Mi merito il meglio

Per tutto il dolore che ho incontrato lungo il percorso della mia vita; perché mi sono fidata e sono stata delusa; perché ho conosciuto il sapore amaro della sconfitta; per le lacrime che ho versato, per la tristezza che ho conosciuto, per le afflizioni e le amarezze che ho tollerato, per le sopraffazioni e le ingiustizie che ho patito, io mi merito il meglio.

Mi merito il meglio perché me lo sono guadagnato pagandolo con la moneta sonante della sofferenza; perchè ho sperimentato il male e la tribolazione; perché ho dato mille volte di più di quanto abbia ricevuto, perché sono stata umiliata, mortificata, bistrattata.

Mi merito il meglio per essere riuscita a far sopravvivere la parte migliore di me, portando nascoste le ferite nell’anima, perché ho sempre trovato la forza di rinascere e ricominciare, senza arrendermi, senza abbandonare la speranza.

Per tutte quelle volte che mi hanno fatto credere di non essere abbastanza ed io non ho mollato e ce l’ho fatta, mi merito il meglio.

Perché sono una donna che vuole sorridere ancora, credere in se stessa e nella vita, perché sono già pronta alla prossima battaglia, IO MI MERITO IL MEGLIO.

merito il meglio

#fertilityday

Che siamo governati da un manipolo di imbecilli ormai, più che un sospetto, è una certezza. Così come sono certa che, scrivendo di hashtagfertilityday, ripeterò concetti che da anni sostengo e che chi mi sta vicino conosce già.
Avrei voluto e potuto tacere, considerato che se ne sta parlando anche troppo, ma proprio non ce la faccio, perché quello della maternità, nel mio caso mancata, è un argomento che tocca un nervo scoperto. Tanto che invito i soggetti di non buona volontà a fermarsi qui, perché potrei, per quanto mi sforzerò di non farlo, andare un po’ per le lunghe.
Non mi soffermo sull’aspetto prettamente politico della questione, sull’accusa di sessismo o sul ricordo della campagna invito a procreare di Mussoliniana memoria. Io vorrei occuparmi dell’aspetto umano della questione.
Eh, lo so. “Umanità ” e “politici” non sono due termini che possono concordare, soprattutto da quando al governo ci sono questi qui, però io mi sento offesa nella mia sensibilità e posso permettermi di pretende un minimo di attenzione, come cittadina, quando a qualcuno di questi illuminati ministri vengono certe idee geniali.
Perché a me questa storia che le donne debbano essere principalmente, inevitabilmente e innanzitutto madri mi ha davvero stufato.
Avere messo al mondo un altro essere, cosa che fanno senza tanto clamore anche gli animali, non rende necessariamente migliori e, giuro, ne ho le prove.
Chi è una donna di scarsa qualità, diciamo così, lo è anche se ha contenuto nel suo utero prima un “fagiolino” (non è così che di solito lo chiamano?) poi un bambino, fino, poi ad espellerlo fuori dalla vagina e metterlo su questa terra. Così come, una donna è donna anche se non ha potuto o voluto fare niente di simile.
Anni fa litigai con prof. Meluzzi, che, finché non ho scoperto essere un fanatico religioso che vaga da una professione di fede all’altra, pur di avere un po di prestigio pure in quel settore, consideravo un ottimo psichiatra;  nel salotto della D’Urso, sosteneva che per chi non volesse o non potesse fare figli non era ammesso il matrimonio (lo dice il termine stesso, diceva:”mater- munus” , compito di madre) e, in senso lato, nessun tipo di rapporto con esseri dell’altro sesso. Gliele ho cantate in diretta televisiva e anche se non ha cambiato idea (prerogativa, questa, delle persone intelligenti) almeno si è sentita anche la voce di una persona “comune” indignata ed offesa.
Un’altra volta ho dovuto assistere alla campagna “Perfette imperfezioni”: l’esaltazione di corpi sformati dai parti. C’erano tizie che mostravano orgogliose chili in più, tette abnormi e, con mutande calate ad arte, ferite di tagli cesarei.
Ora, io che tutto ho fatto fuorché diventar mamma, di quelle imperfezioni, nella mia pancia, ne ho ben 18, però le mie non sono mica perfette, perché da quei tagli non sono venuti fuori bambini (18 in ogni caso sarebbero stati troppi) ma gli effetti di una malattia.

