Fenomeno Kom o Kom è un fenomeno?

1 luglio 2017. Vasco Rossi festeggia i 40 anni di carriera con un concerto a cui partecipano 220.000 spettatori, superando il record mondiale di “paganti”.

 

Da ieri non si parla d’altro, soprattutto sui social. Ad alcuni, ma pochi, pare non sia fregato nulla. Molti, invece, si sono accapigliati esprimendo ciascuno la propria opinione, pro o contro.

A me Vasco piace e si sa. Non sono mai stata, non sono e non sarò mai una di quelle fans che si strappano i capelli, che urlano e strepitano per conoscere o incontrare i propri “idoli”. Non mi lascio trasportare dall’ammirazione portata agli eccessi.
E nella mia moderatezza, non posso fare a meno di esprimere pareri e soprattutto emozioni su un grande evento come quello di ieri sera.

Non starò a discutere dei soliti italiani mediocri che hanno tirato fuori la politica, le deserte manifestazioni sulle pensioni e quant’altro, che a lavar la testa all’asino, si sa, si perde l’acqua e il sapone.

Come sempre però mi colpisce la mediocrità di un popolo che, al di là di gusti personali, non riesce ad avere un moto d’orgoglio nel vedere un esponente della musica italiana essere protagonista di un evento del genere (così come, per esempio, capita anche per i Volo, conosciuti ed amati anche fuori dall’Italia – che mi stanno simpatici quanto un mal di pancia).
Se al posto di Vasco, fosse stato capace di radunare in un’unica tappa, dopo 40 anni di carriera coso, lì…il cantante con problemi di linguaggio, quello che fatica ad articolare in modo comprensibile le parole e, per agevolare gli ascoltatori, fa lo spelling (Ti A Em O è esilarante), tale Tiziano Ferro che personalmente (si intuisce?) adoro come “un rizzo mpettu” (per quelli dalla Calabria in su “come si può volere bene ad un riccio sul petto”), avrei al massimo detto nell’intimità della mia casa “guarda questo disfasico -è ironico: nessuno si alteri- che cosa è stato capace di fare!” E stop.

Invece da ieri critiche, insulti, gente che quasi quasi aspettava che succedesse qualcosa per esclamare :”poveri idioti, io lo sapevo che non bisognava fare tutto questo per uno così!!” Invece non è successo nulla, per fortuna, e rimane invece un’unica, grande consapevolezza: Vasco non è un esponente del rock italiano.
Vasco É il rock italiano.

Ho sentito gente comune atteggiarsi a filosofi della musica e spiegare perché Vasco duri da 40 anni. Io non lo so perché sia diventato grande com’è, ma posso dire quello che Vasco è stato per me.

Quando l’ho visto per la prima volta con la sua giacchetta di pelle a Sanremo, con quel l’aria da dannato, non è che mi abbia fatto proprio una buona impressione.
Ma mio fratello è impazzito per lui e quindi abbiamo iniziato ad ascoltarlo e il fatto che mi piacesse per me era un po’ un problema.
È stata, infatti, la prima passione che non ho condiviso con mio padre e questa cosa mi spiazzava.
Lui, come tanti altri, lo considerava come un “istigatore alla droga”. Avrei già da allora voluto dirgli che gli idioti se avessero voluto si sarebbero drogati a prescindere da Vasco Rossi, ma, certo, se andava “Fegato spappolato” o “Ieri ho sgozzato mio figlio” o “Asilo repubblic”, era più difficile sostenere il contrario.
Quello che faceva letteralmente imbestialire mio padre era la frase “voglio una vita piena di guai” : ogni volta che la sentiva, papà glieli augurava sentitamente e di tutto cuore, i guai. E purtroppo li ha pure avuti, quando è stato arrestato per droga, confermando le teorie del mio iperprotettivo genitore.

Nonostante tutto, però, io cominciavo ad amarlo, perché Vasco accompagnava la mia crescita e faceva da colonna sonora ai miei primi amori, suscitava in me le prime emozioni.
Io che cantavo a squarciagola “Alba chiara” e non capivo bene che cosa significasse “con una mano ti sfiori”; io che davanti ai miei sussurravo appena, per la vergogna, “con la mia mano fra le gambe, diventerai più grande”; io vedevo, sentivo, amavo un altro Vasco, quello di Canzone, di Anima Fragile, quello di Ti voglio bene, quello di La Favola Antica, di Ogni Volta.

