuto ritornare sul posto e cercare di identificare il pazzo che aveva deciso di “iniziarmi” a questa visione in modo alquanto traumatico, ma l’idea di raccontare a qualcuno quello era che era successo era lontana da me anni luce: come avrei potuto mai affrontare l’argomento? Come lo avrei chiamato? “Coso?” “Attrezzo”? No, meglio lasciar perdere!!!
Perfino quando papà mi avviò all’ascolto del grande Fabrizio De André lo fece a modo suo, descrivendomi un uomo che non era un semplice cantante, ma un magnifico poeta, facendo insorgere in me la voglia, il desiderio di conoscere lui e le sue opere, ma abbandonandomi all’ascolto per non sentire l’imbarazzo di quelle che mio padre avrebbe definito “parolacce”, e rimandando ad un secondo momento il commento delle canzoni e dei testi.
Quando cominciai ad ascoltare le canzoni del grande Faber, proposi a papà una mia riflessione: avevo notato che i temi maggiormente trattati dall’autore erano secondo me tre: Dio, la Morte, le Puttane. Papà, con quella espressione insieme severa ed imbarazzata (stringeva in modo singolare le labbra, in questi casi) mi disse che era meglio che le chiamassi “prostitute”. Così ho imparato il significato di “eufemismo”: posso dirti anche che sei un “cazzone” ma riesco a farlo con le parole giuste, quelle che non ti invogliano alla querela. E devo ammettere che questo, nella vita, spesso, mi è stato parecchio utile.

Mio padre non mi ha insegnato, come spesso banalmente si tende a pensare, credere e dire, che conta più la sostanza che la forma. Lui mi ha insegnato che contano entrambe. Ci deve essere sostanza contenuta nella giusta forma.
Una delle mie più belle sensazioni era sentirmi circondata dall’invidia delle mie amiche per la famiglia che avevo e per il rapporto che c’era fra me e papà e mamma. Eravamo, o almeno così apparivamo, una famiglia perfetta: due genitori inseparabili che fino a giorni prima che papà lasciasse questo mondo, dopo quarantatrè anni di matrimonio, camminavano ancora abbracciati per strada come gli innamoratini di Peynet; un padre stimato e ammirato in tutto il paese che mi adorava e che adoravo; una madre-amica a cui confidare dubbi e segreti.
Sarà per questo che a volte, vorrei  tornare indietro, rintanarmi nella serenità e nella “sicurezza” della mia infanzia, rinchiudermi nel guscio protettivo che è stata per me la mia famiglia. In sostanza,vorrei non essere mai cresciuta, perché è enormemente più facile rimanere bambini fra le braccia di mamma e papà, sentirsi sempre “figli”, piuttosto che affrontare la vita ed assumersi le proprie responsabilità.

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Il Berlusca.

Il primo motivo per cui Berlusconi mi è stato simpatico è stato perché ha portato Candy Candy nelle nostre case. Poi ho capito che sarebbe stato meglio se non ci fossimo depresse fin dall’infanzia con le vicende di quella ragazza sfigatissima. Il secondo motivo per cui lo ho avuto in simpatia é stato perché lo credevo in grado di fare dell’Italia, come aveva fatto della sua azienda, un florido impero, se non fosse stato perseguitato da magistrati politicizzati ed ingiusti. Da brava italiana, mi sono messa dalla parte della “vittima”. Poi, una sera d’estate, ho ascoltato le intercettazioni delle telefonate fra lui e le…..”gentili donzelle” con cui si accompagnava. Allora ho capito che sarebbe stato meglio se un tizio con certe malsane abitudini non fosse a guida di un Paese. Ciò nonostante, mi dispiace che adesso stia male e e stia soffrendo, come mi dispiacerebbe per qualsiasi essere umano. E gli auguro di vivere ancora a lungo. PERCHE’ SE SCASSANO I CABASISI DALLA MATTINA ALLA SERA ALLA TV, ALLA RADIO, INCIELOINTERRAINOGNILUOGO, CON LA CRONACA DETTAGLIATA DI TUTTO IL DECORSO DELLA MALATTIA, SE MUORE, FRA RICORDI E COMMEMORAZIONI COME MINIMO ARRIVIAMO A NATALE!!!!! ooooohhhhhhh………

Scrivo. Dunque sono.