Ultimamente da lì sono venuti fuori utero e ovaie, il che mi toglie, agli occhi della Lorenzin, il privilegio di essere considerata “bene comune”.

Allora, ma non mi pare che adesso la situazione sia migliorata di molto, la mia malattia non era in alcun modo considerata dallo stato italiano e tre milioni di donne hanno dovuto sommergere la Lorenzin, proprio lei, di email e cinguettii su Twitter per attirare la sua attenzione. Che ha portato risultati non proprio eccellenti, tra l’altro.
Ho sempre lottato, io e tante altre donne come me, per porre all’attenzione pubblica il fatto che essere “non mamma” in questo mondo è particolarmente “dura”, più dura che essere mamme naturali. Io ho 4 nipoti, che adoro, e da anni mi prendo cura dei figli del mio compagno. Io ho doveri nei loro confronti, ma mai diritti perché io….non sono la mamma e, si sa, “la mamma è sempre la mamma”, non foss’altro per le pisciatine segna territorio che fa una madre quando qualcuno ama e viene amato dai loro figli.
Noi donne, l’istinto naturale alla maternità lo abbiamo dentro, e, per quanto felici, noi che non possiamo viverlo siamo frustrate, castrate, mutilate. E ci sentiamo messe all’angolo.
Tutte ci siamo sentite dire “Ma tu non sai che cosa sia l’amore per un figlio”, “che ne sai tu di che cosa voglia dire essere madre” e, una volta una signora, che conosceva i miei problemi, mi disse che io non conoscevo il dolore perché non avevo partorito. Se non fosse per carità cristiana, le avrei augurato una bella occlusione intestinale dopo aver ingerito un litro di lassativo e poi avrei voluto sentirglielo ripetere.
Per far riconquistare la dignità di donne a chi, come me, un figlio non l’ha e non l’avrà mai, arriva la Lorenzin col suo vergognoso “hashtag ” a porre l’accento sul fatto che, se non procrei meglio che crepi che tanto non sei “un bene per la società “. Oh, è logica eh? Si chiama “sillogismo” (Aristotele docet): la fertilità è un bene comune; tu non sei fertile; tu non sei un bene comune.
Ok, va bene. Quindi sono un bene comune quelle che partoriscono i figli e poi li lasciano nei cassonetti, o che li uccidono, o che li mettono al mondo come conigli, che generano dolore, che durante la gravidanza gli passano l’AIDS perché si sono fatte le pere.
O quelle, senza ricorrere a casi così eclatanti, che sono così immature, così incapaci di assumersi delle responsabilità, così mentalmente impreparate, così egoiste, da far danni permanenti ai loro figli, pur sottolineando quanto li amano (se da una bacheca di fb, poi, ancora meglio).

Se non altro che per il fatto che insegno da 15 anni, permettetemi di arrogarmi il diritto di affermare che ne esistono (e comunque non solo lì ne ho fatto esperienza).
Io, e quelle come me che non hanno sparso pargoletti per il mondo, non siamo un bene comune. Tanto quanto non lo è la ministra, che è madre di una campagna vergognosa, insensibile, abietta, deprecabile, spregevole ed ignobile.
E poi, cara ministra, so che fa tanto figo, ma ringraziando i nostri antenati abbiamo una lingua meravigliosa e, se proprio ci teneva a fare questa figuraccia (che il capo Renzi, visti i dissensi disconosce, da novello Pilato,) poteva anche farla in italiano. #giornodellafertilitá.

PS. Per dovere di cronaca, anche gli uomini possono non essere fertili. Chissà perché questo non se lo ricorda mai nessuno….

