Certi dolori

Certi dolori non scompaiono, si nascondono.
Non si sentono per un po’, si trascurano, si ignorano, si dimenticano.
Pare siano passati per sempre, e poi, inaspettatamente, sorprendentemente, si ritrovano, presenti e vivi come se fossero nuovi, ancora giovani, mai assorbiti dalla pelle e dal cuore.

Certi dolori lasciano in un equilibrio instabile, sempre precariamente sospesi fra la felicità e la malinconia, fra la paura e la voglia di continuare a farcela.

Certe dolori lasciano buchi neri, segni come cicatrici. Non fanno più male, ma rimangono come testimoni di antiche sofferenze.

Certi dolori, inopportuni, riappaiono: per un racconto, una canzone, una sensazione, un odore, un colore; si ripresentano beffardi insieme al ricordo di lacrime versate, di notti bianche, di smarrimenti, di paure.

Certi dolori si ripetono, pungenti, intensi, irritanti, esasperanti, molesti.
Quando tornano si può solo assecondarli, lasciandosi trascinare per riviverli e poi rimetterli nell’angolo.
Sospesi.
E poi, di nuovo, ricominciare.

 

 

 

 

 

 

 

Io non sono Allison

Ero da sola in una stanza del reparto di ginecologia. Lottavo dalla sera prima con dei lancinanti dolori allo stomaco e vomitavo oramai da diverse ore. L’infermiera che è venuta a trovarmi mi ha minacciata che se non avessi smesso di vomitare mi avrebbero messo il sondino naso-gastrico. L’ho pregata di non farlo; quasi vergognandomi le ho detto che avrei cercato di non rimettere più.

Il mio corpo era scosso da continui tremori che mi facevano sobbalzare continuamente nel letto ed ero davvero molto stanca. Ho chiesto che mi dessero qualcosa per calmarmi. Dopo una decina di minuti, l’infermiera è tornata con la ginecologa, la quale mi ha rimproverata per non averla fatta riposare tutta la notte e, con un pizzico di carità umana, ha detto all’infermiera di farmi un calmante. Mentre lo diceva, ha sollevato la manica del pigiama, scoprendo il braccio pieno di lividi, segni delle flebo che avevo tenuto appena una settimana prima, quando, al Pronto soccorso dello stesso ospedale ho dovuto implorare aiuto per quello che loro avevano semplicemente definito una indigestione. A quel punto, la dottoressa ha fatto un balzo indietro e mi ha chiesto con occhi sgranati se fossi tossicodipendente e se avessi una crisi di astinenza. Ho avuto la prontezza di rispondere che no, non avevo mai preso nulla, ma se avessero avuto qualcosa da darmi, pur di star bene avrei cominciato anche in quell’istante ad assumere sostanze di qualsiasi genere.

 

Chiarito “l’equivoco”, loro sono andate via (non so quanto convinte) ed io sono rimasta di nuovo sola. Stanca, dolorante, in lacrime, mortificata, con addosso la sensazione che comunque stavo per morire, perché nessuno mai mi avrebbe capita e aiutata.
Allora ho guardato la finestra, poi la flebo, poi ancora la finestra. Ho realizzato che se avessi fatto in fretta, avrei potuto strapparmi l’ago dal braccio e con un balzo volare giù e porre fine a tutta quella sofferenza, ai dolori, alle mortificazioni. Credo abbia prevalso l’amore per la mia famiglia, per l’uomo adorabile che finalmente avevo nella mia vita. E sono rimasta in quel letto.

 

Per questo io non sono Allison.
Perché io sono rimasta aggrappata alla vita, ho trovato dei motivi per andare avanti, mentre lei, povera piccola Allison, malata come me di endometriosi, in preda ai dolori e con la sensazione di non essere capita, ha deciso di farla finita.

 

Allison, tre milioni di donne nel mondo ed io, abbiamo in comune tanto dolore e tanta sofferenza.
L’endometriosi non uccide, dicono. Ma i tormenti, le tribolazioni, le privazioni fisiche e non solo, possono davvero toglierti la voglia di andare avanti.
L’indifferenza, l’ignoranza, la cattiveria di chi non sa e non vuol sentire, quella può uccidere.

