Io non sono Allison

Ero da sola in una stanza del reparto di ginecologia. Lottavo dalla sera prima con dei lancinanti dolori allo stomaco e vomitavo oramai da diverse ore. L’infermiera che è venuta a trovarmi mi ha minacciata che se non avessi smesso di vomitare mi avrebbero messo il sondino naso-gastrico. L’ho pregata di non farlo; quasi vergognandomi le ho detto che avrei cercato di non rimettere più.

Il mio corpo era scosso da continui tremori che mi facevano sobbalzare continuamente nel letto ed ero davvero molto stanca. Ho chiesto che mi dessero qualcosa per calmarmi. Dopo una decina di minuti, l’infermiera è tornata con la ginecologa, la quale mi ha rimproverata per non averla fatta riposare tutta la notte e, con un pizzico di carità umana, ha detto all’infermiera di farmi un calmante. Mentre lo diceva, ha sollevato la manica del pigiama, scoprendo il braccio pieno di lividi, segni delle flebo che avevo tenuto appena una settimana prima, quando, al Pronto soccorso dello stesso ospedale ho dovuto implorare aiuto per quello che loro avevano semplicemente definito una indigestione. A quel punto, la dottoressa ha fatto un balzo indietro e mi ha chiesto con occhi sgranati se fossi tossicodipendente e se avessi una crisi di astinenza. Ho avuto la prontezza di rispondere che no, non avevo mai preso nulla, ma se avessero avuto qualcosa da darmi, pur di star bene avrei cominciato anche in quell’istante ad assumere sostanze di qualsiasi genere.

 

Chiarito “l’equivoco”, loro sono andate via (non so quanto convinte) ed io sono rimasta di nuovo sola. Stanca, dolorante, in lacrime, mortificata, con addosso la sensazione che comunque stavo per morire, perché nessuno mai mi avrebbe capita e aiutata.
Allora ho guardato la finestra, poi la flebo, poi ancora la finestra. Ho realizzato che se avessi fatto in fretta, avrei potuto strapparmi l’ago dal braccio e con un balzo volare giù e porre fine a tutta quella sofferenza, ai dolori, alle mortificazioni. Credo abbia prevalso l’amore per la mia famiglia, per l’uomo adorabile che finalmente avevo nella mia vita. E sono rimasta in quel letto.

 

Per questo io non sono Allison.
Perché io sono rimasta aggrappata alla vita, ho trovato dei motivi per andare avanti, mentre lei, povera piccola Allison, malata come me di endometriosi, in preda ai dolori e con la sensazione di non essere capita, ha deciso di farla finita.

 

Allison, tre milioni di donne nel mondo ed io, abbiamo in comune tanto dolore e tanta sofferenza.
L’endometriosi non uccide, dicono. Ma i tormenti, le tribolazioni, le privazioni fisiche e non solo, possono davvero toglierti la voglia di andare avanti.
L’indifferenza, l’ignoranza, la cattiveria di chi non sa e non vuol sentire, quella può uccidere.

 

Non racconterò che cosa mi ha fatto fisicamente questa malattia. È noto e non è niente di più o di meno di quel che ha fatto ad altri milioni di donne.
Ma non posso non porre l’attenzione sull’aspetto psicologico di questa patologia.

 

La maternità negata potrebbe essere un aspetto, ma ti abitui a sopportare il dolore e la delusione di prenderti cura con tutta te stessa di qualcuno che non è tuo figlio (che sia un nipote, il figlio di un compagno, gli allievi di una scuola o quant’altro) e non ricevere in cambio nulla, perché c’è sempre una mamma, quella “vera”, di cui sarai all’ombra.
Potrebbe essere la gioia negata, le serate con gli amici di cui devi privarti, perché non puoi allontanarti troppo dal bagno, perché se mangi la pizza poi soffri due giorni, i viaggi che non fai perché “se poi ti scappa” non sai come fare.
Potrebbe essere veder cambiare il tuo corpo per gli sbalzi ormonali e non poter neanche far nulla perché quel maledetto nervo ti costringe a non frequentare palestre, a non poter più correre, a non sentirti donna con un paio di tacchi che slanciano un po’ di più.
O forse potrebbe essere il doverti “giustificare “, quasi fosse una colpa avere addosso una malattia.

