Io non sono Allison

Ero da sola in una stanza del reparto di ginecologia. Lottavo dalla sera prima con dei lancinanti dolori allo stomaco e vomitavo oramai da diverse ore. L’infermiera che è venuta a trovarmi mi ha minacciata che se non avessi smesso di vomitare mi avrebbero messo il sondino naso-gastrico. L’ho pregata di non farlo; quasi vergognandomi le ho detto che avrei cercato di non rimettere più.

Il mio corpo era scosso da continui tremori che mi facevano sobbalzare continuamente nel letto ed ero davvero molto stanca. Ho chiesto che mi dessero qualcosa per calmarmi. Dopo una decina di minuti, l’infermiera è tornata con la ginecologa, la quale mi ha rimproverata per non averla fatta riposare tutta la notte e, con un pizzico di carità umana, ha detto all’infermiera di farmi un calmante. Mentre lo diceva, ha sollevato la manica del pigiama, scoprendo il braccio pieno di lividi, segni delle flebo che avevo tenuto appena una settimana prima, quando, al Pronto soccorso dello stesso ospedale ho dovuto implorare aiuto per quello che loro avevano semplicemente definito una indigestione. A quel punto, la dottoressa ha fatto un balzo indietro e mi ha chiesto con occhi sgranati se fossi tossicodipendente e se avessi una crisi di astinenza. Ho avuto la prontezza di rispondere che no, non avevo mai preso nulla, ma se avessero avuto qualcosa da darmi, pur di star bene avrei cominciato anche in quell’istante ad assumere sostanze di qualsiasi genere.

 

Chiarito “l’equivoco”, loro sono andate via (non so quanto convinte) ed io sono rimasta di nuovo sola. Stanca, dolorante, in lacrime, mortificata, con addosso la sensazione che comunque stavo per morire, perché nessuno mai mi avrebbe capita e aiutata.
Allora ho guardato la finestra, poi la flebo, poi ancora la finestra. Ho realizzato che se avessi fatto in fretta, avrei potuto strapparmi l’ago dal braccio e con un balzo volare giù e porre fine a tutta quella sofferenza, ai dolori, alle mortificazioni. Credo abbia prevalso l’amore per la mia famiglia, per l’uomo adorabile che finalmente avevo nella mia vita. E sono rimasta in quel letto.

 

Per questo io non sono Allison.
Perché io sono rimasta aggrappata alla vita, ho trovato dei motivi per andare avanti, mentre lei, povera piccola Allison, malata come me di endometriosi, in preda ai dolori e con la sensazione di non essere capita, ha deciso di farla finita.

 

Allison, tre milioni di donne nel mondo ed io, abbiamo in comune tanto dolore e tanta sofferenza.
L’endometriosi non uccide, dicono. Ma i tormenti, le tribolazioni, le privazioni fisiche e non solo, possono davvero toglierti la voglia di andare avanti.
L’indifferenza, l’ignoranza, la cattiveria di chi non sa e non vuol sentire, quella può uccidere.

 

Non racconterò che cosa mi ha fatto fisicamente questa malattia. È noto e non è niente di più o di meno di quel che ha fatto ad altri milioni di donne.
Ma non posso non porre l’attenzione sull’aspetto psicologico di questa patologia.

 

La maternità negata potrebbe essere un aspetto, ma ti abitui a sopportare il dolore e la delusione di prenderti cura con tutta te stessa di qualcuno che non è tuo figlio (che sia un nipote, il figlio di un compagno, gli allievi di una scuola o quant’altro) e non ricevere in cambio nulla, perché c’è sempre una mamma, quella “vera”, di cui sarai all’ombra.
Potrebbe essere la gioia negata, le serate con gli amici di cui devi privarti, perché non puoi allontanarti troppo dal bagno, perché se mangi la pizza poi soffri due giorni, i viaggi che non fai perché “se poi ti scappa” non sai come fare.
Potrebbe essere veder cambiare il tuo corpo per gli sbalzi ormonali e non poter neanche far nulla perché quel maledetto nervo ti costringe a non frequentare palestre, a non poter più correre, a non sentirti donna con un paio di tacchi che slanciano un po’ di più.
O forse potrebbe essere il doverti “giustificare “, quasi fosse una colpa avere addosso una malattia.

