L’altra parte di me

E poi, quando sembrava che avessi ripreso finalmente per mano la mia vita, è arrivata Lei.

In realtà non è arrivata. Lei c’è sempre stata. E neanche tanto in silenzio: c’era e si faceva sentire, solo che io non la conoscevo e non la riconoscevo, e insieme a me tutti quelli che mi vivevano intorno.

Se cerco di ricordare un momento in cui ha cominciato a farsi notare, se proprio devo trovare un inizio, mi viene in mente una mozzarella. Una mozzarella a cena e dolori atroci allo stomaco.

Ho sempre evitato di “personalizzarla”, di riconoscerle un modo di essere o delle caratteristiche “umane”. Ma se provassi a farlo me la immaginerei sogghignante, come quando ci si prende gioco di qualcuno e non si viene scoperti.

Ha sogghignato quella sera e ha continuato a sogghignare quando, ad ogni ciclo mestruale ero costretta a chiamare qualcuno quando ero a scuola, per portarmi a casa, perché stavo piegata sul banco fra l’incredulità di compagni e professori, i quali, questi ultimi, nonostante fossi una brava studentessa, propendevano più a credere che non conoscessi la lezione che a pensare che stessi veramente male.

La immagino a ridere di me quando rotolavo per terra, cercando conforto in qualche posizione che potesse darmi sollievo, quando avevo la sensazione che ci fosse dentro di me qualcosa che tentava di strapparmi con violenza i miei organi interni e tutti intorno a me dicevano che era normale che una donna soffrisse durante il ciclo.

Quando non potevo uscire di casa perché “avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto male”, quando non ho potuto partecipare al matrimonio della mia amica perché dalla mia vescica non usciva pipì ma sangue.

Quando ho rinunciato ad andare a ballare la sera di quel Carnevale in cui dovevo mascherarmi, quando ero paralizzata dalla paura se il mio uomo mi chiedeva di “scambiarci tenerezze” per i dolori che sapevo avrei sentito.

Ha riso di me e poi di chi avrebbe dovuto aiutarmi. Per i medici ero semplicemente un po’ “svitata”, stressata, poi esaurita, a volte (troppo spesso) esagerata. Avere la sensazione di non avere, per così dire, le idee chiare sulla vita è un conto. Sapere di avere subito dei traumi e cercare di superarli, si può accettare. Sentirsi dire da professionisti di essere talmente matta da condizionare il tuo corpo, da fargli così male, seppure inconsapevolmente, e condizionare così negativamente la tua vita, è un altro.

Ma così dicevano, anche quando, dopo aver iniziato a togliere qualcosa, per esempio l’ appendice, continuavo ad andarmene in giro, con i miei 40 Kg, con tanta fame e tanto dolore.

In realtà ad un certo punto si è manifestata: ben sette centimetri e mezzo di “qualcosa” dentro la mia pancia. Ma nessuno dei medici che l’hanno vista le hanno saputo dare un nome o hanno saputo incatenare i suoi artigli, arrestare la sua corsa per farsi spazio dentro di me. Alcuni se ne sono addirittura fregati, in barba ad Ippocrate e ad un giuramento evidentemente fatto solo come formalità necessaria.

E grazie a loro, lei ha provato ad uccidermi. Se sto qui adesso a raccontarlo è chiaro che non ce l’ha fatta. Ma ha espletato il suo compito in maniera comunque egregia, se mi ha regalato una vita di dolore (che non smette e non smetterà), se mi ha portato parecchie volte nel freddo delle sale operatorie, se mi ha tolto la possibilità di essere madre, di fare una passeggiata senza pensieri, di fare una corsetta rilassante, se adesso sto a sventolarmi anzitempo come una forsennata per via delle vampate o a prendere goccine contro gli sbalzi d’umore, giusto per dire qualcosa.

Non mi hanno chiesto scusa, quei medici, neanche quando l’errore è stato palese. Così come non mi hanno chiesto scusa tutte le persone, la maggior parte donne, che non solo non hanno creduto alla mia sofferenza, ma mi hanno pure accusata, umiliata, insultata.

Fino a prima di conoscere lei pensavo che la malattia non poteva essere una condizione permanente: o si guarisce o ti uccide. Invece, mio malgrado, ho dovuto accettare che si può essere ammalati “da sempre e per sempre”, perché esistono quelle malattie che nascono con te, che ti accompagnano per il corso della vita finchè, magari qualcosa che va male o un qualsiasi altro motivo ti porta alla fine dei tuoi giorni. Sono le malattie croniche, quelle che ce l’hai e non ne puoi guarire. Non è che prima non conoscessi esempi di queste malattie, ma non ci facevo caso e soprattutto ero convinta che riguardassero solo “quei poveretti” sulla sedia a rotelle, i diabetici e non so chi altro, perché, probabilmente, anche io giravo la testa di fronte a queste cose.

Io non ho mai avuto né ho vergogna della mia malattia, ma ho un’unica grande resistenza: pronunciare il suo nome. Perché quando la chiamo col suo nome gli altri mi guardano come se un punto interrogativo gli si stampasse sul volto e, nei casi più fortunati, se mi dicono “questa cosa da qualche parte l’ho già sentita”, ho la ormai sperimentata certezza che ne hanno solo una vaga idea.

Lei è una parte di me, ma non è me.

Io sono IO.

Lei è l’ENDOMETRIOSI.

http://www.marisacalvitto.it/2016/07/11/una-cosa-spiacevole/

(Ph Noell Oszvald)

endometriosi