La mia strana verità

“La verità- scriveva Karl Popper- è come una cima montuosa, normalmente avvolta fra le nuvole. Uno scalatore può, non solo avere difficoltà a raggiungerla, ma anche non accorgersene quando vi giunge, poiché può non riuscire a distinguere, nelle nuvole, fra la vetta principale e un picco secondario. Questo tuttavia non mette in discussione l’esistenza oggettiva della vetta; e se lo scalatore dice “dubito di aver raggiunto la vera vetta”, egli riconosce, implicitamente, l’esistenza oggettiva di questa”.

Esiste la verità e di questo possiamo esserne certi, sostiene il mio adoratissimo filosofo, ma non possiamo stabilire di essere arrivati a conoscerla. Questo, però, dice, non deve scoraggiarci nella ricerca, perché essa esiste, e possiamo addirittura quietarci un pochetto quando una nostra tesi, sottoposta a verifiche e confutazioni, resite indenne. Questo non vuol dire che siamo in possesso della verità, ma che la nostra teoria è “corroborata”, cioè può essere ritenuta valida finchè non verrà smentita; perché, quasi certamente, essa verrà smentita.

L’epistemologia popperiana mi ha talmente affascinato che considero la conoscenza di questo filosofo fondamentale per chi svolge la mia professione. O meglio lo considererei indispensabile qualora noi insegnanti potessimo svolgere in maniera adeguata la nostra professione, cosa che oggi sembra assolutamente impossibile. E non credo certo che chi si occupa di scuola nelle famose alte sfere fondi il suo operato su certe conoscenze. Ma adesso sto decisamente divagando dal tema principale (scusate ma quando si parla di scuola, mi faccio prendere un po’ la mano. Per fortuna non diventerò mai Ministro della pubblica istruzione, altrimenti lo smonterei davvero il sistema, ma non economicamente, come fanno questi qui).

Quindi perdono e torniamo alla questione centrale: la verità.

Non intendo riferirmi alle cose taciute, non intendo riferirmi a quelle importanti teorie scientifiche a cui si interessava il filosofo austriaco, ma semplicemente a quei fatti appurati che vengono distorti volontariamente e con premeditazione. Esempi ce ne sono a iosa, partendo dalla politica, al giornalismo, alla “giustizia”, fino ad arrivare al vicino di casa.

Caro il mio adorato Popper, qui non è che la verità non esiste; qui è che pur di fronte all’oggettività dei fatti, pure quando intorno alla cima con un colpo di vento le nuvole vengono per un attimo spazzate via, c’è chi la verità o non la vede o, vedendola, ne ha talmente paura che la nega, nella speranza che ritorni la nebbia ad avvolgere la cima, così si può creare la sua, di verità.

La verità, quella vera, la ribaltano, la stravolgono, la distruggono.

Prendi le Leggi, caro Popper. C’è una regola? Se senti diversi pareri, ognuno la interpreta a modo suo, in base a come conviene, inferendo un colpo mortale alla verità che in quel caso è anche garanzia di diritti “civili” (nel senso di diritti legati alla tanto nobile quanto bistrattata civiltà).

Poi ci sono i rapporti umani, le relazioni fra individui “normali”, i legami quotidiani. Lì, stimato Popper, la verità non è solo avvolta nella nebbia: sulla cima della montagna c’è nebbia e pure le tenebre della notte. Aspetta, Popper, mi viene in mente un altro tuo esempio che spiega benissimo la situazione.

“La scienza (e quindi la verità, nds) è un uomo bendato che in una stanza buia cerca di afferrare un gatto nero.

L’opinione è un uomo bendato che in una stanza buia cerca di afferrare un gatto nero che non c’è.”

Ecco, aspirare alla verità fra i comuni mortali è come cercare bendati un gatto nero in una stanza buia.

A volte mi succedono fatti che non capisco, che non mi spiego. Vedo atteggiamenti incomprensibili, prese di posizione che mi sembrano a dir poco stupide perché assolutamente ingiustificate. Poi capisco! Quelli sanno e hanno un’altra verità, quella che qualcuno ha proposto loro!

Una volta compreso questo, adorato Karl (mi prendo questa confidenza, dopo tutta questa conversazione), tu potresti dire che la questione è risolta, perché basta far conoscere la verità, quella vera….Ma Popper mio, l’hai detto tu, anche se in riferimento a questioni decisamente più scientifiche! La verità oggettiva esiste, ma chissà dove sta e soprattutto va confutata, casomai corroborata e poi bisogna stare in attesa che un qualche altro elemento la confermi o la neghi. Ora tu pensi che, per una pletora di deficienti, si possa perdere tutto questo tempo?

Tu hai detto, per citare uno dei tuoi incisivi esempi, che l’osservazione di un numero qualsiasi, ma finito, di cigni bianchi non può servire a formulare una legge universale, perché l’osservazione di un cigno che non sia bianco, può invece falsificarla. A parte che sul lago io il cigno nero l’ho visto davvero e giuro pensavo fosse più difficile incontrarne uno, ma secondo te posso mettermi a cercare “cigni neri “, metaforicamente parlando, per dimostrare che la verità non sta dove gli altri credono che stia?

Per, non dico conoscere, ma almeno avvicinarsi alla verità, si dovrebbe riflettere, meditare, si dovrebbe avere la capacità di misurarsi con gli altri, di confrontare modelli, stili di vita, personalità, opinioni; si dovrebbe avere la predisposizione alla ricerca, alla conoscenza (nel caso dei rapporti personali, della conoscenza dell’animo), il che implica uno sforzo maggiore che credere all’immediatezza, a ciò che ci viene propinato senza che noi dobbiamo fare un benchè minimo sforzo, senza parlare dell’opportunità…o dell’opportunismo.