 

Non racconterò che cosa mi ha fatto fisicamente questa malattia. È noto e non è niente di più o di meno di quel che ha fatto ad altri milioni di donne.
Ma non posso non porre l’attenzione sull’aspetto psicologico di questa patologia.

 

La maternità negata potrebbe essere un aspetto, ma ti abitui a sopportare il dolore e la delusione di prenderti cura con tutta te stessa di qualcuno che non è tuo figlio (che sia un nipote, il figlio di un compagno, gli allievi di una scuola o quant’altro) e non ricevere in cambio nulla, perché c’è sempre una mamma, quella “vera”, di cui sarai all’ombra.
Potrebbe essere la gioia negata, le serate con gli amici di cui devi privarti, perché non puoi allontanarti troppo dal bagno, perché se mangi la pizza poi soffri due giorni, i viaggi che non fai perché “se poi ti scappa” non sai come fare.
Potrebbe essere veder cambiare il tuo corpo per gli sbalzi ormonali e non poter neanche far nulla perché quel maledetto nervo ti costringe a non frequentare palestre, a non poter più correre, a non sentirti donna con un paio di tacchi che slanciano un po’ di più.
O forse potrebbe essere il doverti “giustificare “, quasi fosse una colpa avere addosso una malattia.

 

Una mia collega, umana quanto un cactus, mi ha insultata pubblicamente perché sono rimasta a casa due giorni prima del mio settimo intervento, (isterectomia totale con complicazioni all’uretere) e mi ha costretta, dopo appena un anno, perché ha dovuto sostituirmi per un’ora, all’umiliazione di una visita collegiale con medici ignoranti che volevano sapere se portassi il pannolone. Un’altra mi accusato di essere solo “malata mentale” e di fingere un disagio che non avevo.
Ecco, sono queste le cose che uccidono più dei dolori, più della malattia, più che vedere i pezzi del tuo corpo lasciarti, più che tornare e ritornare sotto quelle luci accecanti delle sale operatorie.

 

Ma io sono qui. Ancora a lottare, ancora a girare da uno studio medico all’altro, ancora a credere che la vita “mi deve qualcosa”.
Non sono, per questo, né migliore né peggiore di Allison.
Semplicemente non sono Allison.
Se potessi, le tenderei la mano per risollevarla dal baratro.
Perché “fra noi” sappiamo darci l’aiuto che altri ci negano.

Cara, bella, piccola Allison, un giorno ci ritroveremo, sane, felici, e ti racchiuderò in quell’abbraccio che oggi non posso più darti.

Riposa serena….

 

Non ho più lacrime

Non ho più lacrime.

 
Le cerco in ogni dove e non le trovo.
Le invoco, le provoco, le sollecito, chiedo loro di venire a liberarmi dal peso di questo dolore, di alleggerire il carico della mia angoscia.

 
Ma non ho più lacrime.
La vita le ha prosciugate e mi ha tolto così anche una possibilità di alleviare i miei tormenti.

 
Non so più piangere.
Mi trascino nella sofferenza con occhi asciutti, occhi vitrei, occhi che guardano lo spettacolo della vita senza parteciparvi.
Appaio imperturbabile, distaccata, indifferente mentre l’anima è straziata e afflitta dal mio tribolare.
Se solo potessi far scorrere copiose, calde lacrime, se solo potessi sentire le guance umide di pianto mi sentirei di nuovo libera, di nuovo umana, di nuovo donna.
Sentirei il mio cuore squarciarsi e poi, finalmente, ritornare ad essere.Forse, allora, riuscirei di nuovo ad amare.

 
Ma non ho più lacrime.

Lacrime

 

Il sole oltre la notte

Appena sveglia, ancora assonnata e spettinata, appoggiata allo stipite della porta della cucina con in mano la mia tazza del caffè, lo guardo mentre, seduto sul divano del soggiorno, sorseggiando il suo cappuccino, gioca con il cane, che aspetta speranzoso qualcosa da mangiare. Lo guardo, ed è così sereno, illuminato dal tiepido sole ormai autunnale che entra dall’ampia vetrata.