Fertilityday

Fra sabbia e ombrelloni

Corpi asciutti, fisici perfetti. Pelle abbronzata, lucida di olio, costumi sempre più sottili portati con una disinvoltura che farebbe invidia a Belen; addominali scolpiti che lasciano intuire mesi di fatiche in qualche palestra, occhi nascosti dietro occhiali da sole sempre più alla moda.
Io, al mare, mi sento un pesce fuor d’acqua (mai similitudine fu più inerente). È inutile che trattenga il respiro, è inutile che gonfi i pettorali. La pancetta coi suoi rotolini c’è e si vede. Il fondoschiena di quando ero ragazza non è più un’opera d’arte, e, se leggo o scrivo sugli occhiali da sole ho poggiati pure gli occhialini da presbite precoce.
Sto rigorosamente distesa, una mano la tengo sulla pancia per nascondere le cicatrici (autografi di Dio?) e mi rendo conto che il problema non sono gli altri, che fondamentalmente se ne fregano di me, dei miei chili di troppo, del mio ombelico martoriato e dei miei “sei occhi”. Il problema sono io che faccio fatica ad accettare di non avere più vent’anni, una menopausa indotta prima del tempo che mi fa sentire vecchia e che ha trasformato il mio corpo.
Perché noi donne ci teniamo, c’è poco da fare. Ci teniamo a star bene con noi stesse e non solo, a sentirci in forma, e accettiamo con difficoltà vedere passare gli anni sulla nostra pelle. Ed io, in questo momento, sto morendo d’invidia per la mia vicina di ombrellone, probabilmente della mia stessa età, che ha tre pargoli e un sedere che sembra scolpito. Ok, sposto gli occhi un po più in là, meglio fissare la ragazzetta che invece ha la metà dei miei anni e addosso il doppio dei chili…. Oppure faccio ancora di meglio. Spengo tutto e mi chiudo nell’unica palestra che posso permettermi: quella dei neuroni. Con il mio personal trainer preferito: il mio ultimo acquisto in libreria…..
PS. La sfilata pancia in dentro e petto in fuori fino a riva ve la risparmio……

Uomini, sono con voi!

 

Sono una delle donne meno femministe che io conosca.

Non è una “malattia” (l’antifemminismo, intendo) che mi è venuta con il tempo, credo di esserci nata. È proprio un fatto esogeno.

La mia è una via di mezzo fra la sfrenata emancipazione /parità e un ritorno al passato.

Del resto a me pare inutile rincorrere una parità non prevista già dal momento della creazione: sarà per un fatto di forza fisica, sarà perché hanno caratteristiche fisiche diverse, ma uomini e donne sono differenti. E noi donne cadiamo in netta contraddizione quando proclamiamo la parità e poi carichiamo i nostri mariti con buste della spesa, quando pretendiamo che siano tanto galanti da aprirci lo sportello della macchina o attenzioni che a questo punto diventano totalmente anacronistiche.

Noi, o le donne diverse da me, proclamiamo la parità e poi ci rifacciamo le tette raccontandoci la bugia che lo facciamo per noi stesse quando l’unico vero obiettivo è attirare sguardi perversi e vogliosi di più uomini possibile! Se avessimo davvero fiducia in noi stesse, non avremmo problemi a farci accettare anche con un paio di tette piccole, puntando sulla personalità o l’intelligenza (per chi ce l’ha) e non avremmo bisogno di “quote rosa”, perché non accetteremmo un posto di prestigio solo perché ci spetta una percentuale, ma solo perché siamo persone valide e capaci. A me non importa chi mi comanda, se uomo o donna, purchè sia una persona in grado di farlo. Devono, le rappresentanti del gentil sesso, lottare e dimostrare di essere persone capaci come tutti.

Le donne non sono superiori agli uomini perché possono essere madri, non sono più intelligenti, non sono né più nè meno, in generale. Sono semplicemente diverse dal genere maschile, come il genere maschile, senza né merito né colpa, è diverso da loro. Le donne non sono speciali solo per il fatto di essere donne.

Tutto questo, però, non vuol dire che io sia una donna “contro” le donne, anche se sembra.