Nella mia vita ho usato la scrittura per diversi scopi. Nella maggior parte dei casi, scrivere era- ed è ancora- un modo per dire a me stessa le cose che ho dentro, come se vedere poi i miei stati d’animo appoggiati sul  foglio mi sollevasse dalle ansie e dalle preoccupazioni, aiutandomi a prendere coscienza di emozioni che rimanevano, fino a quel momento, inconsapevoli ed incoscienti. Altrettanto spesso, scrivere è stato per me il modo preferito di comunicare con gli altri, perché ho sempre avuto la sensazione che le parole dette non riuscissero a esprimere fino in fondo pensieri e sentimenti.
La scrittura è stata per me un rifugio, un angolino di paradiso, qualcosa in cui mettere tutta me stessa o, almeno, quello che da me stessa voleva venir fuori.E ho sempre invidiato chi aveva qualcosa da raccontare e conosceva il modo giusto per farlo. A me è sempre mancata l’idea “geniale”, quel “quid” che può rendere ai miai occhi quel che scrivo particolarmente gradito ed interessante. Del resto nella mia vita di interessante non è che ci sia stato mai granchè, né ho mai avuto modo di viaggiare, di vedere posti nuovi, di trovare ispirazioni in vicende o luoghi che avessero la capacità di suscitare particolari emozioni, tanto particolari da volerle comunicare a quanta più gente possibile. Per questo il mio sogno è sempre rimasto lì, talmente in fondo al classico cassetto da non vederlo neanche più. Un desiderio che, in mezzo a tanti altri, aveva smesso di essere desiderato. Questa è stata, per molti versi, una costante della mia via. Tutto quello che da bambina o da adolescente ho sognato, tutto quello che nella mia mente ancora in formazione era fondamentale per la vita, si è scontrato, un po’ alla volta, con una realtà completamente diversa da come me la ero immaginata. Sono sempre stata una sognatrice. Ogni cosa ed ogni persona che ha attraversato la mia vita, ha messo in moto la mia immaginazione e i miei sogni, e quelli che fai da sveglia, quando si allenta semplicemente un po’ il controllo della coscienza, sono sempre positivi, belli, e diventano desideri. Non ho mai smesso questa mia abitudine o attitudine, ma già da un po’ di anni, da quando i sogni della mia gioventù si sono dimostrati null’altro che delle divagazioni del pensiero razionale, ho smesso di crederci, di sperare e li vivo semplicemente come sogni, senza permettere loro di trasformarsi in desideri. Questo forse, ad oggi, è il mio limite più grande.
Il fatto di leggere molto, di nutrire nei confronti della scrittura degli altri un amore spesso incondizionato, di sentire profonda ammirazione per quegli autori che sono riusciti a farmi estraniare totalmente dalla mia realtà per condurmi laddove loro avevano previsto che io arrivassi, non ha fatto che sminuire ai miei stessi occhi le mie possibilità di ottenere il risultato che ottenevano loro con me: portare il lettore in un “posto altro”, sia fisico che mentale. Ho preferito fruire piuttosto che produrre, consapevole, spesso in maniera esagerata, dei miei limiti, delle mie capacità e della mia ristrettezza di pensiero, inventiva, fantasia. A quarant’anni suonati ( e suonati da un pezzo) ho scoperto, però, che anche nella banalità, ci può essere quel qualcosa che può rendere speciale una storia. E quel qualcosa, credo, sia il fatto che quella vita qualcuno l’ha vissuta e lo ha fatto sulla propria pelle e a proprie spese.
Ho scoperto che spesso la lettura di esperienze altrui nelle quali rivedermi, ritrovarmi, trovare similitudini con le mie, mi ha appassionato ancora di più. E addirittura mi ha insegnato. Mi ha fatto facilmente comprendere come volevo o non volevo essere. Nelle vita di ciascuno di noi c’è qualcosa di unico, ma che può essere condiviso e condivisibile. C’è quell’esperienza di cui anche altri possono far tesoro e che può consigliare qualcosa, se si è disponibili ad “entrarci dentro”. Perfino nella mia, di vita, è possibile che ci sia questo qualcosa. Perché ho scoperto, con fatica e dolore, che nella banalità e in quella che credevo la normalità, c’è qualcosa di speciale che rende la mia vita degna di essere ripensata e perfino raccontata.