Istintivamente sorrido. Mi sento felice, gioiosa, beatamente appagata e tranquilla.

Sarebbe facile se la mente funzionasse a compartimenti stagni. Basterebbe chiudere i pensieri negativi, le angosce, le ansie, i dolori in una parte del cervello e tirarli fuori solo quando necessario, così da godersi il più possibile gli attimi di felicità senza che questi siano contaminati da pensieri negativi.

Forse si potrebbe impazzire per troppa felicità, e per questo esistono i piccoli e grandi dolori, quelle angosce che disturbano la vita. Tanto è vero che non esiste nessuno senza problemi, che in assenza di grandi dolori ognuno si crea affanni e preoccupazioni che potrebbero davvero sembrare fole a chi i problemi, quelli veri, li conosce bene.

Ogni essere umano aspira alla felicità, alla tranquillità, alla serenità, ma, e non credo che sia semplicemente una consolazione per una persona che il dolore lo ha conosciuto così bene da portarselo cucito addosso come una seconda pelle, anche gli eventi negativi sono utili nella vita.

I problemi di salute ti insegnano ad apprezzare davvero i momenti di benessere, ti insegnano a dare il giusto peso e la giusta importanza a tutte le altre vicende poco gradevoli, ti insegnano a godere di quello che hai con la consapevolezza che potresti avere decisamente di meno.

Gli altri dolori, le delusioni, le relazioni sofferte, le fratture con affetti consolidati, la frustrazione per le esperienze negative ti insegnano a riconoscere i pericoli, a proteggerti, a stringerti forte a te per non permettere a nessuno, nemmeno a te stessa, di farti rivivere situazioni sgradevoli e critiche.

Senza che sia necessario chiudersi ad ogni possibilità di relazioni affettuose, sincere, schiette, appaganti. Perché, proprio grazie a quel dolore cocente, a quelle ferite dolenti, a quelle cicatrici, a quelle debolezze, si impara ad individuare e distinguere il rischio, la minaccia, l’eventualità di ulteriori tribolazioni. E ad evitarli.

Mi porto appresso fantasmi del passato, mi porto sensi di colpa nei confronti di me stessa, mi porto sulla pelle e dentro il corpo le conseguenze di un male che ancora non mi abbandona. Ma non voglio negarmi la gioia di questi momenti in cui penso di avere tutto ciò di cui ho bisogno, tutto ciò che ho desiderato e che ho potuto avere. Un meraviglioso uomo che sorride sorseggiando il cappuccino, che mi guarda felice anche se sono assonnata e spettinata, un cane dolcissimo e giocherellone, e una fantastica luce autunnale che entra nella nostra casa a ricordarci che c’è sempre il sole oltre la notte.

sole

Tu conosci bene il dolore

Lo hai guardato in faccia, lo hai sfidato, hai ingaggiato contro di lui una lotta che ti ha visto triste, avvilita e disillusa, arrabbiata e addirittura furiosa. Una guerra che ti ha trasformata, svuotata, depressa, abbattuta, indebolita, spesso scoraggiata.

Ti ha fatto tremare, trasalire, impallidire.

Tu il tuo dolore lo conosci bene.

È fatto di sogni infranti, di vita sbiadita, sfocata, sospesa, interrotta, spezzata.  Di improvvise deviazioni, di inattese direzioni, di impreviste solitudini, di respiri impediti, di profondi abissi, di baratri oscuri. Di perfidi tradimenti, di impensate meschinità, di sorprendenti abbandoni.

Ha fatto di tutto per metterti all’angolo, per disarmarti, per toglierti ogni via d’uscita, per lasciarti intendere che il tempo era scaduto, che non meritavi una speranza.

Lo hai avuto sempre accanto, invisibile ma presente, persecutore, oppressore, persistente.

Talmente durevole ed ininterrotto che hai dovuto fartelo amico, per non permettergli di spegnerti il sorriso.