Per esempio, non sopporto che una donna non possa avere un contatto con un uomo, non possa dimostrargli il suo affetto, la sua amicizia, perché lui potrebbe sentirsi autorizzato a metterle le mani addosso. Non per un problema di parità, ma solo di umanità, di sensibilità. E mi ferisce che ancora ci siano uomini che se ti vedono sorridente nei loro confronti, se ti vedono affettuosa, magari solo perché sei una persona solare, si permettano di credere che sei disponibile. E anche se dovessero crederlo, per una incomprensione di fondo, nessuno li autorizza a non chiedere almeno il permesso prima di saltarti addosso mostrandoti attenzioni non solo non richieste ma anche inaccettabili!

Non accetto che alle donne sia preclusa la possibilità di lavorare perché potrebbero rimanere incinta, o che si manchi loro di rispetto sotto nessun punto di vista.

Non posso ammettere che un uomo si approfitti del fatto di essere più forte fisicamente per fare del male, in qualsiasi forma, ad una donna.

Per quanto detto, quando mi si accusa, in alcuni commenti ad certi miei articoli, di parlare solo delle donne (Donne che hanno sofferto, Donne forti, Il coraggio delle donne), un po’ mi vien da ridere.

Per quanto io possa conoscere l’animo umano, per quanto io possa provare a mettermi nei panni del “sesso forte”, volente o nolente, forse anche mio malgrado, io quello sono: una donna.

E ho fatto le esperienze di una donna, ho vissuto i guai di una donna; un po’ meno le gioie, ma in parte anche quelle.

Quando scrivo ci metto me stessa, ed io sono donna. Se volete me ne dispiaccio, ma questo non cambierebbe le cose.

Per il resto, sono solidale con gli uomini, almeno con quelli che lo meritano, li stimo.

A volte ne ho compassione, nei casi in cui li vedo messi all’angolo dalla prepotenza con cui il sesso opposto, noncurante delle loro esigenze, sgomita per rubar loro il ruolo che cercano di difendere.

Quindi, carissimi maschietti miei, qui di sessismo non se ne trova, né in un senso, né nell’altro.

Anzi, proprio perché donna, conosco tanto bene quello di cui noi femminucce siamo capaci e quindi potete, se lo meritate, trovare comprensione e affetto.

uomooo

 

Tranquille donne, amiche mie…

Tranquille, donne. Il bastardo che vi ha trattate come “vuoti a perdere” se lo farà da solo il male che merita. Se lo andrà a cercare, come se sapesse che il dolore che vi ha dato non può restare libero da pena.

No, non rimarrà impunito. Ci penserà lei, la prossima. Quella che lui sceglierà dopo di voi.

E finalmente sarà lui ad aspettare, ad elemosinare amore e attenzioni, a chiedere giustizia e a sentirsi bistrattato, umiliato, sconfitto.

Si arrenderà, e guardandosi allo specchio vedrà un uomo annientato, battuto, mortificato.

Non si riconoscerà e ricorderà i giorni in cui si sentiva invulnerabile, in cui non aveva bisogno di conferme, in cui non si preoccupava degli altri, non si preoccupava di voi.

Anche lui conoscerà il sapore dell’infelicità, il gusto delle lacrime, il disonore e la vergogna di essere sconfitto con le stesse armi con cui, spavaldo, sfrontato, arrogante, vi ha fatto del male.

Piangerà, si struggerà, si odierà, non vorrà salvare più niente di sé. Capirà che cosa vuol dire sperimentare una vita triste e buia, conoscerà la rovina della sua esistenza.

E si pentirà.

Sì, si pentirà del suo egoismo, della sua spietatezza, della crudeltà con cui adorava ferirvi, graffiare la vostra anima, sicuro che voi sareste rimaste lì, ad aspettare un suo gesto, un suo sguardo, che sareste rimaste lì a cercare guadagnarvi il suo rispetto.

Allora dentro di sé chiamerà il vostro nome, ricorderà i vostri occhi, rimpiangerà le vostre attenzioni, avrà nostalgia del vostro corpo.