Vasco mi ha fatto crescere. Mi ha insegnato ad ascoltare, a pensare al senso delle canzoni, a cercare di capire che cosa si nascondeva dietro quella Jenny, la ragazza che tutti credevano pazza e che era stanca e voleva solo dormire. Mi ha fatto identificare in Silvia, in Sally ha raccontato il mio dolore, il mio disincanto, le mie ferite.
Mi ha fatto divertire con “Faccio il militare”, ballare con “Rewind”.
Mi ha fatto emozionare con “Vivere”, con “Va bene così “.

Scorrazzavamo in vespa, la mia amica ed io, urlando “quando hai deciso di farmi cadere con la tua logica di calze nere!!!”, “Colpa d’Alfredo”, “corri e fottitene dell’orgoglio”.
Era liberatorio, Vasco. Ci rendeva felici!

Vasco ha rappresentato la trasgressione. È stato il classico “animo fragile” nascosto dietro un atteggiamento da bullo, uno spirito da poeta rinchiuso in un giaccone di pelle, un paio di occhiali, un berretto e una sigaretta che penzolava fra le labbra.

È stato bene e male, un po’ come tutti noi. Semplicemente molto più onesto di chi si è sempre nascosto dietro una immagine perbenista ed ipocrita.

Io ieri sera ho pianto, mi sono commossa, mi sono emozionata.
Sul quel palco c’era la sua, la mia vita e quella di milioni di persone.

In questa “generazione di fenomeni” , Il Kom è “Stupendo”

(Ps. Quando Ligabue porterà 220.000 paganti ad un suo concerto, allora potrò discutere con chi sostiene che il vero rappresentante del rock italiano è lui.
Per ora, lasciate che io passi oltre sorridendo)

 

 

Certi dolori

Certi dolori non scompaiono, si nascondono.
Non si sentono per un po’, si trascurano, si ignorano, si dimenticano.
Pare siano passati per sempre, e poi, inaspettatamente, sorprendentemente, si ritrovano, presenti e vivi come se fossero nuovi, ancora giovani, mai assorbiti dalla pelle e dal cuore.

Certi dolori lasciano in un equilibrio instabile, sempre precariamente sospesi fra la felicità e la malinconia, fra la paura e la voglia di continuare a farcela.

Certe dolori lasciano buchi neri, segni come cicatrici. Non fanno più male, ma rimangono come testimoni di antiche sofferenze.

Certi dolori, inopportuni, riappaiono: per un racconto, una canzone, una sensazione, un odore, un colore; si ripresentano beffardi insieme al ricordo di lacrime versate, di notti bianche, di smarrimenti, di paure.

Certi dolori si ripetono, pungenti, intensi, irritanti, esasperanti, molesti.
Quando tornano si può solo assecondarli, lasciandosi trascinare per riviverli e poi rimetterli nell’angolo.
Sospesi.
E poi, di nuovo, ricominciare.

 

 

 

 

 

 

 

Io non sono Allison

Ero da sola in una stanza del reparto di ginecologia. Lottavo dalla sera prima con dei lancinanti dolori allo stomaco e vomitavo oramai da diverse ore. L’infermiera che è venuta a trovarmi mi ha minacciata che se non avessi smesso di vomitare mi avrebbero messo il sondino naso-gastrico. L’ho pregata di non farlo; quasi vergognandomi le ho detto che avrei cercato di non rimettere più.

Il mio corpo era scosso da continui tremori che mi facevano sobbalzare continuamente nel letto ed ero davvero molto stanca. Ho chiesto che mi dessero qualcosa per calmarmi. Dopo una decina di minuti, l’infermiera è tornata con la ginecologa, la quale mi ha rimproverata per non averla fatta riposare tutta la notte e, con un pizzico di carità umana, ha detto all’infermiera di farmi un calmante. Mentre lo diceva, ha sollevato la manica del pigiama, scoprendo il braccio pieno di lividi, segni delle flebo che avevo tenuto appena una settimana prima, quando, al Pronto soccorso dello stesso ospedale ho dovuto implorare aiuto per quello che loro avevano semplicemente definito una indigestione. A quel punto, la dottoressa ha fatto un balzo indietro e mi ha chiesto con occhi sgranati se fossi tossicodipendente e se avessi una crisi di astinenza. Ho avuto la prontezza di rispondere che no, non avevo mai preso nulla, ma se avessero avuto qualcosa da darmi, pur di star bene avrei cominciato anche in quell’istante ad assumere sostanze di qualsiasi genere.