 

Una mia collega, umana quanto un cactus, mi ha insultata pubblicamente perché sono rimasta a casa due giorni prima del mio settimo intervento, (isterectomia totale con complicazioni all’uretere) e mi ha costretta, dopo appena un anno, perché ha dovuto sostituirmi per un’ora, all’umiliazione di una visita collegiale con medici ignoranti che volevano sapere se portassi il pannolone. Un’altra mi accusato di essere solo “malata mentale” e di fingere un disagio che non avevo.
Ecco, sono queste le cose che uccidono più dei dolori, più della malattia, più che vedere i pezzi del tuo corpo lasciarti, più che tornare e ritornare sotto quelle luci accecanti delle sale operatorie.

 

Ma io sono qui. Ancora a lottare, ancora a girare da uno studio medico all’altro, ancora a credere che la vita “mi deve qualcosa”.
Non sono, per questo, né migliore né peggiore di Allison.
Semplicemente non sono Allison.
Se potessi, le tenderei la mano per risollevarla dal baratro.
Perché “fra noi” sappiamo darci l’aiuto che altri ci negano.

Cara, bella, piccola Allison, un giorno ci ritroveremo, sane, felici, e ti racchiuderò in quell’abbraccio che oggi non posso più darti.

Riposa serena….

 

Non ho più lacrime

Non ho più lacrime.

 
Le cerco in ogni dove e non le trovo.
Le invoco, le provoco, le sollecito, chiedo loro di venire a liberarmi dal peso di questo dolore, di alleggerire il carico della mia angoscia.

 
Ma non ho più lacrime.
La vita le ha prosciugate e mi ha tolto così anche una possibilità di alleviare i miei tormenti.

 
Non so più piangere.
Mi trascino nella sofferenza con occhi asciutti, occhi vitrei, occhi che guardano lo spettacolo della vita senza parteciparvi.
Appaio imperturbabile, distaccata, indifferente mentre l’anima è straziata e afflitta dal mio tribolare.
Se solo potessi far scorrere copiose, calde lacrime, se solo potessi sentire le guance umide di pianto mi sentirei di nuovo libera, di nuovo umana, di nuovo donna.
Sentirei il mio cuore squarciarsi e poi, finalmente, ritornare ad essere.Forse, allora, riuscirei di nuovo ad amare.

 
Ma non ho più lacrime.

Lacrime

 

Tu conosci bene il dolore

Lo hai guardato in faccia, lo hai sfidato, hai ingaggiato contro di lui una lotta che ti ha visto triste, avvilita e disillusa, arrabbiata e addirittura furiosa. Una guerra che ti ha trasformata, svuotata, depressa, abbattuta, indebolita, spesso scoraggiata.

Ti ha fatto tremare, trasalire, impallidire.

Tu il tuo dolore lo conosci bene.

È fatto di sogni infranti, di vita sbiadita, sfocata, sospesa, interrotta, spezzata.  Di improvvise deviazioni, di inattese direzioni, di impreviste solitudini, di respiri impediti, di profondi abissi, di baratri oscuri. Di perfidi tradimenti, di impensate meschinità, di sorprendenti abbandoni.

Ha fatto di tutto per metterti all’angolo, per disarmarti, per toglierti ogni via d’uscita, per lasciarti intendere che il tempo era scaduto, che non meritavi una speranza.

Lo hai avuto sempre accanto, invisibile ma presente, persecutore, oppressore, persistente.

Talmente durevole ed ininterrotto che hai dovuto fartelo amico, per non permettergli di spegnerti il sorriso.

Sai che non c’è niente di bello in lui, che non lo avresti mai scelto se avessi avuto anche solo una possibilità; sai che quella che rende migliori è solo una squallida ed inutile bugia, inventata da chi il dolore lo ha sfiorato appena ma non ne è stato attraversato.

Non ti consideri certo speciale: sei semplicemente una donna che ha dovuto e voluto sopravvivere, che ha scelto di esserci finché ci sarà vita, col cuore stropicciato e le piaghe nell’anima.

Ferita ma non ancora sconfitta.