Gli farà male da morire essere spettatore della vostra felicità; comprendere, finalmente, che voi ce l’avete fatta. Anche senza di lui.

Voi non dovrete far nulla, donne, amiche mie, per fargli del male. Non ci sarà vendetta, non dovrete macchiarvi né mani né coscienza.

Se lo farà da solo, il male che merita, il bastardo che vi ha trattate come “vuoti a perdere”….

uomo bastardo

La verità è che non gli piaci abbastanza: un altro punto di vista.

La verità è che non le piaci abbastanza

Eccomi qua.
Stamattina mi sono svegliato molto “heavymetal”, mi sono alzato, ho preparato un caffè e, mentre aspettavo che salisse, ho messo su “Death Magnetic” dei Metallica, che è sempre un bel disco e che ogni tanto vale la pena ascoltarlo. A tutto volume, naturalmente.
Poi sono sceso in cortile, ho girato le gomme alla macchina, era già un po’ che pensavo di farlo. Infine, già che c’ero, ho dato una sistemata al garage che era un delirio, un’ecatombe di rumenta accumulata durante tutto l’inverno scorso. Anche questo è un lavoro che mi tocca fare, almeno una volta all’anno. Quindi me ne sono tornato in casa, sempre con i Metallica che giravano a palla (li avevo lasciati in Random & Repeat), mi sono fatto una doccia e ho dato un’occhiata alla posta dove, ad attendermi, c’erano gli aggiornamenti dei blog che seguo regolarmente. Tra gli altri ho trovato quello di www.marisacalvitto.it, una delle mie blogger preferite (consiglio a tutti/e di dare un’occhiata, ne vale davvero la pena), ho letto il suo ultimo post, tratto  dal film omonimodi Ken Kwapis (La verità è che non gli piaci abbastanza) e mi sono girati i coglioni, letteralmente.
No, non è che mi sono girati perché ciò che Marisa ha pubblicato sul suo blog non corrisponda a verità, anzi, da uomo posso assicurare che quanto lei ha riportato sul genere al quale mi pregio di appartenere purtroppo collima con una triste quanto reiterata realtà. Ed è altrettanto vero che ci sono uomini (e sono la maggioranza, io credo) che abitualmente si comportano nei confronti delle donne nel modo descritto nel post della mia amica blogger.
Mi sono girati i coglioni perché vorrei trovarne una io, di quelle donne che costituiscono la regola di cui Marisa parla nel suo post, ne basterebbe una, una sola, per esempio che si facesse avvicinare per farsi corteggiare (e dio solo sa quanto io ami fare la corte ad una donna) senza poi respingermi facendomi intendere che per lei, in fondo, era solo un gioco, un modo per sentirsi importante. Oppure dicendomi che “mi adora” perché le scrivo delle cose bellissime, che nessuno le aveva scritto mai, ma quando le chiedo di incontrarla per un aperitivo mi risponde che preferisce che il nostro rapporto rimanga “entro i confini del virtuale”. Già, perché io a questa storia del virtuale ci credo fino ad un certo punto, è vero che mi piace scrivere ma parlare mi piace ancora di più e sorridere e ridere, magari, e guardarsi negli occhi, già che ci siamo, tanto per capire con chi ho a che fare. E mi girano ancora di più sapendo che quella che viene riportata da Marisa è la normalità ed io, fino ad ora, non ho incontrato che eccezioni, donne che faccio fatica a definire subnormali, altro che normalità.
Mi sono sentito dire spesso che ci si tira addosso ciò che in realtà si cerca e che quindi, a conti fatti, sarebbe pure colpa mia. Io, a questa storia del tirarsi addosso le persone ci credo fino ad un certo punto, anzi, no, ho deciso che non ci credo più, si tratta proprio solo di fortuna, stramaledetta fortuna, teoria dei grandi numeri, statistica, calcolo delle probabilità, chiamatela come vi pare.
Avrei potuto commentare il tuo post, Marisa, ho preferito scriverne uno tutto mio, aprire la discussione (eventualmente) a chi, come me, ha dovuto fare i conti con le eccezioni. Che, se tali sono, a questo punto dovrebbero essere finite, o quasi, per quanto mi riguarda. Perché una donna “normale” mi piacerebbe proprio incontrarla, a questo punto della mia vita. Fosse anche solo per vedere com’è fatta.