 

Chiarito “l’equivoco”, loro sono andate via (non so quanto convinte) ed io sono rimasta di nuovo sola. Stanca, dolorante, in lacrime, mortificata, con addosso la sensazione che comunque stavo per morire, perché nessuno mai mi avrebbe capita e aiutata.
Allora ho guardato la finestra, poi la flebo, poi ancora la finestra. Ho realizzato che se avessi fatto in fretta, avrei potuto strapparmi l’ago dal braccio e con un balzo volare giù e porre fine a tutta quella sofferenza, ai dolori, alle mortificazioni. Credo abbia prevalso l’amore per la mia famiglia, per l’uomo adorabile che finalmente avevo nella mia vita. E sono rimasta in quel letto.

 

Per questo io non sono Allison.
Perché io sono rimasta aggrappata alla vita, ho trovato dei motivi per andare avanti, mentre lei, povera piccola Allison, malata come me di endometriosi, in preda ai dolori e con la sensazione di non essere capita, ha deciso di farla finita.

 

Allison, tre milioni di donne nel mondo ed io, abbiamo in comune tanto dolore e tanta sofferenza.
L’endometriosi non uccide, dicono. Ma i tormenti, le tribolazioni, le privazioni fisiche e non solo, possono davvero toglierti la voglia di andare avanti.
L’indifferenza, l’ignoranza, la cattiveria di chi non sa e non vuol sentire, quella può uccidere.

 

Non racconterò che cosa mi ha fatto fisicamente questa malattia. È noto e non è niente di più o di meno di quel che ha fatto ad altri milioni di donne.
Ma non posso non porre l’attenzione sull’aspetto psicologico di questa patologia.

 

La maternità negata potrebbe essere un aspetto, ma ti abitui a sopportare il dolore e la delusione di prenderti cura con tutta te stessa di qualcuno che non è tuo figlio (che sia un nipote, il figlio di un compagno, gli allievi di una scuola o quant’altro) e non ricevere in cambio nulla, perché c’è sempre una mamma, quella “vera”, di cui sarai all’ombra.
Potrebbe essere la gioia negata, le serate con gli amici di cui devi privarti, perché non puoi allontanarti troppo dal bagno, perché se mangi la pizza poi soffri due giorni, i viaggi che non fai perché “se poi ti scappa” non sai come fare.
Potrebbe essere veder cambiare il tuo corpo per gli sbalzi ormonali e non poter neanche far nulla perché quel maledetto nervo ti costringe a non frequentare palestre, a non poter più correre, a non sentirti donna con un paio di tacchi che slanciano un po’ di più.
O forse potrebbe essere il doverti “giustificare “, quasi fosse una colpa avere addosso una malattia.

 

Una mia collega, umana quanto un cactus, mi ha insultata pubblicamente perché sono rimasta a casa due giorni prima del mio settimo intervento, (isterectomia totale con complicazioni all’uretere) e mi ha costretta, dopo appena un anno, perché ha dovuto sostituirmi per un’ora, all’umiliazione di una visita collegiale con medici ignoranti che volevano sapere se portassi il pannolone. Un’altra mi accusato di essere solo “malata mentale” e di fingere un disagio che non avevo.
Ecco, sono queste le cose che uccidono più dei dolori, più della malattia, più che vedere i pezzi del tuo corpo lasciarti, più che tornare e ritornare sotto quelle luci accecanti delle sale operatorie.

 

Ma io sono qui. Ancora a lottare, ancora a girare da uno studio medico all’altro, ancora a credere che la vita “mi deve qualcosa”.
Non sono, per questo, né migliore né peggiore di Allison.
Semplicemente non sono Allison.
Se potessi, le tenderei la mano per risollevarla dal baratro.
Perché “fra noi” sappiamo darci l’aiuto che altri ci negano.

Cara, bella, piccola Allison, un giorno ci ritroveremo, sane, felici, e ti racchiuderò in quell’abbraccio che oggi non posso più darti.

Riposa serena….

 

Un anno di noi

Un anno di noi.
Curiosità, critiche, complimenti, battute a volte poco simpatiche ed intelligenti, pettegolezzi, successi: da un anno ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori.

Spesso mi sono dovuta fermare a spiegare come e perché esisti, in certi casi come se dovessi giustificare la tua presenza nella mia vita.