Sai che non c’è niente di bello in lui, che non lo avresti mai scelto se avessi avuto anche solo una possibilità; sai che quella che rende migliori è solo una squallida ed inutile bugia, inventata da chi il dolore lo ha sfiorato appena ma non ne è stato attraversato.

Non ti consideri certo speciale: sei semplicemente una donna che ha dovuto e voluto sopravvivere, che ha scelto di esserci finché ci sarà vita, col cuore stropicciato e le piaghe nell’anima.

Ferita ma non ancora sconfitta.

Tu il dolore lo conosci bene. Troppo.

dolore

Non tornare….

Non tornare, sulle rovine della mia vita, a ricordarmi che ci sei stato.

Non tornare, ora che hai capito che sono il tuo più grande rimpianto, a dirmi che non hai mai potuto fare a meno di me.

Non tornare per raccontarmi quanto mi hai amato, quanto mi hai voluto, quanto adesso hai bisogno di me.

Mi amavi, dici.

Ma te ne ricordavi quando passavi da una donna all’altra, quando mi lasciavi ad aspettarti, quando mi mettevi all’angolo, quando mi stordivi di menzogne, quando riempivi la mia vita di promesse che non mantenevi?

Non ti ricordavi di amarmi quando mi facevi sentire inadeguata e colpevole di non essere all’altezza, quando mi umiliavi, quando le tue mani colpivano il mio viso e le tue parole mi trafiggevano il cuore?

Forse lo dimenticavi, quando le mie lacrime erano per te motivo di orgoglio, quando mi ferivi per il piacere di farlo e poi sulle ferite mettevi il sale, quando mi regalavi dolore, sicuro che mi avresti sempre ritrovata.

Quando manipolavi perfino i miei pensieri, quando pretendevi senza dare, quando mangiavi sulla mia pelle, ti nutrivi dei miei sentimenti, risucchiavi la mia esistenza e godevi nell’esercitare un perverso potere.

Tu torni.

Egoista come sempre, torni.

E speri che io ti tenda la mano, per tirarti su dal nulla in cui sei precipitato, dalla melma in cui ti sei invischiato, per liberarti dalla prigione che ti sei creato. Per cacciare via la tristezza dalla tua vita, per porre rimedio ad una realtà che ti vede sconfitto.

Ma adesso, vedi, in ginocchio ci sei tu.

Io sono in piedi e potrei spingerti giù, più in fondo all’orrore che tu stesso hai costruito; ma si perderebbe quella sana differenza fra te e me.

Giro le spalle e vado per la mia strada. Indifferente, serena, libera.

Libera da te, dal tuo ricordo e da ogni desiderio di vendetta.

“Buona vita”.

non tornare

 

Il dolore -Jack Folla-

Il dolore è come il postino, suona sempre due volte.
Nel mio caso è un postino suonato, un postino suonato che suona una terza volta anche vent’anni dopo.
Com’è che diciamo in questi casi? Sono un po’ esaurito?
Sai come direi io in questi casi fratello? Sono un po’ all’inizio, è il Jack vecchio che è esaurito.
No, io piango solo e sempre quando sto per cambiare pelle, quando sto per evadere, quando credo di essere sul punto di morire che puntualmente corrisponde al punto di rinascere.
E ieri il postino ha suonato per la terza volta.
Mi ha consegnato un pacco di dolori vecchi e se ne è andato.
Che vuol dire “dolori vecchi”?
Che il postino del dolore suona subito, e poi ripassa.
Quella è la volta che piangi sul serio.
La prima è d’obbligo, muore tua madre, perdi un figlio in un incidente, hai una malattia, o vieni licenziato.
Il postino suona, ti consegna il pacco, chiudi la porta, lo apri: piangi.
Sembra finita lì, invece non è neppure incominciata.
O meglio, quello è il primo movimento della sinfonia che porterà, magari dopo qualche anno di musica, al gran finale.
Il dolore è sempre una grandissima scoperta.
Molti malati stanno ascoltandomi in questo momento e sanno di cosa parlo.
Solo grazie – si fa per dire, passatemela – solo grazie ad un tumore hanno scoperto di avere un corpo.
Prima avere un pancreas, un cervello sano o un fegato, due polmoni, era acquisito come un diritto.