 

Una mia collega, umana quanto un cactus, mi ha insultata pubblicamente perché sono rimasta a casa due giorni prima del mio settimo intervento, (isterectomia totale con complicazioni all’uretere) e mi ha costretta, dopo appena un anno, perché ha dovuto sostituirmi per un’ora, all’umiliazione di una visita collegiale con medici ignoranti che volevano sapere se portassi il pannolone. Un’altra mi accusato di essere solo “malata mentale” e di fingere un disagio che non avevo.
Ecco, sono queste le cose che uccidono più dei dolori, più della malattia, più che vedere i pezzi del tuo corpo lasciarti, più che tornare e ritornare sotto quelle luci accecanti delle sale operatorie.

 

Ma io sono qui. Ancora a lottare, ancora a girare da uno studio medico all’altro, ancora a credere che la vita “mi deve qualcosa”.
Non sono, per questo, né migliore né peggiore di Allison.
Semplicemente non sono Allison.
Se potessi, le tenderei la mano per risollevarla dal baratro.
Perché “fra noi” sappiamo darci l’aiuto che altri ci negano.

Cara, bella, piccola Allison, un giorno ci ritroveremo, sane, felici, e ti racchiuderò in quell’abbraccio che oggi non posso più darti.

Riposa serena….

 

Il mistero delle donne

Che bello.
Mi ha scritto un uomo con una strana richiesta: di scrivere al maschile.
“In che senso e, soprattutto, perché?” Sono state le domande più ovvie e spontanee che potessero venirmi in mente.
Perché, essendo donna e conoscendo le donne, ha sostenuto, potrei fornire agli uomini un punto di vista nuovo ed illuminante sul variegato e complicato universo femminile.

 
A parte un pensiero un po’ contorto (non me ne voglia il caro amico), anche leggendo una donna che parla da donna di donne si potrebbe tentare di comprendere qualcosa, sempre che qualcosa si POSSA comprendere.
Perché sinceramente, e l’ho spiegato al geniale lettore, io sono donna, penso da donna, convivo con me stessa da una vita, ma non posso dire di conoscere me stessa o le mie….colleghe femminucce.

 
Sì, si può provare in linea di massima ad interpretarne pensieri e atteggiamenti, si possono rintracciare caratteristiche particolarmente evidenti e comuni, ma cercare di comprendere il variegato e complesso mondo femminile è praticamente impossibile, sia che ci provi una donna, sia che, peggio ancora, si cimenti in questa impresa un uomo.

 
In verità qualcosa sull’argomento ho già scritto, delineando differenze fra il gentil sesso e quello “forte” (e già a me questa definizione fa scompisciare dalle risate), ma solo pensare di poter fare un discorso generale sulle donne mi pare davvero una impresa titanica.
A parte che, come gli uomini, non siamo tutte uguali, anche i tratti che ci accomunano sono così complessi e variegati, perché no anche contorti ed intrigati, che provare a tracciarli a me, personalmente, da donna, sembra impossibile.

 

E, nell’assurda ipotesi di poter spiegare agli uomini il mondo delle donne,  perché dovrei togliere loro il piacere di scoprire che cosa si nasconde dentro le graziese testoline femminili (e  non solo lì) ?

 
Nel dubbio, caro amico, fidati di chi ci ha fatto un gran successo e ricorda che…
“Siamo così, dolcemente complicate,
Sempre più emozionate, delicate”…

E tu, per non sbagliare

“Nelle sere tempestose, portaci delle rose,
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì”….

 

In bocca al lupo, amico mio….

Provoloni in offerta…

La questione non è se possa esistere l’amicizia fra uomo e donna. Il problema è capire perché quando un uomo entra in contatto con una donna debba necessariamente vederla quasi esclusivamente come “detentrice di passerina” trascurando tutto quello che può nascondersi dietro un bel lato B o alla possibilità di farsi compagnia in senso prettamente fisico.