È da un pezzo che non mi soffermo più a dire come mai, da quando ti ho ricevuto in dono, sei diventato una parte di me. Tanto, poco cambia: le persone intelligenti e proiettate verso diversi canali comunicativi capiscono, talora apprezzano, oppure criticano costruttivamente. Le altre, quelle che amano giudicare, pur non avendone neanche titolo o capacità, continueranno a farlo, senza, comunque, attirare particolarmente il mio interesse.

Fatto sta che ci sei e per me sei importante. Perché non ti ho voluto, non ti ho creato, non ti ho progettato né, inizialmente, ho saputo come saresti diventato, a che cosa saresti servito, ma quasi immediatamente ho gradito che ci fossi.

Perché, anche quando non ho trattato direttamente di me, ti sei incaricato di portarti addosso le mie parole e, con esse, una parte di me.

Quasi subito dopo la tua nascita, ho spiegato che cosa volesse dire per me scrivere, e non starò qui a ripeterlo.

Semplicemente adesso voglio ribadire che chi ha davvero la passione della scrittura quasi sempre scrive più per se stesso che per gli altri.

Per questo, per lunghi periodi ti ho lasciato da solo, vuoto, fermo, spento: perché ero “spenta” io, perché ero stanca, perché non avevo nulla che valesse la pena di essere detto, non avevo emozioni tanto forti da essere percepite.

Oppure, diciamocela bene, non avevo voglia di raccontarmele, quelle emozioni.

Raccontare, raccontarsi è cosa solo apparentemente semplice. E solo chi non ha una mente abbastanza flessibile, una mente che va al di là e oltre quel che appare, non sa che scrivere è esporsi, mettersi a nudo, anche quando si racconta qualcosa o qualcuno “altro da sé”, anche quando si tratta di argomenti leggeri, ironici. Perché perfino la scelta delle parole, la composizione e l’organizzazione di una frase, dice parecchio su chi sei e su come funziona la tua mente.

Raccontare e raccontarsi restituisce significato a se stessi, dá alla realtà il senso e contenuto che le riconosciamo.

Raccontare significa avere fiducia nella comunicazione, significa leggersi dentro e riuscire a riscriversi, a riscrivere la propria storia. Perché la vita è costituita più dal significato che attribuiamo agli eventi che dagli eventi stessi e scrivere è come trovarsi davanti proprio quel significato.

Quando scrivo apprendo da me stessa, imparo a vivere “rivivendo” le parole che trovo sul foglio (di carta o virtuale, poco importa).

Quando inizio a scrivere non so mai esattamente dove mi ritroverò: il pensiero si forma scrivendo: lo scopro (e mi scopro) solo dopo.

Per questo, “caro blog” sono contenta che ci sei. E non per supposti guadagni (in un anno avrò sì e no guadagnato 25 euro, certamente meno di quanto ci abbia investito), ma perché ogni scritto che contieni è come un figlio: ciò che creo mi appartiene e fa parte di un certo momento della mi vita e rileggerlo mi da sempre emozione.
Condividerlo con gli altri è condividere quell’emozione e sperare di suscitarne altre.

Sarà per questo che vedere i miei scritti “rubati” con firme diverse mi da dolore: mi strappano una parte di me e se ne impossessano.

Non so quanto tempo trascorreremo ancora insieme, se saranno più i pensieri di cui sono gelosa o quelli che avrò voglia di condividere. Non so che strada percorreremo insieme, o se il nostro viaggio prima o poi si interromperà.

Buon primo compleanno….

Grazie a chi ha voluto che tu ci fossi.

 

Ultimo giorno di scuola

All’uscita da scuola, nell’ultimo giorno dell’ultimo anno in cui i nostri alunni sarebbero stati con noi, hanno dato in mano anche a me un palloncino colorato, come a tutti i bambini e, dopo il conto alla rovescia, ho dovuto lasciarlo andare via.

3…2….1….. e il palloncino, insieme agli altri, ha preso il volo.

Ha volteggiato un po’ sulle nostre teste, ancora alla portata dei nostri sguardi e poi piano piano è scomparso insieme agli altri.

Da bambina, ogni volta che vedevo un palloncino volare nel cielo, piangevo. Non so perché, ricordo però quell’enorme tristezza che mi scoppiava dentro nel vederlo diventare sempre più piccolo, un puntino che scompariva nel cielo.