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Maestra Marisa

Momenti…..il mio lavoro è fatto di momenti. Quelli in cui ti viene voglia di mollare tutto, perché sei bistrattato, umiliato, mortificato. Quelli in cui sei stanco e ti chiedi perché ci metti anima e cuore. Quelli in cui pensi che infondo sia tutto inutile, perché quello che fai va a scontrarsi con una società sempre più malata e non rimarrà niente di quello che tu hai cercato di seminare. E poi ci sono altri momenti, QUESTI momenti, nei quali trovi forza, voglia, motivazione e capisci che questo lavoro è soprattutto AMORE. E in amore, si Sa, è meglio dare che ricevere…..

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Follia

Il mio conterraneo Pirandello, in una sua opera (Enrico IV) racconta di un uomo che, dopo un trauma, perde coscienza di sé e che, anche dopo essere guarito, preferisce continuare a fingersi pazzo, perché  lo ritiene  più conveniente e perché, probabilmente, è questo che la società si aspetta da lui. Colui che è considerato folle è per l’autore agrigentino quello che ha davvero il contatto con la realtà. Grande Pirandello e grande chi ha il coraggio, in questo mondo falso ed ipocrita, dietro la maschera di una apparente pazzia, di fare quello che altri, per convenzione, non fanno. Stupidi semmai quelli che non capiscono la verità di certi gesti, cercando giustificazioni logiche solo per loro ed emettendo giudizi inadatti, perchè legati ad una stupida convenzione. La mia stima per il folle..la mia pietà per gli stupidi.

Cultura.

Quando parlo di cultura non mi riferisco ai titoli di studio. La cultura è qualcosa di diverso, è attitudine alla curiosità, è flessibilità mentale, è creatività, è pensare in modo divergente, è vedere il mondo attraverso occhi diversi dai tuoi, è la capacità di vivere in modo “altro” rispetto al tuo, è sapienza, saggezza. Tutto ciò si acquisisce non con le lauree, ma con la naturale propensione a conoscere , con la lettura, con la voglia di allargare i propri orizzonti, succede quando hai voglia di traslocarti in tempi diversi, in modi di pensare diversi, per accettarli e farli tuoi o per criticarli. Ma gli ignoranti tutto questo non possono capirlo….