Inutile cercare di stabilire se la colpa è delle donne e del loro nuovo modo di porsi che disorienta gli uomini i quali sentono il bisogno di riaffermare il loro ruolo di “cacciatori- conquistatori”, o se è dovuto al fatto che i maschi (almeno molti di loro, concedetemelo) sono “metaforicamente” ermafroditi, nel senso che hanno il sesso maschile fra le gambe e quello femminile nel cervello.

Io tendo a credere che spesso un simile atteggiamento da parte del “provolone” sia dovuto al fatto di essere stato profondamente ferito, di aver perso stima e fiducia nelle donne. Perché l’uomo, si sa, è più fragile e, di fronte al dolore, sia fisico che psicologico, non riesce a reagire in maniera sana, ma comincia dare i numeri e a comportarsi come se fosse l’unico a mondo ad aver provato la sofferenza.

Forse sto concedendo al “piacione” troppi alibi, e spesso è uno stronzo punto e basta, nato, cresciuto e mantenuto stronzo negli anni e senza possibilità di ravvedimento.

Fatto sta che sempre più spesso l’approccio degli uomini alle donne riguarda e si ferma ad un tentativo di abbordaggio esclusivamente fisico. E il rifiuto porta, inesorabilmente, alla chiusura di qualsiasi forma di rapporto.

Hai voglia a dire che può esistere anche un’affinità intellettuale che potrebbe arricchire la vita sia dell’uno che dell’altra. Ti risponderà che se fai l’amore con il cervello, finirà comunque che lo farai anche nel letto.

Hai voglia a dire che puoi essere anche una cara amica, ti risponderà che quando un uomo e una donna si piacciono è impossibile che possano essere amici e che si finirebbe sempre e comunque dentro al letto.

Hai voglia a dire che il confronto potrebbe essere motivo di crescita per entrambi: ti dimostrerà in ogni modo che la crescita che lo interessa non è esattamente quella del suo cervello.

A quel punto, l’unica cosa da fare è dedurre che è meglio tirarti fuori da una conoscenza simile e che sei davanti ad uno dei soliti cretini-feriti-stronzi.

Io però questa cosa sinceramente non la sopporto. Mi dà ai nervi come poche cose al mondo.

Molte donne oltre che ad essere portatrici di organo genitale femminile, sono anche portatrici sane di cervello funzionante, di ottime idee, di simpatia, di arguzia, di intelligenza viva e vivace.

Sono capaci di elargire affetto puro e sincero, di arricchire la vita di quelli che incontrano, uomini o donne che siano, di essere conforto, sostegno, porti sicuri dove poter trovar leggerezza, consigli e serenità.

Tu, uomo che ti fermi al tentativo di accaparrarti una….non so come faccio a dirlo senza risultare volgare, (ma immagino che sia facile da intuire) hai, in gran parte dei casi, perso una splendida occasione.

Perché magari, proprio chi non concede le sue “grazie” così facilmente, ha una storia da raccontare, un vissuto importante, una personalità da scoprire. Forse, dovresti esser grato alla vita che esistano ancora donne che dicono di no, perché altrimenti tutti gli uomini sarebbero “cervi a primavera” e davvero non rimarrebbe a questo mondo un valore che sia uno per il quale vale la pena di vivere.

Stai attento, uomo, che a furia di passare da un letto all’altro, trovi la donna che la pensa come te e quella è la volta, un’altra volta, che ci lasci le penne. E poi, magari, cerchi l’amica, quella che oltre a delle belle forme ha anche un buon cervello. Ma sarai solo. Terribilmente, infinitamente solo.

E ricomincerai da capo. Altro giro, altra corsa….

 

Noi donne usciamo una sera per trovare l’uomo della vita, un uomo passa la vita ad uscire per trovare la donna di una sera.