Tu il dolore lo conosci bene. Troppo.

dolore

Ahi mì amor

Lo negherò sempre perfino con Dio che a volte il pensiero vagando di suo
ritorna a cercarti esulta al ricordo.
Poi torna a sfinirmi cattivo e testardo.
E penso alla notte che sola dormivo
e tu pur sapendo che sola morivo,
chissà da che braccia non sei più tornato
e allora mi dico non mi hai mai amato.
E canta il cuore non era amore.
Ahi, mì amor di quella nostra storia io,
Ahi, mì amor non capirò mai niente
Ahi, mì amor con questo dubbio resterò
tutta la vita non saprò
se mi hai amato oppure no.
Ricordo Dicembre la neve la gente,
e tu che nel traffico lento, irritante
bloccando la strada hai spento il motore
per dirmi mi vedi io muio d’amore.
I clacson suonavano come impazziti,
noi fuori dal mondo ci siamo baciati,
neppure a tre ore da quel capodanno
a cui non venisti giocando d’inganno.
E insinua il cuore non era amore.
Ahi, mì amor di quella nostra storia io,
Ahi, mì amor non capirò mai niente
Ahi, mì amor con questo dubbio resterò
tutta la vita non saprò
se mi hai amato oppure no.
E poi lunghi mesi in cui stavo male,
in cui non sapevo dormire o pregare
diceva il dottore è lei che lo vuole
c’è un filo diceva tra mente ed il cuore
E allora di colpo ti ho visto vicino.
la notte ed il giorno un lungo cammino
E quando ho ripreso a sorridere ancora
ho girato la testa ma ero già sola.
E insiste il cuore non era amore.
Ahi, mì amor di quella nostra storia io,
Ahi, mì amor non capirò mai niente
Ahi, mì amor con questo dubbio resterò
tutta la vita non saprò
se mi hai amato oppure no.

(Serrat- Limiti)

 

Amore mai amato

La cosa peggiore di tutto il male ricevuto non sta negli anni spesi o persi, non sta nel dolore, nelle umiliazioni e nelle sofferenze, non sta nella violenza psicologica che ho subito, ma sta nell’atroce condanna di non concedermi il perdono per aver permesso ad un’altra persona di avermi inflitto un tale tristezza. Perché laddove c’è un carnefice che cerca di annientare, c’è qualcuno che si offre come vittima sacrificale. In nome di cosa poi? Di un amore malato, così squilibrato, così marcio, di un amore così lontano dall’amore che se ci ripensi dopo che è finalmente finita lo vedi come un cancro che hai trovato la forza di estirpare da te a mani nude. E che ha lasciato ferite, cicatrici che non sanguinano più ma che non puoi cancellare e ti impediscono di dimenticare.

Non sono le notti insonni trascorse nell’amarezza, non sono i gesti infami, le malvagie mancanze di rispetto, non è l’assenza di fiducia in te stessa a cui ti ha costretto. Non è la continua mortificazione del tuo essere che ti ha inflitto, non è l’oltraggio alla tua persona, ai tuoi sentimenti e alla tua intelligenza, la degradazione a cui ti ha condotto. Non è neanche la vergogna di fronte a chi tante, troppe volte ha cercato di salvarti, di tirarti su dall’abisso in cui eri crollata.

È la rabbia che ti è rimasta dentro, è la paura che ti segue ad ogni passo, ad ogni rapporto, di fronte ad ogni affetto.

Perché anche quando arriva il momento in cui non ci pensi più a quella storia, in cui ti rassegni al pezzo di vita che hai perso, in cui riesci perfino ad essere indifferente al ricordo di quella persona, o quando arriva il momento che il ricordo torna sempre meno spesso e si fa sempre più sbiadito, sai bene che se non hai voglia di credere ad un sogno, se non puoi più credere ad un’amicizia sincera, è solo colpa sua.

Mi capita ogni tanto di sognarlo. E nel sogno qualcosa o qualcuno mi costringe a stare con lui. Ed io sento forte la voglia di scappare, sento il terrore di ricominciare quella vita e cerco aiuto, e dico a chi mi sta vicino che io non posso…non devo….non VOGLIO!! Scoprire che è solo un incubo è tanto bello quanto, al contrario, è brutto rendersi conto che quegli anni di angoscia li hai vissuti davvero. E di questo no, non te ne fai una ragione.

Il fatto è che la vita, poi, ti perdona. Ti regala l’amore quello vero, quello sano…l’amore punto e basta.