La verità è che non gli piaci abbastanza

Tu non sei l’eccezione. Tu sei la regola. E la regola dice che se un uomo non ti chiama, è perché non vuole chiamarti.

Se ti tratta come se non gliene fregasse un cazzo, è perché non gliene frega un cazzo. Se ti tradisce, è perché non gli piaci abbastanza.   Non esistono uomini spaventati, confusi, disillusi. Non esistono uomini tragicamente segnati dalle passate esperienze, bisognosi d’aiuto, bisognosi di tempo.

Gli uomini si dividono in due categorie soltanto: quelli che ti vogliono, e quelli che non ti vogliono. Tutto il resto è una scusa.

E Tu, Tu Donna, di mestiere fai l’avvocato, la commessa, la cameriera, l’insegnante, la casalinga, la commercialista, la modella, la ragioniera, l’attrice, la studentessa. Non la crocerossina.

Quindi,  aspetta che sia lui a chiederti di uscire. Perché va bene la parità dei sessi, le quote rosa, e l’eguaglianza dei diritti. Ma i tempi non sono poi così cambiati. Gli uomini restano pur sempre dei cavernicoli, sia pure incravattati, e come tali adorano il sapore della conquista.

Tieniti lontana dagli uomini sposati. Non lasceranno la moglie per te. Meno che mai lasceranno i figli per te. E non credere alla storia dell’amica della sorella di tua cugina, appena convolata a nozze con quello divorziato. Tu non sei l’eccezione. Tu sei la regola.

Al bando quelli che ti costringono ad aspettare ore accanto ad un telefono che non suona. Non hanno perso il tuo numero. Non hanno investito un cane. Non hanno appena scoperto di avere un tumore alla prostata. Probabilmente sono al telefono con un’altra. Oppure sono gay.

Fanculo quelli che non declinano i verbi al futuro. Non sono analfabeti. Semplicemente non vogliono impegnarsi. Perché non gli piaci abbastanza. Li riconosci facilmente. Girano con un cartello appeso al collo, e la scritta: “Ci stiamo frequentando”. Quando la senti, scappa.

Non consumare le tue belle scarpe nuove (e neppure quelle vecchie) per correre dietro un uomo che non ti vuole. Usale, piuttosto, per prenderlo a calci in culo. Impara l’arte dell’essere donna. Impara l’arte di ottenere dagli uomini quello che desideri, non sbattendo i piedini, ma facendogli credere che siano stati loro a decidere.

Impara a scegliere, invece che essere scelta.

non gli piaci

(Film “La verità è che non gli piaci abbastanza”)

 

Le donne forti

 

Anche le donne forti si stancano: si stancano di reggere il ruolo, si stancano di essere più di quel che sono.

Spesso si caricano, come fosse un dovere affidato loro dalla Natura, dei pesi propri e di quelli degli altri, offrendo sostegno mentre sono loro stesse a sentirsi vacillare.

C’è sempre qualcuno più importante, c’è sempre un male maggiore di quello che le affligge.

Che ci sia un compagno che ha bisogno di un aiuto, un figlio a cui risolvere un problema, un anziano genitore che ha bisogno di assistenza, un’amica che necessita di un appoggio, ad una donna forte non è mai concessa una tregua.

La donna forte deve sempre comprendere, mettersi da parte, ricacciare giù tristezza, lacrime e sfinimento, scavarsi dentro con violenza e senza pietà per recuperare l’energia che viene meno e regalare agli altri quello di cui hanno bisogno.

Se accenna un cedimento, se si mostra prossima ad una caduta, appare non credibile e subisce pure la farsa della rabbia.

No, non è ammesso per una donna forte mostrare debolezza, non è concesso neanche immaginare un crollo, non è consentito avvicinarsi all’abisso dello sconforto dove tutti sembra possano precipitare.