Geppi Cucciari

Un uomo che ha amato le donne

Le ho amate, le donne.
Le ho osservate passeggiare sul viale della loro giovinezza, fresche come una carezza e fragranti come un croissant sbocconcellato in un caffè all’aperto, una piccola città con il sole che sorge da dietro le spalle, dalle montagne, e che affonda nel mare a sera, i piedi stanchi di camminare sulla battigia.
Le ho guardate negli occhi, nel fondo della loro anima scura e tormentata, i loro sogni disattesi le loro speranze disilluse, nel loro cuore ancora almeno un sogno, più di una speranza.
Le ho incontrate in sere di inverno annoiate e vuote mentre, stordite, si affannavano verso una luce lontana e fioca, in mattini di primavera quando il loro viso brillava di felicità, in pomeriggi d’estate così caldi che toglievano loro il respiro ma non la voglia di respirare ancora, e ancora.
Le ho prese per mano, irrequiete per l’impazienza di dover attendere ancora, darsi è così facile, trattenere vuol dire non lasciare più andar via, stammi vicino, stai ancora un po’, non restare, vai via, non andartene mai più.
Le ho ascoltate raccontare e raccontarsi, dare spazio alla loro immensa fantasia, sembrare così sicure per non apparire così fragili, ho riso alle loro grandi verità, sorriso alle loro piccole bugie.
Le ho abbracciate stringendole così forte da togliere loro il fiato, sentirle sussurrare appena, non smettere di abbracciarmi mai, non abbracciarmi mai meno di così.
Le ho messe a letto alla fine della giornata, le ho coperte con lenzuola pulite e profumate, la notte non fa poi così paura se non si è soli, se non si è soli non sembra nemmeno notte, la notte.
Le ho risvegliate all’alba di un nuovo giorno, ogni giorno è il primo giorno, profumo di labbra che si uniscono, occhi lucidi per il pianto, lacrime, gioia, latte caldo vicino, sul comodino.
Le ho amate una ad una, una per volta, ognuna di loro era talmente grande che sembrava contenerle tutte, tutte insieme.
Quanto le ho amate, le donne. Le donne, le ho amate davvero.

(Davide Faloppa)

https://legestadistephen.blogspot.it/

Non ho più lacrime

Non ho più lacrime.

 
Le cerco in ogni dove e non le trovo.
Le invoco, le provoco, le sollecito, chiedo loro di venire a liberarmi dal peso di questo dolore, di alleggerire il carico della mia angoscia.

 
Ma non ho più lacrime.
La vita le ha prosciugate e mi ha tolto così anche una possibilità di alleviare i miei tormenti.

 
Non so più piangere.
Mi trascino nella sofferenza con occhi asciutti, occhi vitrei, occhi che guardano lo spettacolo della vita senza parteciparvi.
Appaio imperturbabile, distaccata, indifferente mentre l’anima è straziata e afflitta dal mio tribolare.
Se solo potessi far scorrere copiose, calde lacrime, se solo potessi sentire le guance umide di pianto mi sentirei di nuovo libera, di nuovo umana, di nuovo donna.
Sentirei il mio cuore squarciarsi e poi, finalmente, ritornare ad essere.Forse, allora, riuscirei di nuovo ad amare.

 
Ma non ho più lacrime.

Lacrime

 

Donne di tendenza

Ma sì, forse un po’ diversa dalla maggior parte delle donne lo sono davvero. Ma non è nè merito né colpa mia.

Se mi guardo intorno, non ovunque per fortuna, mi arrivano immagini di donna nelle quali non mi riconosco, o almeno non mi riconosco più. Parlo delle donne di tendenza, di quelle che sono diventate sempre più la brutta copia di pessimi uomini in gonnella.

Non credo che questo sia dovuto all’emancipazione conquistata dopo anni di lotte femministe, quanto, piuttosto, a diverse interazioni familiari, interpersonali, sociali e fra i due sessi, se è vero che ad un cambiamento dell’atteggiamento femminile corrisponde un’altrettanta preoccupante trasformazione della condotta maschile. E soprattutto a me pare che tutto sia riconducibile ad un anticonformismo tanto ricercato quanto falso.

Le donne di tendenza sembra vivano esclusivamente per “fare aperitivi”, per mostrarsi abbronzate e trendy, per andare per locali, per mostrare taglie di reggiseno sempre più abnormi che contengono spesso tette rigorosamente rifatte; per mostrarsi soddisfatte e sorridenti in ogni luogo e per qualsiasi cosa. Se hanno un compagno è certo il migliore del mondo e i figli, laddove ci sono, piccoli geni. Per non parlare della carriera, dove essere sottoposte a qualcuno sembra diventata la peggiore delle iatture. Nella maggior parte dei casi gli argomenti ricorrenti delle loro conversazioni sono i locali alla moda, i vestiti griffati o le unghie piene di disegnini o brillantini, meglio ancora se griffate anche quelle.