E tu perdoni perfino lui, vittima come te di se stesso.

Ma la condanna più atroce, la pena più feroce e crudele è quando, per quegli schiaffi ricevuti, per quegli insulti ripetuti, non riesci a perdonare te stessa.

Amore mai amato

(Photo Silvia Grav)

amore

Una cosa spiacevole

 

endometriosi

“Non è una cosa piacevole” un mal di testa, un raffreddore, un’influenza.

L’endometriosi è molto più che “poco piacevole”. È una condanna per la vita.

Forse raccontare la mia esperienza e quella di tante altre donne potrebbe essere inutile, soprattutto per persone che esprimono pareri così pesanti senza essere informate.

A me ha tolto parecchio l’endometriosi, sia fisicamente che in termini di qualità della vita.

Ho subito sette interventi e quasi in tutti ho perso un pezzetto di me: una volta un ovaio, la tuba, la cistifellea, l’appendice, un pezzo di intestino, la funzionalità di una gamba, fino all’utero e all’ovaio rimanente. Ho perso il piacere di essere donna, la possibilità di esser madre e ho sofferto fino all’esaurimento nervoso quando nessuno sapeva dare un nome ai miei problemi, rischiando così di lasciarci le penne.

Ho dovuto imparare a gestire il mio corpo, a controllarlo senza lasciarmi sopraffare dal dolore. Se non lo avessi fatto non avrei potuto vivere, non avrei potuto lavorare, non avrei potuto condividere la mia esistenza con altre persone. Ma l’ho fatto;con fatica, Dio solo sa con quanta fatica!

Fare pipì con la sensazione di avere un coltello piantato nella vescica, non poter uscire di casa per la paura di aver bisogno, senza possibilità di rimandare di un solo istante, di un bagno, lavorare ogni giorno con una smorfia costante sul viso perché lei sta lì a ricordarti prepotentemente e con estrema cattiveria la sua presenza, non è stato facile.

In più ho dovuto lottare con l’ignoranza, la supponenza, la perfidia, l’egoismo, la superficialità, la malignità, la bassezza di chi mi stava intorno.

Mi sono spesso sentita dire che l’unico problema che avevo era la poca voglia di lavorare, che facevo una tragedia per dei semplici dolori mestruali, che stavo solo fingendo, anche quando per due anni ho potuto muovermi solo grazie a due stampelle.

Ho speso, per curarmi….no, non per curarmi, perché non esiste cura per le malattie croniche…ho speso, dicevo, per sopravvivere migliaia e migliaia di euro. Perché la sanità ha tempi biblici, perché l’endometriosi non è stata riconosciuta come malattia grave ed invalidante. E ho rischiato, nei momenti peggiori di vedere dimezzato il mio stipendio perché “mi ero ammalata per troppo tempo”. E da questo punto di vista sono pure stata fortunata, perché avendo un lavoro statale non ho rischiato il licenziamento. Ma tante donne nella mia situazione sono state “fatte fuori” dai loro datori di lavoro senza pietà.

La vita privata? Beh, neanche quella è semplice. Se sei fortunata e hai vicino un uomo con un grande cuore (e una gran pazienza) non rischi delusioni. Ma quante sono state trattate come “vuoti a perdere” per l’impossibilità di procreare o perché tanta sofferenza disturbava l’ominicchio e magari anche mammina sua?

Ognuna di noi, posso affermarlo senza timore di smentita, darebbe chissà che per una VITA NORMALE. E quando ci si scontra con l’ignoranza si farebbe volentieri a cambio con chi presume di sapere.

Dopo anni di lotte, di marce, di appelli, dopo fiumi di parole, di e-mail alle istituzioni, pare che l’endometriosi adesso sarà inserita nei Lea e sarà considerata invalidante. Non credo che ci daranno “la pensione”, penso che se riuscissimo ad ottenere l’esenzione per le prestazioni mediche e per le medicine, sarebbe già un successo.

Poi leggo certe cose. E sono io ad essere “indignata”. Io ed altre tre milioni di donne.

Non auguro a nessuna donna, neanche a quelle che mostrano incapacità di informarsi e di solidarizzare, di passare quello che abbiamo passato noi.

Ma la vita è una ruota.