Non so, come l’articolo 18.
Di più, visto i giochini che ci stanno facendo sopra.
Come la Costituzione?
Anche quella la vedo messa male.
Di più, come guardare gli alberi.
È naturale che tu guardi gli alberi o il mare.
Così naturale che pur guardandoli non ti accorgi della loro esistenza.
Ossia che essi – alberi o mare – sono, e sono fatti per te.
Passa una petroliera e scarica in mare una lunga, terribile onda nera, come un cancro.
Solo ora tu cominci ad avere percezione del mare.
Solo ora, perché lo stai perdendo.
Con la malattia è uguale, così con i lutti.
I tuoi genitori se ne vanno.
Tua moglie o il tuo ragazzo muoiono.
All’inizio è un dolore fulgente, come una stella, una stella nera.
Poi ricominci a vivere senza, ricominci a guardare il cielo stellato, con un buco nero che sai, ma ancora non sai quanto lo sai.
Infine il postino ritorna.
È la consegna dell’atto finale.
Di colpo il firmamento è un buio.
Lo sapevi già di non avere più tuo padre o tua moglie o tuo figlio.
Eccome se lo sapevi! Anche di aver perduto l’amore di quella donna, lo sapevi da due anni.
Lei è viva, ma non ti vuole più.
E tu stai già con un’altra.
E invece, il postino ritorna.
Consegna il pacco di lacrime vecchie, esce.
Lo apri, sai già tutto questa volta.
Invece qui, ora, dopo magari qualche anno dall’evento, lo fai tuo, completamente, ineluttabilmente.
E scoppi in un pianto disperato, irrefrenabile, infinito.
È proprio il tuo corpo che piange, tu non puoi proprio farci niente.
Puoi solo assecondarlo, lasciarti trascinare come un tronco da questo fiume in piena.
Questo, che ti sembra il tuo punto di morte, la tua notte più orribile, è invece l’annuncio dell’alba, il punto di fuga della vita, la rinascita, il sole, la liberazione.
Beh, così per la cronaca di un latitante, per me è stato ieri.
Ho pianto la morte di mia madre, che, nelle ultime ore, parlava come una bambina e le sembrava di stare aspettando il treno che da Napoli la portava, a sei anni, alla spiaggia di Torre del Greco.
E da quella stanza sul Tevere per malati terminali credeva di essere davanti al mare di Napoli.
Ho pianto anche io; ho pianto per voi, ho pianto per me, ho pianto per Gerusalemme e l’Afghanistan.
Ho pianto coi nervi urlanti, scoperti come sono solo i dolori primari, e non quelli inutili che ci creiamo per sopravvivere.
Ho pianto per le due torri, per Israele senza pace, per te che mi scrivi “Non lasciarmi” ed io che ti vorrei gridare “Non lasciarmi tu”, viso che non conosco, labbra di cui non so il suono.
Ha pianto tutti i bimbi senza padre, tutti gli animali abbandonati, tutti gli sguardi innocenti della terra.
Non so che mi ha preso, ma non ero esaurito, né impaurito, né stanco.
Non avevo difese, questo sì, perché ho accettato da tempo di non averne.
Non esistono difese alla vita e alla morte, sono palle.
La vita e la morte fanno di noi quello che vogliono, l’unica carta che possiamo giocare è stabilire che cosa noi vogliamo dalla vita e dalla morte.
E questo io l’ho già scelto da bambino.
Tutta la luce e tutto il buio che potessi sopportare! E allora devi accogliere e devi reggere.
Accogliere e reggere, solo questo puoi fare.
E la felicità e il dolore ti porteranno su e giù come gli oceani le navi.
E il dolore t’insegnerà ogni volta a contenere ancora più oceano, e il tuo pianto non lo tratterrà, lo restituirà, finché sarai parte di un unico respiro e imparerai a raccordarti col fiato lungo delle maree.
È qui che credi di morire.
Mentre è qui che – se sei riuscito a reggere tutte le bordate senza colare a picco – comincia la vera vita.
Perché resistere alla morte non serve a nulla.
A niente servono i lifting, le bugie, i colpi di testa, i viaggi del miracolo.
A niente serve resistere se non impari anche ad assecondare.
“E come si impara questo Jack?”
Non lo so, accogliendo il dolore degli altri, per me è così.
La mia bussola siete solo voi.
Chi soffre più di me (e c’è sempre, purtroppo) lui è il mio medico.
Gli altri.
Tutto quello che ho (e non è poco) l’ho sempre ricavato per sottrazione, guardando chi aveva molto di meno.
Solo questo è l’amore che torna: l’amore che dai.