Alla fine, illuse di seguire i propri desideri, di affermarsi e di eccellere uscendo dalla massa, a me pare si adeguino a dei taciti dictat che la società impone loro.

Gli uomini, messi di fronte a siffatte femmine, sembrano essere deprivati del ruolo che faticosamente si erano conquistati e rimangono relegati, senza tanti sforzi e quasi crogiolandosi beati, nel ruolo che avevano dato loro madri protettive e super accudenti, se non fosse per l’ansia che hanno di dover soddisfare proprio in “quei momenti lì” donne che possono diventare sempre più esigenti.

Sarà perché molti eventi della mia vita mi hanno tolto delle possibilità e perché altri mi hanno portata a dare importanza a cose diverse, ma per me quel che conta è altro.

Io non sopporto la sciatteria e ho la vanità necessaria per provare a rendermi gradevole agli occhi degli altri.

Ma alle serate trascorse a parlare di Hogan e Luis Vitton, preferisco quelle con poche persone ma buone, con cui poter parlare di tutto lasciandosi anche andare a sane risate che sgorgano dal cuore solo per l’allegria che dà il piacere di stare con persone che stimi e a cui vuoi bene.

Questa consapevolezza lungi dal farmi star bene, alla fine mi fa sentire una extraterrestre, perché anche per me come per il mondo intero il consenso di chi mi circonda diventa la prova del mio esser “sana”.

Ho, però, le prove di non essere “l’unica” e questo è così consolante da non farmi sentire la benché minima necessità di un cambiamento.

Io più che di tendenza, sono padrona di una vita tendente al banale. Ma meravigliosamente vera e soprattutto L I B E R A!

tendenza

Se mi innamoro….

Un uomo ed una donna si incontrano, si piacciono, si innamorano. Si innamorano degli occhi, dei gesti, della fisicità; si innamorano di quel modo particolare di muovere le mani o della strana andatura. Sorridono e ridono, mangiano poco perché lo stomaco è occupato dalle proverbiali farfalle, possono dormire anche solo poche ore a notte per stare a chiacchierare ed avere comunque delle splendide giornate, in cui non sentono stanchezza ma solo quello stato di particolare e caratteristica euforia.

Ma, si sa e non lo dico io ma studi scientifici testati, “l’innamoramento non è amore”, e spesso il passaggio dall’una all’altra fase non è così scontato.

L’innamoramento, dicono, è come una ubriacatura. Senza tirare in ballo le sostanze chimiche che si scatenano, l’amigdala e quant’altro, questo stato di beatitudine, questa gioiosa esaltazione pare duri al massimo per due anni.

Dopo di che l’azzurro del principe scolorisce, il corteggiamento cessa, l’incanto si interrompe.

Il problema è che spesso ci si innamora più dell’idea che ci si fa dell’altro che di come egli sia effettivamente nella realtà. Molto spesso perché non si ha ancora idea, di come sia l’altro nella realtà.

Se è vero che le donne sono quelle che hanno poca aderenza all’oggettività, gli uomini sono bravissimi a sembrare tutti “principi azzurri”, quando sono nella fase del corteggiamento.

Se gli uomini potrebbero adagiarsi in un rapporto comodo, se funzionale alle loro esigenze, le donne continuano a sollecitare quelle attenzioni che man mano vengono meno, non riuscendo a rassegnarsi ad una routine che avevano creduto di non dover mai subire.

Per le donne i complimenti cominciano a scarseggiare, le attenzioni le ricevi solo se monti un palo per la lap dance in camera da letto e i fiori giusto se passi a miglior vita prima di lui, ma al solo al funerale, perché non hai il tempo di diventare cenere che già ha trovato di nuovo compagnia.

Pure i poveri uomini, dal canto loro, rischiano di trovarsi in casa una donna stressata, lamentosa e anche un po’ nevrastenica che ai completini intimi super sexy ha improvvisamente preferito pigiamoni e orribili calzini antistupro.