Lettera a mio padre

Ciao Papà. So che non mi senti più, che non puoi ascoltarmi nè vedermi più. Eppure voglio fare finta di parlarti, oggi. Sapendo che parlo a me stessa o a questo bizzarro pubblico virtuale. Volevo dirti, papà, che sto imparando tanto andando avanti con gli anni. Il mondo non è sempre così bello come tu mi hai insegnato e oggi capisco perché volevi starmi sempre accanto per proteggermi. Forse tu lo sapevi che il male si nasconde dietro ogni angolo , che nella vita non sempre hai quello che meriti, che la vita stessa a volte è ingiusta e ti regala sofferenza e forse non hai voluto dirmelo chiaramente perché non volevi spaventarmi e ti limitavi ad evitarmi di trovarmi faccia a  faccia con le brutture come e quando potevi. Poi tu te ne sei andato via e con te la metà del mio sostegno , del mio conforto, della mia forza. Adesso c’è mamma, ma anche lei da quando non ci sei più tu, è un po’ “a metà”. E da quando non ci sei più, la vita, insieme a grandi gioie mi ha dato anche tanti e gravi dolori. E anche tante lezioni. Ultimamente sai che cosa ho imparato, papà? Di solito ci insegnano che dobbiamo ringraziare chi ci fa del bene. Io adesso so che dobbiamo anche ringraziare chi ci fa del male. A ben guardare, Papero, sono in minoranza. Se vado a ritroso con la memoria e arrivo fino ad oggi, sono pochi quelli che mi hanno regalato solo male. Alcuni li hai conosciuti e li hai vissuti anche tu, altri hanno attraversato solo la mia vita. Però bisogna dire grazie a loro quanto ai “buoni”. Sai perché, papà? Perché mi hanno insegnato come e cosa non voglio essere e mi fanno apprezzare chi è positivo e generoso. Perché mi hanno insegnato che c’è gente che soffre davvero tanto più di me (solo questa può essere  la giustificazione alla cattiveria) , mi hanno insegnato che dietro alla tracotanza, alla aggressività, alla prepotenza si nasconde tanta debolezza. Mi hanno insegnato la pietà, la carità e, spero di arrivarci presto, anche la capacità di perdonare. Quella ci hai provato pure tu ad insegnarmela, papà, ma la vita è una maestra più severa e mi sta facendo sforzare di fare del mio meglio. Mi hanno insegnato a pregare per loro, oltre che per me, perché se solo riuscissero a cambiare quanto sarebbe più bello il mondo! Tranquillo papà: non riusciranno mai a farmi diventare altrettanto cattiva, mai disonesta, mai sleale. Piuttosto imparo a difendermi, ma i valori che mi avete trasmesso tu e mamma…quelli no, non me li toglierà mai nessuno. Spero che, se fossi ancora in vita, saresti fiero di me. Questo è un buon motivo per rimanere sana dentro, come tu mi hai insegnato. Ciao , Papero.

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Il Dio Denaro

“Il denaro é un ottimo servo è un pessimo padrone.”

Che tristezza mi danno coloro che pensano che esser felici equivalga  al possedere denaro, coloro che vendono il loro essere come le peggiori meretrici, , che misurano l’amore con moneta sonante. Prima o poi la vita li smentirà e capiranno che cosa davvero conta: la purezza, la sincerità, i sentimenti. Se non mi facessero tanta pena, potrei addirittura disprezzarli.

“Fai del denaro il tuo Dio e ti tormenterà come il diavolo”. (Henry Fielding)image

Chi é Marisa?

Siciliana fino al midollo, trapiantata a Bracciano per amore del mio uomo, sono una quarantacinquenne insegnante di sostegno alla scuola primaria. Sono giusta e sbagliata, ansiosa, cerebrale, contorta, curiosa, emotiva, estroversa, fragile, gelosa, paziente, incoerente, infantile, ingenua, insicura, lunatica, malinconica, nervosa, sentimentale, sognatrice, ossessiva, testarda, sincera, determinata…..sempre e comunque vera.

Amo un abbraccio, l’altruismo, la generosità, le emozioni, l’atmosfera natalizia, la pioggia e la neve, le canzoni che mi fanno emozionare, chi mi conosce davvero, chi sa che ci vuol poco a ferirmi o a farmi felice, le fotografie, i libri, le patatine, la pizza, il caffè, il tè al limone coi biscotti , il camino, il mio divano, l’odore della persona che amo, i miei nipoti, il mio cane, il mio lavoro, i miei principi, sentirmi protetta, ridere!

Odio gli arrivisti, la cattiveria, chi non dice quel che pensa, chi mi dice che tutto passa, chi non ha rispetto per gli altri, gli ipocriti, dipendere da qualcuno, il fissare il cellulare in attesa di una chiamata che non arriva, gli addii, ingrassare,  le imposizioni, le malelingue, le occasioni perse, le persone viscide, quello che non capisco, lavare i piatti, gli snob, non poter mettere i tacchi, la pietà. image