Mi chiedevo, e lo faccio ancora, dove vanno a finire i palloncini quando li lasci andare, volontariamente o meno.

Oggi, aprire le mie dita e lasciare quel filo, ha avuto un significato particolare: accettare che era giunto il momento di mettermi da parte e vedere i “miei” bambini prendere il volo come quei palloncini, allontanarsi ed andare via.

Quello che fa piangere una maestra, ogni volta che completa un ciclo, è avere la sensazione di non poter più proteggere i suoi bambini.

Ti fanno arrabbiare, urlare, disperare. A volte ti viene voglia di mollare tutto, di cambiare mestiere, pensi che avresti meritato di meglio e di più. Ma poi, quando vanno via, ti si chiude lo stomaco e ti fa male il cuore e ti chiedi perché ancora non ti abitui ad accettare che “arrivano, crescono, se ne vanno”.

Oggi ho versato tante di quelle lacrime che ho l’impressione che, anziché abituarmi, ogni volta va sempre peggio.

È che il “mestiere della maestra” non è un lavoro qualunque e solo chi E’ maestra può capirlo.

Non puoi affezionarti ad un pc, non puoi legarti ad una pratica in ufficio.

Non asciughi le lacrime ai pezzi di carta, non li vedi crescere, cambiare, attraversare crisi, trasformazioni, affrontare primi amori. Non vedi i loro occhi imploranti quando si trovano in difficoltà, non li tieni in braccio per misurargli la febbre o per cercare di colmare il vuoto che ha lasciato la mamma che è appena andata via.

Non hai la responsabilità di diventare un punto di riferimento, di instaurare relazioni positive e strutturanti.

Coi bambini è tutto diverso.  Devi insegnargli a fidarsi di te, devi riuscire a conquistarli, devi riuscire ad occupare un posto importante, seppure non invadente, nelle loro vite.

Devi controllare i tuoi umori, devi cercare di ricordarti che ogni gesto potrebbe avere un peso importante nella loro crescita.  È un lavoro che stanca, sfianca, sfinisce.

Ma è anche un lavoro che emoziona, che appassiona, che commuove e, spesso, gratifica.

Come oggi. Quando ho pianto per le parole stupende che mi hanno dedicato, quando ho pianto fra gli abbracci dei bambini e dei genitori, capaci di dimostrarmi, in ogni modo, un affetto e una stima che, forse, neanche sospettavo.

Tanto mi basta.

Grazie bimbi, ciao….

Caro amico ti scrivo….

“Caro amico…..”

Ho iniziato così centinaia di lettere, quando ero ragazzina.

Lettere.

Non è del tutto vero che solo adesso, grazie alla tecnologia e con l’avvento di internet, esistono gli amici “virtuali”, quelli che conosci senza mai averli visti, quelli che ti fanno compagnia in chat, o su Facebook pur non avendoli mai incontrati di persona.

Io, da ragazzina, avevo (almeno) due amici “di penna”. Un ragazzo di Palermo, Fabrizio, e Mary, una bella bruna riccioluta di Acireale.

Non ricordo come è iniziato il contatto col primo; con Mary ci siamo conosciute grazie ad una mia cugina che “sentiva – e aveva ragione- che saremmo andate d’accordo”.

Non li avevo mai visti e non li ho mai incontrati. Di Fabrizio non ricordo neanche il cognome, e con Mary ci siamo perse. Eppure li ricordo con nostalgia ed affetto.

Lettere.
Preziosi fogli di carta scelti con una tale cura che servivano interi pomeriggi in cartoleria per decidere quale delle confezioni di fogli con relative bustine sarebbe stata la più adeguata.

C’era quella da “amiche” e quella più adatta a scrivere ad un ragazzo; quella bianca decorata intorno o quella colorata con i disegni in trasparenza. Una per ogni occasione e per ogni situazione.

Se i miei stavano attenti alle mie spese, non lesinavano denaro quando si trattava di acquistare materiale per la scrittura: potevo sbizzarrirmi con carte di diverso colore, variamente decorate, con penne e matite.
Si faceva tutto perché io scrivessi.
Ed io mi divertivo da matti a raccontare di me, delle mie giornate dei miei problemi, dei miei sentimenti, delle mie emozioni a quegli amici sconosciuti, a quei volti solo immaginati almeno finché, dopo aver conquistato la fiducia necessaria, non ci si scambiava una (e non più di una) fotografia, scelta con cura meticolosa e con un pizzico di vanità.