A quel punto si dovrebbe passare allo step successivo, quello dell’amore. E questo è un passaggio serio e importante.

Se ne frattempo non sono stati fatti gesti e scelte avventate, come matrimonio o figli, vale la pena di fermarsi un attimo e chiedersi che cosa offrono quel rapporto e quella persona, chiedersi che cosa si vuole davvero e che cosa si sente dentro. Tolta l’incoscienza del primo periodo, morte le farfalle, ritrovata la ragione, si dovrebbe essere in grado di capire la persona che si ha accanto, le potenzialità del rapporto e, eventualmente, anche i pericoli di quella storia.

Rientrati in contatto con se stessi, si dovrebbe ristabilire un sano equilibrio fra il proprio benessere e quello dell’altro.

Se la persona che prima vi dichiarava che avrebbe desiderato stare ore a guardarvi nel letto mentre voi dormivate, adesso ronfa dopo trenta secondi che ha appoggiato la testa sul cuscino; se la persona che vi prometteva brividi e sorprese un giorno sì e un altro pure, adesso si fra trovare in tuta di paille; se la persona che vi riempiva di complimenti adesso non ricorda più il vostro compleanno; se la persona che vi ascoltava con occhi languidi, adesso mentre parlate controlla le notifiche su whatsapp; se nonostante tutto questo quella è la persona che vi rende comunque felici e sapete che senza vi sentireste persi, se non potete immaginare vuoto il suo posto accanto a voi, se avete voglia di tollerare le notti in cui russa più forte, se riuscite ancora a ridere insieme, se ogni tanto ritorna la voglia di qualcosa di speciale, se dareste qualsiasi cosa per il suo benessere oltre che per il vostro, allora il passo è fatto, senza sforzo e senza che ve ne siete neanche resi conto: è amore.

Altrimenti, ritornate sulla piazza, e se riuscite a trovare qualcuno disponibile godetevi altri due anni di amorevole follia!

innamoro

 

Uomini e donne

Gli uomini e le donne sono diversi. Talmente diversi che non si capisce perché siano condannati a vivere insieme.

Gli uomini sono fondamentalmente degli esseri semplici, emotivamente e mentalmente. Se un uomo ha un problema da risolvere, si chiude in un silenzio tombale, si chiude in se stesso, non cerca consigli, difficilmente richiede pareri, elabora il suo piano e trova la soluzione. Se non la trova, laddove può  archivia il problema e passa avanti. A nulla valgono le richieste della sventurata moglie o fidanzata che, avvertendo che c’è qualcosa che non va,  mette in atto una vera e propria campagna investigativa che parte da un bersagliamento di domande, fra le quali la più frequente e più odiata dal malcapitato è “Dimmi a che cosa stai pensando”, a cui seguono solitamente “Ho capito che c’è qualcosa che non va”, “perché non vuoi parlarne?”, “magari posso aiutarti”, “ecco, lo vedi non ti fidi di me, non mi stimi, non mi ami, sei un cretino, Dio mio quanto ti odio”. E i problemi dell’uomo a quel punto diventano due.

Le donne, no. Le donne di fronte ad una circostanza non prevista e sgradevole chiamano la madre, le amiche, cercano opinioni, pareri, punti di vita diversi.

La donna ne parla continuamente anche da sola, se proprio non c’è nessuno nel giro di qualche chilometro, attendendo che arrivi lui, nell’illusione che si accorga al primo sguardo che c’è qualcosa che non va e si metta insieme a lei a sviscerare il problema e prospettare milioni di possibili soluzioni. Siccome questo generalmente non accade, cioè l’uomo non si accorge che c’è un problema se non dopo che la donna ha sbattuto qualche porta o gli si è parata davanti con occhi umidi e mento tremolante, e siccome dopo aver ascoltato il problema lui propone serafico la soluzione per lui più ovvia senza considerare tutti i possibili scenari, i risvolti e miliardi di conseguenze, ancora una volta la donna ripropone il suo repertorio: “Tu non capisci, non mi ami, sei un cretino, Dio mio quanto ti odio”.