La donna forte deve stare sul ciglio del baratro, ad afferrare le mani di chi si concede il lusso di sprofondarci dentro, per tirare su, per salvare, per strappare al pericolo chi la implora come è solito fare, fosse anche allo stremo delle forze, anche se si sentisse tanto infiacchita, logorata, debilitata da volere che per una volta lo strattone degli altri fosse tanto forte da tirarla giù con loro.

Per trovare tregua nella tristezza, per vivere una sosta, per trovare la quiete del pianto. Per poter rivivere la fragile umanità che sente dentro come gli altri, come tutti.

Le donne forti si abbracciano da sole, piangono senza lacrime, si curano le ferite, si consolano, si regalano un gesto d’affetto prima di indossare trucco, sorriso e vigore. Prima di andare in soccorso degli altri, di offrire appoggio e protezione a chi lo chiederà, a chi lo esigerà, a chi lo darà per scontato.

Prima di dimenticare la stanchezza. Prima di dimenticarsi di loro stesse.

 

Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio.

– Alda Merini

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Il coraggio delle donne

Prima o poi arriverà a bussare alla tua anima e ne avrai paura, perché ci si spaventa sempre di chi non si conosce. Proverai a cacciarla via, a spingerla in un angolo. Ma rimarrà lì, in attesa, finché non potrai fare a meno di darle l’attenzione che reclama. E ti parlerà, finalmente.

“Sono la tua vera te. Sono quella che dovresti essere, quella che sarai, perché adesso che sono qui non puoi più tornare indietro.

Hai vissuto la vita che ti hanno costruito, sei stata come gli altri hanno voluto che fossi. Ti hanno imposto i loro valori, ti hanno fatto sognare i loro stessi sogni, ti hanno consegnato desideri non tuoi.

Lo ha fatto tuo padre, lo ha fatto tua madre quando ti hanno istruito ad essere la figlia che sognavano.

Lo ha fatto il tuo primo uomo, e quello successivo, e l’altro ancora.

E tu hai accettato, perché volevi amore, perché avevi paura di essere respinta, abbandonata, rifiutata.

Ne hai fatto il tuo stile di vita, ma pur avendo il consenso degli altri ti sei sentita insoddisfatta, triste, sconfitta, frustrata. Mai abbastanza all’altezza.

Perché non sei amata per quella che sei, ma per ciò che fai.

Eccomi. Io sono la vera te e sono venuta ad aiutarti.

Dovrai conoscermi a fondo e sarà perfino doloroso. Potrei non piacerti, potrei essere come non hai mai immaginato. Forse mi odierai, ingaggerai una lotta contro di me. Piangerai, ti perderai, ti opporrai, avrai voglia di rinunciare. Perché ci vuol forza a conoscere la verità su se stessi ed accettarla.

Ma hai il coraggio delle donne e non ti sottrarrai alla sfida.

Scoprirai di non essere perfetta, che non sei soltanto amabile, obbediente, comprensiva, disponibile, generosa e priva di esigenze.  Ti renderai conto di essere egoista e sentirai la colpa, ma sarà pensare finalmente a te stessa che ti salverà. Avrai consapevolezza di te, fino a scoprire ciò che ti piace, fino a comprendere che non sei più disposta ad anteporre una persona, chiunque sia, alla tua felicità.

Dovrai imparare a non giudicarti, ad avere compassione di te, a starti vicina, a comprenderti, a concederti clemenza per gli aspetti di te che non sapevi di avere. Dovrai imparare a volerti bene.

Lo scontro con gli altri sarà duro, avranno paura e saranno disorientati, proveranno a distoglierti da te, proveranno a impedire il tuo cambiamento. Dovrai contrastarli, dovrai combattere, resistere e sopportare le ferite che arrecheranno.

Saremo sole, io e te, e la lotta sarà dura. Ma vinceremo e finalmente sperimenterai una vita serena, la TUA.

Allora non saremo più due, ma una. Imperfetta, ma irripetibile, soddisfatta, appagata.