Quando sono cresciuta un po’, poi, ho iniziato una delle corrispondenze più belle della mia vita.
Lo avevo incontrato per caso e per pochi minuti, il tempo di una bibita, di capire che sarebbe tornato nella sua città l’indomani e di segnare i rispettivi indirizzi sui tovaglioli di carta del bar.
Da quel momento è stata attesa, finché, un sabato mattina, papà mi ha consegnato quella busta bianca che io tenni per un tempo indefinito completamente inebetita fra le mani, quasi temessi, aprendola, di rovinare la magia di quel momento.

Quando ricevevo quelle lettere vivevo dei momenti bellissimi. Le guardavo chiuse per il tempo necessario perché potessi isolarmi dagli altri e in quei momenti potevo immaginare che cosa potevo trovare scritto. Quando aprivo la busta, vedevo tutte quelle parole sul foglio e i miei occhi ne coglievano solo alcune: per un momento anticipavo il contenuto della lettera, immaginando che fosse proprio quello che desideravo io.
Potevo tenere fra le mani quei fogli sapendo che prima di me li aveva toccati lui e su quelle pagine cercavo il suo profumo, qualcosa che mi dicesse più di quanto dicevano le sue parole.

La corrispondenza è durata tanti anni. Quelle lettere, sempre bellissime, delicate e mai inopportune, arrivavano puntuali, svelando dolcezza e delicatezza. Anche solo il ricordo ancora mi suscita emozione.

Sono passati 32 anni.
Lui ed io siamo rimasti amici. Ci vogliamo ancora bene e spero ce ne vorremo sempre.

Adesso che ogni forma di comunicazione passa attraverso internet, telefonini, WhatsApp, sms ed e-mail, quando penso ai nostri giovani che sono condannati a non provare certe emozioni, ma solo la paura di fronte ad una busta bianca, che di solito annuncia bollette da pagare o cartelle di Equitalia (mi si passi la caduta di poesia, ma così è), provo nostalgia e insieme dispiacere per certe suggestioni che loro non vivranno mai.

Mi dispiace che oltre alla conquista dell’immediatezza della comunicazione, non possano conoscere il piacere dell’attesa, del desiderio di rileggere le parole di persone care. Che perdano tempo ed fantasia davanti a due spunte blu.
Mi dispiace che abbiano perso il piacere di scrivere.

Fatevene una ragione

Fatevene una ragione.
Io sono quello che sono e sono fiera di esserlo.

I miei difetti sono sorprese solo per voi. Io li conosco tutti e bene. Non è necessario che me li ricordiate: ci convivo da troppo. Ma non provate ad attribuirmene di diversi, ve li rimando indietro con gli interessi.

Potete provare ad ingannarmi, a bisbigliare, a fingere, ma difficilmente mi si raggira.
I gesti, i movimenti, gli occhi mi dicono molto di più di quanto possiate pensare.
So che cosa aspettarmi quando giro le spalle: le pugnalate non giungono inattese.

Schietta, sincera, mi ribello alla falsità e alle ingiustizie.

Se credo in un’idea vado fino in fondo e se so di aver ragione metto il mondo sottosopra.
Dei giudizi di chi si crede superiore, me ne faccio un baffo: prima o poi ci penserà la vita a ridimensionare chi deve occupare il suo piccolo posto nel mondo.

Se vi sto antipatica, evitatemi pure: spesso la cosa è reciproca. Vivrete meglio voi e non dovrò fare nemmeno io la fatica di sopportavi.
Abbiate, però, il coraggio dei vostri pensieri e delle vostre azioni. Non ho problemi a discutere e a dire ciò che penso.

Non sapete il godimento che mi offrite quando vedo sui vostri volti quegli sguardi misti ad invidia e risentimento: se davvero non mi sopportate, evitate di girarmi intorno e darmi certe soddisfazioni.

Non è cattiveria, capite bene. È che la guancia che ho offerto dopo che mi avete colpito la prima era l’ultima che avevo.
Non ho più mantelli e tuniche da farmi rubare, ma solo una gastrite nervosa per i bocconi amari che ho dovuto inghiottire.

Non vi odio, tranquilli. Ci vorrebbero troppe energie: mi basta dirvi quel che penso e andare oltre.
Oltre la grettezza, la aridità, la stupidità, la limitatezza, la meschinità in cui vi muovete ignari.