A far sentire amato un uomo ci vuole tutto sommato poco. Dei gustosi piatti cucinati con attenzione, un divano tutto per lui, non chiedergli di toglier le scarpe prima di entrare a casa, cedergli il telecomando e quindi la libertà di rivedere per la milionesima volta le scazzottate di Bud Spencer, un po’ di buon sesso (e dai, diciamocelo!) e non vorrà molto di più.

Le donne hanno bisogno di cose diverse. Ma proprio molto diverse! Le donne devono sentirsi ammirate e apprezzate, hanno bisogno di essere amate e sostenute, di essere capite (possibilmente senza neanche spiegare) e compatite. Hanno bisogno di attenzioni continue, hanno necessità di essere corteggiate e di sentirsi venerate continuamente. Desiderano bigliettini d’amore attaccati al frigorifero, essere accompagnate a fare shopping perché insieme è più divertente, essere aiutate a lavare i piatti, ricevere un massaggio ai piedi ogni tanto e un paio di messaggi romantici al telefonino a settimana. Hanno bisogno di sentirsi dire che sono belle, che cucinano da Dio, che nessun’altra al mondo potrebbe dare ad un uomo quello che danno loro. Tutto ciò con regolarità, senza possibilità di periodi di “sospensione” e con il dovuto trasporto, pena la solita tiritera “Tu non capisci, non mi stimi, non mi ami, sei un cretino, Dio mio quanto ti odio”.

Gli uomini tendono al successo e alla realizzazione professionale, hanno bisogno di essere apprezzati per quello che fanno soprattutto fuori casa. Quando parlano del loro lavoro, SE parlano, hanno bisogno di sentirsi ammirati e apprezzati per i loro buoni risultati, e dopo che hanno finito di raccontare dei loro successi, passano allo stato catatonico davanti al tg della sera.

Le donne parlano di sentimenti, di emozioni, di desideri e bisogni; praticamente di tutte quelle cose che gli uomini considerano superflue. Non perché non provino sentimenti o emozioni, non perché non abbiano desideri e bisogni, ma semplicemente perché ritengono superfluo parlarne passati tre mesi dall’inizio del rapporto. Per questo, le donne, sentendosi trascurate ricominciano con il solito “Tu non capisci, non mi ami, sei un cretino, Dio mio quanto ti odio”.

Eppure….

Eppure gli uomini non posso stare senza le donne e le donne non riescono a fare a meno degli uomini. Perché al di là delle differenze, al di là dei “Tu non capisci, non mi ami, sei un cretino, Dio mio quanto ti odio”, se due persone si amano, trovano sempre un punto di incontro. Se due si amano, capiscono che il proprio compagno non è perfetto, che il rapporto ha bisogno di cure, ma che, col buon senso, un po’ di compromessi e la disponibilità alla condivisione, con la comprensione delle rispettive necessità, dopo malintesi o disaccordi, si può tornare sempre alla perfetta armonia che ci ha fatto innamorare e a ringraziare la buona sorte che ci ha fatti incontrare.

uomini e donne

Mi merito il meglio

Per tutto il dolore che ho incontrato lungo il percorso della mia vita; perché mi sono fidata e sono stata delusa; perché ho conosciuto il sapore amaro della sconfitta; per le lacrime che ho versato, per la tristezza che ho conosciuto, per le afflizioni e le amarezze che ho tollerato, per le sopraffazioni e le ingiustizie che ho patito, io mi merito il meglio.

Mi merito il meglio perché me lo sono guadagnato pagandolo con la moneta sonante della sofferenza; perchè ho sperimentato il male e la tribolazione; perché ho dato mille volte di più di quanto abbia ricevuto, perché sono stata umiliata, mortificata, bistrattata.

Mi merito il meglio per essere riuscita a far sopravvivere la parte migliore di me, portando nascoste le ferite nell’anima, perché ho sempre trovato la forza di rinascere e ricominciare, senza arrendermi, senza abbandonare la speranza.

Per tutte quelle volte che mi hanno fatto credere di non essere abbastanza ed io non ho mollato e ce l’ho fatta, mi merito il meglio.

Perché sono una donna che vuole sorridere ancora, credere in se stessa e nella vita, perché sono già pronta alla prossima battaglia, IO MI MERITO IL MEGLIO.

merito il meglio