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Arriva sempre il momento in cui dici “Basta”.

Basta. Arriva sempre il momento in cui dici “basta”. Quando hai dato tanto senza ricevere, quando il tuo bene è andato ad infrangersi contro un muro di egoismo e di esasperato individualismo, di meschina incapacità di amare, capisci che è arrivato il momento di prendere il coraggio a due mani e farla finita.

Per quanto tu sappia che è l’unica scelta possibile, non è mai indolore, soprattutto quando hai piena cognizione che non tornerai indietro. Non può essere facile, e non lo è mai, buttare tanti anni alle ortiche, sentire il senso di totale fallimento, chiederti perché ci hai messo tanto tempo a capire, avere coscienza che quegli anni di abnegazione non ti potranno essere restituiti.

All’improvviso tutti i momenti vissuti con lui ti si presentano davanti anche coi loro lati oscuri, come se dentro di te le immagini che fino a quel momento erano offuscate e confuse acquistassero nitidezza. Inizi a vedere tutto il brutto di quella relazione, dimenticando, se ce ne sono stati, i momenti belli.

Tutto questo provoca un dolore assurdo, come se ti strappassero una parte importante di te, come se qualcuno cancellasse in un sol colpo tutta la vita trascorsa fino a quel momento. Hai rinunciato a tutto per quel rapporto: alla spensieratezza, alla gioia delle esperienze che avresti dovuto fare, a te stessa. E questo ti provoca una rabbia, un astio nei confronti di quell’uomo che ti rende ancora più ferma nel proposito. Determinata, finalmente.

Forse la cosa più difficile è non sapere chi sei e chi avresti potuto essere senza di lui. Non sei mai esistita se non in funzione sua. Che farai da questo punto in poi?

Sai però che la tua è la scelta migliore, l’unica scelta possibile e che non è troppo tardi per impossessarti della tua vita ed avventurarti alla scoperta di te stessa!

Non ne puoi più dei suoi “castighi” ,come fossi una bambina cattiva. E forse è proprio la bambina che è in te, quella a cui lui ha impedito di crescere, che per anni ha accettato le sue punizioni: silenzio, assenze, giorni trascorsi all’angolo.

Anche questa volta vuole punirti. Ma adesso è diverso, tu sei diversa.

La sua reazione è quella che ti aspetti: lacrime, insulti, minacce. E tu piangi, per la rabbia, per il dolore, per la paura, per la delusione, perché lo sforzo di rimanere ferma nella tua decisione ti sfianca.  Continua a ripeterti che se va via adesso non lo rivedrai più. E quando se ne va ti lascia distrutta, svuotata, a chiederti se ce la farai a superare anche quel dolore.

Quello che viene dopo è solo angoscia.  Notte allagata di lacrime, notte in cui tutto il silenzio che hai intorno è presagio della solitudine che ti spaventa più di ogni altra cosa. Perchè quando sei abituata a “vivere in due”, da sola ti senti incompleta, mancante, parziale, insufficiente.

Ti incontri col senso di fallimento, senti il peso delle scelte sbagliate, ti senti nel nulla più totale. E piangi, ancora, disperatamente. Da sola. Perché nessuno, in quel momento, immagina quanto hai bisogno di qualcuno che asciughi le tue lacrime. Magari senza dirti che, infondo, te la sei voluta tu.

