Storie di felicità

La felicità non si definisce, c’è, c’è sempre, e non solo negli attimi che sconvolgono il cuore, ma nella consapevolezza sognante e progressiva dell’esserci e non subirla, la vita. Si annuncia a lampi accecanti e fuggitivi, ma poi è lì, nella pioggia estiva, sottile, che non ti copre, che vuoi prenderla tutta, testa al cielo.

Il boato, il picco di intensità, non è che uno sgraffio, e pare che bruci di sole, ma la felicità non è lì, sta nel silenzio che segue, nella lunga nota di quiete dove danzano punti di luce da afferrare e mettere insieme, a farne figure.

E allora non basta che accada, dobbiamo anche farla  accadere e saperla cogliere dove s’acquatta, nella tristezza come presagio di un altro orizzonte, e soprattutto nella gioia che non si appunta all’anima, ma scivola e scivola: e allora tirarla, fletterla come un elastico perché si allarghi quella gioia, si estenda di qua e di là perché non diventi, appena passata solo un ricordo.

La serenità è un altra storia. È un’imitazione scadente, una polvere aerea, un effetto placebo che confina pericolosamente con la noia.

Difficile scoprirla tra le risate e i sorrisi: quelli sono troppo spesso le bugie della felicità.

É l’euforia la grande ingannatrice: traduce un brivido casuale, occasionale, nella dimostrazione definitiva di un teorema: ma la felicità non è un teorema, non è un angolo acuto della vita, una bisettrice, un cerchio o la quadratura del cerchio. La felicità è la geometria stessa. Gli entusiasmi inutili sono sbronze dell’anima e il giorno dopo lasciano secchi e aridi, con la bocca impastata di sete. Ma gli entusiasmi veri, che meraviglia: da strapparsi la pelle, da urlare a squarciagola spruzzandosi d’oceano: non c’è confine alla gioia dichiarata. (…)

Lei, la felicità, non ha trucchi nè inganni, corre là parallela a noi nel bosco e s’intravede (o si sente, perché canta) negli intervalli fra un albero e l’altro, sì, si intravede dalla pianura interminabile dove corriamo, sempre la stessa a perdita d’occhio, fino a nessun orizzonte. Bisogna affrettarsi se accelera, rallentare se si prende una pausa, non farsela sfuggire un attimo a costo di perdere l’orientamento e il fiato: non mollarla finché non si apre uno spiraglio per coglierla impreparata e balzarle addosso che meno se lo aspetta…..

( Roberto Vecchioni – La vita che si ama)

 

La felicità è una decisione

Certo che di balle ce ne hanno raccontate! “L’ amore è eterno”; “Le cose belle arrivano quando meno te l’aspetti”; “Nella vita è destino”; “Arriverà il principe azzurro”; “Son tutte belle le mamme del mondo” e se a qualcuno ne venisse in mente qualche altra dica pure.

Ma quella che va per la maggiore e che sarebbe esilarante, se non fosse addirittura autolesionista, è: “La felicità non è un sentimento, è una decisione.”

Non fa una piega. In teoria.

Tutti cerchiamo questa benedetta felicità. Basta entrare in libreria: milioni di libri di “istruzioni” su come essere felici. Non ricordo tutti i titoli, ma essendo pure io alla ricerca di questo stato di beatitudine, sono cascata nel tranello di chi offre ricette per raggiungere il “Nirvana”: “Come liberarsi dallo stress e viver felici”, “Mi merito il meglio”, “La felicità è possibile”, tutta la serie di De Mello e i libri di “coso”, quello lì, lo psichiatra o psicologo non ho ancora capito, che ha la soluzione a tutti i mali dell’umanità, quello che sta sempre dalla D’Urso (il che già la dice lunga): “La felicità è dentro di te”, “Dimagrire senza dieta” , “La felicità è qui” e, fra gli altri milioni di titoli (fra i quali presto troveremo “Scrivere una caterva di libri in pochi anni” data la quantità di testi che produce) anche “Guarire senza medicine”. Facciamo che ti passo per un po’ qualche occlusione intestinale e vediamo come guarisci senza medicine, scienziato dei miei stivali!

