“Dagli amici mi guardi Dio….

….che dai nemici mi guardo io”

Quando qualcuno mi fa del male, ho l’abitudine ormai consolidata di prendermela con me stessa. Perché mi rendo conto che sono io che glielo permetto.

 

Ormai ho imparato a riconoscere il bene dal male, eppure mi ostino a non dar retta a quell’istinto primordiale che pure prova a mettermi in allarme.
Io non lo ascolto : ci casco la prima, la seconda volta, e poi ancora, finché, troppo dolente e sconfitta, apro gli occhi e, con la violenza di una epifania, la realtà mi appare per quella che è.
Sono stata usata, sfruttata, prosciugata da una persona, un’altra persona che, dopo aver succhiato linfa vitale, dopo aver preso senza dare, dopo avermi rubato tempo, serenità, forza, positività, una volta ottenuto quello che aveva desiderato, mi lascia vuota, priva di vitalità, di quella energia che solitamente ho avuto dentro anche nei momenti peggiori della mia vita.
“Sei tu che glielo hai permesso!” mi dico, mi urlo contro. “Sei tu che hai assecondato, che hai dato spazio, che ti sei immolata, che hai scoperto il fianco a quest’altro attacco”.
Sì, è vero, sono stata io; sciocca il doppio perché infondo io sapevo con chi avevo a che fare.
Ma la disponibilità verso il prossimo, la capacità empatica, l’attitudine a condividere, a provare compassione, a tendere la mano, a mettersi a disposizione, ad aiutare è come il colore degli occhi: ce l’hai e non lo puoi cambiare.
A volte mi trovo a discutere con chi sostiene che , se vedesse il suo nemico in difficoltà, passerebbe oltre con indifferenza. Io non sono una Santa e ho una buona dose di egoismo, ma ho sperimentato che non sarei capace.
Non sono mai stata capace di dire un “No”, non sono stata capace di girare le spalle, eppure ne ho vista di gente andar via di schiena, senza la decenza di uno sguardo, di un saluto, di un “grazie”.
La stessa gente che mi chiamava “amica”, la stessa gente che si profondeva in manifestazioni di affetto.

 

“Con amici così, non ho bisogno di nemici”…..

Dagli amici mi guardi Dio....

Giù la maschera

C’è chi la vita la vive e chi la recita. E chi la vive recitando.

Il personaggio probabilmente ti è stato imposto, tuo malgrado, da chi ti ha formato, ti ha cresciuto e modellato, ma il copione lo scrivi tu.

Porti in scena la tua farsa, in cui falso e reale si confondono, si mischiano, si avvicendano.

 

 “DOBBIAMO RITROVARE LE NOSTRE FACCE ORIGINALI ANZICHE’ INDOSSARE DELLE MASCHERE” (Amma)

 

La maschera che copre il tuo vero volto spesso diventa angusta ed intollerabile anche per te, ti soffoca, ti stringe, ti toglie il respiro e quel che sei in realtà ti fa dimenticare la tua parte, ti porta fuori scena.

Allora appaiono le tue insicurezze, le tue paure, le tue carenze, le tue debolezze, la tua cattiveria, la tua rabbia per essere rinchiuso in un ruolo in cui non ti riconosci, in uno spettacolo in cui tu sei protagonista e tutti gli altri sono solo comparse.

Di passaggio. Troppo di passaggio.

Perché non sei capace di affetti stabili, di amori costanti, di rapporti sinceri. Sei solo incredibilmente, assolutamente, totalmente infelice. Perché la felicità non è euforia improvvisa e costante, non è esaltazione, non sta nelle cose, nel divertimento fugace e passeggero. La felicità è pace interiore, è essere se stessi e il meglio di se stessi, sta nel dare significato alla propria vita.

E dare significato alla propria vita è dare agli altri qualcosa di noi che possa arricchirli, possa fare la differenza, qualcosa che scenda nel loro intimo, nel profondo e non li lasci più.