Vi lascio lì, nell’illusione di sapere anche quel che non conoscete, nella presunzione di conoscere anche quello che ignorate.

Parafrasando una nota canzone
“mandarvi a quel paese è un piacere tutto mio,
Prima di genuflettermi nell’ora dell’addio….”

 

“No! Mamma no!”

(Dalla rivista “CHI”)

Sono ammalata di endometriosi di IV stadio. Ho alle spalle 7 interventi e la malattia mi ha portato via tanto, sia in termini fisici (in ogni intervento mi hanno portato via un pezzetto di me) sia che in qualità di vita.

Ho cercato di non permetterle di portarmi via il sorriso, neanche quando per colpa sua ho dovuto vivere per due anni con le stampelle, sapendo che la mia gamba non sarebbe stata mai più normale. Cerco di non permetterglielo quando non posso uscir di casa o non riesco neanche a far pipì senza dolore.

Ma certi giorni sono particolari e allora la tristezza prende il sopravvento, insieme alla rabbia, perché noi “forti” a volte non comprendiamo che esser tristi non significa essere deboli, ma semplicemente umani.

Oggi è la festa della mamma.
Ci sono tanti motivi per cui penso, razionalmente, che è stato meglio non diventare madre. È inutile star qui ad elencarli. Anche perché non avrebbero senso oggi, se quando vedo tutto il mondo in festa per le mamme, a meno di 3 mesi dall’isterectomia totale, ho voglia di chiudermi in una stanza, da sola, e piangere. Non mi ha risollevato il regalo del mio compagno, che mi ha portato i fiori perché anche se non sono madre biologica sono mamma coi suoi figli, i miei nipoti, i miei alunni e perfino col cane.

Perché il mondo non sa e non vuol capire che essere mamme così è ancora più “dura” che essere mamme naturali.

Perché se “la mamma è sempre la mamma” , puoi fare tutto il bene del mondo ma tu, comunque, non lo sarai mai.

Il mondo non capisce che non basta espellere un essere umano dalla vagina per esser donne migliori! Il fatto è che noi donne l’istinto alla maternità ce lo abbiamo dentro, e, per quanto felici, noi che non possiamo viverlo siamo frustrate, castrate, mutilate. E ci sentiamo messe all’angolo. In giornate come questa ancora di più.

Domani ricaccerò il mio dolore in un angolo del cuore, riprenderò a sorridere e a dire agli altri, per convincere me stessa, che non aver figli al giorno d’oggi è quasi una fortuna. Ma oggi mi sento in diritto di essere arrabbiata col mondo.

Marisa Calvitto

Il mistero delle donne

Che bello.
Mi ha scritto un uomo con una strana richiesta: di scrivere al maschile.
“In che senso e, soprattutto, perché?” Sono state le domande più ovvie e spontanee che potessero venirmi in mente.
Perché, essendo donna e conoscendo le donne, ha sostenuto, potrei fornire agli uomini un punto di vista nuovo ed illuminante sul variegato e complicato universo femminile.

 
A parte un pensiero un po’ contorto (non me ne voglia il caro amico), anche leggendo una donna che parla da donna di donne si potrebbe tentare di comprendere qualcosa, sempre che qualcosa si POSSA comprendere.
Perché sinceramente, e l’ho spiegato al geniale lettore, io sono donna, penso da donna, convivo con me stessa da una vita, ma non posso dire di conoscere me stessa o le mie….colleghe femminucce.

 
Sì, si può provare in linea di massima ad interpretarne pensieri e atteggiamenti, si possono rintracciare caratteristiche particolarmente evidenti e comuni, ma cercare di comprendere il variegato e complesso mondo femminile è praticamente impossibile, sia che ci provi una donna, sia che, peggio ancora, si cimenti in questa impresa un uomo.

 
In verità qualcosa sull’argomento ho già scritto, delineando differenze fra il gentil sesso e quello “forte” (e già a me questa definizione fa scompisciare dalle risate), ma solo pensare di poter fare un discorso generale sulle donne mi pare davvero una impresa titanica.
A parte che, come gli uomini, non siamo tutte uguali, anche i tratti che ci accomunano sono così complessi e variegati, perché no anche contorti ed intrigati, che provare a tracciarli a me, personalmente, da donna, sembra impossibile.

 

E, nell’assurda ipotesi di poter spiegare agli uomini il mondo delle donne,  perché dovrei togliere loro il piacere di scoprire che cosa si nasconde dentro le graziese testoline femminili (e  non solo lì) ?

