Caro amico ti scrivo….

“Caro amico…..”

Ho iniziato così centinaia di lettere, quando ero ragazzina.

Lettere.

Non è del tutto vero che solo adesso, grazie alla tecnologia e con l’avvento di internet, esistono gli amici “virtuali”, quelli che conosci senza mai averli visti, quelli che ti fanno compagnia in chat, o su Facebook pur non avendoli mai incontrati di persona.

Io, da ragazzina, avevo (almeno) due amici “di penna”. Un ragazzo di Palermo, Fabrizio, e Mary, una bella bruna riccioluta di Acireale.

Non ricordo come è iniziato il contatto col primo; con Mary ci siamo conosciute grazie ad una mia cugina che “sentiva – e aveva ragione- che saremmo andate d’accordo”.

Non li avevo mai visti e non li ho mai incontrati. Di Fabrizio non ricordo neanche il cognome, e con Mary ci siamo perse. Eppure li ricordo con nostalgia ed affetto.

Lettere.
Preziosi fogli di carta scelti con una tale cura che servivano interi pomeriggi in cartoleria per decidere quale delle confezioni di fogli con relative bustine sarebbe stata la più adeguata.

C’era quella da “amiche” e quella più adatta a scrivere ad un ragazzo; quella bianca decorata intorno o quella colorata con i disegni in trasparenza. Una per ogni occasione e per ogni situazione.

Se i miei stavano attenti alle mie spese, non lesinavano denaro quando si trattava di acquistare materiale per la scrittura: potevo sbizzarrirmi con carte di diverso colore, variamente decorate, con penne e matite.
Si faceva tutto perché io scrivessi.
Ed io mi divertivo da matti a raccontare di me, delle mie giornate dei miei problemi, dei miei sentimenti, delle mie emozioni a quegli amici sconosciuti, a quei volti solo immaginati almeno finché, dopo aver conquistato la fiducia necessaria, non ci si scambiava una (e non più di una) fotografia, scelta con cura meticolosa e con un pizzico di vanità.

Quando sono cresciuta un po’, poi, ho iniziato una delle corrispondenze più belle della mia vita.
Lo avevo incontrato per caso e per pochi minuti, il tempo di una bibita, di capire che sarebbe tornato nella sua città l’indomani e di segnare i rispettivi indirizzi sui tovaglioli di carta del bar.
Da quel momento è stata attesa, finché, un sabato mattina, papà mi ha consegnato quella busta bianca che io tenni per un tempo indefinito completamente inebetita fra le mani, quasi temessi, aprendola, di rovinare la magia di quel momento.

Quando ricevevo quelle lettere vivevo dei momenti bellissimi. Le guardavo chiuse per il tempo necessario perché potessi isolarmi dagli altri e in quei momenti potevo immaginare che cosa potevo trovare scritto. Quando aprivo la busta, vedevo tutte quelle parole sul foglio e i miei occhi ne coglievano solo alcune: per un momento anticipavo il contenuto della lettera, immaginando che fosse proprio quello che desideravo io.
Potevo tenere fra le mani quei fogli sapendo che prima di me li aveva toccati lui e su quelle pagine cercavo il suo profumo, qualcosa che mi dicesse più di quanto dicevano le sue parole.

La corrispondenza è durata tanti anni. Quelle lettere, sempre bellissime, delicate e mai inopportune, arrivavano puntuali, svelando dolcezza e delicatezza. Anche solo il ricordo ancora mi suscita emozione.

Sono passati 32 anni.
Lui ed io siamo rimasti amici. Ci vogliamo ancora bene e spero ce ne vorremo sempre.

Adesso che ogni forma di comunicazione passa attraverso internet, telefonini, WhatsApp, sms ed e-mail, quando penso ai nostri giovani che sono condannati a non provare certe emozioni, ma solo la paura di fronte ad una busta bianca, che di solito annuncia bollette da pagare o cartelle di Equitalia (mi si passi la caduta di poesia, ma così è), provo nostalgia e insieme dispiacere per certe suggestioni che loro non vivranno mai.

Mi dispiace che oltre alla conquista dell’immediatezza della comunicazione, non possano conoscere il piacere dell’attesa, del desiderio di rileggere le parole di persone care. Che perdano tempo ed fantasia davanti a due spunte blu.
Mi dispiace che abbiano perso il piacere di scrivere.