 

“LA PRIMA CONDIZIONE DELLA FELICITA’ E’ L’ESSER SAGGI.” (Socrate)

 

La tua parte saggia è intontita, svogliata, anestetizzata. Atrofizzata per il disuso.

Dovresti possedere un talento, dovresti riconoscerlo, svilupparlo, avere consapevolezza di quello che sei in realtà. Per farlo avresti necessità di crescere, di evolverti, di ammaestrare l’Ego smisurato e distorto che ti contraddistingue. Smettere di raccontarti storie, di autoattribuirti pacche sulle spalle.

Nessuno è meglio degli altri, ma ognuno potrebbe essere e dare il meglio di sé. Sta in questa incapacità a trovare il meglio di te, in questa tua insicurezza nell’essere te stesso che risiede la tua insoddisfazione; è questo che ti rende una persona irrequieta, fallita, giunta al limite, frustata.

 

“L’UOMO E’ L’UNICO ANIMALE CHE PROVOCA SOFFERENZA AGLI ALTRI SENZA ALTRO SCOPO CHE LA SOFFERENZA COME TALE” (Schopenhauer)

 

La tua insoddisfazione nei confronti di te stesso, il sentirti recluso in un ruolo di cui sai non essere all’altezza, ti spinge a diffondere discordia, dolore, sofferenza.

La verità preme dentro; costretta in uno spazio troppo angusto spinge per venir fuori e più ne senti l’urgenza più ricorri alla menzogna. Perché nel terreno che hai coltivato attecchisce meglio la bugia che l’autenticità. E ti dici che va bene, ma più ti aggrovigli nella ragnatela della falsità, più ti senti asfissiato. Ed impaurito. Perché se si palesasse la trama di inganno che hai costruito, sai che ci rimarresti impigliato e tutto ciò che è stato il tuo mondo diverrebbe sabbia mobile che ti spingerebbe sempre più giù.

Preferisci allora continuare a costruire la tua personale realtà, non importa a discapito di chi, non hai riguardo per le persone coinvolte; anche se sono quelle che dici di amare. Rinchiuso nella tua trappola “parli troppo, ami poco, odi troppo spesso”. Perché nella tua farsa non esiste Amore.

Nemmeno per te stesso.

maschera

Donne per cui non vale la pena

Ci sono donne che diventano così non perché lo ha voluto la vita. Diventano così non perché un evento importante le ha cambiate. Ci diventano per scelta, per puro opportunismo. La loro condizione non è loro prerogativa. Non hanno neanche il pregio dell’originalità: ne esiste parecchia di gente come loro, quelle che stanno un gradino più in alto della semplice falsità.

Forse però hanno un alibi: sanno di non essere sufficienti, quindi hanno bisogno di apparire. Essere è troppo, non ne sono capaci.

Fanno in modo che la loro vita sembri perfetta. Perfetti i genitori, perfetto il compagno o marito, perfetti figli, perfetti gli amici, perfetti pure gli animali di casa. Perfette loro, ostentando valori che infondo sanno sarebbe opportuno avere ma che non sono capaci di praticare. Tutto deve giocare a favore di questa perfezione, e se qualcuno (quel compagno- marito, quei figli, genitori, amici, cane, gatto…) fa qualcosa che possa far notare che quel mondo che si sono costruite è solo menzogna, tirano fuori il peggio, ma nell’intimità di quel rapporto, senza che nessuno, fuorché chi è vittima della loro ira, ne abbia notizia.

Se dovesse trapelare qualcosa, abituate come sono a recitare una vita, piuttosto che viverla, mettono in scena un altro copione, che certamente le vedrà vittime indifese.

Pensano di essere appagate perché altri come loro tengono il gioco, in un valzer di ipocrisia e finzione che generalmente dura l’espace du matin, considerato quanto spesso e velocemente periscano amicizie e amori.

Permangono nella schizofrenia di chi è qualcuno e vive come qualcun altro, col vuoto dentro, in assenza di una forza di gravità che le tenga legate a qualcosa di solido: loro stesse.

Sono le donne per cui non vale la pena……

 

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