Un paio di libri suoi ce li ho anche io (e me ne dolgo) ma non ho mai finito di leggerli perché mi urtano il sistema nervoso dopo poche pagine, il che per uno psichiatra non può essere un vanto.

Evvabè, sicuramente io non posso capire, sicuramente è un mio limite.

Però io questa responsabilità della felicità, o del suo contrario eventualmente, non me la prendo e non me la voglio prendere. Non solo non sono felice, ma devo pensare che è pure colpa mia? No, non ci sto!

Per carità, la psicologia la conosco pure io, l’ho studiata in tutte le salse e lo so che l’atteggiamento che si ha nei confronti della vita fa tanto, che la volontà smuove le montagne, che guardare il mondo “attraverso lenti rosa” (quest’altra chi l’avrà inventata?) aiuta a vivere meglio. Però attenzione: fra guardare il mondo con leggerezza e l’idiozia il passo è breve, eh?

La felicità non è un sentimento, ma una decisione.

Ok, ditelo a chi (e qui passo sul tragico, mi dispiace) ha perso un figlio, a chi è ammalato, a chi non arriva a fine mese e lotta per dare da mangiare ai figli. Ditelo a chi piange perché il marito, o la moglie, se n’è andato, ditelo a chi ha perso il lavoro, a chi subisce violenze, a chi non è libero, a quelli a cui è crollata sulla testa la casa. Secondo me, come minimo, vi arriva una sonora, risonante, reboante, eloquente pernacchia.

Eh su, un po’ di rispetto!

Non credete che io voglia fare concorrenza al leopardiano pessimismo cosmico, semplicemente considero una str…., ops, una fandonia una affermazione così stupida e superficiale. Anche se scritta su tutti i muri (secondo l’immagine che circola adesso su facebook), anche se è internazionale, visto che è pure scritta in spagnolo, e anche se è tanto carino da credere.

La felicità, ammesso che esista uno stato di felicità assoluta su questa terra (al massimo sono attimi), va desiderata, va sperata, cercata.E nonostante questo, a volte, non si riesce a raggiungere, e credetemi, non è affatto colpa vostra. O nostra.

Cosi come se vi capita di trovarla: è un bel colpo di fortuna, destinato a durare pure poco.

Se incontro qualcuno che dichiara di essere sempre felice, io mi ci gioco tutto quel che ho, mi trovo davanti ad un folle o un bugiardo.

Che poi, io manco la voglio, la felicità. Io, per me e per i miei cari, spero nella serenità che è più duratura, più “matura” e comprende anche la capacità di sorridere di fronte alle avversità, la capacità di sapere affrontare gli ostacoli della vita, una volta con la lacrimuccia, un’altra con ironia e la tanto chiacchierata “resilienza”.

Vabbè, tanti saluti e felicità a tutti….che tanto è una decisione:  basta poco, che ce vò?

felicità

Può essere felicità…

Quando scatti una foto perché mi trovi bella.

Quando mi dici che sono irresistibile se, mentre leggo o guardo la tv, mi arrotolo un ciuffo di capelli intorno al dito. Ogni volta che mi svegli con un bacio al mattino e corri a abbracciarmi quando torni a casa dal lavoro.

Quando mi chiedi della mia giornata, spegni la tv mentre ti racconto e mi ascolti quando ti parlo delle mie paure e ti rivelo i miei pensieri.

Quando non sei con me e mi fai sapere che mi pensi e che mi ami anche solo con un messaggio e anche se non ti importa dell’ultimo libro che ho letto ti interessi alle emozioni che mi ha provocato.

Tutte le volte che mi chiedi se sono stanca e cambi tu il sacchetto della spazzatura.

