Un anno di noi

Un anno di noi.
Curiosità, critiche, complimenti, battute a volte poco simpatiche ed intelligenti, pettegolezzi, successi: da un anno ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori.

Spesso mi sono dovuta fermare a spiegare come e perché esisti, in certi casi come se dovessi giustificare la tua presenza nella mia vita.

È da un pezzo che non mi soffermo più a dire come mai, da quando ti ho ricevuto in dono, sei diventato una parte di me. Tanto, poco cambia: le persone intelligenti e proiettate verso diversi canali comunicativi capiscono, talora apprezzano, oppure criticano costruttivamente. Le altre, quelle che amano giudicare, pur non avendone neanche titolo o capacità, continueranno a farlo, senza, comunque, attirare particolarmente il mio interesse.

Fatto sta che ci sei e per me sei importante. Perché non ti ho voluto, non ti ho creato, non ti ho progettato né, inizialmente, ho saputo come saresti diventato, a che cosa saresti servito, ma quasi immediatamente ho gradito che ci fossi.

Perché, anche quando non ho trattato direttamente di me, ti sei incaricato di portarti addosso le mie parole e, con esse, una parte di me.

Quasi subito dopo la tua nascita, ho spiegato che cosa volesse dire per me scrivere, e non starò qui a ripeterlo.

Semplicemente adesso voglio ribadire che chi ha davvero la passione della scrittura quasi sempre scrive più per se stesso che per gli altri.

Per questo, per lunghi periodi ti ho lasciato da solo, vuoto, fermo, spento: perché ero “spenta” io, perché ero stanca, perché non avevo nulla che valesse la pena di essere detto, non avevo emozioni tanto forti da essere percepite.

Oppure, diciamocela bene, non avevo voglia di raccontarmele, quelle emozioni.

Raccontare, raccontarsi è cosa solo apparentemente semplice. E solo chi non ha una mente abbastanza flessibile, una mente che va al di là e oltre quel che appare, non sa che scrivere è esporsi, mettersi a nudo, anche quando si racconta qualcosa o qualcuno “altro da sé”, anche quando si tratta di argomenti leggeri, ironici. Perché perfino la scelta delle parole, la composizione e l’organizzazione di una frase, dice parecchio su chi sei e su come funziona la tua mente.

Raccontare e raccontarsi restituisce significato a se stessi, dá alla realtà il senso e contenuto che le riconosciamo.

Raccontare significa avere fiducia nella comunicazione, significa leggersi dentro e riuscire a riscriversi, a riscrivere la propria storia. Perché la vita è costituita più dal significato che attribuiamo agli eventi che dagli eventi stessi e scrivere è come trovarsi davanti proprio quel significato.

Quando scrivo apprendo da me stessa, imparo a vivere “rivivendo” le parole che trovo sul foglio (di carta o virtuale, poco importa).

Quando inizio a scrivere non so mai esattamente dove mi ritroverò: il pensiero si forma scrivendo: lo scopro (e mi scopro) solo dopo.

Per questo, “caro blog” sono contenta che ci sei. E non per supposti guadagni (in un anno avrò sì e no guadagnato 25 euro, certamente meno di quanto ci abbia investito), ma perché ogni scritto che contieni è come un figlio: ciò che creo mi appartiene e fa parte di un certo momento della mi vita e rileggerlo mi da sempre emozione.
Condividerlo con gli altri è condividere quell’emozione e sperare di suscitarne altre.

Sarà per questo che vedere i miei scritti “rubati” con firme diverse mi da dolore: mi strappano una parte di me e se ne impossessano.

Non so quanto tempo trascorreremo ancora insieme, se saranno più i pensieri di cui sono gelosa o quelli che avrò voglia di condividere. Non so che strada percorreremo insieme, o se il nostro viaggio prima o poi si interromperà.

Buon primo compleanno….

Grazie a chi ha voluto che tu ci fossi.