Io che mi sento ontologicamente libera, sono sempre disposta e disponibile a ricercarla questa benedetta verità, e, come hai detto tu, illustre Popper, quando proprio non posso raggiungerla, almeno capisco di essere nell’errore, il che mi permette comunque di aggiustare il tiro e cambiare direzione. Altri, si accontentano di sguazzare nel falso e nella bugia, che oltretutto da pure più argomenti di stupida conversazione (Se non sbaglio caro filosofo mio, sei stato tu a dire che esiste gente che ama le brutture a prescindere. Beh, tu se non sbaglio ti riferivi ai socialisti o ai comunisti, non ricordo, ma comunque sempre di gentaglia si parla).

Ora, in un simile contesto in cui i mezzi di comunicazione per primi, la “televisione cattiva maestra”, la politica e la società ci offrono questi esempi, ma secondo te, può quella della verità essere una battaglia vinta? E chi si immola sull’altare della verità? Io? Certo, ma per difendere i miei diritti, quando questi vengono negati.

Per il resto, perdonami Karl mio, ma mi faccio una bella padellata di cavoletti miei e lascio che gli altri anneghino nella maldicenza.

E per oggi ho fatto due cose perfettamente inutili: ho discusso con un morto e ho scritto una quantità eccessiva di parole che nessuno leggerà mai.

Posso anche dirmi insoddisfatta ed andare avanti.

Ps. ma non aveva pure la faccia di un adorabile nonnetto, il “mio Karl”?

la verità Popper

25.548

25.548 sono i giorni che Carlo Azelio Ciampi ho vissuto con la moglie Franca.

L’ho saputo ieri sera dal TG 1 delle 20.

Io mi immagino l’originale giornalista che, non accontentandosi di un banale “70 anni”, si mette lì, con calcolatrice in mano a moltiplicare 70×365-2 (perchè il poveraccio è morto due giorni prima dell’anniversario) per rifilarci questa gran cifra.

Come le mamme che dicono l’età dei figli in mesi: 22 mesi e mezzo, 24 mesi, 36 mesi….

Con la differenza che qui si parla di  giornalismo. Quello che dovrebbe essere una cosa seria.

Certo, sul fatto che sia una cosa seria coltivo qualche dubbio da quando anche Barbara D’Urso si fregia del titolo di giornalista, ma io ho sempre creduto che fare quel lavoro fosse una grande responsabilità, oltre che un onore.

Mio padre era giornalista pubblicista. Non di grandi testate,sia chiaro. Il Giornale di Sicilia è stato il giornale per cui ha lavorato. Però mi ha trasmesso dei valori a cui, nel suo piccolo, rimaneva fedele e coerente. Innanzi tutto credeva nella buona scrittura e non mancava di sottopormi articoli o editoriali di grandi nomi quando, secondo lui, davano il meglio.

Ho imparato ad amare la scrittura di Feltri (conservo ancora l’articolo che pubblicò in occasione del tentato suicidio di Pessotto), Montanelli, Travaglio, Giordano; e soprattutto ho imparato ad amare il rispetto e la verità.

Quando scriveva, mio padre faceva attenzione a non offendere nessuno. Era ironico e pungente, ma mai irriguardoso. E, a parte un cretino ( io me ne scuso ma evidentemente non ho ereditato la sua diplomazia ) arrivato agli onori della cronaca più per fortuna che per meriti, che lo volle trascinare in tribunale per una querela infondata, nessuno ha mai avuto nulla di ridire, almeno formalmente.

“Al di là delle idee personali-diceva- un buon giornalista deve informare, rimanere fedele ai fatti e far conoscere la verità oggettiva, laddove è possibile”.

Ecco perchè mi vien da ridere quando immagino la giornalista che si mette a fare moltiplicazioni e sottrazioni per far la cronaca del funerale del Presidente Emerito.

E mi vien da piangere quando mi rendo conto che ogni giornalista, perfino Feltri, Travaglio o chicchessia, non riesce più a vedere la verità (o a farla conoscere) ma fa propaganda alla compagine politica con cui simpatizza anche se questa si è macchiata delle peggiori nefandezze.

Mi dolgo quando vedo che non esiste più la verità perchè i giornalisti asservono al Potere, tacendo fatti, mettendo in risalto mezze verità, perseguitando “avversari”, esaltando chi dovrebbe essere condannato.

L’informazione è la prima espressione di libertà e se non esiste informazione libera non esiste democrazia.

Piuttosto che farmi condizionare in maniera così evidente e vergognosa, io preferirei “appendere la penna al chiodo” e cambiare mestiere; mi ritirerei nell’anonimato, per evitare l’oltraggio di sentirmi in qualche modo “venduta”.

Io posso dire quel che penso. Tu, GIORNALISTA DI CRONACA, tu che fai il TG informando milioni di persone, NO.

TU devi dirmi come stanno le cose, TUTTE le cose, TUTTI i fatti, poi IO mi faccio un’idea.

Perchè non credo più nel giornalismo serio, ma spero  ancora nella capacità della gente di discernere.

P.S.: Mio Padre e mia madre hanno trascorso insieme 15.891 giorni. Arrotondare a 44 anni pareva brutto.

giornalismo