Felice.

Sarai “la primavera a novembre, quando meno te lo aspetti”…(Jack Folla)

rinascita

(photo dal web)

 

Una cosa spiacevole

 

endometriosi

“Non è una cosa piacevole” un mal di testa, un raffreddore, un’influenza.

L’endometriosi è molto più che “poco piacevole”. È una condanna per la vita.

Forse raccontare la mia esperienza e quella di tante altre donne potrebbe essere inutile, soprattutto per persone che esprimono pareri così pesanti senza essere informate.

A me ha tolto parecchio l’endometriosi, sia fisicamente che in termini di qualità della vita.

Ho subito sette interventi e quasi in tutti ho perso un pezzetto di me: una volta un ovaio, la tuba, la cistifellea, l’appendice, un pezzo di intestino, la funzionalità di una gamba, fino all’utero e all’ovaio rimanente. Ho perso il piacere di essere donna, la possibilità di esser madre e ho sofferto fino all’esaurimento nervoso quando nessuno sapeva dare un nome ai miei problemi, rischiando così di lasciarci le penne.

Ho dovuto imparare a gestire il mio corpo, a controllarlo senza lasciarmi sopraffare dal dolore. Se non lo avessi fatto non avrei potuto vivere, non avrei potuto lavorare, non avrei potuto condividere la mia esistenza con altre persone. Ma l’ho fatto;con fatica, Dio solo sa con quanta fatica!

Fare pipì con la sensazione di avere un coltello piantato nella vescica, non poter uscire di casa per la paura di aver bisogno, senza possibilità di rimandare di un solo istante, di un bagno, lavorare ogni giorno con una smorfia costante sul viso perché lei sta lì a ricordarti prepotentemente e con estrema cattiveria la sua presenza, non è stato facile.

In più ho dovuto lottare con l’ignoranza, la supponenza, la perfidia, l’egoismo, la superficialità, la malignità, la bassezza di chi mi stava intorno.

Mi sono spesso sentita dire che l’unico problema che avevo era la poca voglia di lavorare, che facevo una tragedia per dei semplici dolori mestruali, che stavo solo fingendo, anche quando per due anni ho potuto muovermi solo grazie a due stampelle.

Ho speso, per curarmi….no, non per curarmi, perché non esiste cura per le malattie croniche…ho speso, dicevo, per sopravvivere migliaia e migliaia di euro. Perché la sanità ha tempi biblici, perché l’endometriosi non è stata riconosciuta come malattia grave ed invalidante. E ho rischiato, nei momenti peggiori di vedere dimezzato il mio stipendio perché “mi ero ammalata per troppo tempo”. E da questo punto di vista sono pure stata fortunata, perché avendo un lavoro statale non ho rischiato il licenziamento. Ma tante donne nella mia situazione sono state “fatte fuori” dai loro datori di lavoro senza pietà.

La vita privata? Beh, neanche quella è semplice. Se sei fortunata e hai vicino un uomo con un grande cuore (e una gran pazienza) non rischi delusioni. Ma quante sono state trattate come “vuoti a perdere” per l’impossibilità di procreare o perché tanta sofferenza disturbava l’ominicchio e magari anche mammina sua?

Ognuna di noi, posso affermarlo senza timore di smentita, darebbe chissà che per una VITA NORMALE. E quando ci si scontra con l’ignoranza si farebbe volentieri a cambio con chi presume di sapere.

Dopo anni di lotte, di marce, di appelli, dopo fiumi di parole, di e-mail alle istituzioni, pare che l’endometriosi adesso sarà inserita nei Lea e sarà considerata invalidante. Non credo che ci daranno “la pensione”, penso che se riuscissimo ad ottenere l’esenzione per le prestazioni mediche e per le medicine, sarebbe già un successo.

Poi leggo certe cose. E sono io ad essere “indignata”. Io ed altre tre milioni di donne.

Non auguro a nessuna donna, neanche a quelle che mostrano incapacità di informarsi e di solidarizzare, di passare quello che abbiamo passato noi.

Ma la vita è una ruota.