Ma a quel punto niente può farti cambiare idea a costo di soffrire, di impazzire. A costo di non farcela.

Dopo aver distrutto i tuoi sogni adesso devi impegnarti nella tua impresa più difficile: ricostruire, dal nulla, la tua vita. Partendo da una te stessa che è interamente sconosciuta. Meravigliosa forse o forse no. Ma scoprirlo è un’avventura che, finalmente, hai la gioia di vivere.

(Photo MatteoMalagutti.com)

basta

Anche un uomo

Anche un uomo si incammina a piedi nudi nei sentieri dell’amore.

Anche un uomo conosce la paura nel consegnare se stesso, il suo cuore e la sua vita nelle mani di una donna.

Si sente vulnerabile quando concede ad un altro essere di entrargli sotto la pelle e più giù, fin dentro alle viscere. Sente scoppiare dentro di sé tanto forte il sentimento da credere di non farcela a contenerlo tutto e può passare notti a sognare, desiderare, anelare la vicinanza della persona amata.

Anche un uomo è capace di emozionarsi davanti ad un sorriso, riesce a sentire il turbamento per due occhi che lo scrutano, sa appassionarsi al profumo della pelle. Può pronunciare il suo nome mille e mille volte al giorno, fuori e dentro di sé e sentirlo sempre come una musica diversa e ogni volta più armoniosa e dolce; può aspirare il profumo dei suoi capelli e cercare di trattenerlo più a lungo possibile, e farne scorta per quando lei non ci sarà.

Anche un uomo può soffrire, può sentire il dolore della assenza, l’angoscia dell’abbandono, la sofferenza della perdita, può sentirsi finito.

Può percepire con forza e violenza la disperazione squarciargli il petto e lacerargli il cuore, sentire la mancanza che gli sottrae il respiro, gli toglie le forze.

Anche un uomo si tormenta nella lontananza e nel dolore, nell’amarezza della privazione. Guarda e abbraccia il cuscino vuoto, nelle notti di solitudine che sembrano non voler finire mai, chiedendosi mille perché, cercando ragioni, inseguendo spiegazioni.

E piange.

Perchè nessuno immagina che anche un uomo piange, quando finisce un amore?

Anche un uomo

(Photo Rachele Gigli)

uomo

Compagno di viaggio

Ti svegli la mattina ed è la prima cosa di cui ha percezione. Una volta è attaccato al basso ventre, una volta al fianco, un’altra alla gamba, sulla schiena o solo un po’ più in là. Non vuoi che vinca lui, che ti trattenga in quel letto, lo sfidi, ti alzi e inizi la tua giornata, facendo quel che devi, almeno quel che devi, difficilmente ciò che vuoi.

Ti guardi intorno e vedi le altre donne che si muovono, chiacchierano, camminano, corrono. Non hanno quella tua stessa smorfia perenne sul volto. Lo senti che torna. Arriva. Mentre stai parlando, stai lavorando, stai cercando di fare qualcosa, una qualunque. A lui non importa. Lo senti arrivare e il cuore accelera, il respiro si blocca, i muscoli si irrigidiscono, ti senti paralizzare. Ma non puoi fermarti. Non VUOI fermarti. Non vuoi che gli altri sappiano, che si accorgano. Allora fingi, dissimuli, ma lui è lì con te, è sempre lì. Ormai non sai più che cosa voglia dire dimenticarsene, vivere senza di lui. Forse non ci speri neanche più. Forse speri solo in alcuni, pochi momenti in cui puoi sperimentarne l’assenza.

A volte ti senti quasi in colpa per la sua presenza, quasi dovessi chiedere perdono agli altri, a chiunque ti sia vicino.

No.

Non devi, perché nessuno, né chi sa e fa finta di non vedere, né chi non sa e non si accorge di te, chiederà mai perdono a te.

Nemmeno quell’insensato, infinito, interminabile, implacabile, spietato dolore.

 

(Photo dal web)
(Photo dal web)

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