 
Nel dubbio, caro amico, fidati di chi ci ha fatto un gran successo e ricorda che…
“Siamo così, dolcemente complicate,
Sempre più emozionate, delicate”…

E tu, per non sbagliare

“Nelle sere tempestose, portaci delle rose,
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì”….

 

In bocca al lupo, amico mio….

Fate l’amore con il sapore

Con una decina e oltre di chili in più a testa e a due giorni dall’inizio della dieta, dopo uno spuntino con tre gallette di quinoa e 10 mandorle, quando il pensiero va soprattutto al cibo e alla voglia di fagocitare anche un elefante, posso affermare con ragionevole certezza e senza timore di smentita che il cibo, oltre ad essere uno dei piaceri fondamentali della vita, è anche una parte importante nel rapporto di coppia.

“Gli uomini si prendono per la gola” non è solo un modo di dire, non è solo una stupida credenza, non è solo una convinzione popolare. È una sperimentata e sacrosanta verità.

Ora, non è la cosa più importante o almeno non l’unica che conta altrimenti non si spiegherebbe come certe donne portano avanti famiglie con “Quattro salti in padella” o arricchendo negozi di surgelati.

Ma il buon cibo ha il suo peso (e parlare di peso mi sembra oltremodo opportuno, dato l’argomento).

Una coppia che cede ai piaceri della tavola è una coppia più allegra. È una coppia più complice e condivide anche al desco una intimità che ha risonanza in altri aspetti della vita comune.

Scambiarsi il cibo, imboccarsi, cedere parte del proprio piatto all’altro, spizzicare nel piatto del partner indica affiatamento, complicità, sintonia.

Il cibo coinvolge tutti i sensi e da una sensazione di benessere che riguarda il corpo e la mente.

Preparare gustosi pranzetti o cene prelibate per il proprio compagno è una dimostrazione di amore, di accudimento, di attenzione al quale lui non può che cedere senza riserve.

Un marito (o compagno) che ha delle buone aspettative culinarie, rientra a casa ancora più felice di quello che sa di trovare nel piatto cibi poco curati e messi lì solo per colmare il vuoto allo stomaco.

Se provate a mettervi addosso le celeberrime gocce di Chanel, al suo rientro il vostro uomo noterà quasi certamente più l’odore del soffrittino e anzichè di lanciarsi su di voi, farà almeno un assaggio in cucina, prima che in camera da letto (magari con la scusa di rimettersi in forza).

Avere come compagna una buona cuoca, sarà per lui motivo di orgoglio e vi elogerà anche pubblicamente e per dimostrare quanto sia felice, accarezzandosi la pancetta, mostrerà con soddisfazione qualche chilo di troppo. Declinerà gli inviti di amici e colleghi per pranzi al ristorante (ricchi e prelibati, ma vuoi mettere la comodità di casa propria e “un piatto preparato con amore”?), e perfino al calcetto del giovedì per stare coi piedi sotto il tavolo a gustare leccornie.

Vi guarderà con occhi sognanti e aria soddisfatta alla fine di pranzi e cene e le coccole che potrebbe non riservarvi in altri momenti, in cui di solito preferisce riposare o addirittura dormire, ve le concederà volentieri con il palato soddisfatto e la pancia piena.

Per colazione dolci fatti in casa, come spuntino panini impastati con le vostre manine e con le farine migliori, scelte apposta per salvaguardare la sua salute, ricchi piatti di pasta, polpettine che non esistono uguali: non vi sentirete mai dire “…ma il sugo di mamma!!!!”

Sarete UNICHE.

E sarà felicità, per entrambi!

Le femministe più sfegatate potrebbero obiettare che l’antico detto potrebbe anche essere rovesciato in favore delle donne, ma non si può, e secondo me neanche si deve, dimenticare il fatto che le donne sono ancestralmente nutrici, donatrici di vita, accuditrici.

A due giorni dall’inizio della dieta, dopo uno spuntino con tre gallette di quinoa e 10 mandorle, quando il pensiero va soprattutto al cibo e alla voglia di fagocitare anche un elefante, non so ancora dire (ma posso immaginare) quali ripercussioni possono avere insalate, finocchi, yogurt e cereali sull’allegria e sulla gioiosità della coppia.

Per ogni evenienza, per ritrovare sorrisi perduti, parannanza e pentole sempre a portata di mano…….