Fenomeno Kom o Kom è un fenomeno?

1 luglio 2017. Vasco Rossi festeggia i 40 anni di carriera con un concerto a cui partecipano 220.000 spettatori, superando il record mondiale di “paganti”.

 

Da ieri non si parla d’altro, soprattutto sui social. Ad alcuni, ma pochi, pare non sia fregato nulla. Molti, invece, si sono accapigliati esprimendo ciascuno la propria opinione, pro o contro.

A me Vasco piace e si sa. Non sono mai stata, non sono e non sarò mai una di quelle fans che si strappano i capelli, che urlano e strepitano per conoscere o incontrare i propri “idoli”. Non mi lascio trasportare dall’ammirazione portata agli eccessi.
E nella mia moderatezza, non posso fare a meno di esprimere pareri e soprattutto emozioni su un grande evento come quello di ieri sera.

Non starò a discutere dei soliti italiani mediocri che hanno tirato fuori la politica, le deserte manifestazioni sulle pensioni e quant’altro, che a lavar la testa all’asino, si sa, si perde l’acqua e il sapone.

Come sempre però mi colpisce la mediocrità di un popolo che, al di là di gusti personali, non riesce ad avere un moto d’orgoglio nel vedere un esponente della musica italiana essere protagonista di un evento del genere (così come, per esempio, capita anche per i Volo, conosciuti ed amati anche fuori dall’Italia – che mi stanno simpatici quanto un mal di pancia).
Se al posto di Vasco, fosse stato capace di radunare in un’unica tappa, dopo 40 anni di carriera coso, lì…il cantante con problemi di linguaggio, quello che fatica ad articolare in modo comprensibile le parole e, per agevolare gli ascoltatori, fa lo spelling (Ti A Em O è esilarante), tale Tiziano Ferro che personalmente (si intuisce?) adoro come “un rizzo mpettu” (per quelli dalla Calabria in su “come si può volere bene ad un riccio sul petto”), avrei al massimo detto nell’intimità della mia casa “guarda questo disfasico -è ironico: nessuno si alteri- che cosa è stato capace di fare!” E stop.

Invece da ieri critiche, insulti, gente che quasi quasi aspettava che succedesse qualcosa per esclamare :”poveri idioti, io lo sapevo che non bisognava fare tutto questo per uno così!!” Invece non è successo nulla, per fortuna, e rimane invece un’unica, grande consapevolezza: Vasco non è un esponente del rock italiano.
Vasco É il rock italiano.

Ho sentito gente comune atteggiarsi a filosofi della musica e spiegare perché Vasco duri da 40 anni. Io non lo so perché sia diventato grande com’è, ma posso dire quello che Vasco è stato per me.

Quando l’ho visto per la prima volta con la sua giacchetta di pelle a Sanremo, con quel l’aria da dannato, non è che mi abbia fatto proprio una buona impressione.
Ma mio fratello è impazzito per lui e quindi abbiamo iniziato ad ascoltarlo e il fatto che mi piacesse per me era un po’ un problema.
È stata, infatti, la prima passione che non ho condiviso con mio padre e questa cosa mi spiazzava.
Lui, come tanti altri, lo considerava come un “istigatore alla droga”. Avrei già da allora voluto dirgli che gli idioti se avessero voluto si sarebbero drogati a prescindere da Vasco Rossi, ma, certo, se andava “Fegato spappolato” o “Ieri ho sgozzato mio figlio” o “Asilo repubblic”, era più difficile sostenere il contrario.
Quello che faceva letteralmente imbestialire mio padre era la frase “voglio una vita piena di guai” : ogni volta che la sentiva, papà glieli augurava sentitamente e di tutto cuore, i guai. E purtroppo li ha pure avuti, quando è stato arrestato per droga, confermando le teorie del mio iperprotettivo genitore.

Nonostante tutto, però, io cominciavo ad amarlo, perché Vasco accompagnava la mia crescita e faceva da colonna sonora ai miei primi amori, suscitava in me le prime emozioni.
Io che cantavo a squarciagola “Alba chiara” e non capivo bene che cosa significasse “con una mano ti sfiori”; io che davanti ai miei sussurravo appena, per la vergogna, “con la mia mano fra le gambe, diventerai più grande”; io vedevo, sentivo, amavo un altro Vasco, quello di Canzone, di Anima Fragile, quello di Ti voglio bene, quello di La Favola Antica, di Ogni Volta.

Vasco mi ha fatto crescere. Mi ha insegnato ad ascoltare, a pensare al senso delle canzoni, a cercare di capire che cosa si nascondeva dietro quella Jenny, la ragazza che tutti credevano pazza e che era stanca e voleva solo dormire. Mi ha fatto identificare in Silvia, in Sally ha raccontato il mio dolore, il mio disincanto, le mie ferite.
Mi ha fatto divertire con “Faccio il militare”, ballare con “Rewind”.
Mi ha fatto emozionare con “Vivere”, con “Va bene così “.

Scorrazzavamo in vespa, la mia amica ed io, urlando “quando hai deciso di farmi cadere con la tua logica di calze nere!!!”, “Colpa d’Alfredo”, “corri e fottitene dell’orgoglio”.
Era liberatorio, Vasco. Ci rendeva felici!

Vasco ha rappresentato la trasgressione. È stato il classico “animo fragile” nascosto dietro un atteggiamento da bullo, uno spirito da poeta rinchiuso in un giaccone di pelle, un paio di occhiali, un berretto e una sigaretta che penzolava fra le labbra.

È stato bene e male, un po’ come tutti noi. Semplicemente molto più onesto di chi si è sempre nascosto dietro una immagine perbenista ed ipocrita.

Io ieri sera ho pianto, mi sono commossa, mi sono emozionata.
Sul quel palco c’era la sua, la mia vita e quella di milioni di persone.

In questa “generazione di fenomeni” , Il Kom è “Stupendo”

(Ps. Quando Ligabue porterà 220.000 paganti ad un suo concerto, allora potrò discutere con chi sostiene che il vero rappresentante del rock italiano è lui.
Per ora, lasciate che io passi oltre sorridendo)