Quando mi sorprendi con un abbraccio mentre svolgo le faccende di casa e mi dici che sei felice e grato per quello che faccio per te.

Ogni volta che mi porti un fiore e metti i tuoi panni sporchi dentro il cesto senza che sia costretta a farlo io.

Quando riesci ad essere tollerante anche se sono insopportabile e mi si accavallano pensieri e sentimenti.

Quando mi dici che sto bene pure senza trucco e mi fai sentire ammirata se indosso il vestito che ho comprato apposta per te.

Se ti vedo orgoglioso di avermi al tuo fianco quando andiamo in giro, come se fossi il dono più prezioso che ti ha fatto la vita.

Quando mi fai sentire la parte più importante della tua esistenza, ogni giorno, ogni attimo, ogni istante, penso che la mia vita mi ha chiesto perdono nel modo migliore da quando mi ha fatto incontrare te.

E può essere felicità!

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Felici per moda

A me pare che ultimamente vada di moda esser felici, o, almeno, far vedere che si è felici: per l’amica, per l’amore, per i figli, per la famiglia, per il pranzo, per il sole, per la pioggia, la vacanza, il viaggio, il cane, il gatto, le unghie, le scarpe e così via.

Bello.

Bellissimo.

Soprattutto se fosse vero.

Ma non è umanamente possibile, e a me è la smania di apparire costantemente felici che pare un atteggiamento che rasenta l’idiozia.

Tutti buoni e tutto bello. Nessuno che si arrabbi col figlio che ha detto una bugia (magari fosse una!) o col marito che non ascolta quando parli. Col cane che ha lasciato un bisognino o ha vomitato sul tappeto, col capo che è un rompibiiip, con la madre che a cinquant’anni ti tratta ancora come un bambino, con la vicina di casa che passa dal balcone il fumo della sua sigaretta proprio sotto al tuo naso, dopo che hai fatto tanti sacrifici per smettere. Con la suocera che ancora non ti perdona di esserti intromessa in famiglia, con quell’antipatica che si ricorda che sei sua amica solo quando le serve qualcosa. Con l’idraulico che ti ha chiesto una cifra esorbitante per stringere due bulloni, o semplicemente con te stessa perché….non lo sai perché ma capita di essere arrabbiati con se stessi!

Anche io sono felice, ma i miei son momenti. Momenti interrotti da arrabbiature, da riflessioni, da piccoli e grandi dolori, da un Tg che mi dà notizie che non riescono ancora a lasciarmi indifferente.

Siamo certi che un po’ di malinconia sia così tanto deleteria?

A pensarci bene capolavori di letteratura sono scaturiti dalla bistrattata tristezza o da un po’ di inquietudine: pene d’amore, domande sulla vita (che ancora non hanno trovato risposta), mal di vivere. Perfino le canzoni, quelle più belle e famose sono canzoni tristi, da chi voleva “guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire” (certo, a dire il vero, questo è un po’ troppo!) a Marco che “se n’è andato e non ritorna più”.

Lungi da me fare un elogio della depressione o invitare alla mestizia, ma mi pongo un quesito a cui qualcuno però una risposta l’ha data. Vuoi vedere che quel volgare (nel senso di popolare) detto “risus abundat in ore stultorum” ha in sé una saggezza che lo rende attuale e vero più che mai? Perché se si ha un minimo di sensibilità e si sa vedere “intorno alle cose”, se si possiede un po’ di capacità empatica, l’eccesso di felicità sembra quasi fuori luogo, anacronistico, a volte inappropriato.

Fortunato, se nella tua esistenza son tutte rose e fiori, ma lanci uno sguardo un po’ più in là e non è che ci sia solo da ridere!

Nella vita, quella vera, un sano equilibrio fra cose buone e cattive, fra felicità e tristezza, fra egoismo e altruismo, è più normale e naturale. Che abbia ragione lui?….

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Felici per moda